Le mascherine tanto necessarie, tanto ricercate e tanto discusse rappresentano il simbolo della pandemia da Covid-19 che ha costretto circa la metà della popolazione mondiale a rimanere in casa per contenere la diffusione del contagio. All’orizzonte si intravede una seconda fase, che seguirà allo #iorestoacasa, durante la quale sarà estremamente necessario ricorrere a misure di sicurezza e di tutela per evitare una ricaduta di contagi.

L’uso di DPI rientrerà tra le misure da adottare.

Il Politecnico di Torino ha effettuato una stima sul fabbisogno nazionale di mascherine per la fase 2 dell’emergenza italiana: si parla di quasi un miliardo al mese che una volta usate diventeranno rifiuti Covid-19 da smaltire così come i guanti monouso e tutti gli altri dispositivi di protezione individuale utilizzati nello svolgimento di attività quotidiana e lavorativa.

Una questione non secondaria perché il problema circa la gestione rifiuti Covid-19 non interessa esclusivamente quanto prodotto presso le strutture sanitarie ma anche presso le abitazioni, ovvero i rifiuti domestici/urbani.

Pertanto cosa si intende per rifiuti Covid-19? Quelli prodotti in qualità di rifiuti urbani sono paragonabili a quelli prodotti presso le strutture sanitarie? Come va gestita questa tipologia di rifiuto?

Vediamo nel dettaglio quali sono “le indicazioni ad interim per la gestione dei rifiuti urbani in relazione alla trasmissione dell’infezione da virus SARS-COV-2” secondo l’ISS – Istituto Superiore di Sanità.

Il documento, che mette in evidenza aspetti circa la gestione rifiuti Covid-19 domestici, è stato redatto dal Gruppo di lavoro ISS Ambiente e Gestione dei Rifiuti del quale fanno parte: Federica Scaini, Eleonora Beccaloni, Lucia Bonadonna, Giuseppina La Rosa, Maria Rosaria Milana, Emanuela Testai.

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Rifiuti Covid-19: classificazione e smaltimento

Tra i rifiuti Covid-19 domestici/urbani rientrano quelli:

  1. prodotti nelle abitazioni dove soggiornano soggetti positivi al tampone in isolamento o in quarantena obbligatoria;
  2. prodotti dalla popolazione generale, in abitazioni dove non soggiornano soggetti positivi al tampone in isolamento o in quarantena obbligatoria;

I rifiuti sopraindicati di tipo 1 dovrebbero essere trattati alla stregua di quelli prodotti presso una struttura sanitaria così come regolamentato dal DPR n.254 del 15 luglio 2003 all’articolo 2 comma 1.

Pertanto sulla scia di quanto definito dal citato DPR, anche la raccolta e lo smaltimento dovrebbero seguire le stesse modalità dei rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo. Ovvero, i rifiuti Covid-19, provenienti dalle abitazioni dove soggiornano soggetti positivi al tampone in isolamento o in quarantena obbligatoria, andrebbero raccolti in idonei imballaggi a perdere, anche flessibile, di colore diverso da quelli utilizzati per i rifiuti urbani e per gli altri rifiuti sanitari assimilati, recanti, ben visibile, l’indicazione indelebile “Rifiuti sanitari sterilizzati” alla quale dovrà essere aggiunta la data della sterilizzazione.

Tuttavia, il Gruppo di lavoro ISS Ambiente e Gestione dei Rifiuti precisa nel documento che quanto previsto dal DPR trova difficile attuazione nelle realtà domestiche, pertanto vengono fornite raccomandazioni sulle procedure di raccolta rifiuti Covid-19 da seguire:

Si raccomanda di:

Per coloro non positivi e non in quarantena obbligatoria, a scopo cautelativo fazzoletti o rotoli di carta, mascherine e guanti eventualmente utilizzati, dovranno essere smaltiti nei rifiuti indifferenziati.

È raccomandato l’utilizzo di almeno due sacchetti uno dentro l’altro o in numero maggiore in dipendenza della resistenza meccanica dei sacchetti che dovranno essere chiusi adeguatamente utilizzando guanti monouso, senza comprimerli, utilizzando legacci o nastro adesivo e di smaltirli come da procedure già in vigore (esporli fuori dalla propria porta negli appositi contenitori, o gettarli negli appositi cassonetti condominiali o di strada).

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Rifiuti Covid-19: sono differenziabili?

Per quanto concerne le operazioni di differenziazione è necessario ricordare che rifiuti Covid-19 essendo ad alto rischio infettivo non possono essere differenziati, anche per la loro natura composita cioè costituita da più materiali (ad esempio le mascherine).

ISS pertanto raccomanda per le abitazioni in cui sono presenti soggetti positivi al tampone, in isolamento o in quarantena obbligatoria, l’interruzione della raccolta differenziata dove attiva e che tutti i rifiuti domestici, indipendentemente dalla loro natura siano considerati indifferenziati e pertanto raccolti e conferiti insieme. Per la raccolta dovranno essere utilizzati almeno due sacchetti uno dentro l’altro o in numero maggiore in dipendenza della loro resistenza meccanica, possibilmente utilizzando un contenitore a pedale.

Per le abitazioni in cui non sono presenti soggetti positivi al tampone, in isolamento o in quarantena obbligatoria, si raccomanda continuare a seguire le procedure in vigore nel territorio di appartenenza, non interrompendo la raccolta differenziata.

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Come tutelare gli operatori di raccolta e smaltimento rifiuti Covid-19?

Gli operatori del settore di raccolta e smaltimento rifiuti appartengo a quelle categorie dei lavoratori maggiormente esposte pertanto per lo svolgimento delle operazioni lavorative viene raccomandata dall’ISS:

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Codice dei rifiuti commentato

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Il recupero ed il riuso dei materiali da demolizione o in generale dei materiali da impiegare nelle nuove costruzioni è un aspetto molto importante da valutare nella pianificazione di un’opera.

Nella costruzione di un edificio sono costantemente presenti tre risorse: materiali, energia, acqua. Gli impatti relativi associati al loro uso sono di tipo ambientale, sociale e legati alla riduzione delle risorse. Gli impatti associati ai materiali possono essere anche lontani, sia nel tempo che nel luogo.

Uno dei materiali più utilizzati nella costruzione, quale il legno, viene, ad esempio, impiegato anche a migliaia di chilometri di distanza dal punto di approvvigionamento (foresta tropicale), pertanto le conseguenze ambientali del disboscamento saranno visibili solo molto tempo dopo l’evento.

I processi di utilizzo e di logorio delle risorse materiali durante il loro ciclo di vita (fase di estrazione, lavorazione, trasporto, costruzione, eliminazione) creano danni ambientali come il surriscaldamento globale, l’inquinamento, la riduzione di risorse naturali, la produzione di rifiuti e, non ultimo, problemi alla salute. Il Life Cycle Assessment riguarda l’impatto ambientale dei materiali, dalla fase di estrazione alla fase di demolizione e rifiuto.

Materiali da demolizione: come programmare la filiera?

