La progettazione dell’intervento di adeguamento, in caso di sopraelevazione, presenta un’enorme complessità. Sono molti gli aspetti da valutare prima di procedere, in quanto la modifica del comportamento strutturale dell’edificio può gravemente minare la sicurezza ed in particolar modo se si parla dell’accoppiata sopraelevazione e sisma.

Quali sono gli interventi di adeguamento sismico, oltre la sopraelevazione

La norma fa ricadere nella categoria di adeguamento tutti quegli interventi che implicano una sensibile modifica del comportamento strutturale di una costruzione.

Si riporta integralmente la definizione che la norma affida alla categoria di “Interventi di adeguamento” definiti al §8.4.3 delle Norme Tecniche per le Costruzioni.

L’intervento di adeguamento della costruzione è obbligatorio quando si intenda:

a) sopraelevare la costruzione;

b) ampliare la costruzione mediante opere ad essa strutturalmente connesse e tali da alterarne significativamente la risposta;

c) apportare variazioni di destinazione d’uso che comportino incrementi dei carichi globali verticali in fondazione superiori al 10%, valutati secondo la combinazione caratteristica di cui alla equazione 2.5.2 del §2.5.3, includendo i soli carichi gravitazionali.

Resta comunque fermo l’obbligo di procedere alla verifica locale delle singole parti e/o elementi della struttura, anche se interessano porzioni limitate della costruzione;

d) effettuare interventi strutturali volti a trasformare la costruzione mediante un insieme sistematico di opere che portino ad un sistema strutturale diverso dal precedente; nel caso degli edifici, effettuare interventi strutturali che trasformano il sistema strutturale mediante l’impiego di nuovi elementi verticali portanti su cui grava almeno il 50% dei carichi gravitazionali complessivi riferiti ai singoli piani;

e) apportare modifiche di classe d’uso che conducano a costruzioni di classe III ad uso scolastico o di classe IV. In ogni caso, il progetto dovrà essere riferito all’intera costruzione e dovrà riportare le verifiche dell’intera struttura post-intervento, secondo le indicazioni del presente capitolo.

Nei casi a), b) e d), per la verifica della struttura, si deve avere ζE ≥ 1,0. Nei casi c) ed e) si può assumere ζE ≥ 0,80. Resta comunque fermo l’obbligo di procedere alla verifica locale delle singole parti e/o elementi della struttura, anche se interessano porzioni limitate della costruzione. Una variazione dell’altezza dell’edificio dovuta alla realizzazione di cordoli sommitali o a variazioni della copertura che non comportino incrementi di superficie abitabile, non è considerato ampliamento*, ai sensi della condizione a). In tal caso non è necessario procedere all’adeguamento, salvo che non ricorrano una o più delle condizioni di cui agli altri precedenti punti”.

(*) presumibilmente è un refuso presente nella norma, da leggersi con sopraelevazione

Le situazioni incluse nell’elenco sopra citato rendono quindi necessario che il tecnico incaricato, a seguito delle fasi di rilievo e di indagine, verifichi l’intera unità strutturale su cui si va ad intervenire, proponendo degli interventi tali da rendere tutti i coefficienti di sicurezza sismici almeno unitari. Questa è la principale differenza rispetto agli interventi di miglioramento che richiedono un incremento del coefficiente di sicurezza sismico rispetto alla condizione ante operam, senza però raggiungere un obbiettivo minimo prefissato.

Nel caso di interventi di adeguamento, la norma, solo in caso di variazione di classe e/o destinazione d’uso, concede al progettista di raggiungere il coefficiente di sicurezza sismico almeno pari a 0,80. Questo “sconto” sul coefficiente di sicurezza e principalmente legato alla volontà, da parte del normatore, di evitare interventi sovrabbondanti nei casi di modifica di destinazione o classe d’uso.

La scelta, da parte del normatore, di incrementare il livello di sicurezza sismica attesa a seguito di modificazioni architettoniche importanti rappresenta un tentativo di limitare (soprattutto in zone con medio-alto rischio sismico) alcuni tipi di intervento che hanno spesso causato in passato problematiche evidenti al patrimonio edilizio. Nel caso in cui, tuttavia, tali tipologie di intervento siano ritenute necessarie, il tecnico avrà l’onere di garantire particolari livelli di sicurezza, attraverso l’adeguamento sismico.

