Sul sito di Inarcassa (Cassa nazionale di previdenza e assistenza per ingegneri e architetti liberi professionisti) sono state pubblicate  le condizioni del rinnovo 2009-2012 della Convenzione con UGF 
Assicurazioni per la Polizza RC Professionale, nelle pagine dedicate  ai Servizi agli iscritti (approfondisci)

Informazioni approfondite e assistenza per la sottoscrizione delle  polizze può essere richiesta presso le agenzie Unipol dislocate sul territorio (approfondisci)

Questo articolo dell’ing. Anna Guerriero, tratto dalla rivista CT – Consulente Tecnico di Maggioli Editore, ha lo scopo di analizzare sinteticamente il ruolo del consulente tecnico nell’ambito penale. Scopo di tale analisi è quello di pervenire alla definizione, oggettiva, del ruolo del consulente tecnico quale ausiliario dell’organo giudiziario, ruolo per lo svolgimento del quale è bene sottolineare che l’obiettività, la competenza e la serenità sono fattori determinanti e concorrenti per il corretto svolgimento del mandato conferito.

È bene, quindi, chiarire subito la regola base cui attenersi sempre: nello svolgimento del mandato, vuoi che sia conferito dal pm piuttosto che dalle parti, si deve evitare di essere colpevolisti o innocentisti, cercando in ogni modo l’obiettività considerato che, tanto più trattandosi dell’ambito penale, un comportamento non corretto potrebbe ledere incisivamente la libertà dell’individuo.

Ferma tale premessa, è di evidenza la contraddizione dell’elaborato consulenziale prestato dal professionista per il pm rispetto ai contrapposti strumenti consulenziali in ipotesi offerti dalla difesa; entrambi normativamente degni di considerazione e rilevanza al cospetto del giudice.
Per certo la complessa attività consulenziale demandata dal pm al proprio consulente implica sintonia nel professionista designato con le finalità di indagine applicate dallo stesso pm. a protezione di diritti, ragioni ed interessi, recepiti nella legislazione regolante la civile convivenza, come disciplinate dalla Carta Costituzionale e dal sistema normativo vigente per conseguenza, partendo dal primo presidio che penalmente ne sanziona l’inadempimento.

Il consulente tecnico del pm è un consulente di parte essendo il pm una delle parti del processo e precisamente l’accusa. Nel nostro ordinamento il pm è un organo di giustizia, e, in quanto tale, è titolare dell’azione penale, deve quindi procedere all’acquisizione degli elementi a carico ma deve anche considerare gli elementi a favore eventualmente emergenti, e, laddove questi ultimi fossero insufficienti, sostenere l’accusa nel prosieguo dell’azione penale, avendo il potere/dovere di richiedere al gip il rinvio a giudizio ovvero l’archiviazione in caso contrario.
Quanto detto per il pm vale – ovviamente e compatibilmente ai modi – anche per il suo consulente: questi, infatti, non deve assolutamente considerarsi e/o essere considerato un mero “raccoglitore” di prove a carico.

Tale deformazione va evitata. È fermo infatti, il dato oggettivo che, anche ipotizzando la sussistenza di rapporti di stima professionale, come sovente può accadere, tra il pm e il consulente nominato, quest’ultimo è vincolato all’impegno di adempiere al mandato conferito al solo scopo di far conoscere la verità; sarebbe quindi e comunque da censurare il comportamento del consulente tecnico che avallasse l’ipotesi accusatoria del pm, in presenza di fatti di segno contrario.
Più sfumata al riguardo è la posizione dei consulenti della difesa, i quali devono cercare di acquisire ed accertare elementi che possano essere utili alla difesa, sempre, ovviamente, nel rispetto della sfera deontologica professionale.
Scegliere un consulente tecnico per un pubblico ministero o per un giudice è quindi un’attività tanto necessaria quanto delicata.

Appare superfluo ricordare l’importanza del servizio reso alla giustizia dal consulente tecnico, che ha la funzione di essere lo strumento di conoscenza del pm, e quasi suo “alter ego” in determinata materia, quella consulenziale delegata appunto.
La professionalità diventa dunque un elemento fondamentale da valutare nella scelta del consulente, vuoi con riguardo alla preparazione/conoscenza nel campo di specializzazione comportato dalla fattispecie, vuoi considerando la capacità/doverosità di poi esprimerla riferendone, come necessario, nella sede processuale di competenza.
L’attività che si chiede venga svolta dal consulente tecnico d’ufficio è: di tipo valutativo da un lato, in quanto deve valutare fatti già acquisiti in fase di indagini nell’ambito del procedimento penale; e di tipo accertativo dall’altro, in quanto deve accertare fatti ed elementi che, attraverso l’indagine peritale, vengono veicolati verso il procedimento penale e passeranno poi attraverso il filtro del giudice.

Nell’attività consulenziale delegata, il consulente tecnico non è uno spettatore, per quanto qualificato; non è e non può essere un mero “fruitore” di altrui ricerche e soprattutto non deve limitarsi ad una mera lettura “formale” dei dati, ma deve dare il proprio contributo professionale, partecipando attivamente alla difficile opera di ricostruzione tecnico-storica degli eventi.

Per diretta indicazione legislativa infatti, il consulente non deve limitarsi a un’analisi documentale o all’esecuzione delle attività materiali eventualmente indispensabili per la risposta al quesito ma partecipare fattivamente e, se del caso, suggerire strumenti e metodologie di ricerca.
Solo in tale dimensione acquista congruenza e concretezza la funzione di assistenza del Consulente al pm normativamente contemplata.
E così la presenza del consulente alle operazioni di polizia giudiziaria risponde all’utilità che il medesimo, in quanto tecnico esperto, è a conoscenza delle procedure e quindi è in grado di indirizzare le acquisizioni degli atti e dei documenti secondo le finalità presupposte dalle indagini.

