La pubblicazione del documento, non vincolante, “Linea guida sull’applicazione della disciplina per l’utilizzo delle terre e rocce da scavo” è stata annunciata sul sito istituzionale dell’ SNPA – Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente.

A detta dell’ SNPA, il documento rappresenta un manuale che aiuta a sciogliere alcuni dubbi interpretativi della normativa, che con il DPR del 13 giugno 2017, n. 120 aveva compiuto notevoli passi avanti.

La linea guida è stata approvata dal Consiglio Federale del Sistema Nazionale per la protezione dell’ambiente nella delibera del 54/2019 e tra gli argomenti approfonditi al suo interno vi sono:

Perché una linea guida sulle terre e rocce da scavo?

A predisporre il documento è stato il Gruppo di Lavoro n. 8 “Terre e rocce da scavo”, costituito nell’ambito delle attività previste dal programma triennale 2014-2016 del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente ed avente come finalità quella di produrre manualistica per migliorare l’azione dei controlli attraverso interventi ispettivi sempre più qualificati, omogenei e integrati.

Come chiarito nell’introduzione del testo, la linea guida “è finalizzata ad assicurare l’armonizzazione, l’efficacia, l’efficienza e l’omogeneità dei sistemi di controllo e della loro gestione nel territorio nazionale, nonché il continuo aggiornamento, in coerenza con il quadro normativo nazionale e sovranazionale, delle modalità operative del Sistema nazionale e delle attività degli altri soggetti tecnici operanti nella materia ambientale”.

Le disposizioni contenute non hanno valore normativo ma rappresentano un utile strumento di supporto nell’applicazione delle normative di riferimento in materia di terre e rocce da scavo in particolare per quanto concerne il DPR del 13 giugno 2017, n. 120 “Regolamento recante la disciplina semplificata della gestione delle terre e rocce da scavo, ai sensi dell’art. 8 del decreto legge 12 settembre 2014 n. 133, convertito con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014, n. 164”.

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Terre e rocce da scavo. Cosa dice in merito il DPR 120/2017?

Lo scopo di questo ultimo intervento normativo è dunque la semplificazione dell’intera disciplina vigente in materia, riducendola per quanto possibile ad un unico testo, integrato, autosufficiente e internamente coerente, riconducendo in un unico corpo normativo le disposizioni fino ad oggi vigenti che riguardano la gestione delle terre e rocce da scavo e che sono contenute nelle seguenti norme, tra le quali:

Tali norme, di conseguenza, sono state abrogate a decorrere dalla data di entrata in vigore del regolamento stesso, ovvero il 22 agosto 2017. Inoltre, lo schema di regolamento, in conformità ai criteri dettati dalla legge delega, disciplina:

Nell’intento di regolare in maniera organica ed esaustiva la materia delle terre e rocce da scavo e in coerenza con il criterio di delega che prevede “il coordinamento formale e sostanziale delle disposizioni vigenti, apportando le modifiche necessarie per garantire la coerenza giuridica, logica e sistematica della normativa”, il nuovo regolamento tratta anche l’utilizzo in sito di terre e rocce escluse dalla disciplina sui rifiuti e la gestione delle terre e rocce da scavo nei siti oggetto, questi ultimi aspetti approfonditi al punto 4 della guida SNPA.

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Manca poco al WTC 2019 – World Tunnel Congress che si terrà a Napoli dal 3 al 9 maggio 2019 presso la Mostra d’Oltremare. Un evento promosso dalla Società Italiana Gallerie (SIG) e dall’International Tunnelling and Underground Space Association (ITA- AITES) che vede coinvolti esperti del settore, docenti e ricercatori universitari, professionisti, società di ingegneria, grandi committenze e rappresentanti delle principali società di costruzione del comparto.

La città partenopea, scelta per le sue peculiarità ingegneristiche, archeologiche, architettoniche ed artistiche, offre esempi di uso e valorizzazione del sottosuolo non solo storici, con i tunnel sotterranei dell’epoca greco-romana, ma anche moderne soluzioni tecniche adottate per la realizzazione delle stazioni della metro Toledo, Università e Garibaldi per le quali sono state utilizzate tecniche per la stabilità ed il controllo del flusso di acqua durante lo scavo delle piattaforme e dei passaggi delle gallerie, operazioni rese necessarie a causa della falda freatica che rende necessaria la valutazione del possibile afflusso di acqua nel caso di lavori in sotterraneo.

Le tecniche innovative adottate nella progettazione, hanno avuto carattere sperimentale, su larga scala; perciò, la costruzione della linea della metropolitana è stata accompagnata da un intenso programma di monitoraggio progettato per misurare e/o controllare i processi di costruzione e i loro effetti sulle strutture adiacenti, che, per estensione e completezza, rappresentavano un’occasione unica per raccogliere dati sul campo delle prestazioni di AGF.

Non unicamente tecnica a caratterizzare le stazioni Toledo, Università e Garibaldi che colpiscono per la loro bellezza artistica.

WTC 2019

Stazione metro Garibaldi Napoli

Le città scenario dell’internazionale WTC prima di Napoli, sono state Dubai (2018), Bergen (2017) e San Francisco (2016). Si tratta infatti di un evento che coinvolge tutte le nazioni che hanno contribuito all’invio dei 730 paper al Comitato Scientifico del World Tunnel Congress 2019: Giappone 52 testi, 44 dalla Francia e altrettanti dalla Cina, i lavori provenienti dall’Italia sono la maggioranza tuttavia contributi sono stati inviati anche da Stati Uniti, Australia e Iran.

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Di cosa si parlerà al WTC 2019?

I 5 temi principali del Congresso WTC 2019 sono: ingegneria, innovazione, archeologia, architettura e arte. Tematiche che saranno approfondite scientificamente con l’obiettivo di fare il punto sullo stato dell’arte e sulle più recenti innovazioni del settore.

Il programma del WTC 2019 è organizzato in canali tematici e topic con sottocategorie specifiche, con l’obiettivo di fornire risposte mirate al target dei professionisti coinvolti. Tra gli argomenti in agenda:

Spazio sarà dato alla digitalizzazione, in crescente rialzo nel settore. Paper descrivono dell’ingresso su vasta scala del BIM nel mondo del tunneling, ma anche di Big Data e in generale di progetti e processi legati ad una migliore gestione delle informazioni. Data l’importanza crescente dell’informatica per il settore, associazioni come l’ITA (International Tunnelling Association) e SIG (Società Italiana Gallerie) hanno scelto di tenere un corso specifico sull’engineering 4.0 nei giorni immediatamente precedenti al Congresso.