Quando è obbligatorio l’adeguamento sismico in caso di sopraelevazione?

La norma prevede l’obbligo di adeguamento sismico in caso di sopraelevazione della costruzione. Vi è solo un caso che permette al progettista di rimanere nella categoria di “intervento locale”: quando la sopraelevazione è legata esclusivamente alla realizzazione di cordoli sommitali. Questa particolare deroga è presumibilmente dettata dal fatto che l’aumento (se pur lieve) di altezza, e quindi di azione sismica, viene ampiamente compensato dagli effetti benefici che una cordolatura sommitale fornisce a una struttura in muratura.

Va comunque inteso che le scelte del progettista debbano corrispondere a quanto indicato dalla normativa: è infatti chiaro che per cordolo si intende una struttura in materiale tensoresistente (acciaio, calcestruzzo armato o legno) che deve comunque presentare una altezza ragionevole in relazione dell’espletamento del proprio compito: garantire un efficace collegamento tra strutture verticali e orizzontali e, conseguentemente, il comportamento scatolare di una struttura in muratura.

Sopraelevazione

Fig.1_Schematizzazione di un ampliamento di superficie abitabile a seguito di sopraelevazione

Il cordolo non dovrà gravare con un aumento eccessivo di carico sulle strutture esistenti, progettate e calcolate secondo condizioni dettate dalla scelta dei materiali dell’epoca a cui fa riferimento la costruzione.

Oltre alla specifica sopra citata, la norma fornisce un ulteriore chiarimento: se la sopraelevazione della copertura comporta un aumento della superficie abitabile (a livello del sottotetto), l’intervento edilizio ricade automaticamente in “intervento di adeguamento” (Figura 1). Questo punto è interessante in quanto la variazione di destinazione d’uso dell’ultimo livello comporta un aumento dei carichi variabili e la modifica della relativa Categoria (da Categoria H a Categoria A, ai sensi della Tabella 2.5.I delle Norme Tecniche).

In questo modo si ha un incremento della massa sismica proprio in corrispondenza dell’ultimo impalcato che quindi causerà un incremento non trascurabile delle azioni orizzontali a carico della sottostante struttura.

Sopraelevazione e sisma: cosa può comportare un intervento sbagliato?

Analizziamo ora in dettaglio le ragioni per cui la realizzazione di un sopralzo può comportare un peggioramento del comportamento strutturale di un fabbricato.

L’abbinata sopraelevazione e sisma, in una costruzione ha un’implicazione molto semplice: l’aumento dell’altezza della costruzione. Essendo l’azione sismica una forza di massa, un aumento dell’altezza della costruzione si accompagna solitamente anche ad un incremento della massa; conseguentemente l’azione sismica risulterà (quasi) sempre maggiore rispetto alla configurazione originaria.

Un altro aspetto tutt’altro che marginale è l’amplificazione delle sollecitazioni scaturite da un evento sismico, legata all’incremento della quota di applicazione delle masse aggiuntive.

Per meglio comprendere questo aspetto, è possibile assimilare una costruzione ad un oscillatore dotato di più masse collocate in corrispondenza degli impalcati e delle chiusure (Figura 2). La variazione dell’altezza comporta un incremento della sollecitazione flettente alla base dell’oscillatore legata all’aumento del braccio di momento.

Sopraelevazione e sisma

Fig.2_Schematizzazione dell’incremento di sollecitazioni sismiche a seguito di un’ ipotetica sopraelevazione

È possibile trovare facilmente riscontro di quanto detto andando ad analizzare i danni legati ad eventi sismici di edifici precedentemente soggetti a intervento di sopraelevazione.

Nell’immagine di copertina si riporta, ad esempio, il danneggiamento di un edificio a seguito della scossa sismica, datata 24 agosto 2016, che ha colpito il Centro Italia. Nel caso proposto, si osservano danni sulle murature dei due livelli inferiori favoriti da uno scellerato intervento di sopralzo, presumibilmente ascrivibile agli anni ’70-80.