In Gran Bretagna le attività di demolizione sono regolate da norme sulla responsabilità e la sicurezza (BS 6187:2000 Code of Practice for Demolition). La separazione dei materiali permette di veicolare i materiali da demolizione nella giusta filiera. Particolare attenzione è dedicata all’impiantistica recuperabile e ai sistemi più idonei per la disinstallazione.

Un’analisi costi-benefici viene condotta per valutare se è più conveniente inviare i rifiuti alla discarica o indirizzarli alla filiera del riciclaggio.

Il metodo di demolizione dipende:

Leggi anche: Riciclo del calcestruzzo. Vantaggi e usi legati al reimpiego del materiale

È utile eseguire un pre-audit per classificare i materiali da demolizione?

La risposta è affermativa. Difatti nel recupero e riuso dei materiali da demolizione è importante valutare, attraverso un audit, quali materiali siano presenti nell’edificio. Ad esempio:

Una serie di informazioni preventive del progetto originale permettono di predisporre un piano di decostruzione più efficace. In particolare:

Una tipica sequenza di attività legate alla decostruzione è la seguente:

Questa operazione deve iniziare dall’alto e scendere per permettere di avviare la sequenza delle altre decostruzioni:

Decostruzione e demolizione: come organizzare il flusso di gestione?

In un flusso di rifiuti i materiali da decostruire sono dipendenti dal tipo di edificio da demolire: uno stabilimento di produzione o un centro di ricerca hanno caratteristiche diverse. Un flusso tipico di materiali comprende:

L’impresa, nel caso della decostruzione sopra indicata, si trova in una nuova fase di lavoro che comprende una serie di verifiche preventive, una maggior attenzione alle fasi operative, un riconoscimento dei materiali, prodotti o componenti di maggior valore. Non ultimo, si deve considerare quali materiali possano trovare un mercato nel riuso e predisporre una analisi costi di messa in discarica e la relativa convenienza ad agire in tal senso o ricercare delle alternative di valorizzazione.

Dopo la fase di decostruzione subentra quella di demolizione, il cui dettaglio esecutivo dipende dalla dimensione e tipo di edificio:

Questa fase di demolizione deve seguire delle regole che riguardano:

L’efficienza e la performance economica della demolizione saranno massimizzate da una analisi costi-benefici sui seguenti criteri:

Quali sono le alternative alla discarica per il materiale da demolizione?

Il riciclaggio sarebbe una operazione non difficile se i differenti materiali da demolizione fossero già separati in contenitori diversi direttamente sul cantiere. Ciò significa avere spazio, ma anche accesso ai mezzi di carico, cosa non sempre fattibile in cantiere. Un flusso di materiale da demolizione proveniente da una struttura tipica comprende:

Merita attenzione nell’attività di gestione dei rifiuti, con l’obiettivo del recupero e riuso, dare voce agli svantaggi e alle opportunità che si presentano; gli
svantaggi possono essere di tipo finanziario, logistico, tecnico e culturale.

Svantaggi finanziari:

Svantaggi di ordine logistico, tecnico e pratico:

Svantaggi di ordine culturale:

Le opportunità:

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Il riciclo del calcestruzzo, come di tutti gli altri materiali da costruzione, rappresenta una pratica che aiuta l’ambiente ed è in grado di creare nuovi mestieri ed attività economiche. Gli edifici possono e dovrebbero essere progettati per il riuso e con l’utilizzo di materiali a lungo ciclo di vita.

Il Passaporto dei Materiali in fase di elaborazione incorpora per ogni prodotto messo sul mercato le caratteristiche dei materiali utilizzati, la qualità e la quantità, con l’obiettivo di stimolare il recupero, il riuso e/o il riciclaggio.

Il Passaporto dei Materiali è in dirittura d’arrivo nel 2020 su iniziativa della Building as Material Banks, sotto l’egida della Comunità Europea.

Si è sviluppata nella Comunità una coscienza delle problematiche che coinvolgono il pianeta e attraverso la volontà e l’impegno di pionieri si è iniziata ad affrontare in modo coordinato una comune attività di ricerca e di proposte. Nello specifico, vediamo cosa accade per il riciclo del calcestruzzo.

Il riciclo del calcestruzzo, quali sono i vantaggi?

Quando si parla di riciclo del calcestruzzo, bisogna considerare che gli inerti per calcestruzzo naturali hanno provenienza e caratteristiche ben conosciute. Quando è previsto un particolare colore del calcestruzzo sono richieste delle precise proprietà geologiche dell’inerte.

Il riciclo di materiale inerte proveniente da demolizione costituisce una frazione non insignificante degli inerti di reimpiego per la confezione del calcestruzzo.

I vantaggi nell’utilizzo di materiale riciclato sono:

I materiali normalmente usati come inerti di riciclo sono i seguenti:

Di questi materiali solo pochi sono effettivamente impiegati nelle nuove costruzioni edilizie.

Alcune informazioni supplementari:

-l’utilizzo di inerti riciclati per un 20% rispetto agli inerti naturali ha effetti limitati nei valori di resistenza a compressione del calcestruzzo. Una sostituzione totale porta invece a una riduzione della resistenza a compressione del 20%;

-la rigidezza del manufatto con un rimpiazzo del 20% non subisce riduzioni significanti, con un rimpiazzo totale necessita considerare un valore di riduzione del 10%;

-la durabilità per la stessa resistenza e mix design non subisce significative variazioni con la sostituzione degli inerti;

-con la sostituzione del 20% la lavorabilità non viene modificata.

La sostituzione di inerti naturali con inerti riciclati in percentuali superiori al 20% porta ad una sensibile riduzione della lavorabilità e ad una maggior richiesta di acqua, a causa della sezione irregolare degli inerti, del maggior assorbimento dell’inerte frantumato e dalla presenza di particelle di cemento non idratate.

Se si prende in considerazione l’intero ciclo di vita di un conglomerato cementizio, all’emissione di anidride carbonica causata dalla reazione di calcinazione del calcare durante la produzione del cemento, si contrappone un suo assorbimento dovuto alla reazione di carbonatazione durante il ciclo di vita della costruzione che compensa parzialmente l’impatto ambientale conseguente alla produzione di cemento.

Per quanto riguarda l’impatto ambientale degli aggregati è opportuno considerare che la loro escavazione richiede 20 MJ/t di energia da combustione e 9 MJ/t di energia elettrica, mentre la loro frantumazione ne richiede, rispettivamente, 120 MJ/t e 50 MJ/t.

L’impatto ambientale degli aggregati riciclati da rifiuti di demolizione può essere valutato in 40 MJ/t di energia da combustione e 15 MJ/t di energia elettrica.

La tabella che segue fornisce le caratteristiche meccaniche di confronto tra il calcestruzzo convenzionale e il calcestruzzo con aggregati riciclati.

Riciclo del calcestruzzo

I due calcestruzzi raggiungono le stesse prestazioni meccaniche; sulla base di questi risultati il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici ha autorizzato nelle nuove Norme Tecniche per le Costruzioni – con il d.m.17 gennaio 2018 – l’uso di aggregati grossi riciclati provenienti da calcestruzzo demolito per la produzione di calcestruzzo strutturale, sia preconfezionato che prefabbricato.