“Ampia partecipazione con paper dedicati alle nuove tecnologie, anche dei sistemi di monitoraggio e controllo, oltre che allo scavo meccanizzato e ai nuovi materiali. Nei testi arrivati dall’estero – ha commentato Daniele Peila, professore del Politecnico di Torino e membro dello Scientific Advisory Board del WTC2019   – abbiamo riscontrato un particolare interesse verso nuove tecnologie e materiali per il consolidamento dei terreni e degli ammassi rocciosi”.

Saranno oltre 150 i relatori e ad essere attesi sono circa 2 mila partecipanti provenienti da ogni parte del mondo perché il WTC 2019 rappresenta un’occasione di scambio, networking e aggiornamento.

Chi interverrà durante il WTC 2019?

L’apertura del WTC 2019 è prevista per lunedì 6 maggio 2019, con l’Opening Ceremony, tuttavia nelle giornate precedenti (dal 3 maggio al 5 maggio) sono previsti corsi tematici e gruppi di lavoro internazionali saranno in piena attività.

Sono programmate dal 6 all’ 8 maggio 2019 conferenze, seminari e workshop sul mondo della progettazione e delle costruzioni legate alle opere in galleria. Tra gli interventi di rilievo, sulla tecnica e progettazione del sotterraneo, sono previsti:

è previsto il rilascio di crediti formativi CFP?

La partecipazione all’evento prevede il rilascio di crediti CFP. Il Consiglio Nazionale degli Ingegneri ha deliberato:

Mentre il Consiglio Nazionale dei Geologi ha deliberato:

Il Consiglio Nazionale degli Architetti (al fine del riconoscimento dei CFP, gli iscritti dovranno autocertificare la partecipazione al congresso sulla piattafoma formativa iM@teria) ha deliberato:

L’assegnazione dei crediti ai partecipanti avviene dopo aver verificato il 100% della presenza.

La manifestazione è patrocinata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, della Regione Campania e del Comune di Napoli.

Aderiscono al WTC 2019 anche le associazioni di categoria e ordini del settore, quali ANCE, OICE, Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Ingegneri, Collegio Ingegneri Ferrovieri Italiani, Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori, il Consiglio Nazionale dei Geologi, l’Associazione Geotecnica Italiana e l’Associazione Georisorse e Ambiente.

Immagine di copertina stazione metro Toledo Napoli.

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Ai tunnels canale di Suez viene ricondotto un record: quello sulla velocità di escavazione.

Non suona straordinario perché alla grande opera di ingegneria idraulica sono riconducibili numeri e risultati di rilevanza non solo ingegneristica ma anche sociale. Difatti l’inaugurazione del canale di Suez, avvenuta nel novembre del 1869, ha segnato un grande cambiamento nella storia commerciale a livello mondiale.

Il canale artificiale navigabile che taglia l’istmo di Suez rese possibile la navigazione diretta nel Mediterraneo, evitando la circumnavigazione dell’Africa. Quest’anno la grande opera compie 150 anni e ad essere state coinvolte nella nascita ed evoluzione del Canale egiziano sono state anche maestranze e menti italiane.

L’opera idraulica, nel corso degli anni, ha subito cambiamenti ed evoluzioni per migliorare sempre di più i collegamenti tra oriente ed occidente. Un’opera che nel 2015 vide l’inaugurazione del raddoppio, strutturato per consentire la navigazione lungo le due direzioni opposte. Gli interventi attuati per l’ampliamento, hanno contribuito all’aumento delle merci in transito nel Canale di Suez. Il 2018 è stato un anno record per via del numero di navi , oltre 18 mila con un +3,6%, e di cargo trasportato, 983,4 milioni di tonnellate ovvero un +8,2%. Dati diffusi da Srm (Studi e Ricerche per il Mezzogiorno) del Gruppo Intesa San Paolo nel corso di un convegno a Napoli,tenutosi lo scorso febbraio.

Oggi, si torna nuovamente a parlare del canale di Suez e questa volta per via del progetto del collegamento della penisola di Suez con il resto dell’Egitto garantito dai tre tunnels a Port Said, tre tunnels in Ismailia e, in futuro, tre tunnels nella città di Suez. Opere nate con l’obiettivo futuro di attraversare in soli 10 minuti il Canale di Suez.

Tunnels canale di Suez: progetto ambizioso, realizzazione italiana

Per la realizzazione dei due tunnels canale di Suez, nell’area di Ismailia, è stato individuato, come appaltatore, un Consorzio di imprese formato da Petrojet – Petroleum projects and technical consultations company e da Concord – concord for engineering & contracting.

Le società egiziane hanno intrapreso una collaborazione con due imprese europee specialiste a livello mondiale per la realizzazione di gallerie: la francese Razel-Bec e la Cooperativa Muratori e Cementisti (C.M.C.) di Ravenna. Il contratto di Subappalto a cui partecipa l’italiana C.M.C. riguarda la realizzazione di due tunnels autostradali, dalla lunghezza di 4.840 metri e diametro di 11.40 metri.

Tunnels canale di Suez

Realizzazione tunnels stradali_©Cooperativa Muratori & Cementisti

Tuttavia non si tratta della prima opera sotterranea realizzata dalla cooperativa ravennate che nell’area di Suez, realizzò l’opera idraulica del sifone El Salaam verso la fine degli anni Novanta articolata in quattro distinti tunnel collegati dalle strutture di presa e di restituzione realizzate in cemento armato. Ciascun tunnel, dell’opera idraulica che serve l’acqua del Nilo nel Sinai, è lungo 750 metri e presenta un profilo altimetrico costituito da un primo tratto in discesa lungo 200 metri, un tratto intermedio in piano lungo 350 metri ed ulteriori 200 metri in salita.

Tunnels canale di Suez

Sifone El Salaam_©Cooperativa Muratori & Cementisti

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Record di escavazione e tecniche per astronauti

Il progetto prevede, oltre allo scavo delle due gallerie, la realizzazione di 10 collegamenti tra le gallerie stesse.

I due tunnels canale di Suez scavati con due TBM Mix-shield (slurry), dal diametro di circa 13 metri sono stati lo scenario di applicazione di innovative soluzioni tecniche.

La sostituzione dei dischi di taglio della TBM, come riportato da Ansamed hanno consentito di “ottenere, e certificare, il record del mondo per produzioni mensili per tunnel con diametri simili a quello di Ismailia” con una massima produzione giornaliera è stata di 34 metri, quella settimanale di 206 metri e la mensile di 628 metri.

Le operazioni di scavo del primo tunnel sono partite nel giugno 2016 e sono terminate il 4 dicembre 2017. Il completamento del secondo tunnel è avvenuto nel giro di un anno e mezzo. Il record di escavazione è stato possibile grazie alla meccanizzazione.

La manutenzione della testa della talpa TBM ha richiesto l’operatività dei tecnici in una “camera iperbarica”, man lock, per periodi di tempo fino a 28 giorni. Gli specialisti, paragonabili a degli astronauti, hanno usufruito di una speciale capsula, living chamber pressurizzata a 6 bar, posta fuori dal tunnel, composta da locali e servizi.