Il consulente potrà anche e quindi essere autorizzato ad assumere sommarie informazioni testimoniali, unitamente ad organi deputati alla verbalizzazione, da persone informate sui fatti; soprattutto, anche ed in particolare, laddove queste ultime debbano riferire anche su aspetti tecnico/scientifici, aspetti che l’Ufficiale di polizia giudiziaria delegato potrebbe non correttamente e compiutamente cogliere e riportare nel verbale.

È opportuno evidenziare che le indagini preliminari non costituiscono una fase diretta alla formazione della prova ma sono strumenti per consentire al pm di ricercare le fonti di prova – che poi il medesimo evidenzierà ed utilizzerà nel corso del dibattimento; per conseguenza nella fase delle indagini preliminari il consulente ha dunque la delicata, e non sempre facile, funzione di coadiuvare il pm nell’acquisire più compiuta consapevolezza in ordine a problematiche e/o situazioni per le quali occorre specifica conoscenza tecnica.

Va annotato che l’opera prestata dal consulente non ha per sé valore probatorio; assumerà valore probatorio quando il consulente sarà interrogato davanti al giudice quale teste indicato dal pm, secondo le forme dell’interrogatorio incrociato, e quindi rispondendo alle domande e svolgendo le proprie deduzioni relativamente alla problematica che gli viene sottoposta; col che le affermazioni del consulente tecnico sono assunte come prova al processo. È bene sottolineare che l’opera del consulente deve essere diretta alla ricerca della verità, qualunque essa sia.

… quando il pubblico ministero si avvale del suo esperto investigativo incaricato nella fase delle indagini nel dibattimento e chiede la sua audizione come testimone, si determina una sorte di “conversione”, che la dottrina ritiene possibile, del consulente nominato a termine dell’art. 359 c.p., in quello praeter peritiam previsto dall’art. 233 c.p.p.  In questo caso, se il ct viene escusso in dibattimento nella piena dialettica del contraddittorio e dell’esame incrociato, il testimone-esperto, che ha cercato la verità per conto del pubblico ministero, può convogliare conoscenze nel processo e fornire elementi utili alla decisione; il valore probatorio del parere del consulente è stato riconosciuto dalla Corte Costituzionale con sentenza …”

Tali sono le funzioni e ruolo del consulente tecnico d’ufficio in qualità di ausiliario del giudice penale.

Articolo dell’Ing. Anna Guerriero

Rinviata al 31 marzo 2010 l’approvazione degli studi revisionati tra i quali anche quello relativo al settore delle costruzioni.
La Commissione degli Esperti, riunitasi mercoledì scorso, ha chiesto un rinvio dei termini per l’espressione del parere in merito ai 69 Studi di settore in revisione per il periodo d’imposta 2009, tra i quali l’UG69U relativo al settore delle costruzioni.

Con l’approvazione all’unanimità della delibera del 16 settembre 2009, la Commissione degli Esperti rinvia al 31 marzo 2010 il termine ultimo entro il quale esprimere il proprio parere motivato, preliminare alla definitiva approvazione degli Studi di settore revisionati.

Proprio con riferimento allo Studio UG69U, revisione dell`attuale TG69U-Studio di settore per l’edilizia, i componenti della Commissione ritengono necessario un ulteriore periodo di approfondimento, tenuto conto che si tratta del primo Studio di settore elaborato su base regionale.

Sono state così accolte le osservazioni dell’Ance che, con proprio parere motivato del 10 settembre 2009, ha evidenziato la necessità di un rinvio dell’approvazione dello Studio, in considerazione delle rilevanti modifiche apportate nella costruzione dello stesso, che ne richiedono ulteriori verifiche sull’idoneità a rappresentare la realtà produttiva delle imprese.

Fermo restando che, non appena disponibili i dati relativi alle dichiarazioni 2009, si provvederà a introdurre i necessari correttivi congiunturali, la Commissione ha precisato che, con particolare riferimento al settore delle costruzioni, l’approvazione del nuovo Studio avverrà con un coinvolgimento degli Osservatori regionali, in modo da fotografare puntualmente le singole realtà territoriali, sia per quanto riguarda i modelli organizzativi sia per il sistema dei prezzi.

Il rinvio al 31 marzo 2010 del termine per l`espressione del parere dovrà ora trovare conferma legislativa.

Fonte Ance

Si è concluso il Congresso nazionale degli ingegneri, tenutosi dal 22 al 24 luglio scorso a Pescara, il cui tema portante è stato Sicurezza e sviluppo: il ruolo centrale degli Ingegneri.
I Presidenti degli Ordini hanno approvato una proposta di legge di riforma dell’ordinamento professionale (leggi la versione integrale).

Il documento è composto da 32 articoli suddivisi in cinque titoli: definizioni e principi fondamentali (art. 1-3), accesso ed esercizio della professione di ingegnere (art. 4-14) , principi organizzativi (art. 15-22) , società tra professionisti e società di ingegneria (art. 23-24) e codice deontologico e procedimento disciplinare (art. 25-32).

La proposta che scaturirà dal dibattito interno alla categoria, a partire dal documento approvato a Pescara, costituirà una “piattaforma” sui cui basare il confronto con il Ministero della giustizia.
L’individuazione dei principi ha tenuto conto, in primo luogo, del dibattito (e delle proposte di legge) sulla riforma delle professioni che ha connotato le ultime quattro legislature, alla luce del mutato quadro normativo di riferimento (“rivoluzionato” dal decreto legge n. 223/2006, convertito dalla legge n. 248/2006, che ha abolito l’inderogabilità delle tariffe professionali) e delle osservazioni avanzate nella recente indagine conoscitiva condotta dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato sui codici deontologici di alcune professioni, tra cui quella di ingegnere (leggi articolo).


