Con la Circolare n. 598/XIX Sess./2020, il CNI trasmette ai Presidenti degli Ordini territoriali degli Ingegneri e ai Presidenti delle Federazioni/Consulte degli Ordini degli Ingegneri la nota di aggiornamento sulle recenti novità in materia di sicurezza antincendio, ovvero RTV edifici tutelati e Circolari VVF. Nello specifico:

Vediamo nel dettaglio cosa c’è da sapere .

Nuova RTV per edifici tutelati: musei, gallerie, esposizioni, mostre, biblioteche e archivi

Il Decreto del Ministero dell’Interno 10 luglio 2020, recante: Norme tecniche di prevenzione incendi per gli edifici sottoposti a tutela ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, aperti al pubblico, destinati a contenere musei, gallerie, esposizioni, mostre, biblioteche e archivi, ai sensi dell’articolo 15 del decreto legislativo 8 marzo 2006, n. 139. è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 22 luglio 2020.

Una nuova RTV è entrata in vigore il 21 agosto 2020 e va a costituire il capitolo V.10 del Codice (DM 03/08/2015 e s.m.i.).

La regola tecnica verticale in questione reca disposizioni di prevenzione incendi riguardanti gli edifici sottoposti a tutela (ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42) aperti al pubblico, destinati a contenere musei, gallerie, esposizioni, mostre, biblioteche e archivi. Nei beni immobili tutelati sono compresi gli eventuali arredi di interesse culturale (es. mobili, tendaggi, rivestimenti, …). La RTV contiene:

Tra le novità in materia di antincendio si segnala, inoltre, la pubblicazione da parte della Direzione Centrale per la prevenzione e sicurezza tecnica dei VVF di due circolari di chiarimento:

  1. DCPREV 9833 del 22/07/2020 contenente chiarimenti sul: DM 10/03/2020 – Disposizioni di prevenzione incendi per gli impianti di climatizzazione inseriti nelle attività soggette ai controlli di prevenzione incendi;
  2. DCPREV 9962 del 24/07/2020: DM 03/08/2015 e s.m.i. – Capitolo S.2 – Implementazione di soluzioni alternative di resistenza al fuoco. Chiarimenti e indirizzi applicativi.
Leggi anche: Strutture in legno e resistenza al fuoco: carico d’incendio e caratteristiche meccaniche

Circolare VVF impianti di climatizzazione

La Circolare VVF evidenzia le principali novità introdotte con, l’entrata in vigore del decreto del 10 marzo 2020, avvenuta lo scorso 18 giugno attraverso il quale vengono aggiornate le disposizioni tecniche riguardanti gli impianti di climatizzazione e condizionamento previste nelle regole tecniche di prevenzione incendi, in particolare quelle che consentono per le macchine e apparecchiature facenti parte degli impianti di climatizzazione e condizionamento inserite nelle attività regolamentate dalle predette regole tecniche, la sola possibilità di impiego di fluidi refrigeranti non infiammabili o non infiammabili e non tossici.

Nello specifico viene chiarito che la possibilità di impiego di fluidi classificati A1 o A2L consente di installare, sempre nel rispetto dei requisiti di sicurezza previsti dalla regola dell’arte (ad esempio: serie delle norme tecniche UNI EN 378), unità interne contenenti anche i predetti fluidi (ci si riferisce in particolare agli impianti ad espansione diretta, tra cui anche gli impianti VRF – Variable Refrigerant Flow).

Per le nuove attività, la documentazione tecnica deve comprendere:

Per le attività esistenti l’eventuale riconversione degli impianti con fluidi A1 è considerata modifica non rilevante ai fini della sicurezza antincendio, mentre eventuale riconversione degli impianti con fluidi A2L è considerata invece, una modifica rilevante ai fini della sicurezza antincendio, in al caso, alla documentazione della SCIA dovrà essere allegata, oltre alla dichiarazione di non aggravio delle preesistenti condizioni di sicurezza a firma di tecnico abilitato, la dichiarazione di conformità dell’impianto riconvertito.