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La TBM – Tunnel Boring Machine è una fresa meccanica a sezione piena che agisce nel sottosuolo. La si può considerare la regina incontrastata dello scavo meccanizzato per le gallerie di lunghezze superiori ai 3 chilometri.

L’identificazione delle macchine con nomi propri, le rende ancora più protagoniste, dei veri e propri bracci destri nella realizzazione dei tunnel.

L’evoluzione delle infrastrutture, le necessarie esigenze di sviluppo dei collegamenti, quindi il suo indispensabile impiego, hanno portato ad un perfezionamento del macchinario, rendendolo sempre più efficiente ed in grado di adattarsi a tipologie e condizioni di terreno che interessano l’area di progetto.

Il compito delle TBM, non è limitato al solo scavo, ma prevede anche il posizionamento dei conci prefabbricati che rivestono le pareti dei tunnel, inoltre, se del tipo duale la macchina è in grado di estrarre il materiale attraverso un nastro trasportatore ed una coclea d’estrazione, adeguandosi a condizioni geologiche variabili.

Lo scudo, è il cilindro d’acciaio che contiene la macchina, alla cui estremità anteriore è montata una testa rotante, dotata di strumenti di taglio che sono i principali attori dello scavo, mentre le scarpe grippers mediante spinta idraulica, consentono l’ancoraggio contro le pareti della galleria.

Le azioni di spinta e contemporanea rotazione della testa, contro il fronte, contribuiscono alla realizzazione di uno scavo continuo, mentre la raccolta del materiale di risulta avviene attraverso sistemi di smarino come ad esempio nastri trasportatori o vagoni, verso la discarica esterna al tunnel.

La TBM, presenta vantaggi in termini di sicurezza sul lavoro. Difatti gli infortuni più diffusi interessano i lavori in sotterraneo e tra le cause maggiori, vi sono le frane dal fronte di scavo e scavi con esplosivo. Il contenimento dei cedimenti di terreno e la riduzione delle vibrazioni, inoltre, garantiscono la salvaguardia delle strutture soprastanti (edifici, infrastrutture, ecc.).

Di contro, lo scavo meccanizzato, richiede tempistiche di gestione della macchina svantaggiose, come il montaggio, la manutenzione ed il fermo macchina, così come la necessità di ampi spazi per il montaggio ed i costi di manutenzione e noleggio.

Come avviene lo smontaggio di una TBM?

Risale al 1952, la prima macchina TBM, assimilabile alle attuali, realizzata nella storia delle macchine da scavo e presentava un diametro di 8 metri. Il padre fu James Robbins che progetto la TBM per scavare la galleria di deviazione della diga Oahe.

Da allora l’evoluzione è progredita. Nello scavo del Tunnel di Santa Lucia sull’autostrada A1 fra Barberino e Firenze Nord la TBM, impiegata ha un diametro di 15.87 metri 20 centimetri in più del detentore del record europeo precedente. E’ la più grande macchina mai realizzata nello stabilimento Herrenknecht di Schwanau.

Si tratta di strumenti che possono costare fino a 10 milioni di euro, ed è in crescita la tendenza di smontaggio e riuso di componenti delle TBM al fine di ridurre i costi complessivi di costruzione.

Catherine ne è un esempio. La TBM lunga 78 metri, è stata utilizzata durante la costruzione della nuova linea metro di Nizza. Lo smantellamento delle sue parti, è avvenuto tra fine 2017 ed inizio febbraio 2018, affinché le stesse potessero essere riutilizzate nella costruzione di una nuova TBM.

Durante i tre mesi, gli elementi, risultato dello smontaggio, sono stati in parte rese ad un produttore di TBM, per l’integrazione di nuove macchine, mentre alcuni pezzi sono stati, conservati per il museo locale di Nizza.

La stessa sorte è toccata a Bertha, la più grande TBM mai costruita dal diametro di 17,4 metri. Il nome le fu dato per omaggiare la prima donna sindaco, Bertha Knight Landes, di una grande città americana, quale è Seattle, ed ha contribuito alla realizzazione dell’Alaskan Way Viaduct replacement tunnel a Seattle.

La società costruttrice Robbins, stima che circa il 50% delle sue TBM vengano utilizzate per almeno tre progetti prima di essere ritirate.

Federica e la TAV Torino-Lione. Incidente geologico risolto

Federica ha un diametro dello scudo, di soli 11,21 metri. La TBM, lunga 135 metri e dal peso di 2400 tonnellate, ha una potenza di 5 MW ed è impiegata nello scavo della Tav Torino- Lione. Per trasportarla al cantiere di St. Martin de la Porte, sono stati impiegati 34 convogli.

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La TBM Federica, costruita da NFM Technologies di Le Creusot, ha iniziato a lavorare nell’ottobre del 2016, per lo scavo della galleria geognostica propedeutico alla realizzazione del tunnel principale della Tav, ma dopo soli due mesi, gli scavi furono interrotti a causa di un problema di sovraescavazione.

Ovvero la macchina utilizzava troppa potenza rispetto al previsto. Come chiaramente raccontato nel video, il problema era dovuto alla disomogeneità e morbidezza del materiale soggetto allo scavo. Tale problematica è stata risolta con l’attuazione di due operazioni:

1- esecuzione di iniezioni di resina come collante per i materiali destrutturati;

2- chiusura delle aperture che compongono i 16 bracci per impedire il passaggio del materiale di scavo.

Le due azioni si sono mostrate risolutive, ed hanno permesso la ripresa dei lavori, che hanno subito notevoli rallentamenti a seguito dell’incidente. Due mesi e mezzo per progredire di soli 15 metri contro i 10 metri scavati giornalmente in condizioni ordinarie. I geologi hanno continuato ad analizzare la composizione del terreno mediante carotaggi.

Il termine dei lavori (500 milioni di euro) per la parte di scavo eseguita con la TBM dalla Francia in direzione Italia, è previsto per metà anno 2019.

Tuttavia le TBM non possono arrivare dappertutto, infatti il chilometro di galleria in direzione Francia verrà scavato con tecniche tradizionali a causa della composizione della roccia.

Immagine di copertina ©WSDOT/Flickr

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Come noto, con l’avvento della l. 98/2013 che ha convertito il d.l. 69/2013 (il c.d. Decreto del Fare) sono stati chiariti alcuni importanti punti relativi all’ambito di applicazione del d.m. 161/2012 sulle terre e rocce da scavo (materiali da scavo).