I maschi murari dei livelli inferiori, oltre ad avere risentito dell’incremento di carico verticale legato al sopralzo, hanno subito l’aumento delle azioni taglianti e flettenti. Tutto ciò, combinato alla scarsa qualità muraria dei livelli inferiori, ha comportato gravi fessurazioni diagonali che hanno reso ovviamente inagibile il fabbricato.

Il testo è di Francesco Cortesi, Laura Ludovisi, Valentina Mariani.

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“Che sia chiaro a tutti: non è una questione di materiali, ma piuttosto di progettazione e corretta esecuzione. D’altronde le Norme Tecniche per le Costruzioni e gli Eurocodici disciplinano l’impiego in zona sismica di diverse soluzioni costruttive”. A dirlo, a seguito dei danni provocati dal Terremoto in Centro Italia e documentati anche da una raccolta fotografica realizzata dagli ingegneri di ISI (leggi l’articolo), è Luigi Di Carlantonio, numero uno dell’ANDIL, l’associazione confindustriale che riunisce i produttori di laterizi.

I crolli che hanno interessato gli edifici dei centri di Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e Pescara del Tronto (oltre che di varie frazioni piccole e piccolissime), sottolinea Di Carlantonio “hanno riguardano fabbricati vetusti di secoli di ‘edilizia povera’ in muratura di pietra, mentre, come già riscontrato ad esempio nel terremoto dell’Emilia, gli edifici moderni hanno dato prova di adeguata resistenza”.

Il presidente di ANDIL, in ogni caso, traccia una sorta di sentiero a tappe per affrontare il tema della messa in sicurezza del patrimonio edilizio italiano. Un’impresa dai costi elevatissimi, che l’economista Alberto Quadrio Curzio definisce oggi sul Sole 24 Ore “esorbitanti”, osservando come “la popolazione italiana esposta al rischio idrogeologico è stimata in 6 milioni, mentre sono 22 milioni i cittadini che vivono in zone a rischio sismico”.

Per Di Carlantonio, che si pone nel solco delle precedenti dichiarazioni del presidente del CNI, Armando Zambrano e di altri esponenti del mondo delle professioni tecniche, “non è più prorogabile la «classificazione sismica degli edifici»”.

“Possibile che ci si preoccupi così tanto dei consumi energetici e si trascuri totalmente la sicurezza sismica dell’ambiente in cui si vive?”, si domanda Di Carlantonio.

Intanto il Governo si muove e ieri sono state presentate le linee guida e i contenuti del programma Casa Italia (leggi il resoconto su Ediltecnico.it), che viene giudicata una occasione “per una programmazione di lungo periodo per la messa in sicurezza del territorio e la riqualificazione del costruito”

Ovviamente il discorso vira sulla parte tecnologica dei materiali e qui il presidente di ANDIL non pare tentennare: “La sicurezza sismica impone risposte concrete ed affidabili soprattutto per la salvaguardia della vita umana e il contenimento dei danni”.

Entrando nel dettaglio, Di Carlantonio spiega che “oggi esistono tecniche per costruire e risanare in sicurezza, mitigando opportunamente il rischio sismico ed anche l’industria dei laterizi ha validato con apposite ricerche condotte dai primari laboratori ed Università, soluzioni di ultima generazione di muratura strutturale ordinaria e di muratura armata per i più alti livelli di pericolosità sismica del territorio. Senza dimenticare i sistemi di tamponamento in laterizio nelle strutture a telaio, per i quali sono state elaborate opportune regole di progettazione ad integrazione delle Norme Tecniche per le Costruzioni e sviluppate innovative configurazioni facenti uso di speciali componenti dissipativi. Tale soluzione, recentemente verificata su tavola vibrante presso i laboratori Eucentre – Università di Pavia, si è dimostrata capace di resistere a terremoti particolarmente violenti e potenzialmente molto distruttivi, ben superiori a quelli de L’Aquila e di Amatrice”.

Credits Immagine: Protezione Civile

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Catene murarie e incatenamenti delle strutture in muratura sono stati “riscoperti” in occasione dei sopralluoghi degli ingegneri e dei tecnici della Protezione civile a seguito del terremoto del 24 agosto 2016 in Centro Italia (vedi in proposito la documentazione fotografica dei danni strutturali agli edifici realizzata dagli esperti di ISI) e, ancora prima, del sisma dell’aprile 2009 in Abruzzo. In questo articolo, l’ingegner Stefano Valentini affronta il tema specifico.

