Nel 2008 le imprese italiane hanno previsto l’assunzione di 26.220 laureati in ingegneria, quasi il 36% in più rispetto al 2007. Il dato confortante proviene dalla rilevazione del Sistema informativo Excelsior (Unioncamere – Ministero del lavoro) per conto del Consiglio nazionale degli ingegneri relativo ai Fabbisogni professionali e formativi delle imprese italiane nell’industria e nei servizi per il 2008.

Anche se lo studio si è svolto nel periodo compreso tra febbraio e maggio 2008, ossia un periodo precedente allo scoppio virulento della crisi nei mercati finanziari, il dato conferma l’accresciuta capacità del sistema produttivo italiano di assorbire competenze di ingegneria, in misura addirittura superiore alla “produzione” di laureati del sistema universitario.
Siamo dunque arrivati a una situazione che ribalta quella avuta negli anni passati, quando la difficoltà delle imprese nella ricerca di giovani ingegneri era dovuta all’aspetto “qualitativo”, cioè alla mancata corrispondenza tra qualifiche ed esperienze richieste dal sistema produttivo e quelle possedute dai laureati in ingegneria presenti sul mercato. Oggi invece, in base a quanto rilevato dall’indagine del Centro studi del Cni, la difficoltà è di carattere “quantitativo”, poiché l’offerta appare inferiore rispetto alla domanda d’impresa.

Tra i laureati di ingegneria, i più richiesti sono quelli che hanno seguito i corsi dell’indirizzo elettronico e dell’informazione (10.500 assunzioni, pari al 40% del totale) e quelli che hanno completato il percorso di studi nell’ambito industriale (9.220 assunzioni, pari al 35,2% del totale). Meno entusiasmanti le performance degli ingegneri dell’indirizzo civile e ambientale con appena 2.720 assunzioni (10,4% del totale) e di quelli laureati nei restanti indirizzi che contano 3.780 assunzioni per il restante 14,4% del totale.
Questi dati confermano quanto si è assistito nel corso del 2008. Durante l’anno passato il settore trainante per l’occupazione degli ingegneri si è dimostrato il settore industriale con il 53% delle assunzioni previste.
Dato interessante è anche la diminuita diffidenza verso i laureati triennali. Oltre il 18% delle assunzioni destinate ai neo-ingegneri è specificatamente rivolto ai laureati di primo livello. Si tratta di un dato rilevante, se confrontato con il misero 8.6% del 2007. Continua a permanere comunque la sensazione che i laureati di primo livello siano utilizzati dalle imprese per mansioni fino a qualche anno fa assegnate ai diplomati degli istituti tecnici e professionali. Una parziale conferma di questa “sensazione” si rileva dal fatto che la quota più elevata di assunzioni indirizzate esclusivamente ai laureati triennali è rappresentata dagli ingegneri dei settori civile e ambientale (21,2%) per quelle mansioni normalmente assegnate a geometri e periti.

Tutto bene, dunque?
Non è tutto “rose e fiori”, purtroppo. Il titolo di studio, per quanto autorevole come quello di ingegneria, da solo è insufficiente a garantire al neolaureato un immediato inserimento nel mondo del lavoro. A oltre sette ingegneri su dieci è richiesta esplicitamente una precedente esperienza lavorativa, possibilmente specifica nello stesso settore di inserimento.
Per più della metà delle assunzioni, inoltre, si rende necessario lo svolgimento di un ulteriore periodo di formazione in azienda.
La forma contrattuale principe continua a rimanere il tempo indeterminato (66,3%), ma la quota diminuisce anno dopo anno e ha raggiunto nel corso dell’anno passato il minimo storico. Aumenta di conseguenza il ricorso al tempo determinato che interessa il 21,6% delle assunzioni di laureati in ingegneria contro il 19,1% del 2007.