In relazione all’impatto economico, gli ecocosti contemplano la compensazione dell’impatto ambientale causato dall’estrazione degli aggregati naturali in cava e il costo di conferimento in cava del calcestruzzo demolito e non riciclato come aggregato per nuovo calcestruzzo.

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Calcestruzzo ed elementi prefabbricati, quali sono le possibilità di reimpiego?

Di riciclo del calcestruzzo si parla anche negli elementi prefabbricati. Di base molti elementi prefabbricati in calcestruzzo possono essere smontati, rinnovati se necessario e riusati.

In particolare:

L’esito positivo del riuso dipende da due fattori:

A questo proposito, per il recupero sono determinanti i sistemi di fissaggio, di incastro e di ancoraggio degli elementi, e quindi il loro grado di reversibilità.

Le possibilità di reimpiego sono chiaramente legate alle condizioni di calcolo ipotizzate in fase di progettazione iniziale. Le stesse non possono essere superate (carichi permanenti, carichi accidentali, carichi puntuali, effetti termici, ecc.) al fine di non sottoporre gli elementi a condizioni di sollecitazioni superiori a quelle di calcolo.

Un’ ulteriore attività da prendere in considerazione è quella di testare il comportamento del calcestruzzo per verificarne la capacità a sopportare i carichi a compressione.

La prefabbricazione in calcestruzzo ha una consolidata esperienza di realizzazioni in Italia e una gamma produttiva vasta che interessa essenzialmente gli edifici industriali, ma anche il settore agricolo e le attività di distribuzione commerciale, senza dimenticare le esperienze nel settore dell’edilizia residenziale.

In futuro sarà utile che i prefabbricatori prendano in considerazione la decostruzione già nella fase di progetto, in quanto il precast è fra i principali componenti beneficiari del riuso.

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Dal 1° giugno 2015 è entrata in vigore una nuova normativa e una nuova classificazione nella produzione e gestione dei rifiuti.

 

Quello che i produttori di rifiuti devono sapere è che la decisione 2014/955/UE del 18/12/2014 modifica la decisione 2000/532/CE sulle modalità di classificazione dei rifiuti e che con il regolamento UE 1357/2014 del 18/12/2014, che modifica l’allegato III della direttiva 2008/98/CE, viene abrogata la direttiva 67/548/CEE e viene preso come riferimento per i limiti di classificazione dei rifiuti il regolamento CLP (Classification, Labelling, Packagning) n. 1272/2008 sulla classificazione, l’etichettatura e l’imballaggio delle sostanze e delle miscele pericolose.

 

La legge n. 116/2014 è di fatto entrata in vigore a febbraio di quest’anno, ma è da questo mese che vengono introdotte importanti variazioni ai criteri di attribuzione delle classi di pericolo. In particolare la norma riguarda i cosiddetti codici CER a specchio.

 

I codici CER sono delle sequenze numeriche, composte da 6 cifre riunite in 3 coppie, che hanno il compito di identificare un rifiuto in base al processo produttivo da cui è originato.

I codici CER si distinguono in pericolosi e non pericolosi. Questi ultimi vengono identificati graficamente con un asterisco (*) dopo le cifre.

 

La pericolosità di un rifiuto, se non è determinabile dalle schede di sicurezza dei prodotti che lo costituiscono, si determinata tramite analisi di laboratorio volte a verificare l’eventuale superamento di valori di soglia individuati dal Regolamento CLP.

 

Questo metodo si applica alle tipologie di rifiuti individuati da “codici CER a specchio”, ossia una coppia di codici CER che si riferiscono allo stesso rifiuto, uno asteriscato in quanto pericoloso e l’altro non asteriscato in quanto non pericoloso.

 

Un rifiuto individuato da una “voce a specchio”, quindi, è identificato come pericoloso solo se le sostanze pericolose raggiungono determinate concentrazioni.

 

Le principali novità introdotte sulla classificazione della pericolosità dei rifiuti sono:

– variazione dei limiti di concentrazione per alcune classi di pericolo;

– introduzione di nuovi criteri relativi all’attribuzione delle classi di pericolo;

– ridefinizione di alcune classi di pericolo;

– introduzione di codici di indicazioni di pericolo, che sostituiscono le precedenti frasi “R”;

– ridenominazione delle caratteristiche di pericolo da “H” a “HP” (Hazard Property).

 

Si vengono così a delineare tre situazioni:

1. rifiuto classificato con CER non pericoloso: non occorrono ulteriori specificazioni per la sua classificazione;

 

2. rifiuto classificato con CER pericoloso: è necessario determinare le proprietà di pericolo con i codici prima di procedere alla gestione del rifiuto. L’accertamento analitico serve per definire le HP da applicare;

 

3. rifiuto classificato con CER a specchio: uno pericoloso ed uno non pericoloso con la stessa descrizione. Per stabilire se deve essere gestito come non pericoloso o pericoloso, deve essere valutata la possibilità di assegnare uno dei codici di pericolo HP. In questo caso occorre:

a) individuare i componenti presenti nel rifiuto valutando la scheda informativa del produttore, il processo chimico che lo ha prodotto, il campionamento e l’analisi;

b) determinare i pericoli dei composti sulla base di normative europee su etichettatura sostanze e preparati pericolosi, fonti informative europee ed internazionali e schede di sicurezza delle materie utilizzate nei processi da cui derivano i rifiuti;

c) comparare le concentrazioni rilevate con l’analisi chimica sul rifiuto con quelle limite di pericolo segnalate nelle frasi di rischio specifiche dei componenti.

Se i componenti del rifiuto sono rilevati solo attraverso analisi chimiche eseguite senza indicazioni sul ciclo produttivo, si considereranno i composti peggiori in funzione dell’attribuzione delle HP.

Se non è possibile identificare le varie sostanze presenti nel rifiuto seguendo le procedure sopra descritte, il rifiuto viene classificato come pericoloso.

 

Prima della applicazione della legge 116/2014, molti rifiuti con codice a specchio venivano classificati non pericolosi in base al processo che li generava. Da questo mese questa decisione deve essere supportata da analisi.

 

Conseguenza: molti impianti di smaltimento richiedono la classificazione dei rifiuti non pericolosi e soprattutto stanno modificando le procedure di omologa, inserendo in questo modo parametri che prima non erano considerati, in quanto “esclusi” per genesi del rifiuto.

 

Inoltre queste nuove disposizioni avranno delle ripercussioni anche nella tenuta dei Registri di Carico e Scarico, piuttosto che sulla compilazione dei Formulari di identificazione dei rifiuti e, non ultimo, sul SISTRI.

 

Articolo di Roberta Lazzari

23 metri e più di 100 mila bottiglie di plastica: queste le dimensioni del ponte di plastica più grande al mondo. Si trova sul canale Bega a Timisoara in Romania.

Il ponte ha una forma circolare, dotato di scale e ringhiere, può supportare più di 200 persone e sotto il ponte possono transitare piccole imbarcazioni.

 

Il progetto è nato, come ha spiegato Radu Rusu di EcoStuff (un’associazione ambientalista da sempre in prima linea su temi come riciclo, sostenibilità e green economy), con l’obiettivo di fare qualcosa di abbastanza grande da attirare l’attenzione sulle enormi quantità di rifiuti scaricati ogni giorno nei fiumi e negli oceani di tutto il mondo.