Per quanto riguarda le strutture in muratura uno degli interventi più utilizzati è quello dell’incatenamento che consiste in un sistema di presidio e consolidamento dell’edificio in muratura costituito da catene e tiranti in grado di ricostituire e restituire un comportamento scatolare e monolitico della scatola muraria.

Gli incatenamenti sono efficaci sia per le pareti murarie poste in contiguità , sia per le pareti murarie contrapposte, sia per le pareti murarie sottoposte all’azione di elementi spingenti come, ad esempio,  volte non mutuamente contrastate o sufficientemente equilibrate da masse murarie. Sono cioè in grado di fare interagire mutuamente le murature e di fornire una risposta “globale” nei confronti delle azioni orizzontali contenendo l’entità degli spostamenti e delle rotazioni delle pareti stesse e consentendo la mitigazione della vulnerabilità per innesco di possibili meccanismi cinematici di ribaltamento per rotazione.

Gli incatenamenti sono efficaci per contenere le spinte non contrastate degli elementi voltati (archi e volte) e degli elementi spingenti (travi inclinate, capriate prive di tiranti e/o catene), in assenza di cordoli perimetrali, in caso di cedimenti differenziali delle fondazioni, per migliorare il comportamento scatolare e per limitare gli spostamenti relativi di differenti parti strutturali.
Infine possono essere utilizzati come presidio provvisorio di consolidamento per contrastare dissesti e cinematismi che investono il fabbricato.

Gli incatenamenti costituiscono un sistema di rinforzo ampiamente sperimentato ed applicato in organismi murari di tutti i tipi, anche in quelli molto antichi.

I tipi di incatenamenti degli edifici

Esistono diversi tipi di incatenamenti che vengono utilizzati nella pratica corrente; tra questi ci sono
le catene metalliche, costituite generalmente da barre tonde o da piatti e dai relativi sistemi di ancoraggio alle testate delle pareti murarie, i tiranti in acciaio ad alto limite elastico, come ad esempio le barre post-tese in acciaio speciale per c.a.p., trefoli, cavi in acciaio armonico e i relativi sistemi di ancoraggio, le travi in legno o metalliche che costituiscono gli elementi portanti degli orizzontamenti di piano e dei solai.

Per quanto riguarda gli interventi di collegamento di solai in legno alle pareti in muratura, si può in generale considerare i solai come elementi strutturali atti a conseguire il richiesto mutuo incatenamento delle pareti murarie, se questi rispettano determinate regole.
Con tale tecnica si utilizzano le travi costituenti gli elementi portanti degli orizzontamenti di piano e i relativi sistemi di ancoraggio alle pareti murarie vincolandole, per mezzo della posa in opera di chiavarde, capichiave o ancoraggi di ammorsamento, alle murature portanti sia parallele che ortogonali all’orditura. Si contribuisce in tale modo a solidarizzare l’impianto murario portante verticale complessivo costituito dai muri perimetrali e di spina su cui sono impostati gli orizzontamenti.

Negli ultimi anni tale tecnica è stata sviluppata anche con l’ausilio di tecnologie e materiali innovativi con l’utilizzo di ancoraggi realizzati in materiali compositi come fibre in carbonio e fibre metalliche ad elevata resistenza meccanica, adeguatamente posati con matrici epossidiche alle travi lignee e risvoltati con formazione di testa di contrasto sulla superficie esterna della parete muraria.
La possibilità di utilizzare i solai  come elementi utili anche a svolgere la funzione di incatenamento delle pareti murarie, deve essere ovviamente valutata attentamente soprattutto in funzione della qualità muraria delle pareti di ancoraggio, dello stato conservativo delle stesse travi portanti e dell’effettiva rigidezza di piano dei solai.