 

Difatti, l’art. 41, comma 2, della legge 98 cit. ha previsto che il citato decreto si applica solo ai materiali da scavo “che provengono da attività o opere soggette a valutazione d’impatto ambientale o ad autorizzazione integrata ambientale”, mentre il successivo art. 41-bis ha introdotto una disciplina relativa ad altri casi. Quali? Questa norma, nel derogare al decreto ministeriale, rinvia all’art. 184-bis del T.U. Ambiente (come, peraltro, modificato dall’art. 41 cit.) sui sottoprodotti per la gestione di terre e rocce da scavo “in relazione a quanto disposto dall’art. 266, comma 7, del d.lgs. 152/06 e s.m.i.”, quindi ai c.d. piccoli cantieri, cioè quegli stabilimenti che ottengono, quali sottoprodotti dello scavo, non più di 6.000 mc di materiale.

 

In questo modo, un dato assolutamente certo è che il regime del DM 161/2012 si applica alle opere i cui progetti sono sottoposti a VIA e/o la cui attività è soggetta ad AIA; altrettanto sicuro è che i cantieri di piccole dimensioni seguono l’art. 41-bis  e, quindi, il T.U. Ambiente stante il richiamo all’art. 266 e l’abrogazione della precedente, apposita disciplina, riportata nell’art. 8-bis del d.l. 43/2013 (abrogato, appunto, dall’art. 41-bis).

 

Quello che non è immediatamente chiaro alla lettura delle norme è quale disciplina sarebbe corretto applicare ai casi di opere soggette a VIA o AIA ma con modeste quantità di terre/rocce e, soprattutto, opere non soggette a VIA o AIA ma con ingenti quantitativi di escavato. Sulle prime, sembra dirimente il criterio VIA/AIA, per cui se l’opera vi è soggetta si rientra nel d.m. 161/2012: in questo senso le norme surriferite portano a ritenere. Nel caso contrario (no VIA e molte terre) si dovrebbe, a rigore, ricadere nell’art. 41-bis. Ma è davvero questa l’intenzione del legislatore?

 

È davvero opportuno gestire grandi quantitativi in regime derogatorio (al DM) solo per la mancanza della VIA (o AIA)? Nell’oscurità della legge, le Agenzie regionali per l’ambiente (ARPA) sono intervenute propendendo per questa soluzione: secondo l’ARPA Lombardia l’art. 41-bis si applica a tutti i materiali da scavo provenienti da opere non soggette a VIA/AIA “indipendentemente dal volume di scavo da riutilizzare”; analogamente, lo stesso vale per il decreto ministeriale 161/2012, indissolubilmente legato alle opere soggette a VIA/AIA senza guardare ai quantitativi (nello stesso senso, ARPA Toscana, al cui sito web si rimanda: www.arpat.toscana.it). 

Ormai è passato un po’ di tempo, da quando il 21 agosto scorso cambiò la norma di riferimento per utilizzare come sottoprodotti i materiali da scavo di tutti i cantieri (piccoli compresi), ad eccezione di quelli sottoposti a Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) o Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) dove per quantitativi superiori ai 6.000 mc si applica il DM 161/2012 che prevede la presentazione del Piano di Utilizzo.

 

L’articolo 41 bis del DL 69/2013 convertito con legge 98/2013 stabilisce che i materiali da scavo vengano sottoposti al regime sancito all’articolo 184-bis del d.lgs. 152/2006, ovvero al regime dei sottoprodotti e non a quello dei rifiuti, per:

– qualunque quantitativo di terre e rocce da scavo proveniente da cantieri, a patto che le opere non siano soggette ad AIA o VIA;

– per quantità inferiori o uguali ai 6.000 mc anche per opere soggette a VIA ed AIA.

 

A seguito di queste disposizioni le Regioni hanno iniziato a stilare le loro procedure.

 

L’Arpa Toscana ha predisposto la propria modulistica da utilizzare per la gestione delle terre e rocce da scavo.

Il produttore deve però attestare attraverso una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, ai sensi del DPR 445/2000, alle sedi ARPAT territorialmente competenti, alcune condizioni fondamentali, quali:

– la destinazione di riutilizzo del materiale;

– il rispetto delle concentrazioni soglia di contaminazione, compatibili con il sito di destinazione, e che sia scongiurato il pericolo di contaminazione per le acque di falda;

– l’assenza di rischi per la salute durante il riutilizzo del materiale e l’assenza di variazioni negative delle emissioni rispetto all’utilizzo delle normali materie prime;

– non vi siano trattamenti preventivi, ad eccezione della normale pratica industriale;

 – la quantità di materiali destinati al riutilizzo, il sito di deposito e i tempi previsti per il riutilizzo (indicativamente un anno). Il completo riutilizzo dei materiali da scavo dovrà quindi essere comunicato dal produttore alle sedi Arpa competenti sul territorio.

 

In Trentino in data 25 settembre 2013, con determinazione n. 495 del dirigente del Settore Gestione ambientale della Provincia autonoma di Trento, è stata approvata la modulistica per la gestione delle terre e rocce da scavo, ai fini della presentazione della dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà prevista dall’art. 41-bis del D.L. 69/2013 convertito con legge 98/2013

 

In Veneto la Direzione Tutela Ambiente ha fornito gli indirizzi operativi per la gestione delle terre e rocce da scavo, provenienti dai cantieri edili, come sottoprodotto mediante la circolare n. 397711 del 23 settembre 2013. Anche in questo caso è presente la modulistica da utilizzare per effettuare correttamente gli adempimenti previsti dalla norma. In particolare si tratta di:

– Modello 1 da utilizzare per la comunicazione all’ARPAV (e al Comune), prima dell’inizio dei lavori di scavo, del rispetto dei requisiti elencati al comma 1 dell’art. 41-bis della legge 98/2013, e comunicazione delle eventuali modifiche di detti requisiti

– Modello 2 da utilizzare per la comunicazione, ai sensi del comma 3, dell’art. 41-bis della L. 98/2013, in cui si conferma alle autorità competenti il completo utilizzo dei materiali da scavo secondo le previsioni comunicate.

 

E così a seguire anche Piemonte, Marche, Friuli Venezia Giulia, Calabria ed Emilia Romagna si sono dotate della propria modulistica.

 

Ora è la volta della Lombardia ad emanare le linee guida per la gestione delle terre e rocce da scavo, e lo ha fatto con una circolare dell’Arpa Lombardia in cui vengono date le indicazioni operative per la gestione dei materiali da scavo, ai sensi dell’art. 41 comma 2 e dall’art. 41-bis della legge n. 98 del 2013.

Viene fornito inoltre un modello di dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, per verificare i requisiti previsti dalla normativa, affinché i materiali da scavo vengano trattati come sottoprodotti e non come rifiuti.