Dalle regioni
Le imprese della Lombardia e del Lazio si confermano le principali “fornitrici” di occupazione per i laureati di ingegneria con oltre il 40% della domanda. In recupero anche Emilia Romagna, Piemonte, Veneto, Campania, Toscana e Puglia che offrono complessivamente il 43,8% delle assunzioni, mentre lo scorso anno non arrivavano al 38%. Più difficoltà le incontrano i neo-laureati delle regioni centro meridionali di Calabria, Sardegna, Umbria, Molise e Basilicata. I dati del 2008 mostrano comunque segnali di vitalità anche per il Mezzogiorno nel suo complesso, tanto che le imprese molisane e pugliesi hanno realizzato in assoluto le migliori performance di crescita occupazionale per i laureati in ingegneria.

Ingegneri cercansi

Mauro Ferrarini

Nel 2008 le imprese italiane hanno previsto l’assunzione di 26.220 laureati in ingegneria, quasi il 36% in più rispetto al 2007. Il dato confortante proviene dalla rilevazione del Sistema informativo Excelsior (Unioncamere – Ministero del lavoro) per conto del Consiglio nazionale degli ingegneri relativo ai Fabbisogni professionali e formativi delle imprese italiane nell’industria e nei servizi per il 2008.

Anche se lo studio si è svolto nel periodo compreso tra febbraio e maggio 2008, ossia un periodo precedente allo scoppio virulento della crisi nei mercati finanziari, il dato conferma l’accresciuta capacità del sistema produttivo italiano di assorbire competenze di ingegneria, in misura addirittura superiore alla “produzione” di laureati del sistema universitario.
Siamo dunque arrivati a una situazione che ribalta quella avuta negli anni passati, quando la difficoltà delle imprese nella ricerca di giovani ingegneri era dovuta all’aspetto “qualitativo”, cioè alla mancata corrispondenza tra qualifiche ed esperienze richieste dal sistema produttivo e quelle possedute dai laureati in ingegneria presenti sul mercato. Oggi invece, in base a quanto rilevato dall’indagine del Centro studi del Cni, la difficoltà è di carattere “quantitativo”, poiché l’offerta appare inferiore rispetto alla domanda d’impresa.

Tra i laureati di ingegneria, i più richiesti sono quelli che hanno seguito i corsi dell’indirizzo elettronico e dell’informazione (10.500 assunzioni, pari al 40% del totale) e quelli che hanno completato il percorso di studi nell’ambito industriale (9.220 assunzioni, pari al 35,2% del totale). Meno entusiasmanti le performance degli ingegneri dell’indirizzo civile e ambientale con appena 2.720 assunzioni (10,4% del totale) e di quelli laureati nei restanti indirizzi che contano 3.780 assunzioni per il restante 14,4% del totale.
Questi dati confermano quanto si è assistito nel corso del 2008. Durante l’anno passato il settore trainante per l’occupazione degli ingegneri si è dimostrato il settore industriale con il 53% delle assunzioni previste.
Dato interessante è anche la diminuita diffidenza verso i laureati triennali. Oltre il 18% delle assunzioni destinate ai neo-ingegneri è specificatamente rivolto ai laureati di primo livello. Si tratta di un dato rilevante, se confrontato con il misero 8.6% del 2007. Continua a permanere comunque la sensazione che i laureati di primo livello siano utilizzati dalle imprese per mansioni fino a qualche anno fa assegnate ai diplomati degli istituti tecnici e professionali. Una parziale conferma di questa “sensazione” si rileva dal fatto che la quota più elevata di assunzioni indirizzate esclusivamente ai laureati triennali è rappresentata dagli ingegneri dei settori civile e ambientale (21,2%) per quelle mansioni normalmente assegnate a geometri e periti.