Pertanto, prima della posa in opera degli incatenamenti, dovrà valutarsi attentamente la qualità dei paramenti murari, soprattutto in corrispondenza delle zone di attestamento dei presidi di contrasto, poiché proprio in queste zone si determinano elevate azioni locali di compressione e punzonamento,
Solitamente è bene fare attenzione in caso ci si trovi di fronte a murature con tessitura in pietre di piccole dimensioni, informi e con scadente qualità della malta di allettamento.
È necessario cioè valutare l’opportunità di procedere, prima della posa in opera degli incatenamenti, all’esecuzione di opere di preconsolidamento locale come, ad esempio migliorando in generale la qualità della muratura.

Articolo dell’ing. Stefano Valentini

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L’associazione di Ingegneria Sismica Italiana (ISI) ha diffuso un primo utile documento di valutazione a uso degli ingegneri strutturisti e i progettisti con una abbondante raccolta di materiale fotografico preso dai luoghi del Terremoto in Centro Italia.

Si tratta di una documentazione di oltre 70 pagine di prima analisi che, come specifica la stessa ISI, serve da spunto per i professionisti delle costruzioni ma che non deve essere considerata definitiva e potrebbe subire delle variazioni a una successiva e più approfondita valutazione tecnica e scientifica.

Crediamo però si tratti di uno strumento prezioso per il lavoro e per la cultura di ogni professionista. Rimandando al download del documento completo il cui report è stato realizzato dagli ingegneri Andrea Barocci e Corrado Prandi con la collaborazione dell’ing. Paolo Segala, presentiamo qui solo una piccola selezione di commenti e foto che testimoniamo i danni strutturali subiti dagli edifici di Amatrice a causa del Terremoto in Centro Italia.

Scarsa qualità dei leganti

Nei crolli sono riconoscibili elementi in sasso nelle dimensioni minime, privi di porzioni di legante in aderenza, a testimonianza della bassa qualità del legante presente, polverizzato e privo di aderenza al sasso; questi ultimi poi hanno prevalentemente una sagoma tondeggiante, non squadrata, oltre che dimensione molto inferiore allo spessore delle murature che pertanto non prevedono generalmente elementi passanti trasversalmente che possano contenere gli sbandamenti trasversali dei paramenti interno ed esterno.

leganti

Disomogeneità dei paramenti murari

Gli edifici molto danneggiati spesso permettono di riconoscere paramenti murari molto disomogenei nei componenti e rimaneggiati nella geometria, con verosimile incremento degli indebolimenti locali; spesso sono riconoscibili interventi locali di apparente consolidamento degli impalcati, causanti un appesantimento certo ed un irrigidimento nel piano solo presunto; i maschi murari a sostegno o delimitazione degli impalcati spesso non sono efficacemente connessi agli stessi, favorendo distacchi e ribaltamenti delle murature, con crolli locali, progressivi o completi del fabbricato.

disomogeneita

Pochi danni rilevanti

Alcuni edifici storici di maggior pregio non hanno subito danni rilevanti probabilmente per la presenza di murature con elementi lapidei squadrati e minore entità di rimaneggiamenti per il riposizionamento delle aperture.

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Tiranti

I tiranti metallici posizionati con una certa diffusione, hanno dimostrato efficacia nel contenere i ribaltamenti delle murature dotate di sufficiente omogeneità, ma si sono rivelati ininfluenti per contenere azioni su murature disgregate.

Si evidenziano comunque anche “casi studi” sull’uso dei tiranti, come nella seconda foto, nella quale sono stati inseriti esclusivamente a piano primo e non in copertura.

tiranti_1

tiranti_2

A questo link si può scaricare l’intero documento fotografico e di primo commento sui danni strutturali agli edifici predisposto da ISI.

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Non esistono ricette miracolose e nessuno ha la pretesa (o l’arroganza) di stilare una formula magica che possa dall’oggi al domani risolvere il problema della sicurezza sismica del patrimonio edilizio nazionale. Se ne parla da tanto e, come è lecito aspettarsi, il dibattito si infiamma e torna alla ribalta puntualmente dopo ogni sconvolgente disastro come quello del Terremoto in Centro Italia. Recentemente Renzo Piano ha detto, probabilmente correttamente, che per una “soluzione” del problema ci vorranno almeno un paio di generazioni.