 

In questo caso la dichiarazione deve essere inviata alla sola Arpa regionale, o meglio al Dipartimento provinciale competente, come specifica la circolare. Essendo però che il comma 2 dell’art. 41-bis dispone che “le attività di scavo devono essere autorizzate in conformità con la vigente disciplina urbanistica e igienico sanitaria” ovvero devono essere autorizzate dagli enti competenti in ambito di specifici procedimenti edilizi, l’Arpa Lombardia ritiene che le autocertificazione debbano contenere i riferimenti delle pratiche edilizie e debbano essere indirizzate per conoscenza anche ai Comuni in cui si trovano i siti di produzione e di utilizzo.

 

Insomma Regione che vai, modulistica che trovi.

 

Di Roberta Lazzari

Il Decreto del Fare, alias decreto legge n. 69 del 21 giugno 2013, introduce tante novità per l’edilizia, l’ambiente, le infrastrutture e la sicurezza. 86 articoli strutturati come misure per la crescita e la semplificazione del rilancio del Paese, in particolare dei cantieri delle opere pubbliche, soprattutto linee metropolitane e arterie stradali.

 

Il decreto è in vigore dal 22 giugno 2013, ma ad oggi sono oltre 2.300 gli emendamenti presentati in commissione Bilancio.

 

Valutando il decreto per gli aspetti paesaggistico-ambientali (che spesso vanno a braccetto), si può dire che l’ago della bilancia è fermo a metà.

 

Da una parte l’Autorizzazione paesaggistica (Articolo 39 – Disposizioni in materia di beni culturali) e il suo iter vengono semplificati, se gli strumenti urbanistici risultano adeguati alle prescrizioni d’uso dei vincoli. Nello specifico il termine entro cui deve essere espresso il parere del Soprintendente scende da 90 a 45 giorni. E in caso di mancata espressione in questo termine, viene sostituito il silenzio-assenso con l’adozione del provvedimento finale da parte dell’amministrazione competente. Tale modifica comporta anche l’eliminazione del ricorso alla conferenza di servizi, e quindi dei 15 giorni in cui doveva esprimersi.

 

Sull’altro piatto della bilancia però pesa l’Articolo 41 – Disposizioni in materia ambientale. In particolare l’abolizione del principio “chi inquina paga”. La frase incriminata è contenuta nella nuova versione dell’art. 243 del d.lgs. 152/2006 e s.m.i.: «Art. 243. (Gestione delle acque sotterranee emunte) 1. Nei casi in cui le acque di falda contaminate determinano una situazione di rischio sanitario, oltre all’eliminazione della fonte di contaminazione ove possibile ed economicamente sostenibile, devono essere adottate misure di attenuazione della diffusione della contaminazione conformi alle finalità generali e agli obiettivi di tutela, conservazione e risparmio delle risorse idriche stabiliti dalla parte terza».

 

Forse quel “economicamente sostenibili” voleva essere una forma diversa per dire “utilizzare le migliori tecniche disponibili e a costi sostenibili”?

 

WWF è molto critica sulla scelta delle parole e si chiede se per l’azienda che non possiede le risorse economiche necessarie per bonificare il sito che ha inquinato, basterà sottoscrivere un’autocertificazione per dimostrare l’indigenza ovvero se potrà semplicemente limitarsi ad attenuare la diffusione della contaminazione?

 

Altra nota dolente è il comma 5 dello stesso articolo, così come modificato dal Decreto del Fare: «5. In deroga a quanto previsto dal comma 1 dell’articolo 104, ai soli fini della bonifica delle acque sotterranee, è ammessa la reimmissione, previo trattamento, delle acque sotterranee nello stesso acquifero da cui sono emunte».

 

La domanda qui è chiaramente conseguente a quella fatta poche righe sopra: se non è stato economicamente possibile eliminare la fonte di contaminazione, come si può escludere che le acque trattate e depurate non vengano nuovamente contaminate?

 

Altro tema scottante sono le Terre e Rocce da Scavo: «Il decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare di concerto con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti 10 agosto 2012, n. 161, …., si applica solo alle terre e rocce da scavo che provengono da attività o opere soggette a valutazione d’impatto ambientale o ad autorizzazione integrata ambientale».

 

In poche parole le procedure previste dal regolamento d.m. 161/2012 si applicano solo ai materiali di scavo prodotti nell’ambito delle grandi opere, in quanto per lavori più piccoli le stesse procedure risulterebbero gravose.

 

Tuttavia in una nota pubblicata il 26 giugno 2013, l’ANCE (Associazione Nazionale dei Costruttori Edili) ha posto l’attenzione sul fatto che a partire dal 22 giugno scorso per le attività e le opere non soggette a VIA o a AIA potrebbe verificarsi un vuoto normativo (leggi anche su Ediltecnico.it Terre e Rocce da Scavo, se arrivano da AIA o VIA sono sottoprodotti).

 

Insomma se per il paesaggio qualche passo in avanti è stato fatto, per l’ambiente forse è il caso di aggiustare ancora un attimo il tiro prima di parlare di semplificazioni pro-ambiente!

 

Di Roberta Lazzari

 

Fonti: 

http://www.ediltecnico.it

http://www.ilfattoquotidiano.it

http://www.acca.it

Giovedì 21 febbraio 2013, Silvestro Furnari, ingegnere ambientale e responsabile della sede romana di MWH, multinazionale di ingegneria e consulenza ambientale, ha tenuto il suo intervento dal titolo Terre e rocce da scavo: entrata in vigore del d.m. ambiente n. 161 e procedure operative per la gestione dei terreni prodotti nell’ambito dei siti contaminati, nella sessione dedicata alla messa in sicurezza e bonifica dei terreni contaminati, durante il SiCon 2013, workshop internazionale dedicato al risanamento e della messa in sicurezza di siti contaminati a scala industriale, tenutosi dal 21 al 23 febbraio 2013 presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università la Sapienza di Roma. .

 

Il paper – curato da Silvestro Furnari, Alessandra Napoleoni e Fabiana Mele – approfondisce una serie di aspetti legati all’entrata in vigore del d.m. n. 161/2012: un importante tassello per la regolamentazione della disciplina che sancisce le modalità di gestione delle terre e rocce da scavo e i confini che delineano la distinzione fra i rifiuti e i sottoprodotti.

 

Il decreto, infatti, si pone l’obiettivo di colmare alcuni passaggi poco chiari del quadro  normativo esistente, nell’ambito dell’ordinamento comunitario, e di contribuire ad una gestione quanto più possibile razionale delle risorse naturali.

 

MWH, breve identikit
MWH Global (www.mwhglobal.com) è una società multidisciplinare leader nel cosiddetto settore wet infrastructure, che offre una gamma di servizi di consulenza strategica, ingegneria e costruzioni, più volte oggetto di prestigiosi riconoscimenti internazionali. Dalle fasi iniziali di progettazione, fino al supporto in fase di costruzione e all’asset management, vengono assistiti clienti privati e pubblici nell’implementazione di progetti nel campo dell’acqua, dell’energia, delle risorse naturali e delle infrastrutture.