 

Questo ponte è il primo fatto di sole bottiglie di plastica legate con cavi, e anche il primo ad essere realizzato dai volontari. Sono stati creati dei piccoli mattoni fatti di bottiglie di plastica tenuti insieme da sottili corde di polipropilene, fissati con fili e/o reti saldate in 76 moduli.

Il ponte è stato progettato in un concorso presso l’Università di Architettura di Timisoara: tra le 4 proposte presentate, quella realizzata è risultata essere vincente.

 

Anche altre organizzazioni si stanno muovendo per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti scaricati in acqua.

5 Gyres Institute, grazie ad un team di ricercatori statunitensi, neozelandesi, cileni, francesi, sudafricani ed australiani, ha condotto uno studio che raccoglie 6 anni di lavoro e campionamenti effettuati percorrendo 50.000 miglia nautiche. Dall’analisi e modellizzazione delle 24 campagne oceanografiche condotte, l’équipe internazionale ha rilevato che plastiche e microplastiche sono presenti nell’insieme dell’oceano mondiale.

 

È stato così definito che le aree di convergenza oceaniche , i vortici impropriamente chiamati “isole di plastica”, o gyres, non sono zone di accumulazione permanente ma luoghi di trasferimento, di trasformazione e di redistribuzione delle plastiche galleggianti a causa dei fenomeni di degradazione attraverso diversi meccanismi e dei movimenti delle acque.

La plastica dispersa in mare viene spostata dai venti prevalenti e dalle correnti di superficie.

 

Una quantità significativa di meso e macroplastiche può spiaggiarsi sulle coste (facilitando il suo recupero), tuttavia la rimozione di microplastiche, colonizzate dal biota o mescolate con detriti organici, diventa non economicamente ed ecologicamente sostenibile, o addirittura impraticabile. Pertanto le microplastiche si riversano nei sedimenti, solo dopo aver causato svariati effetti biologici. Per tale motivo risultano fondamentali soluzioni pre-consumo e post-consumo.

 

5 Gyres Institute basa le sue attività sui lavori di ricerca, non mette in croce la plastica ma cerca di stimolare l’industria a gestire l’insieme del ciclo di vita dei suoi prodotti, favorendo il riciclo e il riuso delle materie e la produzione di polimeri biodegradabili.

 

Nel frattempo i realizzatori del ponte di plastica sono in trepidante attesa della decisione da Guinness World Records per sapere se il loro ponte sarà ufficialmente la più grande struttura di bottiglia di plastica nel mondo.

 

di Roberta Lazzari

 

 

Fonti:

http://www.ansa.it

http://www.greenreport.it

http://ecowatch.com

SCRAPout#2 ReFuture è l’expo dell’Upcycling a Padova dove vengono esposti e presentati i progetti per fare arte rispettando l’ambiente. Dal 21 novembre al 12 dicembre 2014 sarà possibile ammirare le opere di giovani artisti presso l’ex Macello. Il fine ultimo è trovare il modo per costruire un futuro ecosostenibile e per fare ciò trovare e sviluppare delle strategie personali e sociali al fine di ottimizzare i nostri consumi.

ReFuture è un percorso rivolto al futuro che vogliamo, mantenendo come focus l’applicazione del pensiero creativo e delle tecniche artigianali alla produzione di beni utili.

ReFuture ha come obiettivo affermare il bisogno di valorizzare le qualità del presente.

Beni utili sono l’arredamento e infatti molte sono le proposte di complementi d’arredo ottenuti dal riutilizzo dei materiali.

ReFuture ha una Struttura a Matrioska: vi sarà un’esposizione fissa di 8 artisti, 3 work in progress, un movimento scandito da 4 step e un video documentario. Inoltre nel centro storico della città verrà proiettato l’expo in corso.

L’expo, come detto, durerà tre settimane e verranno esposte le opere selezionate quest’estate. Saranno presenti inoltre tre artisti-designer artefici di uno spazio arredato, parte integrante del laboratorio culturale.

Nel workshop vi sarà un percorso, promosso da La Mente Comune e l’Ufficio Informambiente del Comune di Padova, per avvicinare i giovani degli istituti tecnico-professionali ed artistici alle tecniche artigianali e diffonderle. Sarà dato loro uno spazio all’interno dell’expo, un eco-bar, per poter allestire quanto realizzato.

In questo modo i giovani vengono introdotti al concetto di riuso, motivandoli e dando loro la possibilità di esporre con dei designer del settore.

Inoltre il messaggio rivolto a tutta la cittadinanza, anche quella non artistica, è quello di sviluppare uno stile di vita sostenibile.
Il video documentario riguarda l’Upcycling in Italia. ReFuture vuole essere si luogo d’incontro presente, ma anche continuo. Una raccolta di documenti e informazioni che possono essere utilizzate anche a progetto concluso. Il video rappresenterà il lavoro degli artisti espositori nei loro laboratori-botteghe, attraversando tutta l’Italia.

L’Expo ScrapOut#2 ReFuture è paragonabile ad una scatola cinese: un insieme di idee e di lavori ognuno dei quali contiene ed è contenuto senza nascondere la bellezza, la funzione e l’importanza dell’altro. Un laboratorio nella fabbrica, un gioco continuo che può essere smontato, spostato quindi utilizzato con finalità specifiche, analizzato o studiato.
I confini del gioco sono la “Madre” (il progetto ReFuture e l’associazione La Mente Comune che hanno reso possibile questo ambizioso lavoro) e l’ultima bambola il “Seme” che non si può aprire. Essa rappresenta la mostra cristallizzata nello spazio espositivo Biosfera nel ghetto di Padova.

Articolo di Roberta Lazzari

Fonti:
www.corrieredelveneto.corriere.it – Reciclaggio e design, un’eco-mostra
www.lamentecomune.it

Quale soluzione può essere più ecologica di raccogliere i rifiuti differenziati con dei mezzi di trasporto a zero emissioni? Le biciclette ad esempio!

 

Un’idea semplice e banale, tuttavia da nessuna parte sviluppata se non in Nigeria. A Lagos, capitale del Paese, si stima una popolazione di circa 18 milioni di persone, in continua crescita. L’organizzazione comunale riesce a fronteggiare solo il 40% della raccolta di rifiuti e il 13 % dei materiali riciclabili sono raccolti nelle discariche.

 

La parte della popolazione che vive nelle baraccopoli è costretta a condizioni di degrado, la spazzatura non viene raccolta sistematicamente e le malattie prolificano, per non parlare dello stress che questa situazione comporta a chi deve sostenerla.

 

È così che è nata una vera e propria flotta di biciclette, la Wecyclers, dotate di un particolare carrello da carico, che si occupa della raccolta dei rifiuti riciclabili della città, quali bottiglie di plastica, sacchetti e lattine.

 

Tale raccolta riguarda soprattutto le aree dove vivono le famiglie a basso reddito, ovvero quelle più densamente popolate.

