Trasmissione airborne Coronavirus: quanto è alta probabilità di contagio all’aperto?

Trasmissione airborne Coronavirus: quanto è alta probabilità di contagio all’aperto?

Resta ancora aperto il dibattito nella comunità scientifica circa la trasmissione airborne Coronavirus, mentre quella per contatto risulta appurata e accettata. Agli interrogativi sulle modalità di trasmissione del virus, che ha fatto registrare da inizio pandemia 55.928.327 casi di Covid-19 (dato registrato il 20/11/2020), risponde uno studio condotto dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac) di Lecce, dall’Università Ca’ Foscari Venezia, dall’Istituto di scienze polari del Cnr (Cnr-Isp) di Venezia e dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Puglia e della Basilicata (Izspb).

Obiettivo: dare una spiegazione alla nascita dei focolai di differente intensità nelle regioni d’Italia e quantificare la probabilità di contagio all’aperto.

Attraverso lo studio multidisciplinare sono state analizzate le concentrazioni e le distribuzioni dimensionali delle particelle virali nell’aria esterna raccolte simultaneamente, durante la pandemia, in Veneto e Puglia nel mese di maggio 2020, tra la fine del lockdown e la ripresa delle attività.

Vediamo nel dettaglio cosa è emerso dallo studio scientifico “AIR-CoV” (Evaluation of the concentration and size distribution of SARS-CoV-2 in air in outdoor environments).

Leggi anche: Classificazione Sars-CoV-2: recepita la Direttiva CE in Gazzetta

Trasmissione airborne Cornonavirus: Puglia e Veneto sotto esame

Dallo studio in questione, pubblicato sulla rivista scientifica Environment International, è stata evidenziata una bassa probabilità di trasmissione airbone Coronavirus all’esterno se non nelle zone di assembramento.

Puglia e Veneto le due regioni prese in esame, nello specifico le città interessate sono state Venezia-Mestre e Lecce che hanno registrato durante la prima fase di pandemia dati differenti circa la diffusione del Covid-19.

Daniele Contini, ricercatore Cnr-Isac, ha sottolineato che nei primi mesi di pandemia, la diffusione del SARS-CoV-2 è risultata eccezionalmente grave nella regione Veneto, con un massimo di casi attivi (cioè individui infetti) di 10.800 al 16 aprile 2020 (circa il 10% del totale dei casi italiani) su una popolazione di 4,9 milioni.

Diversamente, la regione Puglia ha raggiunto il massimo dei casi attivi il 3 maggio 2020 con 2.955 casi (3% del totale dei casi italiani) su una popolazione di 4,0 milioni di persone. All’inizio del periodo di misura (13 maggio 2020), le regioni Veneto e Puglia erano interessate, rispettivamente, da 5.020 e 2.322 casi attivi.

Non perderti: Isolamento e quarantena Covid-19. Quanto tempo devono durare?

Cosa è emerso dallo studio?

Prima di conoscere i risultati dello studio, va precisato che “Il ruolo della trasmissione airborne dipende da diverse variabili quali la concentrazione e la distribuzione dimensionale delle particelle virali in atmosfera e le condizioni meteorologiche. Queste variabili poi, si diversificano a seconda che si considerino ambienti outdoor e ambienti indoor”, come sottolineato da Marianna Conte, ricercatrice Cnr-Isac.

Attraverso la raccolta del particolato atmosferico di diverse dimensioni, dalla nanoparticelle al PM10, e determinando la presenza del materiale genetico (RNA) del SARS-CoV-2 con tecniche di diagnostica di laboratorio avanzate, è stata rilevata la potenziale presenza del virus SARS-CoV-2 nei campioni di aerosol.

Contini a tal proposito ha precisato che “tutti i campioni raccolti nelle aree residenziali e urbane in entrambe le città sono risultati negativi, la concentrazione di particelle virali è risultata molto bassa nel PM10 (inferiore a 0.8 copie per m3 di aria) e in ogni intervallo di dimensioni analizzato (inferiore a 0,4 copie/m3 di aria). Pertanto, la probabilità di trasmissione airborne del contagio in outdoor, con esclusione di quelle zone molto affollate, appare molto bassa, quasi trascurabile. Negli assembramenti le concentrazioni possono aumentare localmente così come i rischi dovuti ai contatti ravvicinati, pertanto è assolutamente necessario rispettare le norme anti-assembramento anche in aree outdoor”.

Cosa succede invece negli ambienti indoor? Lo studio delle concentrazioni in alcuni ambienti indoor di comunità sarà oggetto di una seconda fase del progetto AIR-CoV, tuttavia Andrea Gambaro, professore a Ca’ Foscari precisa che a differenza degli ambienti outdoor “un rischio maggiore potrebbe esserci in ambienti indoor, di comunità, scarsamente ventilati, dove le goccioline respiratorie più piccole possono rimanere in sospensione per tempi più lunghi ed anche depositarsi sulle superfici”.

Pertanto è indispensabile mitigare il rischio attraverso la ventilazione periodica degli ambienti, l’igienizzazione delle mani e delle superfici e l’uso delle mascherine.

Giovanna La Salandra, dirigente della Struttura ricerca e sviluppo scientifico dell’Izspb, evidenzia l’importanza delle tecnologie e in campo scientifico: “lo studio e l’applicazione di metodi analitici sensibili con l’utilizzo di piattaforme tecnologicamente avanzate permettono, oggi, di rilevare la presenza del Sars-CoV-2 anche a concentrazioni molto basse, come potrebbe essere negli ambienti outdoor e indoor, rendendo la diagnostica di laboratorio sempre più affidabile.”

Restiamo in attesa di ulteriori sviluppi in materia, che di giorno in giorno effettuano un passo in avanti portando ad una sempre più consapevole conoscenza del Coronavirus.

Per saperne di più www.cnr.it

I contenuti a cura della redazione di www.ingegneri.cc sono elaborati e visionati da Simona Conte, Giulia Gnola, Gloria Alberti. Gli approfondimenti tecnici si rivolgono ad un pubblico di professionisti che intende restare aggiornato sulle novità di settore.