Ma intanto, ci pare sensata la proposta in quattro punti che Finco, la Federazione che riunisce le industrie dei prodotti dei servizi e delle opere specialistiche delle costruzioni, ha avanzato in questo giorni. Ripetiamo, non si tratta di una formula miracolosa ma di una base che, secondo la federazione “potrebbe almeno attenuare tragedie come quella accaduta lo scorso 24 agosto”. E allora vediamole assieme queste proposte che potrebbero anche essere inserite all’interno della prossima Legge di Stabilità 2017 la cui discussione partirà, come di consueto, in autunno.

Primo ingrediente: un orizzonte certo per le detrazioni

Il primo ingrediente della ricetta è quasi scontato. Sarebbe il caso di rendere finalmente stabili le detrazioni fiscali “importanti”, quelle del 65% per intenderci, senza dovere assistere ogni anno al solito balletto “proroga delle detrazioni sì, proroga delle detrazioni no. Dal momento che, purtroppo, la ripresa economica stenta a decollare con forza, un orizzonte stabile per cui programmare le opere di messa in sicurezza degli edifici sarebbe senz’altro un incentivo ulteriore a rendere sicure le nostre case. Sempre che poi, va detto, non si debba assistere a squallide vicende come la “messa a norma antisismica” della scuola di Amatrice che è collassata come un castello di carta. Il discorso inoltre di chiamare Bonus Casa, anziché Ecobonus l’incentivo per la messa in sicurezza sismica degli edifici non è poi così secondario o banale come si potrebbe pensare. La capacità di “comunicare” efficacemente con i cittadini è essenziale e anche questa piccola variazione potrebbe essere utile.

Secondo ingrediente: tutta l’Italia è sismica

Oggi gli incentivi fiscali per l’adeguamento sismico del costruito sono fruibili da coloro che possiedono edifici che insistono nelle zone di pericolosità sismica 1 e 2, ossia le più esposte al rischio di terremoto. Finco propone di estendere la possibilità di usufruire delle agevolazioni anche per le altre zone (la 3 e la 4) meno soggette al pericolo, ma non esenti.

Il ragionamento alla base di questa richiesta è semplice: “se le stesse Norme Tecniche per le Costruzioni” – scrive Finco – “rendono obbligatoria una progettazione che tenga conto degli effetti sismici in tutti gli edifici del Paese, non si capisce perché alcune zone non dovrebbero poter fruire di tale detrazione volta a fronteggiare appunto l’insicurezza sismica”.

Terzo ingrediente: assicurazione obbligatoria antisismica

Il terzo ingrediente proposto da Finco non sarà certamente gradito al palato di Assoedilizia. Parliamo dell’assicurazione obbligatoria del fabbricato dai rischi sismici. Oggi il patrimonio edilizio che può contare su una polizza è residuale (si parla di appena l’1% del totale). Il motivo, evidenziano dalla Federazione degli industriali delle costruzioni, è anche dovuto al fatto che non esistono supporti adeguati a spingere i cittadini a compiere tale passo. Parliamoci chiaro: gli italiani, popolo di proprietari di casa, in questi anni non hanno avuto tanta possibilità di mettere da parte risorse finanziarie e il bene “Casa” è stata sempre un comodo “Bancomat” da cui attingere con balzelli, tasse e imposte varie un congruo tesoro per le casse statali.

Quali strumenti? Per esempio la possibilità di portare in detrazione le spese della polizza, non solo a livello di singolo manufatto, ma anche di blocco o condominio attraverso maggioranze semplificate. Il costo dovrebbe essere calmierato a non più di 100-150 euro l’anno e, soprattutto, dovrebbe essere predisposta una polizza standard “che assicuri i proprietari di immobili, uffici ed aziende di non incorrere in franchigie, esclusioni o altre eccezioni inappropriate o vessatorie”. Insomma: l’assicurazione deve essere un ombrello che venga aperto nel caso del bisogno e non uno che venga chiesto indietro quando inizia a piovere!

Quarto ingrediente: le nuove NTC

Ultimo ingrediente della ricetta proposta da Finco sarebbe quella di vedere finalmente licenziato il testo delle nuove norme tecniche per le costruzioni, approvate dal Consiglio superiore dei Lavori pubblici a novembre del 2014 e rimaste poi impantanate in un acquitrino di interessi e discussioni infinite fino a oggi. Pare, e si badi, pare che siamo a una svolta: il nuovo testo insieme con la circolare esplicativa delle NTC dovrebbe vedere la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale entro la fine dell’anno.