 

L’incentivo per differenziare è una raccolta punti: ogni chilogrammo di rifiuti buttato in modo eco-cosciente si guadagnano punti e i premi vanno dai minuti di telefonate gratuiti ai prodotti alimentari, ai prodotti per la casa.

 

Questa iniziativa ha ricevuto il premio Best Sustanainability Solution dell’evento organizzato da Sustainia, che ha lo scopo di premiare le soluzioni di sostenibilità con un notevole potenziale per aiutare a costruire un futuro migliore: una vita più ricca, più sana e più sostenibile.

 

Sustainia è una piattaforma di innovazione in cui Aziende, Organizzazioni Non Governative, Fondazioni si trovano per sostenere e lavorare con un approccio concreto alla sostenibilità, puntando su soluzioni prontamente disponibili, per far crescere mercati e settori di prodotti e servizi sostenibili.

 

In particolare Sustainia individua soluzioni innovative e sostenibili da tutto il mondo, promuove conferenze e presentazioni per il futuro sostenibile, pubblica guide pratiche sostenibili applicabili nelle città e per una vasta gamma di settori, organizza workshop sulla vita sostenibile e tendenze fondamentali nel campo della sostenibilità. In questo modo permette di creare alleanze di settore e sviluppare la rete tra imprese, ricercatori, organizzazioni e la società civile per lavorare nella stessa direzione.

 

Sustainia cerca di dare una visione di ciò che un futuro sostenibile potrebbe essere.

 

Articolo di Roberta Lazzari

 

Fonti:

www.ansa.it – In Africa il riciclo si muove sulla bicicletta – Programma “Wecyclers” premiato al Sustainia Award – 12 novembre 2014

http://wecyclers.com

http://www.sustainia.me

Con sentenza del 25 giugno 2014, n. 27478 la Sez. III Pen. della Cassazione si è pronunciata su una fattispecie riguardante lo sversamento sul suolo di fusti contenenti rifiuti pericolosi, ossia policlorodibenzodiossine, policlorodibenzofurani (PCB), clorofenoli, residuo oleoso e idrossido di potassio.

 

La società ricorrente contestava il fatto di considerare rifiuti le sostanze in parola, in quanto i fusti erano stati sottoposti a trattamento in vista di un successivo riutilizzo e, dunque, non potevano essere considerati come beni di cui ci si voleva disfare.

 

La Suprema Corte ha respinto tale assunto difensivo del ricorrente, basando la propria decisione sull’esame della normativa di settore. In particolare, ha ricordato la Cassazione, con d.lgs. 209/1999 è stata data attuazione in Italia alla direttiva 96/59/CE relativa allo smaltimento dei policlorodifenili e dei policlorotrifenili, con lo scopo di disciplinare lo smaltimento di PCB usati e la decontaminazione e lo smaltimento dei PCB e degli apparecchi contenenti PCB, ai fini della loro completa eliminazione.

 

Secondo le previsioni del decreto legislativo richiamato, costituisce obbligo per il detentore di PCB o di apparecchi contenenti PCB procedere ad una corretta decontaminazione/smaltimento degli stessi. In sostanza, operando un collegamento di tali disposizioni con la definizione di rifiuto contenuta oggi nel d.lgs. 152/2006 (e in precedenza nel d.lgs. 22/1997 vigente all’epoca dei fatti e richiamato dalla Cassazione nella pronuncia in esame), risulta evidente come tali sostanze/apparecchi debbano farsi rientrare tra i materiali di cui il produttore/detentore ha l’obbligo di disfarsi sulla base di specifica normativa.

 

Questo articolo di Paolo Costantino è pubblicato sul numero di settembre 2014 de L’Ufficio Tecnico, nella rubrica dedicata all’ambiente. Scopri i contenuti della rivista, richiedi una copia gratuita e abbonati.

Nel corso degli anni, il tema della gestione nonché dello smaltimento dei rifiuti ha assunto una dimensione sempre maggiore, sia a livello internazionale sia a livello nazionale e locale, quale conseguenza dell’attuale sistema economico e sociale fondato sulla continua crescita della produzione e del consumo di beni e servizi. Il predetto sistema si basa, quasi esclusivamente, sul consumo di risorse naturali (materie prime, energia, suolo), il quale è aumentato enormemente in conseguenza degli sviluppi tecnologici che hanno favorito la diversificazione dei processi produttivi nonché la moltiplicazione delle tipologie di prodotti, rendendo sempre più mutevoli i modelli di consumo e di produzione.

 

La relativa direttiva comunitaria definisce rifiuto qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o l’obbligo di disfarsi, al di la della definizione giuridica che è stata ed è oggetto di discussione.

 

Quindi, ciò che è possibile, generalmente, definire come rifiuto sono tutti i residui della produzione e del consumo che si presentano in forma solida e liquida (se raccolti in un contenitore rigido) nonché i fanghi. I rifiuti, da un punto di vista normativo, vengono distinti in rifiuti solidi urbani (RSU) – quelli prodotti dalle famiglie, dalle attività commerciali nonché dagli ospedali, dalle carceri, dalle caserme e dalle scuole – ed in rifiuti speciali (quelli derivanti dalle attività produttive), i quali, a loro volta, sono distinti in rifiuti pericolosi e rifiuti non pericolosi. Non rientrano nella predetta normativa i rifiuti nucleari, i quali sono regolamentati da altra normativa. [8]

 

Da diversi anni, la prevenzione è divenuta un obiettivo fondamentale delle politiche comunitarie e nazionali. La produzione di rifiuti è un indicatore che misura l’impoverimento delle risorse naturali: infatti, sussiste una stretta correlazione tra la quantità di rifiuti prodotti, la perdita di risorse naturali e l’inquinamento. Un continuo aumento della quantità di rifiuti indica un’eccessiva pressione dello sviluppo economico nei confronti delle risorse della terra, sia di quelle non rinnovabili (il cui stock è fissato) sia di quelle rinnovabili (che hanno una capacità di rigenerazione costante, ma limitata da fattori di carattere fisico, geografico e biologico). Oltre alla quantità di rifiuti prodotti, è da considerare, anche, la qualità degli stessi. Difatti, i rifiuti pericolosi, anche in piccole quantità, generano impatti pesanti sugli ecosistemi naturali e sull’ambiente in generale, e, conseguentemente, sulla salute e sulla qualità della vita delle persone e delle comunità delle presenti nonché delle future generazioni.

 

L’aumento della quantità e della pericolosità dei rifiuti prodotti nelle Società industriali ha comportato, negli ultimi 30-40 anni, l’avvio di un importante, e spesso illegale, traffico transnazionale di immondizie dei Paesi industrializzati verso i sud del mondo. Negli ultimi anni, quale conseguenza degli impegnativi obiettivi prefissati dalla normativa comunitaria relativamente alla percentuale di raccolta differenziata e di recupero dei materiali, si è registrato un significativo aumento del commercio di rifiuti quali carta, imballaggi e metalli, sia all’interno dell’Unione europea (UE) che all’esterno. [2][4]

 

È nel suddetto scenario che le modalità di raccolta, stoccaggio e smaltimento dei rifiuti acquistano una sempre maggiore importanza, così come il continuo ed il costante controllo degli aspetti legati all’inquinamento dovuto alle discariche.