 

MWH in Italia
MWH è presente in Italia dal 1973, dove opera uno staff di circa 120 persone. La sede principale è a Milano, affiancata dalle sedi di Roma e Porcia (PN).
Tra i suoi maggiori clienti, MWH annovera gruppi industriali multinazionali, gruppi leader del settore oil & gas, enti pubblici, Governi, istituzioni finanziarie internazionali (es. la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, la Banca Mondiale, la Banca Europea degli Investimenti, la Commissione Europea, le Nazioni Unite.), Utilities e altre organizzazioni pubbliche.
Il fatturato globale nel 2011 è stato di 1,5 miliardi di dollari, mentre il fatturato annuo in Italia è di circa 40 milioni di euro.

Dalla data di entrata in vigore del d.m. 161/2012 (6 ottobre 2012) è abrogato l’art. 186 del d.lgs. 152/2006 e s.m.i. e tutte le normative regionali ad esso afferenti (ad esempio, in Veneto la d.g.r.v. 2424/2008).

 

Nell’art. 186 del d.lgs. 152/2006 e s.m.i venivano riportate le caratteristiche che le terre e rocce da scavo (quali sottoprodotti) dovevano avere affinché potessero essere utilizzate per reinterri, riempimenti, rimodellazioni e rilevati piuttosto che in processi industriali.

 

Nel d.m. 161/2012 cambia il punto di vista e vengono stabiliti i criteri qualitativi da soddisfare affinché i materiali di scavo siano considerati sottoprodotti e non rifiuti. Esso si applica alla gestione dei materiali da scavo. Restano esclusi i rifiuti provenienti direttamente dall’esecuzione di interventi di demolizione di edifici o altri manufatti preesistenti, la cui gestione è disciplinata ai sensi della Parte Quarta del d.lgs. 152/2006 e s.m.i.

 

Il sottoprodotto del d.m. 161/2012 è il materiale da scavo che risponde ai seguenti requisiti:
a) è generato durante la realizzazione di un’opera, di cui costituisce parte integrante, e il cui scopo primario non è la produzione di tale materiale;
b) il materiale da scavo è utilizzato, in conformità al Piano di Utilizzo:

1) nel corso dell’esecuzione della stessa opera, nel quale è stato generato, o di un’opera diversa, per la realizzazione di reinterri, riempimenti, rimodellazioni, rilevati, ripascimenti, interventi a mare, miglioramenti fondiari o viari oppure altre forme di ripristini e miglioramenti ambientali;

2) in processi produttivi, in sostituzione di materiali di cava;
c) il materiale da scavo è idoneo ad essere utilizzato direttamente, ossia senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale;
d) il materiale da scavo, per le modalità di utilizzo specifico di cui alla precedente lettera b), soddisfa i requisiti di qualità ambientale.

 

Queste condizioni sono comprovate dal proponente nel Piano di Utilizzo.

 

Il d.m. 161/2012 si compone di 16 articoli e 9 allegati, che approfondiscono le tematiche quali il campionamento in fase di progettazione e in fase esecutiva, le procedure di caratterizzazione per accertare la qualità ambientale, i contenuti del Piano di Utilizzo e della Dichiarazione di Avvenuto Utilizzo, il nuovo formulario di trasporto.

 

Il nuovo documento da consegnare in fase di progettazione (o comunque prima di iniziare le operazioni di scavo) è il Piano di Utilizzo.
Il Piano di Utilizzo del materiale da scavo è presentato dal proponente all’Autorità competente almeno 90 giorni prima dell’inizio dei lavori per la realizzazione dell’opera.

 

Il proponente trasmette il Piano di Utilizzo all’Autorità competente redatto in conformità anche solo per via telematica. La sussistenza dei requisiti è attestata dal Legale Rappresentante della persona giuridica o dalla persona fisica proponente l’opera, mediante una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà.
L’Autorità competente può chiedere, in un’unica soluzione entro 30 giorni dalla presentazione del Piano di Utilizzo, integrazioni alla documentazione presentata.
Durante l’indagine ambientale si possono riscontrare le seguenti situazioni (estratte direttamente dal d.m. 161/2012):

 

Concentrazioni di elementi e composti < Concentrazioni Soglia di Contaminazione (CSC) di cui alle colonne A e B
Nel caso in cui per il materiale da scavo il Piano di Utilizzo dimostri che le concentrazioni di elementi e composti non superino le Concentrazioni Soglia di Contaminazione (CSC) di cui alle colonne A e B, con riferimento alla specifica destinazione d’uso urbanistica del sito di produzione e del sito di destinazione, l’Autorità competente, entro 90 giorni dalla presentazione del Piano di Utilizzo o delle eventuali integrazioni, approva il Piano di Utilizzo o lo rigetta.

 

L’Autorità competente ha la possibilità di chiedere all’Agenzia regionale di protezione ambientale (ARPA) o all’Agenzia provinciale di protezione ambientale (APPA), con provvedimento motivato, entro 30 giorni dalla presentazione della documentazione o dell’eventuale integrazione, di verificare, sulla base del Piano di Utilizzo ed a spese del proponente, la sussistenza dei requisiti (quest’opportunità, che restituisce un ruolo chiave all’ARPA, si configura come molto probabile).

 

L’ARPA, o APPA, può chiedere al proponente un approfondimento d’indagine in contraddittorio, ed accerta entro 45 giorni la sussistenza dei requisiti, comunicando gli esiti all’Autorità competente. Decorso il termine di 90 giorni dalla presentazione del Piano di Utilizzo all’Autorità competente o delle eventuali integrazioni, il proponente gestisce il materiale da scavo nel rispetto del Piano di Utilizzo, fermi restando gli obblighi previsti dalla normativa vigente per la realizzazione dell’opera.

 

Concentrazioni di elementi e composti > Concentrazioni Soglia di Contaminazione (CSC) di cui alle colonne A e B – Fenomeni naturali
Nel caso in cui, per fenomeni naturali, nel materiale da scavo le concentrazioni degli elementi e composti superino le CSC di cui alle colonne A e B, è fatta salva la possibilità che le concentrazioni di tali elementi e composti vengano assunte pari al valore di fondo naturale esistente per tutti i parametri superati. In fase di predisposizione del Piano di Utilizzo, il proponente segnala il superamento all’Autorità competente, presentando un piano di accertamento per definire i valori di fondo da assumere.

 

Il piano è eseguito in contraddittorio con l’ARPA, o APPA, competente per territorio. L’utilizzo del materiale da scavo sarà consentito nell’ambito dello stesso sito di produzione. Nell’ipotesi di utilizzo in sito diverso rispetto a quello di produzione ciò dovrà accadere in un ambito territoriale con fondo naturale con caratteristiche analoghe e confrontabili per tutti i parametri oggetto di superamento nella caratterizzazione del sito di produzione.