Tutto bene, dunque?
Non è tutto “rose e fiori”, purtroppo. Il titolo di studio, per quanto autorevole come quello di ingegneria, da solo è insufficiente a garantire al neolaureato un immediato inserimento nel mondo del lavoro. A oltre sette ingegneri su dieci è richiesta esplicitamente una precedente esperienza lavorativa, possibilmente specifica nello stesso settore di inserimento.
Per più della metà delle assunzioni, inoltre, si rende necessario lo svolgimento di un ulteriore periodo di formazione in azienda.
La forma contrattuale principe continua a rimanere il tempo indeterminato (66,3%), ma la quota diminuisce anno dopo anno e ha raggiunto nel corso dell’anno passato il minimo storico. Aumenta di conseguenza il ricorso al tempo determinato che interessa il 21,6% delle assunzioni di laureati in ingegneria contro il 19,1% del 2007.

Dalle regioni
Le imprese della Lombardia e del Lazio si confermano le principali “fornitrici” di occupazione per i laureati di ingegneria con oltre il 40% della domanda. In recupero anche Emilia Romagna, Piemonte, Veneto, Campania, Toscana e Puglia che offrono complessivamente il 43,8% delle assunzioni, mentre lo scorso anno non arrivavano al 38%. Più difficoltà le incontrano i neo-laureati delle regioni centro meridionali di Calabria, Sardegna, Umbria, Molise e Basilicata. I dati del 2008 mostrano comunque segnali di vitalità anche per il Mezzogiorno nel suo complesso, tanto che le imprese molisane e pugliesi hanno realizzato in assoluto le migliori performance di crescita occupazionale per i laureati in ingegneria.

Ingegneri cercansi

Mauro Ferrarini

Significativa la decisione del Consiglio di Stato del 6 marzo 2009 n. 1342, relativa a lavori di recupero edilizio, adeguamento statico e impiantistico di un edificio universitario. Tale decisione stabilisce che ingegneri e architetti possono aggiudicarsi appalti di progettazione riducendo le tariffe fino al 100%, poiché non ci sono più minimi inderogabili.

Il decreto legge 223/2006 (comunemente noto come Legge Bersani) e il decreto legislativo 152/2008 consentono già ribassi senza limiti. Nonostante ciò, pur potendo giungere sino alla soglia dell’azzeramento totale degli utili, i ribassi non devono, secondo queste disposizioni, riguardare l’intero servizio professionale. Su tali basi, i giudici del Consiglio di Stato osservano che le prestazioni “speciali” (cioè il coordinamento per la sicurezza nella fase di progettazione e di esecuzione) non avevano un rilievo determinante: il concorrente, pur offrendo un ribasso del 100%, poteva, seppur in termini ragionevoli, modulare la propria richiesta. Perciò, considerato che la normativa europea identifica i minimi tariffari come una limitazione per la concorrenza, il Consiglio mantiene la verifica della congruità e della non anomalia dell’offerta, ma lascia al giudice nazionale la possibilità di valutare, per ogni singolo caso, la compatibilità tra tariffe e principi concorrenziali comunitari. Nel 2002 l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici aveva ammesso la derogabilità delle tariffe minime solo per prestazioni “speciali” e “accessorie”, così come definite dal d.P.R. 554/1999, al comma 3 dell’articolo 50.

Il Consiglio di Stato, con la Decisione n. 1342, ha superato anche questo orientamento: la derogabilità dei minimi è estesa alle prestazioni “normali”. Occorre valutare, però, ogni offerta, nel suo complesso.
Poiché l’utile ricavabile era apprezzabile in termini di prestigio, le prestazioni tecniche possono quindi, ora, avvicinarsi a una sostanziale gratuità.

Significativa la decisione del Consiglio di Stato del 6 marzo 2009 n. 1342, relativa a lavori di recupero edilizio, adeguamento statico e impiantistico di un edificio universitario. Tale decisione stabilisce che ingegneri e architetti possono aggiudicarsi appalti di progettazione riducendo le tariffe fino al 100%, poiché non ci sono più minimi inderogabili.