 

La normativa italiana ha recepito la relativa direttiva europea, la quale prevede tre tipologie differenti di discarica: discarica per rifiuti inerti, discarica per rifiuti non pericolosi (tra i quali, i RSU) e discarica per rifiuti pericolosi.

 

La normativa definisce, inoltre, il piano di sorveglianza e di controllo tramite il rispetto di specifici parametri chimici, chimico-fisici, idrogeologici, meteo-climatici e topografici, da determinare con cadenza periodica e con una stabilita frequenza delle misurazioni.

 

L’UE, con la predetta direttiva, stabilisce che nelle discariche debbano essere stoccati esclusivamente materiali a basso contenuto di carbonio organico e materiali non riciclabili, dando, quindi, la priorità al recupero dei materiali, prevedendo compostaggio e riciclo quali strategie primarie per lo smaltimento dei rifiuti. Infatti, i residui di molti rifiuti (specialmente i RSU organici) rimangono attivi per oltre 30 anni e, tramite i naturali processi di decomposizione, producono biogas e liquami contaminanti per il terreno e per le falde acquifere, rendendo necessario un preventivo trattamento di compostaggio. Pertanto, le discariche devono possedere, in riferimento alla normativa in materia, caratteristiche strutturali tali da contenere eventuali emissioni nocive, ovvero possedere una struttura a barriera geologica tale da isolare i rifiuti dal terreno, consentire il rispetto degli standard igienici e della biosfera nonché consentire il riutilizzo dei biogas prodotti con combustibile per la generazione di energia.

 

Inoltre, le discariche richiedono un monitoraggio costante, in tutte le fasi della loro vita, nel rispetto del suddetto piano di sorveglianza e controllo, il quale prevede una serie di parametri da misurare attraverso sistemi di prelevamento ed analisi prestabiliti. Il monitoraggio deve essere effettuato sulle acque sotterranee, sulle acque meteoriche che attraversano la discarica, sul percolato prodotto dai rifiuti in fase di deterioramento, sull’emissione di gas dalla discarica e sulla qualità dell’aria presente nelle vicinanze della discarica, sui parametri meteo-climatici della zona in cui ha sede la discarica medesima e sulla morfologia della discarica stessa. [4][5][7][9]

 

Lo svolgimento delle suddette importanti attività di monitoraggio delle discariche può essere effettuato dagli Aeromobili a Pilotaggio Remoto (droni) in modo efficiente ed efficace (consulta anche lo speciale Dossier Droni su Ingegneri.cc).

 

Aeromobili a Pilotaggio Remoto (droni)

Un Aeromobile a Pilotaggio Remoto (APR), comunemente denominato drone, è un velivolo caratterizzato dall’assenza del pilota umano a bordo. Il suo volo è controllato da un computer di bordo, sotto il monitoraggio remoto di un navigatore o di un pilota, sul terreno o a bordo di un altro veicolo [10][11].

 

L’utilizzo dei droni è ormai consolidato in campo militare ed è in fase di espansione per utilizzi in campo civile. Gli ambiti di applicazione sono molteplici ed interessano il controllo, il rilevamento, la mappatura e lo svolgimento di attività pericolose per l’uomo [1][6][10][11].

 

Altri acronimi utilizzati per l’identificazione di un drone, la maggior parte dei quali di derivazione anglosassone, sono RPA (Remotely Piloted Aircraft), UAV (Unmanned Aerial Vehicle), RPV (Remotely Piloted Vehicle), ROA (Remotely Operated Aircraft), UVS (Unmanned Vehicle System).

 

Il panorama normativo in materia è eterogeneo e composto da normativa internazionale, comunitaria e nazionale. Il rapporto tra le predette fonti normative è di tipo gerarchico; pertanto, quanto disposto da una fonte normativa inferiore soccombe in presenza di disposizioni normative di una fonte superiore.

 

I risultati dei processi d’innovazione tecnologica sviluppati negli ultimi anni, consentono, ad oggi, l’equipaggiamento di un APR con attrezzatura sensoristica nello spettro del visibile e dell’infrarosso, fino ad arrivare a sensori più evoluti come i sensori Lidar e per il monitoraggio della qualità dell’aria [3].

 

Le principali applicazioni degli APR in ambito civile riguardano il monitoraggio dei siti archeologici, la sicurezza territoriale, delle frontiere e la lotta ai narcotrafficanti, il monitoraggio delle centrali e degli impianti industriali, il telerilevamento, il rilievo architettonico, il monitoraggio ambientale, la biodiversità ed il monitoraggio della fauna, le operazioni di ricerca e di soccorso nonché le videoriprese e le fotografie in generale.

 

Droni per uso civile

Il drone, definito anche multirotore, può essere equipaggiato con 3, 4, 6 o 8 motori; la capacità di carico del drone medesimo è direttamente proporzionale al numero dei suoi motori. Con un piccolo quadricottero (drone equipaggiato con 4 motori) munito di un’elettronica di bordo affidabile, è possibile portare in volo una piccola videocamera su un supporto di stabilizzazione video, per effettuare riprese video. Se si vuole aumentare la capacità di carico in volo, è necessario prendere in considerazione esacotteri (6 motori) od ottocotteri (otto motori). [1][6][10][11]

 

La scelta di una buona elettronica di bordo è determinante alla funzionalità, all’affidabilità ed alla durata di un drone. Una centralina di bordo è un sistema di autopilota munito di diversa componentistica (antenne GPS, giroscopi, accelerometri, barometri, ecc.) che consente un controllo totale del multirotore, anche con funzionalità avanzate. Infatti, un drone può essere pilotato da remoto mediante un computer e/o direttamente da radiocomando, con funzioni di autostabilizzazione in volo. Può essere programmato per una missione ovvero per un percorso di navigazione a punti (waypoint) definito prima del suo decollo. Può essere in grado di tornare autonomamente al punto di decollo, in caso di emergenza, o a quello programmato precedentemente. [10][11]

 

All’interno di un drone, possono essere installati sistemi di trasmissione video, per ricevere a terra ed in tempo reale le immagini riprese a bordo direttamente dalla videocamera di ripresa e/o da telecamere secondarie. Inoltre, lo stesso può essere comandato da un doppio pilota, ad esempio nel caso in cui ci si debba dedicare sia alla guida che alla ripresa aerea, e può equipaggiare fotocamere calibrate, telecamere, sensori odorigeni e spettrografi. [10][11]

 

Oltre al drone multirotore, è presente – sul mercato – un’altra tipologia di drone, quello ad ala fissa, adatto al monitoraggio del territorio quando le superfici da monitorare sono molto vaste, in grado di volare ad altezze considerevoli e con un’autonomia di volo di circa 50-60 minuti. Anche un drone ad ala fissa può volare in totale autonomia, dal decollo all’atterraggio, e svolgere funzioni di sorveglianza nonché di mappatura del territorio. [10][11]

 

4. Applicazione nell’ambito delle discariche e dei territori a rischio

Le suddette descritte caratteristiche possedute dai droni rendono gli stessi uno strumento idoneo al monitoraggio del territorio, e, quindi, anche al controllo delle discariche e dei territori a rischio.