Il nodo delle tariffe

Il necessario raccordo con i principi comunitari ha imposto anche di affrontare anche la questione del rapporto fra la salvaguardia del principio (comunitario) della concorrenza e quello della qualità della prestazione, cui si innesta il tema delle tariffe.
Su questo punto, l’impostazione prescelta (si veda art. 10) contempera l’esigenza di esprimere la posizione ufficiale della categoria (circa l’inderogabilità dei minimi tariffari), quella di
riconoscere una prassi ormai invalsa nel settore dei lavori pubblici (quella di una ribassabilità massima del 20%) con un meccanismo innovativo che collega le tariffe all’individuazione di standard qualitativi minimi delle prestazioni.
Ci si è, quindi, attenuti al rispetto del primo comma dell’art. 2233 del Codice civile secondo cui il compenso è liberamente determinato dalle parti; tale libera determinazione è, però, subordinata al raggiungimento di “standard qualitativi” minimi (la cui definizione è demandata all’Ordine) a tutela della sicurezza della prestazione.

Le tariffe professionali sottendono, dunque, compensi che consentono il raggiungimento degli “standard qualitativi” minimi delle prestazioni degli ingegneri. La violazione dei compensi predeterminati attraverso le tariffe non configura un’automatica violazione della norma sostanziale e disciplinare sulla qualità progettuale, ma origina una fase di accertamento da parte dell’Ordine territoriale.

In sintesi, la conformità del compenso ai minimi tariffari assume il valore di una presunzione di qualità della prestazione; l’eventuale scostamento del compenso pattuito dal professionista da detto valore non sarà causa di automatica illiceità dello stesso ove, all’esito della verifica dell’Ordine, sia accertato il raggiungimento degli standard qualitativi minimi.

La norma è diretta ad esaltare il legame fra compenso e qualità della prestazione progettuale. A tal fine non solo si conserva il potere di controllo e verifica dell’Ordine territoriale, ma esso viene relazionato a parametri più “obiettivi” rispetto a quelli vigenti. Ciò per contrastare le censure comunitarie che, in verità, non escludono la possibilità che gli Stati membri adottino regimi tariffari (addirittura declinati con minimi inderogabili), purché essi non siano immotivatamente o sproporzionatamente restrittivi della concorrenza.

Gli altri contenuti
Per quanto concerne gli altri contenuti del documento, i primi tre articoli definiscono principi generali per la riforma degli ordinamenti di tutte le professioni.
Di particolare importanza è la previsione di un regolamento specifico, denominato “ordinamento di categoria”, adottato dai Consigli nazionali delle categorie professionali organizzate in Ordini e Collegi e chiamato, nel rispetto del principio di sussidiarietà, a dettare le prescrizioni attuative della definenda ipotesi di legge, quanto meno per quelle materie sulle quali le regioni non abbiano potestà legislativa.

All’ordinamento di categoria sono eventualmente demandate ulteriori scelte organizzative che non sono contemplate nel documento. Si è così lasciato all’ordinamento di categoria la possibilità di prevedere, ad esempio, l’istituzionalizzazione dell’Assemblea dei Presidenti e la regolamentazione delle associazioni ordinistiche.

Prime ipotesi per la definizione di una proposta di legge di riforma dell’ordinamento della professione di ingegnere (luglio 2009)

 

A cura del Centro studi del CNI è stato recentemente pubblicato online lo studio dal titolo L’abolizione del valore legale del titolo di studio – Inquadramento e possibili prospettive.
Nel documento si analizzano le origini e la portata del “valore legale” dei titoli di studio nel nostro ordinamento e si esplorano i possibili scenari connessi a una sua abrogazione, che aprirebbe all’introduzione anche nel nostro sistema di processo di accreditamento dei percorsi di studio propedeutici all’ammissione all’esame di abilitazione professionale.

Pubblichiamo la premessa e la sintesi del documento, a firma del Presidente del Consiglio direttivo del Centro studi, ing. Romeo La Pietra, invitando chi fosse interessato a scaricare la versione integrale, in formato pdf, dal sito www.centristudicni.it.

La questione dell’abolizione del valore legale del titolo di studio, ed in particolare di quelli rilasciati dalle Università, origina dalla constatazione che attualmente i percorsi di studio accademici sono alquanto disomogenei tra le diverse Facoltà e Università, pur determinando tutti il rilascio di titoli accademici che hanno lo stesso identico “valore legale”.
Occorre però intendersi sulla portata del “valore legale” del titolo di studio. Al titolo di studio, infatti, non è attribuito un valore legale in senso proprio – ferma restando la sua peculiare caratteristica di “qualifica accademica” –, ma esso configura piuttosto un requisito di legge per l’accesso a determinate professioni “protette”, così come ai concorsi pubblici.

Il riconoscimento del valore legale del titolo di studio è, infatti, esclusivamente funzionale alla regolamentazione dell’accesso all’esercizio delle professioni protette e alle “qualifiche funzionali del pubblico impiego”. Al di fuori di tali settori, non vi è alcun rilievo legale attribuibile al possesso di un determinato titolo di studio, dal momento che, ai fini dell’assunzione in aziende private, la (eventuale) selezione operata sui titoli degli aspiranti non è regolata da norme di legge, ma si basa sulle insindacabili valutazioni dei singoli datori di lavoro.
In definitiva, si può sostenere che, attualmente, l’ordinamento giuridico italiano riconosce valore legale al titolo di studio alla stregua di certificazione pubblica in ordine al possesso di una determinata formazione culturale (in senso lato), per effetto del suo rilascio da parte di università pubbliche o istituti privati a ciò autorizzati dalla legge. In altri termini, il titolo di studio è un certificato rilasciato “in nome della legge” dall’autorità accademica (o scolastica) competente nell’ambito dell’esercizio di una potestà pubblica. Quindi, il significato del “valore legale” del titolo di studio è – per così dire – tutto “interno” a tale procedimento: si attesta legalmente il compimento di un determinato corso di studi e nulla più.
Un diverso significato ha, invece, il valore legale attribuito al titolo di studio nell’ambito delle specifiche normative che regolano l’accesso alle professioni “protette” e ai concorsi pubblici. In questi casi, il possesso di un titolo di studio legalmente riconosciuto è, propriamente, un requisito necessario per essere ammessi ad esami di Stato il cui superamento è preordinato all’iscrizione ad Albi e Ordini professionali, nonché per l’accesso a determinate qualifiche funzionali all’interno della pubblica amministrazione.