Il decreto legge 223/2006 (comunemente noto come Legge Bersani) e il decreto legislativo 152/2008 consentono già ribassi senza limiti. Nonostante ciò, pur potendo giungere sino alla soglia dell’azzeramento totale degli utili, i ribassi non devono, secondo queste disposizioni, riguardare l’intero servizio professionale. Su tali basi, i giudici del Consiglio di Stato osservano che le prestazioni “speciali” (cioè il coordinamento per la sicurezza nella fase di progettazione e di esecuzione) non avevano un rilievo determinante: il concorrente, pur offrendo un ribasso del 100%, poteva, seppur in termini ragionevoli, modulare la propria richiesta. Perciò, considerato che la normativa europea identifica i minimi tariffari come una limitazione per la concorrenza, il Consiglio mantiene la verifica della congruità e della non anomalia dell’offerta, ma lascia al giudice nazionale la possibilità di valutare, per ogni singolo caso, la compatibilità tra tariffe e principi concorrenziali comunitari. Nel 2002 l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici aveva ammesso la derogabilità delle tariffe minime solo per prestazioni “speciali” e “accessorie”, così come definite dal d.P.R. 554/1999, al comma 3 dell’articolo 50.

Il Consiglio di Stato, con la Decisione n. 1342, ha superato anche questo orientamento: la derogabilità dei minimi è estesa alle prestazioni “normali”. Occorre valutare, però, ogni offerta, nel suo complesso.
Poiché l’utile ricavabile era apprezzabile in termini di prestigio, le prestazioni tecniche possono quindi, ora, avvicinarsi a una sostanziale gratuità.

Ingegneri, architetti, avvocati, farmacisti, giornalisti, medici, odontoiatri e notai. Sono questi i professionisti “rimproverati” dall’Antitrust per la presenza, nei codici deontologici dei rispettivi Ordini professionali, di disposizioni che regolano compensi, organizzazione societaria e attività di pubblicità.

Secondo quanto si legge nella relazione finale di un’indagine conoscitiva effettuata dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato, la maggior parte degli Ordini oppone resistenza ai principi della libera concorrenza nei servizi sanciti dalla riforma Bersani, “che va dunque rafforzata per garantire maggiore concorrenza nei servizi professionali”.
Per questo l’Antitrust auspica un intervento del legislatore per emendare la legge Bersani, prevedendo:
1) l’abolizione delle tariffe minime o fisse
2) l’abrogazione del potere di verifica della trasparenza e veridicità della pubblicità esercitabile dagli ordini
3) l’istituzione di lauree abilitanti
4) lo svolgimento del tirocinio durante il corso di studio
5) la presenza di soggetti ‘terzi’ negli organi di governo degli ordini

L’indagine dell’Antitrust ha rilevato, da un lato, una certa resistenza all’introduzione dei principi concorrenziali e, dall’altro, l’uso incongruo della potestà deontologica adoperata non per fornire una guida alle questioni di ordine etico legate all’esercizio della professione, ma piuttosto come strumento di disciplina dei profili di natura economica dell’attività professionale.
In particolare, si legge nella relazione, in materia di determinazione dei compensi e di attività pubblicitaria, in un numero significativo di codici deontologici emendati in seguito alla riforma Bersani e in circolari emanate da alcuni organismi deontologici in seguito all’entrata in vigore della legge Bersani è utilizzata la nozione generale di decoro della professione al fine di indurre gli iscritti ad applicare tariffe uniformi e di limitare ingiustificatamente l’attività pubblicitaria dell’attività professionale, per ostacolare l’applicazione della riforma Bersani da parte dei professionisti.

Rimandando alla lettura del documento completo dell’Authority, riassumiamo alcune delle raccomandazioni proposte:
Tariffe
Agli Ordini è concesso l’utilizzo delle tariffe minime come riferimento, sebbene la riforma Bersani ne abbia cancellato l’obbligatorietà. I minimi, invece, devono essere completamente aboliti.
Pubblicità
Agli Ordini andrebbe impedito il potere di verificare trasparenza e veridicità della pubblicità.
Accesso agli Ordini
Per il Garante sarebbe auspicabile attivare dei corsi universitari per consentire l’accesso diretto alla professione e durante i quali sia possibile effettuare il tirocinio.
Formazione
La formazione, elemento fondamentale per i professionisti, non può essere appannaggio del solo Ordine. Le offerte formative dovrebbero provenire anche da fonti esterne
Decoro della professione
Non può essere una “scusa” per ostacolare la concorrenza tra i professionisti, ma, anzi, deve essere uno strumento per incentivarla.

