Tessera professionale europea, il CNI teme il turismo delle qualifiche

La ventilata introduzione di una tessera professionale europea da parte della Commissione europea, con l’obiettivo di “semplificare il processo di riconoscimento e di introdurre l’efficienza economica e operativa a vantaggio dei professionisti e delle autorità competenti”, per quanto auspicabile, sarebbe opportuno avvenisse solo in seguito ad un processo di profonda verifica e di omogeneizzazione dei percorsi formativi europei, in modo da essere certi che tutti i professionisti formati, in qualunque paese membro, siano in possesso delle competenze minime necessarie per lo svolgimento della professione.

 

Così si legge nel recente rapporto elaborato dal Centro Studi del CNI sul riconoscimento dei titoli professionali conseguiti all’estero, da poco pubblicato e reso disponibile.

 

“Il rischio opposto”, spiega il documento, “è quello di alimentare quei flussi di turismo della qualifiche, già in auge da diversi anni per la professione di avvocato”.

 

Insomma, per gli Ingegneri la tessera professionale europea è valutata positivamente, ma alla luce di una rivisitazione completa dei percorsi formativi nei vari Stati dell’Unione. Il motivo è semplice: per alcune professioni, specifica il rapporto, (soprattutto per gli ingegneri) i percorsi formativi non sono affatto omogenei.

 

La richiesta di una misura integrativa, infatti, è assai frequente ed in quantità superiore alla media, anche tra gli ingegneri, dal momento che, in tal caso, la quota di riconoscimenti completi è del 22,9%, mentre nel 77,1% dei restanti casi è stato richiesto lo svolgimento di una prova integrativa o di un tirocinio.

 

I flussi in Italia: pochi entrano, tanti escono

Sebbene l’Unione europea continui a promuovere politiche tese ad agevolare la libera circolazione dei professionisti all’interno dell’Unione, i flussi in entrata in Italia si rivelano ancora una volta decisamente ridotti e, soprattutto, caratterizzati per la maggioranza (77,5%) da cittadini italiani “di rientro” (si tratta di laureati italiani che chiedono il riconoscimento del titolo professionale conseguito all’estero, dove le procedure di abilitazione sono meno complesse), tanto che i timori di una eccessiva presenza di professionisti stranieri sembrano ormai definitivamente svaniti.

 

Al contrario, si legge nel rapporto del CNI, i motivi di preoccupazione dovrebbero nascere, semmai, dall’aumentare del flusso in “uscita”: sono infatti sempre più numerosi i laureati che decidono di andare a lavorare all’estero dove, oltre a trovare un maggior numero di opportunità lavorative, incontrano condizioni contrattuali e remunerative decisamente migliori.

 

Pochissimi gli ingegneri stranieri che arrivano

Tra gli ingegneri che hanno ottenuto il riconoscimento del titolo professionale, non si distingue una nazionalità che spicca nettamente tra le altre, visto che i gruppi più numerosi sono costituiti da 8 ingegneri spagnoli (16,7%) e da 7 francesi (14,3%), e, complessivamente, i 48 ingegneri provengono da 22 nazioni diverse.

 

Tra questi, l’81,3% ha ottenuto il riconoscimento della validità del titolo per l’accesso alla sezione A, mentre il restante 18,1% è composto da ingegneri triennali.

 

Il riconoscimento del titolo, come detto più sopra, non sempre è completo, ma può prevedere un periodo di tirocinio o il sostenimento di una prova integrativa.


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