Per ciò che riguarda l’accesso alle professioni ed in particolare alla professione di ingegnere si veda quanto statuito dall’art. 7, comma 1, del d.P.R. 5 giugno 2001, n. 328, secondo cui “i titoli universitari conseguiti al termine dei corsi di studio dello stesso livello, appartenenti alla stessa classe, hanno identico valore legale ai fini dell’ammissione agli esami di Stato, indipendentemente dallo specifico contenuto dei crediti formativi”.
La lettera della norma non lascia spazio a interpretazioni particolari: il valore legale dei titoli accademici rilasciati all’esito di percorsi formativi riconosciuti dall’ordinamento come aventi il medesimo livello e appartenenti alla medesima classe, ai fini della partecipazione dei laureati agli esami di Stato, è identico, e ciò “indipendentemente dallo specifico contenuto dei crediti formativi” previsti dai singoli corsi di laurea. Ciò significa, in altri termini, che, a prescindere dalla concreta formazione acquisita durante gli studi universitari, i candidati in possesso del medesimo titolo accademico sono posti sullo stesso piano per quanto concerne l’ammissione all’esame di Stato.
La questione dell’abolizione del valore legale del titolo di studio, inoltre, non è in alcun modo associabile alla tutela del titolo professionale.

Com’è noto, la disciplina del titolo professionale di ingegnere è stata profondamente innovata in seguito all’entrata in vigore del d.P.R. n. 328/2001, che ha istituito (art. 45, comma 1), nell’albo degli ingegneri, due sezioni distinte, la sezione A e la sezione B, ognuna delle quali risulta a sua volta ripartita nei settori “a) civile e ambientale; b) industriale; c) dell’informazione”. A differenza della disciplina precedentemente in vigore, quella attuale attribuisce in modo esplicito agli iscritti alle due sezioni i titoli professionali di ingegnere e ingegnere iunior. Con la nuova normativa, pertanto, l’assunzione del titolo professionale viene per la prima volta espressamente subordinata all’iscrizione all’albo.

È da notare che anche in Paesi (Gran Bretagna e Stati Uniti) ove al titolo di studio non è attribuito alcun valore legale, i titoli professionali sono invece riconosciuti e protetti per legge.
Le proposte di legge presentate nell’attuale legislatura aventi ad oggetto l’abolizione del valore legale del titolo di studio, sono finalizzate a far venir meno il valore di requisito dei titoli di studio esclusivamente per l’accesso ai pubblici concorsi, ma non per l’accesso all’esame di Stato per l’abilitazione allo svolgimento delle professioni regolamentate.

Difatti, la proposta di legge presentata alla Camera il 10 giugno 2008 su iniziativa dei Deputati Grimoldi, Allasia, Reguzzoni e Salvini (n. 1275), e riproposta sempre alla Camera nel medesimo testo il 12 gennaio 2009 su iniziativa del deputato Murgia (n. 2059), reca un unico articolo, dal seguente enunciato: “ai fini della partecipazione ai pubblici concorsi, non può trovare applicazione la previsione del requisito del titolo di studio avente valore legale”.

La loro eventuale approvazione non inciderebbe in alcun modo, dunque, nelle procedure di accesso alle professioni regolamentate, tra cui la professione di ingegnere.
Nella precedente legislatura, peraltro, era stata presentata una proposta di legge finalizzata all’abolizione “generalizzata” del valore legale del diploma di laurea. Si trattava della proposta di legge presentata al Senato (la n. 1252 del 17 gennaio 2007) su iniziativa dei Senatori Quagliarello, Asciutti, Alberti Casellati, Amato, Cantoni, Mauro e Sacconi, recante l’“Ordinamento del sistema universitario nazionale. Delega al Governo per l’abolizione del valore legale del diploma di laurea”.
Questa, muovendo dal presupposto che “le università sono accreditate sulla base delle norme della presente legge nonché della verifica periodica della qualità del servizio offerto e dell’adeguatezza dell’organizzazione assicurata” (art. 2, comma 2), prevedeva l’istituzione di un’Alta commissione per la qualità del sistema universitario (art. 3), non indipendente, ma nominata in parte qua dall’esecutivo, dalla conferenza dei Rettori e dalla conferenza dei Presidenti delle Regioni, e l’introduzione di un sistema di accreditamento per gli atenei pubblici e privati (art. 4). L’abolizione del valore legale dei titoli accademici era espressamente sancita all’art. 15, recante la delega legislativa al Governo per la disciplina di alcuni aspetti dell’ordinamento universitario, in conformità ad una serie di principi e criteri direttivi, tra cui l’“abrogazione delle disposizioni di legge in vigore che conferiscono valore legale al diploma di laurea e a tutti i diplomi universitari” (comma 2, lettera a).
Rispetto alle proposte di riforma attualmente all’esame del Parlamento, quest’ultima – ormai da considerarsi superata, a meno di eventuali riproposizioni nel corso della presente legislatura – si segnala per un approccio più organico, che disponeva l’abolizione generalizzata del valore legale del titolo di studio, estesa sia per l’accesso ai concorsi pubblici che per quello alle professioni regolamentate. Conseguente a tale abolizione, è, come la stessa proposta di legge prevedeva, l’istituzione di un sistema di accreditamento delle Università e/o dei singoli corsi di laurea.