 

Preliminarmente, è necessaria l’identificazione dei possibili scenari di riferimento ove possono trovare applicazione i droni da utilizzarsi, ovvero l’estensione della discarica e/o del territorio da monitorare nonché le modalità di monitoraggio.

 

Infatti, la tipologia di monitoraggio da eseguire nonché la dimensione della superficie da monitorare consentono di determinare dapprima le attrezzature d’equipaggiamento del drone e, successivamente, il tipo drone da utilizzare.

 

Relativamente alla superficie di una discarica da monitorare, è ragionevole stimare un’area di circa 50.000 mq, quale estensione di una discarica di media capacità destinata allo stoccaggio di rifiuti non pericolosi.

 

Nel rispetto della normativa di riferimento nonché della tipologia di monitoraggio richiesto per una discarica della predetta tipologia, è necessario un dimensionamento ed un attrezzaggio dei droni tali da consentire l’esecuzione di rilevamenti video, termici, morfologici del terreno e di biogas nonché della capacità di campionatura del terreno.

 

È necessario, altresì, prendere in considerazione la necessità di effettuare controlli nelle zone limitrofe alla discarica (sorveglianza e mappatura del territorio), anche a medie distanze, e quella di una quasi totale automazione del processo, mantenendo la flessibilità indispensabile per avere – in qualsiasi momento – la possibilità di eseguire interventi mirati sotto il controllo diretto di un operatore, il quale dovrà essere in grado di manovrare i droni e la strumentazione a distanza di sicurezza dalla discarica medesima.

 

Analisi dei costi

Per effettuare un monitoraggio costante su una superficie come precedentemente stimata, è necessaria una flotta di droni di dimensione adeguata e con la giusta flessibilità di utilizzo.

 

Allo scopo, è stata stimata una flotta tipo che comprende un esacottero, due ottocotteri ed un drone ad ala fissa per la sorveglianza nonché la mappatura del territorio.

 

Sull’esacottero, di buona capacità di carico, è stato previsto il montaggio della strumentazione necessaria per raccogliere campioni in zone mirate della discarica nonché il suo controllo manuale.

 

Sui due ottocotteri, aventi capacità di carico maggiori rispetto a quelle dell’esacottero, è stato previsto un equipaggiamento con fotocamere ad alta definizione e sensori odorigeni nonché un loro utilizzo in totale autonomia, con preimpostazione di percorsi fissi.

 

Il drone ad ala fissa, invece, ha lo scopo di essere utilizzato per effettuare la sorveglianza, la mappatura e la termografia della discarica nonché delle zone circostanti, potendo lo stesso volare a quote maggiori  e con maggiore autonomia (rispetto a quelle dei predetti droni), potendo, quindi, coprire distanze maggiori.

 

I costi necessari all’allestimento delle suddetta flotta tipo, stimati in riferimento alle quotazioni ordinarie di mercato nel settore in considerazione e comprendenti, anche, quelli afferenti al volo radiocomandato da computer, all’operatore con radiocomando ed al volo autonomo con licenze waypoint, sono quelli riportati nella tabella consultabile al seguente link.

 

Inoltre, occorre considerare, oltre ai suddetti costi: 

 

– il costo necessario alla formazione di un singolo operatore (che prevede: un corso di base sull’utilizzo di un drone professionale, un corso sull’utilizzo dell’elettronica e sulla configurazione di un drone professionale, un corso sulla navigazione automatica, sulla fotogrammetria e sulla funzionalità GPS di un drone professionale, n. 10-15 ore di lezione in campo con un istruttore), stimato essere variabile tra i 3.500 € ed i 4.000 €;

– i costi di manutenzione annui (aggiornamenti softwares, manutenzione meccanica ed elettronica), stimati essere pari al 10% dei costi fissi sostenuti;

– il costi necessari all’acquisto della strumentazione specialistica (fotocamera ad alta definizione, termo camera, sensori odorigeni, sistema di raccolta di campioni).

 

Analisi dei benefici

 

L’utilizzo di un drone multirotore per lo svolgimento di azioni normalmente effettuate dall’uomo ha il beneficio di eliminare i rischi legati all’esposizione versus le sostanze tossiche rilasciate all’interno di una discarica. Infatti, stante la possibilità di un drone di operare in remoto, tutte le attività di rilevamento e di piccola campionatura, normalmente svolte da un operatore umano personalmente, possono essere effettuate in automatico dal drone medesimo. Ciò, comporta l’eliminazione dei costi necessari all’acquisto di attrezzature particolari per l’esecuzione di sopralluoghi nonché l’eliminazione di costi legati ad eventuali indennizzi, e consente di effettuare rilievi maggiormente accurati in quanto un drone ha la capacità di volare stabilmente a bassa quota e di rimanere sospeso su specifici punti per effettuare i rilievi necessari.

 

Inoltre, ricorrendo a waypoints prefissati, è possibile una costante comparazione dei rilievi morfologici, termici e delle analisi dei biogas rilasciati in punti specifici, che consente l’immediato rilevamento di anomalie sinonimo di problematiche nella struttura della discarica o nei contenuti dei rifiuti depositati nella stessa.

 

Ancora, per mezzo del software di gestione, è possibile la programmazione di una costante attività di perlustrazione nei dintorni di un punto specifico, in un raggio – anche – di 500 m, in totale autonomia e con la possibilità di impostare sistemi di sicurezza in grado di riportare il drone a terra o in determinato punto prestabilito, in caso di sussistenza di specifiche problematiche afferenti al drone medesimo.

 

I benefici dell’utilizzo di un drone ad ala fissa, simile ad un aereo in miniatura, sono afferenti ad un movimento più veloce, alla copertura di distanze maggiori e ad un volo ad altezze superiori, rispetto ad un drone multirotore.

 

Pur non avendo la possibilità di rimanere sospeso in aria, un drone ad ala fissa consente, però, di effettuare rilevamenti d’insieme delle aree oggetto d’esame e di svolgere attività di controllo su superfici molto vaste. Quindi, sono possibili, altresì, attività di sorveglianza, mediante il rilievo delle attività nei dintorni di una discarica ed il controllo dei territori a rischio (discariche abusive).

 

I droni consentono, quindi, la riduzione delle tempistiche di rilevazione, di conseguenza, anche, delle tempistiche d’intervento di risanamento ed hanno un impatto ambientale nullo, per la loro natura elettrica.

In tal modo, è possibile una sicura limitazione dei rischi ambientali, potendo agire tempestivamente al presentarsi di problematiche afferenti alle discariche ed ai territori a rischio.

 

Conclusioni

Il ricorso ai droni sta divenendo una pratica comune in un numero sempre crescente di settori.