Leggi il testo integrale del documento
Leggi anche
Antitrust, dura risposta del Cni

Ingegneri, architetti, avvocati, farmacisti, giornalisti, medici, odontoiatri e notai. Sono questi i professionisti “rimproverati” dall’Antitrust per la presenza, nei codici deontologici dei rispettivi Ordini professionali, di disposizioni che regolano compensi, organizzazione societaria e attività di pubblicità.

Secondo quanto si legge nella relazione finale di un’indagine conoscitiva effettuata dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato, la maggior parte degli Ordini oppone resistenza ai principi della libera concorrenza nei servizi sanciti dalla riforma Bersani, “che va dunque rafforzata per garantire maggiore concorrenza nei servizi professionali”.
Per questo l’Antitrust auspica un intervento del legislatore per emendare la legge Bersani, prevedendo:
1) l’abolizione delle tariffe minime o fisse
2) l’abrogazione del potere di verifica della trasparenza e veridicità della pubblicità esercitabile dagli ordini
3) l’istituzione di lauree abilitanti
4) lo svolgimento del tirocinio durante il corso di studio
5) la presenza di soggetti ‘terzi’ negli organi di governo degli ordini

L’indagine dell’Antitrust ha rilevato, da un lato, una certa resistenza all’introduzione dei principi concorrenziali e, dall’altro, l’uso incongruo della potestà deontologica adoperata non per fornire una guida alle questioni di ordine etico legate all’esercizio della professione, ma piuttosto come strumento di disciplina dei profili di natura economica dell’attività professionale.
In particolare, si legge nella relazione, in materia di determinazione dei compensi e di attività pubblicitaria, in un numero significativo di codici deontologici emendati in seguito alla riforma Bersani e in circolari emanate da alcuni organismi deontologici in seguito all’entrata in vigore della legge Bersani è utilizzata la nozione generale di decoro della professione al fine di indurre gli iscritti ad applicare tariffe uniformi e di limitare ingiustificatamente l’attività pubblicitaria dell’attività professionale, per ostacolare l’applicazione della riforma Bersani da parte dei professionisti.

Rimandando alla lettura del documento completo dell’Authority, riassumiamo alcune delle raccomandazioni proposte:
Tariffe
Agli Ordini è concesso l’utilizzo delle tariffe minime come riferimento, sebbene la riforma Bersani ne abbia cancellato l’obbligatorietà. I minimi, invece, devono essere completamente aboliti.
Pubblicità
Agli Ordini andrebbe impedito il potere di verificare trasparenza e veridicità della pubblicità.
Accesso agli Ordini
Per il Garante sarebbe auspicabile attivare dei corsi universitari per consentire l’accesso diretto alla professione e durante i quali sia possibile effettuare il tirocinio.
Formazione
La formazione, elemento fondamentale per i professionisti, non può essere appannaggio del solo Ordine. Le offerte formative dovrebbero provenire anche da fonti esterne
Decoro della professione
Non può essere una “scusa” per ostacolare la concorrenza tra i professionisti, ma, anzi, deve essere uno strumento per incentivarla.

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Antitrust, dura risposta del Cni

Occorre attendere fino a gennaio 2009 per conoscere la “sorte” del d.P.R. 328/2001 recante Modifiche ed integrazioni della disciplina dei requisiti per l’ammissione all’esame di Stato e delle relative prove per l’esercizio di talune professioni, nonché della disciplina dei relativi ordinamenti.