La situazione all’estero
Simili sistemi di accreditamento sono operanti sia negli Stati Uniti, sia in Gran Bretagna, paesi ove ai titoli rilasciati dalle Università non è attribuito alcun valore “legale”.
In Gran Bretagna, è il Consiglio della Corona, tramite la Quality Assurance Agency, ad autorizzare le università al conferimento dei titoli accademici. L’Agenzia, istituita nel 1997, è un organismo indipendente, finanziato con contributi provenienti dalle università e dagli istituti di istruzione superiore, nonché attraverso contratti con i principali organismi di finanziamento dell’istruzione superiore. Ad essa spettano tutte le necessarie valutazioni di merito in
ordine al possesso, da parte delle università e dei singoli istituti di istruzione superiore, degli standard qualitativi stabiliti. Gli atenei e gli istituti sono soggetti a revisioni periodiche, per assicurare la qualità dei titoli di studio rilasciati e sono chiamati ad orientare i rispettivi programmi didattici secondo le esigenze e le indicazioni provenienti dal mercato del lavoro, dalle istituzioni pubbliche e dalle associazioni professionali.
Negli Stati Uniti il Dipartimento dell’Educazione (organo federale, sostanzialmente equivalente al nostro Ministero dell’istruzione), invece, non accredita direttamente gli istituti di istruzione o i rispettivi corsi e programmi, ma è tenuto per legge a pubblicare periodicamente un elenco di agenzie di accreditamento indipendenti (una sorta di accreditamento per l’accreditamento), individuate in base alla loro affidabilità, che si pongono quali autorità di riferimento per quanto riguarda la qualità dell’istruzione o della formazione fornita dagli istituti di istruzione superiore.
Più precisamente, le agenzie di accreditamento (accrediting agencies) sono associazioni private operanti in ambito statale o federale, cui è demandata l’elaborazione di criteri di valutazione degli istituti di istruzione e la successiva verifica in ordine al loro rispetto.
Esse devono soddisfare una serie di requisiti specifici per la loro attività (le procedure e i criteri per il riconoscimento delle agenzie di accreditamento sono pubblicati nel Federal Register) e presentare domanda al Dipartimento dell’Educazione. La domanda è soggetta al riesame da parte di una commissione indipendente sulla qualità e l’integrità istituzionale (National Advisory Committee on Institutional Quality and Integrity), che raccomanda al Segretario per l’Educazione l’eventuale riconoscimento della “patente” di agenzia di accreditamento.
Nel settore ingegneristico, un ruolo essenziale ai fini dell’accreditamento dei corsi universitari spetta all’ABET (Accreditation Board for Engineering and Technology). L’ABET ha iniziato la propria attività nel 1932 come Engineer’s Council for Professional Development (ECPD), con la missione di promuovere lo status della professione ingegneristica e di migliorare la qualità della formazione degli ingegneri. Dal 1980 ha preso la denominazione attuale e ha focalizzato i propri sforzi nell’accreditamento di programmi educativi, funzione per la quale ha ottenuto il riconoscimento del Dipartimento per l’educazione degli Stati Uniti.
Sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti, la frequenza di un corso di studi “accreditato” è requisito per l’accesso alla professione di ingegnere. In entrambi i Paesi, però, l’accesso a tale professione è comunque consentito anche a chi ha frequentato corsi di studi “non accreditati”, previo superamento di esami e prove di valutazione preliminari.
Stante le esperienze estere, quindi, l’abolizione del valore legale del titolo di studio quale requisito di accesso all’esame di Stato, implicherebbe molto probabilmente una ridefinizione e un ampliamento dei “poteri” degli Ordini professionali, che potrebbero essere coinvolti nella gestione delle procedure di accreditamento dei corsi di laurea attivati dalle Università italiane.
Va, comunque, ribadito che senza la preventiva abrogazione della previsione sancita all’art. 7, comma 1, del d.P.R. 5 giugno 2001, n. 328, secondo cui “i titoli universitari conseguiti al termine dei corsi di studio dello stesso livello, appartenenti alla stessa classe, hanno identico valore legale ai fini dell’ammissione agli esami di Stato, indipendentemente dallo specifico contenuto dei crediti formativi”, è impossibile immaginare l’introduzione di un sistema alternativo di valutazione dei titoli di studio – ai fini dell’accesso alla professione – basato sull’accreditamento delle università e/o dei corsi di laurea necessari per accedere all’esame di Stato.
L’abrogazione del valore legale del titolo di studio e la conseguente introduzione di un sistema di accreditamento delle Università e/o dei corsi di laurea potrebbe, in ultima analisi, contribuire a rafforzare l’opera di razionalizzazione dell’offerta formativa delle università italiane e migliorarne i livelli qualitativi, la cui disomogeneità è ormai acclarata.

D’altro canto, l’introduzione anche in Italia di un sistema di accreditamento rappresenterebbe il compimento di un percorso avviato da anni e che vede il modello anglosassone e quello continentale (italiano) avvicinarsi fino a diventare sostanzialmente comparabili.
In origine i due modelli erano profondamente diversi: quello continentale (italiano) si basava su un’offerta formativa limitata e concentrata in (relativamente) poche strutture accademiche statali o autorizzate, che rilasciavano titoli di studio cui era riconosciuto valore “legale”. Il sistema anglosassone, invece, era basato su un’offerta formativa molto ampia e disomogenea, nel quale peso considerevole e dominante avevano le strutture accademiche private, con attestati e diplomi rilasciati al compimento dei diversi percorsi formativi privi di qualsivoglia valenza legale. A partire dagli anni ’90 ed in particolare dalla riforma che ha introdotto la laurea di ciclo breve (“3+2”), la formazione accademica italiana ha visto il moltiplicarsi delle sedi universitarie (il numero delle facoltà di ingegneria è pressoché raddoppiato) e del numero di corsi di laurea, la cui evidente disomogeneità qualitativa è formalmente sanata dall’attribuzione “universale” del medesimo “valore legale” a tutti i titoli di studio rilasciati.
L’introduzione di un sistema di accreditamento in Italia avrebbe la stessa funzione di quella ricoperta nel modello anglosassone (dove è da tempo consolidato) ed ossia quello di ricondurre entro ambiti omogenei i molteplici percorsi formativi attivati, “tarandoli” secondo le esigenze del sistema economico e professionale, nonché della pubblica amministrazione.
Al fine di fornire ulteriori elementi di conoscenza e riflessione, in un prossimo documento del Centro studi saranno analizzati con maggiore dettaglio i diversi modelli di accreditamento adottati nei principali paesi e applicati alla formazione accademica, con il coinvolgimento degli Ordini e delle associazioni professionali.

