Trattamento acque reflue urbane: impianti di depurazione cercasi

Ai vari problemi che il nostro Bel Paese deve affrontare, si aggiunge una questione che riguarda la salubrità dell’ambiente in cui viviamo: 817 Comuni non dispongono di un sistema adeguato di trattamento delle acque reflue urbane.

 

La questione risale a qualche anno fa.

 

La Direttiva Europea 1991/271/CEE, inerente il trattamento delle acque reflue urbane, prevedeva che entro il 2005 fosse introdotto un trattamento secondario per tutti i reflui prodotti da agglomerati urbani con un numero di abitanti equivalenti compreso tra 10mila e 15mila e per tutti i reflui recapitanti in aree sensibili (acque dolci ed estuari) prodotti da agglomerati urbani con un numero di abitanti equivalenti compreso tra 2mila e 10mila. Questa imposizione mirava a salvaguardare la salute dell’uomo e a ridurre l’inquinamento di suoli, laghi, fiumi, acque costiere e sotterranee.

 

Ma già nel 2000 tale provvedimento doveva essere rispettato per i centri urbani con un numero di abitanti equivalenti superiore ai 15mila. E procedendo a ritroso nel tempo, un trattamento più spinto doveva essere garantito entro il 1998 nel caso di agglomerati con un numero di abitanti equivalenti superiore ai 10mila i cui reflui recapitavano in aree sensibili e nei relativi bacini drenanti.

 

A causa di questi ritardi, ora l’Italia rischia il deferimento alla Corte Europea di Giustizia. Ci viene inoltre contestato di non aver eliminato fosforo e azoto dagli scarichi in 32 aree sensibili.

 

Il primo passo verso il provvedimento è stato fatto, visto che la Commissione Europea ha inoltrato un parere motivato a Roma, in cui viene richiesto un impegno all’Italia al fine di adottare delle misure idonee a riportare in carreggiata i Comuni carenti di sistemi di trattamento.

 

Tra gli agglomerati urbani sotto osservazione spiccano Roma, Firenze, Napoli e Bari. Sono inoltre richiamati anche una ventina di enti locali (regioni e province autonome): Abruzzo, Basilicata, Bolzano, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Trento, Umbria, Valle d’Aosta e Veneto.

 

Il rischio che si sta correndo è quello di pagare una multa, molto salata (quasi 500 milioni di euro). E chi la pagherà? I cittadini con le tasse?

 

Eppure i soldi ci sarebbero per realizzare fogne e depuratori, stanziati dalla delibera CIPE n. 60/2012, ma a causa dei ritardi negli affidamenti del servizio idrico integrato e della mancata aggregazione degli enti in ambiti territoriali ottimali, i finanziamenti restano bloccati.

 

Ci si trova di fronte quindi ad una questione più complessa, all’italiana si può dire, che ora però sta mettendo ulteriormente a rischio l’esiguo portafoglio dei contribuenti.


Articolo di Roberta Lazzari

 


Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

News dal Network Tecnico