Il Consiglio di Stato a cui il Consiglio nazionale degli ingegneri si era rivolto in appello, per chiedere l’annullamento della sentenza di primo grado, emessa dal T.A.R. del Lazio, sezione I dell’11 marzo 2003 n. 1791, ha infatti reso noto, nella seduta interlocutoria di martedì scorso, che la nuova udienza sarà fissata l’anno prossimo (a gennaio, appunto).
Ricordiamo che i giudici amministrativi del Lazio avevano respinto completamente la richiesta presentata dal CNI, considerando le ragioni del Consiglio nazionale infondate.
Tra le varie motivazioni che hanno spinto gli ingegneri a ricorrere in appello per annullare il decreto, spicca la “doppia scelta” lasciata dal legislatore agli ingegneri triennali: sostenere l’esame di Stato e iscriversi alla sezione B dell’albo oppure iscriversi con i geometri e i periti.

A margine di quanto scritto vale la pena fare notare che la IV sezione del Consiglio di Stato, con sentenza 2178/2008, ha già respinto l’appello dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Roma e provincia proposto avverso la sentenza n. 1854/2003 del T.A.R. Lazio, sempre relativa all’impugnazione del d.P.R. 328/2001.
Secondo alcuni commentatori si deve rilevare come il netto rigetto dell’appello proposto dall’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Roma e provincia costituisca non solo una prima conferma della legittimità del d.P.R. 328/2001, ma possa
anche costituire presupposto per il non accoglimento dell’appello del Consiglio Nazionale degli Ingegneri.
Infatti i due appelli risultano fondati sulle medesime censure e motivazioni.
La prossima puntata a gennaio…

Con circolare del 22 ottobre scorso, il Consiglio Nazionale degli Ingegneri ha diramato a tutti i Consigli, le Consulte e le Federazioni regionali degli ingegneri la risposta della direzione generale della giustizia civile del Ministero della giustizia al parere richiesto dal Cni sulla questione delle domande di iscrizione, in un ulteriore settore della stessa sezione dell’albo, da parte di soggetti privi del corrispondente titolo di studio.

La richiesta del parere era stata sollecitata da parte del Cni a seguito della sentenza del T.A.R. Puglia, sezione di Lecce, 4 dicembre 2007 n. 4154, nella quale i giudici amministrativi confermavano l’impossibilità di iscrizione ad altri settori dell’albo da parte di soggetti non in possesso del corrispondente titolo di studio.

La risposta del Ministero della giustizia è inequivocabile: gli ingegneri già iscritti in un settore che richiedono l’iscrizione ad altro settore della medesima sezione dell’albo non possono essere iscritti se non possiedono il titolo accademico previsto dall’articolo 47 del d.P.R. 328/2001, anche se hanno superato l’esame di Stato.
Il Ministero conclude invitando gli Ordini a disporre la cancellazione di coloro che risultano iscritti in virtù del solo superamento dell’esame di Stato, ma in assenza del corrispondente titolo di studio.

In allegato si riporta il testo della circolare del Cni e il parere ministeriale (leggi)

Dopo anni di surplus di laureati rispetto alle richieste del mercato, il 2007 segna una inaspettata inversione di rotta e, per la prima volta dal 2001, la domanda di neolaureati risulta superiore all’offerta.

In particolare la professione dell’ingegnere risulta molto ricercata da tutti i comparti: imprese di produzione, società di servizi e pubblica amministrazione.
Questi sono i risultati emersi da un’indagine promossa dal centro studi del Cni sulle possibilità occupazionali dei laureati in ingegneria. Più nel dettaglio, nel corso del 2007 la domanda di lavoro si è attestata su circa 22.000 unità, mentre le facoltà di ingegneria hanno “prodotto” 21.000 laureati (80% di ciclo lungo “3+2” e 20% di ciclo breve): un deficit di offerta di 1.000 unità. E per quest’anno la situazione dovrebbe continuare così. Infatti secondo l’indagine Unioncamere- Ministero del lavoro Sistema Informativo Excelsior le richieste di laureati nel 2008 da parte delle imprese arriveranno a oltre 26.000 unità con un incremento del 35% rispetto allo scorso anno.
Sempre dagli studi citati emerge un altro dato importante: la laurea in ingegneria rappresenta ancora il titolo accademico più spendibile sul mercato. A un anno dall’ottenimento della laurea, oltre il 75% dei giovani laureati con il ciclo “3+2” ha trovato una collocazione nel mondo del lavoro.