L’abolizione del valore legale del titolo di studio – Inquadramento e possibili prospettive (versione integrale a cura del Centro studi del CNI)

Articolo di Romeo La Pietra
Fonte Centro studi CNI

È stata presentata a Roma ai rappresentanti delle categorie interessate, la bozza in evoluzione dello studio UG69U relativo alle costruzioni, che sarà applicabile sull’anno d’imposta 2009.

In luogo dei precedenti 39 cluster, lo studio ne ha ora 23, ognuno dei quali costruito su base regionale. Quindi ogni cluster è differente per ciascuna regione, con la possibilità di dare risultati anche sensibilmente differenti a seconda della regione in cui i contribuenti saranno collocati.
Si tratta sicuramente di un salto di qualità degli studi, soprattutto perché l’esperienza fa da apripista ad altri aggiustamenti simili.

I contribuenti potenzialmente interessati allo studio sulle costruzioni sono circa 226.710, dai quali sono state escluse, attraverso successive elaborazioni, circa 30.000 posizioni, che ha portato a 197.469 il numero dei contribuenti studiati per l’elaborazione dello studio regionalizzato.

La distribuzione in regioni, per via della non sufficiente numerosità di alcuni cluster in qualche regione, ha portato a un’ulteriore riduzione del numero, arrivato così a circa 193.000. Lo studio sulle costruzioni si avvia dunque a essere il primo elaborato su base regionale, ma questo non rappresenta l’unico livello di approfondimento territoriale a cui esso dà voce.

Nella sua elaborazione, infatti, si è tenuto conto:
– del livello dei prezzi di vendita degli immobili differenziato per comune;
– del livello di retribuzione del personale dipendente di questo settore articolato per provincia;
– del livello del reddito individuato per comune.

L’attesa è che attraverso questa articolazione lo studio possa raggiungere un livello molto elevato di rappresentatività della situazione dei contribuenti che a esso fanno capo.
La regionalizzazione dello studio delle costruzioni mostra come il livello di rappresentazione territoriale degli studi stessi sia dato dall’intera loro costruzione e non solo dall’indicatore “territoriale”, che serve piuttosto ad un’ulteriore calibratura.

L`amministrazione a oggi non ha ancora reso noto un calendario della regionalizzazione degli studi e quali saranno gli strumenti che seguiranno la via della regionalizzazione, anche perché non è detto che l`operazione possa riguardarli tutti.

È stato pubblicato inoltre nei giorni scorsi, il Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate con il quale si dà il via libera alla partecipazione effettiva dei comuni all’elaborazione degli studi di settore, tramite l’inserimento di rappresentanti dell’Anci negli Osservatori regionali.
Al fine di assicurare la partecipazione attiva dei comuni alla fase di individuazione, nell’ambito territoriale della regione, dell’eventuale esistenza di specifiche condizioni d’esercizio delle attività economiche a livello locale, sarà quindi ora garantita la presenza permanente di un rappresentante dell’Associazione nazionale dei comuni italiani all’interno degli Osservatori regionali.

Integrazione, questa, cui si aggiunge anche la nomina di due rappresentanti dell’Associazione nazionale dei comuni italiani nella Commissione degli esperti, con il risultato che, in funzione dell’attuazione del federalismo fiscale, la predisposizione degli studi di settore risulterà progressivamente sempre più in linea e aperta nel recepire le differenziazioni territoriali che incidono in modo significativo sui modelli organizzativi delle diverse attività economiche.

I due rappresentanti dell’Associazione nazionale dei comuni italiani che prenderanno parte ai lavori nell’ambito della Commissione degli esperti saranno nominati con successivo decreto ministeriale su segnalazione della stessa Anci, mentre l’integrazione di un rappresentante all’interno degli Osservatori regionali sarà garantita dal Direttore dell’Agenzia delle Entrate.

Fonti: Ance, Il Sole 24 Ore e Agenzia delle Entrate

Nel periodo universitario rimasi colpito da un teorema di Kurt Gödel (1906-1978), uno dei più grandi matematici e filosofi mai esistiti: «L’aritmetica, con l’utilizzo dei suoi propri mezzi, non può dimostrare la propria consistenza».
Gödel  segnò tale teorema di incompletezza (enunciato all’età di soli 25 anni), quello che può a tutti gli effetti essere definito l’equivalente matematico della famosa frase di Epimenide : «Questa frase è falsa».

Il meccanismo è sempre lo stesso: autoreferenzialità e presunta coerenza. Sarebbe molto complicato spiegare di più. Basti sapere che il teorema di Gödel stabilì, in termini più umani, ma comunque (per chi è a digiuno di logica) di difficile comprensione, questo: «Tutte le assiomatizzazioni coerenti dell’aritmetica contengono proposizioni indecidibili».

Sul teorema di Gödel mi piace ricordare anche un commento del professor  P. Odifreddi, del Dipartimento di matematica di Torino:  «… è innegabile che tutti questi risultati dimostrino che ci sono limiti alla conoscenza, e che la “verità” si possa soltanto approssimare in maniera estremamente ristretta. Ma questo può turbare soltanto coloro che credevano che si potesse sapere tutto. Per me l’interesse dei teoremi limitativi come quello di Gödel, non sta nel fatto che essi mostrino limiti alla conoscenza matematica dell’universo, ma che lo dimostrino in maniera matematica!  In altre parole, il pensiero formale sarà pure limitato, ma fra le sue limitazioni non c’e’ quella di non sapere di essere limitato! Conoscere i propri limiti, non è forse l’espressione più alta della consapevolezza?»
Sembra astruso ma non lo è!
Estrapolando e semplificando il concetto: «Ogni teoria ha bisogno di una teoria più ampia e complessa (detta Meta-Teoria) per essere dimostrata» o anche «Ogni sistema per essere spiegato ha bisogno di un meta- sistema più ampio» o ancora  «Un linguaggio può essere descritto interamente solo da un meta-linguaggio con strutture più complesse».
Il teorema di Gödel quindi ha implicazioni che non riguardano soltanto la matematica e permette lo sviluppo di una discussione su più piani.