 

Sito oggetto di interventi di bonifica
Nel caso in cui il sito di produzione interessi un sito oggetto di interventi di bonifica i requisiti sono individuati dall’ARPA o dall’APPA competente per territorio. L’ARPA o APPA, entro 60 giorni dalla data della richiesta, comunica al proponente se per i materiali da scavo, ivi compresi i materiali da riporto, i valori riscontrati per tutti gli elementi e i composti non superano le CSC di cui alle colonne A e B, con riferimento alla specifica destinazione d’uso urbanistica del sito di destinazione indicata dal Piano di Utilizzo. In caso di esito positivo, il proponente può presentare il Piano di Utilizzo.

 

Il Piano di Utilizzo definisce la durata di validità del piano stesso. L’inizio dei lavori deve avvenire entro due anni dalla sua presentazione.
Allo scadere dei termini, viene meno la qualifica di sottoprodotto del materiale da scavo con conseguente obbligo di gestire il materiale come rifiuto.
Entro i 2 mesi antecedenti la scadenza dei termini, può essere presentato un nuovo Piano di Utilizzo che ha la durata massima di un anno.

 

Contenuti del Piano di Utilizzo
Il Piano di Utilizzo indica che i materiali da scavo derivanti dalla realizzazione di opere o attività manutentive saranno utilizzate, nel corso dello stesso o di un successivo processo di produzione o di utilizzazione, da parte del produttore o di terzi purché esplicitamente indicato.

 

Il Piano di Utilizzo deve definire:
1. ubicazione dei siti di produzione dei materiali da scavo (volumi in banco suddivisi nelle diverse litologie);
2. ubicazione dei siti di utilizzo e individuazione dei processi industriali di impiego dei materiali da scavo (volumi di utilizzo suddivisi nelle diverse tipologie e sulla base della provenienza dai vari siti di produzione). I siti e i processi industriali di impiego possono essere alternativi tra loro;
3. operazioni di normale pratica industriale finalizzate a migliorare le caratteristiche merceologiche, tecniche e prestazionali dei materiali da scavo per il loro utilizzo;
4. modalità di esecuzione e risultanze della caratterizzazione ambientale dei materiali da scavo eseguita in fase progettuale, indicando in particolare:
– i risultati dell’indagine conoscitiva dell’area di intervento con particolare attenzione alle attività antropiche svolte nel sito;
– le modalità di campionamento, preparazione dei campioni ed analisi con indicazione anche delle tecniche di scavo che si prevedono di adottare;
– indicazione della necessità o meno di ulteriori approfondimenti in corso d’opera;
1. ubicazione degli eventuali siti di deposito intermedio, con l’indicazione dei tempi di deposito;
2. individuazione dei percorsi previsti per il trasporto del materiale da scavo (dai siti di produzione, alle aree di caratterizzazione, aree di deposito in attesa di utilizzo, ai siti di utilizzo e processi industriali di impiego) ed indicazione delle modalità di trasporto previste (a mezzo strada, ferrovia, nastro trasportatore, ecc.).

 

Il Piano di Utilizzo deve avere anche i seguenti elementi per tutte i siti interessati (dalla produzione alla destinazione, ivi comprese aree temporanee, viabilità, ecc):
1. inquadramento territoriale (denominazione dei siti, ubicazione dei siti, estremi cartografici da Carta Tecnica Regionale, corografia, planimetrie con impianti, sottoservizi sia presenti che smantellati e da realizzare);
2. inquadramento urbanistico (individuazione della destinazione d’uso urbanistica attuale e futura);
3. inquadramento geologico ed idrogeologico (descrizione del contesto geologico della zona, ricostruzione stratigrafica del suolo/sottosuolo, descrizione del contesto idrogeologico della zona, livelli piezometrici degli acquiferi principali, direzione di flusso);
4. descrizione delle attività svolte sul sito (uso pregresso del sito, definizione delle aree a maggiore possibilità di inquinamento e dei possibili percorsi di migrazione, identificazione delle possibili sostanze presenti, risultati di eventuali pregresse indagini ambientali);
5. piano di campionamento e analisi (descrizione delle indagini svolte, localizzazione dei punti mediante planimetrie, elenco delle sostanze da ricercare, descrizione delle metodiche analitiche).

 

Dichiarazione di avvenuto Utilizzo
L’avvenuto utilizzo del materiale escavato in conformità al Piano di Utilizzo è attestato dall’esecutore all’autorità competente, mediante una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà.
Il deposito o altre forme di stoccaggio di materiali escavati non costituiscono un utilizzo.
La dichiarazione di avvenuto utilizzo è conservata per cinque anni.

 

Periodo di transizione
Entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore del DM 161/2012, i progetti per i quali è in corso una procedura ai sensi e per gli effetti dell’art. 186 D.Lgs. 152/2006 e s.m.i., possono essere assoggettati alla disciplina prevista dal nuovo regolamento con la presentazione di un Piano di Utilizzo. Decorso tale termine senza che sia stato presentato un Piano di Utilizzo, i progetti sono portati a termine secondo la procedura prevista dall’art. 186 D.Lgs. 152/2006 e s.m.i.

 

Osservazioni
Nell’analizzare il decreto sulle terre e rocce da scavo nella sua interezza vengono alla mente delle osservazioni.

 

1. Nel d.lgs. 152/2006 e s.m.i. le terre e rocce da scavo non utilizzate nel rispetto delle condizioni dell’art. 186, erano sottoposte alle disposizioni in materia di rifiuti di cui alla Parte Quarta del decreto. Nel d.m. 161/2012 i sottoprodotti smettono di essere considerati tali (passando quindi allo status di rifiuti) se viene meno uno degli adempimenti previsti dal Piano di Utilizzo. Quindi il rischio di incorrere in un reato penale è aumentato, essendo lo stesso Piano di Utilizzo non di facile redazione?

 

2. Per tutti i lavori/progetti non ancora arrivati alla fase esecutiva occorre provvedere all’implementazione del Piano di Utilizzo (con i conseguenti ritardi all’esecuzione stessa degli scavi)?

 

3. Procedura semplificata: nell’Allegato 4 Procedure di caratterizzazione chimico-fisiche e accertamento delle qualità ambientali si fa presente che per scavi di entità compresa tra i 6.000 e i 150.000 mc non occorre provvedere ad analizzare tutte le sostanze indicatrici. Allo stato attuale per scavi inferiori a 6.000 mc invece occorre provvedere ad analizzarle tutte? Ovviamente è una situazione temporanea, in attesa della normativa specifica per scavi di piccole dimensioni (attualmente vi è un Disegno di Legge al vaglio delle Autorità).