Conclusioni

Come si vede, non si tratta di soluzioni miracolistiche, ma di proposte che si ritengono di buon senso e che possono e anzi devono essere integrate con le altre che arrivano dai vari attori della filiera. Si pensi, ad esempio, alla istituzione del fascicolo del fabbricato di cui abbiamo parlato più volte sia su queste pagine, sia sul sito amico di Ediltecnico con le riflessioni dell’ing. Mecatti.

Sempre Finco, per esempio, propone all’interno della propria proposta “Per un’Italia più bella e più sicura” di effettuare una due diligence del costruito per “onde rilevare lo stato di sicurezza sismico dei fabbricati”. In questo senso non possiamo fare a meno di pensare anche alle linee guida per la valutazione della vulnerabilità sismica approntate da ISI (Ingegneria Sismica Italiana) e non ancora diffuse.

Credits immagine: lifegate.it

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È una sorta di eterno ritorno, quello a cui si assiste ogni volta che il nostro Paese viene sconvolto da un terremoto devastante come è stato il sisma in Centro Italia, che ha colpito Lazio e Marche il 24 agosto scorso, provocando 290 vittime. Stiamo parlando della discussione sull’istituzione del Fascicolo del Fabbricato, una sorta di carta di identità degli edifici dove verrebbero registrate le opere di manutenzione straordinaria e, idealmente, lo stato di resistenza al sisma.

A ribadire la necessità del fascicolo del fabbricato è Armando Zambrano, presidente degli Ingegneri e coordinatore della Rete delle Professioni Tecniche. “Per programmare seriamente modalità e tempi di esecuzione degli interventi di prevenzione del rischio sismico”, ragiona il numero uno del CNI, “si ha la necessità di una conoscenza più approfondita e precisa dello stato di sicurezza dei fabbricati”.

Che fare allora? Per Zambrano “è fondamentale prevedere il fascicolo del fabbricato, che contiene tutte le informazioni necessarie sugli aspetti che riguardano la stabilità e la sicurezza ai fini della protezione”, soprattutto dagli eventi sismici.

Il dibattito sul fascicolo del fabbricato si inserirebbe in un piano nazionale di prevenzione del rischio sismico, su cui il Premier Renzi e il Ministro del MIT, Delrio, hanno speso parole di impegno. Dovrebbe essere uno “strumento caratterizzato da una spiccata azione multidisciplinare”, dice Maurizio Savoncelli, consigliere della Rete delle Professioni Tecniche e presidente dei Geometri italiani, che “dovrà essere approntato con un ruolo attivo dei cittadini supportati dai loro professionisti tecnici, adeguatamente reso praticabile da misure economiche che lo rendano attuabile e sostenibile”.

E proprio sui costi, è sempre il CNI ha stimare in 93 miliardi di euro l’importo necessario per la messa in sicurezza del patrimonio abitativo degli italiani. Tale cifra è stata calcolata applicando i parametri medi dei capitolati tecnici per interventi antisismici. Complessivamente si parla di circa 12 milioni di immobili da risanare e da sottoporre a opere di sicurezza statica con un coinvolgimento di una popolazione di circa 23 milioni di italiani.

Una parte dei fondi necessari per avviare quest’opera così impegnativa potrebbero venire da quelli messi a disposizione dall’Europa dove, riflette Zambrano, “abbiamo qualche difficoltà a fare capire ai nostri partner europei l’importanza dell’aspetto sismico”. È noto, infatti che se paragoniamo la quantità di norme e di strumenti messi in campo per l’efficienza energetica a quelle per la riduzione del rischio sismico, la prima vince su tutti i fronti “Ciò accade perché il problema è percepito come marginale”, spiega il presidente del CNI, “dal momento che riguarda essenzialmente l’Italia e la Grecia. Sarebbe invece importante ottenere dei risultati su questo terreno, perché si potrebbero dirottare preziosi fondi europei sulla riduziofabbrine del rischio sismico” … magari iniziando con il fascicolo del fabbricato di cui, temiamo, torneremo ad occuparci solo alla prossima sciagura (a proposito di “eterni ritorni”).