La mia “folgorazione” universitaria è stata tale che ne ho sempre fatto oggetto del mio approccio ai problemi e in generale del mio stile di vita professionale.
Non è infatti vero che per tentare di risolvere un problema di qualsiasi natura è necessario astrarsi dallo stesso e guardarlo dal di fuori?
Questo è il motivo per cui, per esempio, anche un ottimo tecnico non necessariamente diventa un buon manager.  Nel linguaggio comune, quando si dice, in termini positivi, “volare alto”, per esempio, significa proprio sapersi astrarre e guardare la realtà nel suo complesso spiegandola con un linguaggio anche “esterno” alla realtà stessa.
Non è forse vero che un manager di più ampie vedute (più complesse) risolve più facilmente i problemi di un’azienda?
Non si tratta di essere più preparato e competente (o “tuttologo”, come qualcuno paradossalmente può pensare) ma di usare un approccio diverso alla soluzione dei problemi.
Nello stesso modo, un manager che è troppo uguale al sistema stesso è in grado di vedere il “sistema” nel suo complesso?
È proprio così: un “sistema” per progredire, migliorare, crescere non può essere visto guardandolo dall’interno ma solo dall’esterno. La chiave del successo di un manager sta nel fatto che pur appartenendo al sistema è in grado di guardarlo, spiegarlo e condurlo con strumenti e linguaggi esterni al sistema stesso

La conoscenza dei dettagli sono condizioni necessarie ma non sufficienti per attivare la trasformazione della conoscenza.
In tale contesto quale deve essere oggi la cultura dell’ingegnere? Quale deve essere il suo approccio ai problemi complessi?
La trasformazione  “culturale” dell’ingegnere avviene affiancando alla preparazione tecnica classica quella della progettazione, della gestione e dell’analisi di sistemi complessi, dal punto di vista, oltre che tecnologico anche economico, organizzativo e gestionale.
Le logiche sistemiche consentono di modellizzare realtà complesse e complicate, ma richiedono l’apprendimento di più avanzate capacità di analisi, tecniche di controllo e regolazione, di nuove conoscenze: dalla scienza teorica alla tecnologia applicata, all’economia e al management.

La “cultura sistemica” introdotta nel 1969 da Bertalanffy (1901-1972) con il saggio Teoria generali dei sistemi è stata la  risposta a queste problematiche.
La teoria generale dei sistemi ha prodotto numerosi effetti culturali. Essa rappresenta il superamento della cultura meccanicista-deterministica, basata sull’idea cartesiana che il mondo microscopico (la singola parte)  fosse più semplice di quello macroscopico (il tutto) spiegabile come somma infinita del piccolo. E invece no: la somma infinita del piccolo non spiega il “tutto”. L’accrescimento della disponibilità di dettagli non si trasforma di per sé in cultura della conoscenza.
La “sistemica” non va considerata come un tentativo, come qualcuno ai primi tempi riteneva, ovvero una scorciatoia, per  evitare la complessità dei sistemi anzi al contrario è l’unica via possibile per risolverli.
La “sistemica” risolve l’interazione tra i componenti e tra i componenti stessi e l’esterno (sistemi aperti) e conduce all’interdisciplinarità al proprio interno.
L’ingegnere, oggi definito come “post-industriale”, si contraddistingue per lo studio di sistemi “aperti” anziché “chiusi” .
Lo studio di questi sistemi presuppone la capacità di mettere in crisi l’approccio causa-effetto, caratteristico dei sistemi chiusi, ma non è in grado, nei sistemi aperti, di cogliere la complessità e l’interdipendenza degli elementi che lo compongono. 

La posizione di Gödel si ritrova anche in musica qualche secolo primo (corsi e ricorsi storici?): J.S. Bach (1685-1750) nelle sue magistrali fughe a più voci, nient’altro ha fatto che riprodurre la struttura autoreferenziale di cui sopra.
E che dire di Maurits Cornelis Escher (1898-1972) incisore e grafico olandese?
È conosciuto principalmente per le sue incisioni su legno, litografie e mezzetinte che tendono a presentare costruzioni impossibili, esplorazioni dell’infinito, tassellature e motivi a geometrie interconnesse che cambiano gradualmente in forme completamente differenti. Le opere di Escher sono molto amate dagli scienziati, matematici, logici e fisici che apprezzano il suo uso di poliedri, distorsioni geometriche e interpretazioni originali di concetti appartenenti alla scienza.
Gli “esperti” li mettono tutti e tre a confronto; nel suo Gödel, Escher, Bach, un’ eterna ghirlanda brillante scrive Douglas R. Hofstadter: «Mi resi conto che per me Gödel, Escher e Bach erano solo ombre proiettate in diverse direzioni da una qualche solida essenza centrale. Ho tentato di ricostruire l’oggetto centrale e ne è uscito questo libro».

Articolo dell’Ing. Enzo Fornasari, dirigente d’azienda

Fonte: Ingegneri, n. 3/2009, Maggioli Editore

Sull’abbattimento dell’incentivo ai tecnici della pubblica amministrazione, portato dal 2% allo 0,5%, e in particolare sulla retroattività della norma è intervenuta recentemente la Corte dei Conti.

Con la delibera n.7 dell’ 8 maggio (data del deposito in segreteria)ha stabilito che l’incentivo per attività effettuate prima del 1° gennaio 2009, non può essere modificato per effetto di norme che riducano l’entità della somma da ripartire e resta assoggettato alla previgente disciplina.

Come già sostenuto dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 13384 del 19 luglio 2004, il diritto all’incentivo costituisce un vero e proprio diritto soggettivo di natura retributiva che inerisce al rapporto di lavoro in corso, nel cui ambito va individuato l’obbligo per l’Amministrazione di adempiere, a prescindere dalle condizioni e dai presupposti per rendere concreta l’erogazione del compenso.