 

Alla luce di quanto esposto in materia di stoccaggio dei rifiuti ed in relazione alle potenzialità dei sistemi UAV nonché del continuo sviluppo di questo settore (costi sempre più accessibili, continuo sviluppo delle tecniche e delle tecnologie, semplicità di utilizzo di tali sistemi), il drone risulta essere uno strumento efficace, affidabile e conveniente per il monitoraggio delle discariche e dei territori a rischio, anche per l’eliminazione di tutte le componenti di rischio per l’uomo. Inoltre, l’utilizzo dei droni consente di mantenere costante, nel tempo, ogni tipologia di monitoraggio, svolto in quasi totale automazione, nonché di ridurre le tempistiche di rilevamento e, conseguentemente, le tempistiche d’intervento di risanamento, il tutto con un impatto ambientale sostanzialmente nullo, per la natura elettrica dei droni medesimi. È, così, possibile una certa limitazione dei rischi ambientali, agendo tempestivamente al presentarsi di problematiche afferenti sia alle discariche sia ai territori a rischio.

 

Allo stato attuale e dalle stime effettuate, risulta ancora elevato il costo complessivo iniziale necessario per la messa a regime dell’intero sistema, come descritto precedentemente.

 

Un buon approccio potrebbe essere quello di adottare il sistema sopra descritto per step successivi, ovvero:

 

– il sistema potrebbe essere costituito, inizialmente, da un singolo drone avente funzioni sia di monitoraggio tramite video ad alta definizione e termografie sia di raccolta di campioni, così riducendo, parzialmente, il lavoro normalmente svolto da operatori umani e, di conseguenza, i tempi di esposizione a possibili fattori tossici della discarica;

– ammortizzando nel tempo i costi, potrebbe essere integrata, successivamente, la composizione della flotta dronica e della strumentazione, completandola ed ottimizzandola in base alle specifiche esigenze, e potendo utilizzare, anche, il personale già formato per funzioni di tutoraggio ai nuovi operatori di cui sarà necessario con l’ampliamento della flotta medesima.

 

 

Sarebbe opportuno attivare un progetto pilota per verificare, sul campo, i vantaggi del ricorso a questa nuova tecnologia per poi procedere alla sua diffusione, utilizzando il know-how derivante dal progetto pilota stesso, con l’obiettivo di rendere il sistema uno standard per il monitoraggio delle discariche e dei territori circostanti.

 

Articolo del prof. Ing. Donato Morea, Docente di Economia Applicata all’Ingegneria presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata; Presidente della Commissione Project Financing dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Roma.

 

Bibliografia essenziale

[1] Aerei senza pilota, Mach 1 – enciclopedia dell’aeronautica, volume 3°, pp. 270-274, Edipem Novara 1978, Copyright of Orbish Publishing Ltd, London

[2] Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), Rapporto rifiuti urbani – Edizione 2013, http://www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/rapporti/rapporto-rifiuti-urbani-edizione-2013/rapporto_176_2013.pdf

[3] Barazzetti L., Remondino F., Scaioni M., Brumana R. (2002), Fully automatic UAV image based sensor orientation, International Society for Photogrammetry and Remote Sensing (ISPRS), vol. XXXVIII

[4] Consonni S.D. (2004), Leggi e tecnologie ambientali relative alla gestione dei rifiuti, nel corso “Sistemi di Gestione Ambientale”, Treviso Tecnologia

[5] D’Antonio G.D. (1997), Trattamento dei rifiuti solidi urbani, Maggioli Editore

[6] Delmer S. Fahrney (R. Admiral retired, U.S. Navy), History of Radio-Controlled Aircraft and Guided Missiles

[7] Direttiva Europea 1999/31/CE

[8] Direttiva Europea 2008/98/CE

[9] D.lgs. 13 gennaio 2003, n. 36

[10] Horgan J. (2013), Unmanned flight, National Geographic Magazine

[11] Roma A. (2013), Breve storia dei droni, Limes, http://temi.repubblica.it/limes/breve-storia-dei-droni/48678

L’identificazione del carattere sostanziale di una modifica all’impianto necessita di una verifica effettiva e concreta da parte dell’amministrazione competente in merito ai possibili effetti negativi e significativi sull’ambiente.

 

Il TAR Lazio, sez. I-ter, con sentenza 28 marzo 2014, n. 3418, si è pronunciato sul concetto di modifica sostanziale di un impianto sottoposto ad Autorizzazione Integrata Ambientale.

 

Nel merito, l’AIA era stata rilasciata dalla Regione per l’esercizio di una discarica di rifiuti urbani per un invaso di discarica pari a 380.000 metri cubi e per un quantitativo di rifiuti smaltibili pari a 342.000 tonnellate circa.


Successivamente veniva approvata una variante all’impianto ritenuta non sostanziale (collocazione in discarica di 80.000 metri cubi) senza considerare tuttavia, ad avviso della ricorrente associazione ambientalista, che la procedura da seguire avrebbe dovuto essere quella concernente le modifiche sostanziali di cui al d.lgs. n. 152/2006 (che prevede il riesame e non una semplice integrazione dell’autorizzazione già rilasciata).

 

Del medesimo avviso della ricorrente è il TAR, che risolve la questione partendo dalla definizione di “modifica sostanziale” di cui all’art. 5, comma 1, lett. l-bis del Testo Unico Ambientale.

 

Difatti, secondo la disposizione citata, tale modifica si configura in presenza di una “variazione delle caratteristiche o del funzionamento ovvero un potenziamento dell’impianto, dell’opera o dell’infrastruttura o del progetto che, secondo l’autorità competente, producano effetti negativi e significati vi sull’ambiente. In particolare, con riferimento alla disciplina dell’autorizzazione integrata ambientale, per ciascuna attività per la quale l’allegato VIII indica valori di soglia, è sostanziale una modifica che dia luogo ad un incremento del valore di una delle grandezze, oggetto della soglia, pari o superiore al valore della soglia stessa“.

 

Secondo il TAR, avuto riguardo alla discarica in oggetto, occorre fare riferimento all’Allegato VIII, Parte II, del d.lgs. n. 152/2006, il quale, in relazione alla Categoria IPPC, al punto 5.4, indica le discariche che ricevono più di 10 tonnellate al giorno o con una capacità totale di oltre 25.000 tonnellate. Ciò detto, il Tribunale precisa tuttavia che “l’inciso «In particolare», contenuto nell’articolo 5, comma 1, lett. l-bis, del codice dell’ambiente, induce a ritenere che il legislatore abbia individuato ipotesi in cui la variante deve essere considerata sempre sostanziale (in caso di incremento del valore di una delle grandezze, oggetto della soglia), ma non abbia, per questo, escluso che, negli altri casi (ivi compresi quelli in cui, per gli impianti di smaltimento dei rifiuti, si resti al di sotto delle descritte soglie), per valutare la natura sostanziale o non sostanziale di una variante, occorra procedere ad una verifica circa gli effetti negativi e significativi della stessa sull’ambiente”.

 

Pertanto, esaminando la fattispecie, “anche ove, a seguito della variante in questione, non fossero state superate le soglie di 10 tonnellate al giorno di rifiuti conferiti e della capacità totale di oltre 25.000 tonnellate non sarebbe stato possibile escludere, a priori, effetti negativi e significativi sull’ambiente, se non a seguito di una verifica in concreto da parte dell’amministrazione procedente”; verifica che, nello specifico, non risulta essere stata effettuata, con la conseguenza di determinare l’illegittimità del provvedimento autorizzatorio.

 

Articolo di Paolo Costantino