 

Sono in previsione dei convegni (anche ad Ecomondo 2012) per far chiarezza su diversi aspetti del nuovo Regolamento che ad oggi risultano essere il frutto di una stesura forse un po’ troppo affrettata per quello che invece è un aspetto assolutamente delicato da normare nel migliore dei modo (il che non vuol dire in modo troppo macchinoso).

 

Articolo dell’ing. Roberta Lazzari

Sulle attività di estrazione degli inerti e sulla gestione delle cave occorre realmente sviluppare una filiera virtuosa e sostenibile. Per essere valido, il recupero delle cave deve iniziare a monte di tutto il processo, ossia da una buona tecnica di coltivazione: da questo concetto non possono prescindere progettisti ed imprese del settore nell’ambito del loro lavoro per il reperimento della materia prima alla base del settore delle costruzioni. Queste le parole che sono state rivolte a operatori, amministratori e tecnici dall’assessore all’ambiente della Provincia di Lecco, Carlo Signorelli, nell’introduzione del convegno Cave & Recupero: la filiera virtuosa e sostenibile, che si è svolto presso la sede locale dell’ANCE.

Tra gli esempi virtuosi di buona coltivazione, l’assessore ha citato la cava di Valle Oscura nel Comune di Galbiate. Le geometrie di coltivazione adottate, infatti, consentono un riporto di terra costante dal ciglio al piede dei gradoni, coprendo totalmente la roccia sottostante ed offrendo un impatto visivo certamente migliore dei fronti alti e verticali. E proprio facendo di questo sistema un modello da seguire, l’assessore ha dichiarato che: “Si imposterà il nuovo Piano cave in fase di realizzazione, dando priorità al recupero ambientale nell’ottica di un ottimale inserimento paesaggistico, cercando sempre di trovare un compromesso fra l’esigenza del recupero della materia prima indispensabile per la nostra società e la compatibilità con il contesto territoriale”.

Attività estrattiva: esigenza per lo sviluppo con un occhio alla tutela dell’ambiente
Senza ghiaia, sabbia, pietre, come è possibile pensare di produrre cemento, calcestruzzo e asfalto per realizzare case, strade, edifici, opere civili e industriali di cui, in ogni caso, la stessa società fa richiesta alle nostre imprese?” Questa è la domanda che si è posto il presidente di ANCE Lecco, Mario Sangiorgio, che ha seguito l’intervento di Signorelli.

Partendo dal presupposto, dunque, che l’attività estrattiva sia un’esigenza per lo sviluppo del territorio, Sangiorgio ha sottolineato che programmare l’uso del territorio richiama, a monte, un’idea del territorio come risorsa: ciò significa creare le condizioni perché, partendo da questa visione, se ne stabilisca un uso “sostenibile” attraverso una filiera virtuosa che, partendo dall’escavazione, si chiude con il recupero e la restituzione del territorio alla comunità.
Occorre quindi mediare tra due esigenze. Quella produttiva con l’apertura di nuove cave per il reperimento di materia prima necessarie allo sviluppo del settore edile, ma con un occhio di riguardo alla tutela ambientale utilizzando metodi di coltivazione che favoriscano il successivo recupero.

Tra l’altro, nel ragionamento del presidente di ANCE Lecco, se rispetto alla situazione di altre province anche continue a Lecco (una su tutte: Bergamo), il Piano Cave della provincia sarà necessariamente di ridotte dimensioni, resta il fatto che costituisce per l’impresa un’opportunità importante, sotto l’aspetto di assicurare una reale autosufficienza al territorio e alle sue esigenze, secondo un principio che si potrebbe definire “a km zero”.

Un’idea: per il recupero ambientale, utilizzare le cave dismesse come centro di conferimento di terre e rocce da scavo
Questo il concetto che, sempre Sangiorgio, ha sviluppato. Secondo il presidente di ANCE Lecco, infatti, i siti cavati possono essere oggetto di un’ulteriore fase che, oltre a dare risposta ad un’altra esigenza importante delle imprese edili, contribuisce all’attuazione dello stesso progetto di recupero.
Sangiorgio si riferisce, in particolare, al conferimento di terre e rocce da scavo che si determinano per effetto delle attività di costruzione delle stesse imprese. Per esemplificare questo concetto è stato portato a esempio il recupero della cava Combi di Ballabio: un’area degradata e abbandonata dopo l’attività di scavo, bonificata e recuperata grazie ad un progetto di conferimento regolamentato di terre e rocce da scavo.

Conciliare attività estrattiva e tutela del territorio. Come fare in concreto?
La parete tecnica del convegno è stata tenuta dal prof. ing. Mauro Fornaro del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Torino, e il geologo Maurizio Facchin.

Quando si parla di attività estrattiva occorre tener presente aspetti diversi: da un lato le comprovate necessità industriali e le possibilità di mantenimento e di crescita del benessere sociale; dall’altro la salvaguardia delle risorse future e quindi la effettiva e durevole valorizzazione delle riserve attuali. Ancora, la tutela dell’ambiente, volta a contenere e ridurre gli impatti dell’attività, ponendo altresì contestuale rimedio agli errori del passato. Infine la predisposizione di strumenti di pianificazione territoriale coerenti con le politiche economiche e le conseguenti scelte amministrative.

L’obiettivo deve essere quello della sostenibilità dell’attività mineraria sotto tutti gli aspetti: economico, produttivo, ambientale. I metodi e le tecnologie attuali lo consentono, sia nella fase di coltivazione che in quella di lavorazione e di trasporto.
Non basta scavare: un giacimento va coltivato. Non è un caso del resto che l’attività mineraria appartenga alle attività primarie, come l’agricoltura. Ma per coltivare correttamente un giacimento occorre avere ben in mente il progetto di recupero che si intende attuare. E un buon recupero ambientale richiede una buona pianificazione, una programmazione nel tempo di attività e investimenti, una buona progettazione e una corretta attuazione di quanto progettato. Solo così è possibile realmente parlare di recupero ambientale, ovvero di un insieme di operazioni finalizzate a mitigare o eliminare il degrado ambientale generato dall’opera/intervento portando, in alcuni casi, un miglioramento rispetto alle condizioni preesistenti.

Il recupero ambientale non va considerato una appendice alla coltivazione da “applicare” dopo l’intervento estrattivo, ma parte integrante dello stesso progetto di coltivazione, che deve avere inizio contestualmente allo scavo
Le nuove tecniche di coltivazione lo permettono. Occorre intervenire per evitare pendenze eccessive delle scarpate di coltivazioni, rigidità geometriche e altezze dei fronti di scavo. per questo si deve operare dando la massima varietà morfologica della superficie gradonata, attraverso altezze dei gradoni varie e contenute, eterogeneità laterale delle pedate, variabilità degli spessori di terreno riportata sulle pedate con utilizzo di specie autoctone di arbusti e alberi, riprofilatura delle alzate e invecchiamento artificiale della roccia.