In definitiva, dal compimento dell’attività nasce il diritto al compenso, intangibile dalle disposizioni riduttive, che non hanno alcuna efficacia retroattiva.

Corte dei Conti, delibera 8 maggio 2009, n. 7

Quale sarà l’impatto della crisi sugli ingegneri che svolgono la libera professione?
A questa domanda cerca di rispondere un’indagine sul mercato dei servizi di ingegneria nel settore delle costruzioni, promossa dal Centro studi del CNI.

Per il 2008 il mercato italiano dei servizi di ingegneria ha raggiunto un valore complessivo di 21,5 miliardi di euro, pari all’1,4% del Pil. Di essi, 4 miliardi derivano dalle opere pubbliche e la quota restante (17,5 miliardi) dalle realizzazioni private.
Dopo anni di supremazia dei soggetti professionali organizzati in forma societaria, la leadership nel settore ritorna ai professionisti individuali e associati. (ingegneri, architetti, geometri e periti). Di questa componente dell’offerta sono proprio gli ingegneri a fare la parte del leone con circa 3,7 miliardi di fatturato (0,24% del Pil e 17% del mercato). Subito dietro si pongono gli architetti con 3,3 miliardi di fatturato, pari al 15% della quota di mercato e poi, a seguire, geometri (11% del mercato) e periti (2% del mercato).

I soggetti professionali organizzati in forma societaria perdono la leadership del mercato. Dall’analisi del Centro studi del CNI emergono inoltre delle interessanti osservazioni.
Le imprese iscritte all’Oice detengono una quota di mercato, per quanto riguarda il settore delle costruzioni in Italia, di appena il 9,8%, pari a un volume di affari di 2 miliardi di euro; di ben altro spessore è la quota di mercato nel 2008 delle società di ingegneria non iscritte all’Oice, che segnano un 34,2%, per un controvalore di 7,3 miliardi di euro.

Dopo le società di ingegneria e i professionisti individuali e associati, si posizionano gli uffici tecnici interni alla committenza pubblica, che detengono una quota di mercato del 9%. Fanalini di coda sono le società cooperative (volume d’affari nel 2008 di 88 milioni di euro) e operatori esteri (55 milioni di euro).

Venendo alla quantificazione dell’impatto della crisi sul comparto dei servizi di ingegneria nel settore delle costruzioni, limitatamente alla componente libero professionale dell’offerta, lo studio stima una contrazione del fatturato di circa 500 milioni di euro. In particolare, gli ingegneri vedranno diminuire il loro fatturato complessivo di 200 milioni di euro (quindi dai 3,7 miliardi di euro del 2008 ai 3,5 miliardi per il 2009).
In realtà”, si legge nella premessa allo studio, “la contrazione del fatturato dei singoli professionisti sarà più elevata (…). Si stima, infatti, che la crisi determinerà l’espulsione dal sistema produttivo di almeno 2-3.000 ingegneri attualmente occupati come dipendenti, i quali in mancanza di alternative si riverseranno temporaneamente nel mercato libero professionale”.

Ma quest’anno a incontrare le maggiori difficoltà saranno gli ingegneri che già si trovano ai margini del mercato dei servizi professionali. Si tratta di circa 26.000 ingegneri che vantano ricavi inferiori ai 30.000 euro annui.

Che fare?
Nell’attesa che le misure di sostegno agli investimenti nel settore delle costruzioni dispieghino i loro primi effetti, cioè, nelle migliori delle ipotesi, non prima del terzo trimestre del 2009, due sono gli interventi che il Centro studi del CNI reputa fondamentali per salvare la libera professione.
Ripristinare l’obbligo per le stazioni appaltanti di utilizzare i corrispettivi di cui al d.m. 4 aprile 2001 per la definizione degli importi da porre a base d’asta nelle gare di progettazione e reintrodurre un limite ai ribassi in sede di aggiudicazione.
Riguardo quest’ultimo aspetto, puntualizza la ricerca, i ribassi medi praticati per i servizi di ingegneria sono stati pari al 37% con punte del 60-70%. È ovvio che tali ribassi possono essere sostenuti solo dai soggetti più forti e alla lunga “determineranno l’espulsione dal mercato dei bandi pubblici di ingegneria dei professionisti più giovani, quelli già maggiormente colpiti dalla crisi economica in corso

Piena operatività per il regime dell’Iva per cassa. Dal 28 aprile, le imprese ed i professionisti con volume d’affari non superiore a 200.000 euro possono avvalersi della facoltà di non anticipare all’erario il versamento dell’imposta sul valore aggiunto ma posticiparlo al momento dell’effettivo incasso, con conseguenti vantaggi sotto il profilo finanziario.

Questo è quanto si ricava dalla lettura della circolare dell’Agenzia delle entrate del 30 aprile 2009, n. 20/E.
Il pagamento differito dell’Iva viene calcolato su ogni singola operazione e deve essere esplicitato nella fattura. Sulla fattura deve essere riportata la dicitura “operazione con imposta ad esigibilità differita”, in caso contrario, l’operazione sarà assoggettata all’imposta con esigibilità immediata.

Il decreto ministeriale del 26 marzo 2009 ha previsto che possono emettere fatture con Iva differita i soggetti che nell’anno solare precedente hanno realizzato o, in caso di inizio di attività, prevedono di realizzare nell’anno in corso un volume d’affari non superiore a 200mila euro.

L’applicazione del regime differito cessa dunque dal momento in cui la soglia di 200.000 euro viene superata. Il differimento del pagamento dell’Iva è limitato nel tempo: l’imposta diviene, comunque, esigibile dopo il decorso di un anno dal momento di effettuazione dell’operazione, a meno che, prima del decorso di tale termine, il cessionario o committente sia stato assoggettato a procedure concorsuali o esecutive.

Agenzia delle entrate, circolare esplicativa

Fonte Ordine degli ingegneri della Provincia di Roma