Ma ogni rosa ha le sue spine. Esistono infatti alcune criticità, peraltro comuni a molte altre professioni. Il livello di retribuzione, per esempio, è uno dei più bassi d’Europa. A distanza di cinque anni dalla laurea, un ingegnere italiano, occupato nel 2007, percepisce in media 1.648 euro netti in busta paga, contro i 2.620 euro netti di un collega che lavora all’estero. Addirittura un neolaureato in ingegneria, occupato nel 2007 a un anno dal conseguimento del titolo accademico, riceve uno stipendio inferiore alla retribuzione media registrata nel 2006.
Altra criticità è rappresentata dal divario tra domanda e offerta nelle diverse zone d’Italia. Se, per esempio, nel Nord-Ovest si registra un eccesso di domanda di quasi 2.500 unità, i giovani ingegneri del Sud e delle Isole sono in eccesso di oltre 2.000 unità rispetto alle richieste del mercato del lavoro.

Diventa allora necessario”, ha dichiarato il presidente del Cni, Paolo Stefanelli, “ non soltanto rafforzare le politiche che mirano ad accrescere la capacità dei sistemi produttivi regionali più deboli di assorbire competenze ingegneristiche, ma anche avviare iniziative che facilitino la mobilità dei laureati in ingegneria verso le regioni più ricche di offerte di lavoro”.

Articolo di Mauro Ferrarini

Riprendiamo e pubblichiamo uno scritto del prof. Giuseppe Parise, presidente della Commissione elettrica dell’Ordine degli Ingegneri di Roma, apparso sul sito internet dell’Ordine.
Si tratta del documento Giurisprudenza tecnica nel settore impianti ed apparecchiature elettriche – Linea guida alla prassi professionale.

Tenuto conto che:
1. il requisito di sicurezza per gli impianti ed apparecchiature elettriche va garantito nell’intero ciclo di vita con la progettazione, la realizzazione , la costruzione e l’esercizio a regola d’arte,
2. la rispondenza alle norme di “buona tecnica” è sufficiente, ma non necessaria, a presumere la buona regola dell’arte,
3. le norme di “buona tecnica”, costituite da criteri generali di sufficienza giuridica, prescindono dallo specifico caso reale, dalle circostanze particolari locali, dallo stato di esercizio e di degrado dei componenti e degli impianti, oggetto di prescrizioni di capitolati speciali, di pareri, responsi e decisioni consolidate e/o verificate, che costituiscono prassi e giurisprudenza tecnica per la conformità alla regola d’arte del caso specifico,
4. le responsabilità sono assunte personalmente dal professionista,
5. i rischi connessi all’attività professionale sono riducibili ma in generale mai eliminabili a meno della rinuncia all’attività specifica,

tutto ciò premesso

la deontologia professionale impone il conseguimento degli obiettivi con l’assunzione dei rischi in ragione della propria competenza e capacità, evitando di fermarsi alla sufficienza normativa limite necessario quale riferimento giuridico.
Presso l’Ordine degli Ingegneri di Roma è a disposizione la Commissione elettrica per promuovere la giurisprudenza tecnica a supporto dell’attività degli iscritti nel settore degli impianti e delle apparecchiature elettriche, per il quale si potrà organizzare una collezione e un catalogo di pandette tecniche relative a casi specifici più celebri di capitolati speciali, di pareri, responsi e decisioni consolidate e/o verificate su i sistemi elettrici, in collaborazione con le Commissioni specialistiche del settore degli Ordini degli Ingegneri delle altre province d’Italia.

Fonte: Ordine degli Ingegneri di Roma