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Circolare VVF soluzioni alternative resistenza al fuoco – FSE

La circolare, avente come oggetto “implementazione di soluzioni alternative di resistenza al fuoco. Chiarimenti e indirizzi applicativi” nasce da una richiesta di chiarimenti inoltrata al Corpo VVF dal CNI per definire in dettaglio i limiti di adozione delle soluzioni alternative per la resistenza al fuoco delle strutture (capitolo S.2 del Codice). Nello specifico vengono chiariti gli aspetti circa:

Come sottolineato nella Circolare CNI, i chiarimenti forniti dalla Direzione Centrale dei Vigili del Fuoco intervengono in un ambito specifico della disciplina della sicurezza antincendio (fire safety engineering) che ha recentemente riscontrato progettazioni e pubblicazioni contenenti approssimazioni e forzature che meritavano una rettifica.

Il CNI, di concerto con i VVF, si sta impegnando per arginare queste tendenze che rischiano di screditare le potenzialità della fire safety engineering a supporto delle soluzioni alternative del Codice.

Scarica la circolare CNI con Allegati: DM 10 luglio 2020, DCPREV n.9833 del 22/07/2020: DM 10/03/2020, DCPREV n.9962 del 24/07/2020

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Resistenza al fuoco delle strutture

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Il tema della progettazione in caso di incendio delle strutture di acciaio di edifici industriali è stato oggetto di numerose attività di ricerca condotte in ambito europeo, centrate in particolare sull’applicazione dei criteri di valutazione della sicurezza mediante approccio prestazionale (ingegneria antincendio). Questo articolo fa parte delle attività dedicate allo studio della sicurezza antincendio di capannoni industriali di acciaio, condotte dalla Commissione Tecnica per la Sicurezza delle Costruzioni di Acciaio in caso di Incendio, istituita da Fondazione Promozione Acciaio.

La progettazione in caso di incendio di un capannone industriale deve essere condotta tenendo in considerazione i livelli di prestazione minimi fissati per le strutture portanti dalla normativa nazionale vigente. In questa sono indicati i criteri applicabili per la determinazione dei requisiti di resistenza al fuoco delle strutture portanti (soluzioni conformi, approccio prescrittivo) o, in via alternativa, delle prestazioni della struttura portante in condizioni di incendio (approccio ingegneristico).

Facendo riferimento al caso specifico dei capannoni industriali monopiano, una volta verificate alcune caratteristiche geometriche e funzionali dell’attività, le disposizioni normative specificano il livello di prestazione II, individuando l’obiettivo della sicurezza in caso di incendio nel mantenimento dei requisiti di resistenza al fuoco per un periodo sufficiente all’evacuazione degli occupanti in luogo sicuro all’esterno della costruzione.

L’evoluzione dei criteri normativi definiti per la valutazione delle prestazioni di resistenza al fuoco delle strutture di acciaio, in particolare delle cosiddette parti fuoco degli Eurocodici, e degli strumenti di calcolo a disposizione dei progettisti, consente oggi la possibilità di progettare la struttura portante degli edifici in caso di incendio eseguendo la verifica puntuale di queste prestazioni.

Nel presente lavoro, sono state analizzate alcune procedure di calcolo previste per la progettazione strutturale di questi edifici mediante l’applicazione dell’approccio ingegneristico. Questa analisi è stata condotta facendo specifico riferimento ai risultati di due recenti progetti di ricerca europei, e tenendo in considerazione i criteri normativi in vigore per la progettazione degli edifici industriali in ambito nazionale, in particolare il decreto ministeriale 3 agosto 2015.

Continua a leggere l’articolo Progettazione delle strutture di acciaio di capannoni industriali mediante l’applicazione dei metodi di ingegneria della sicurezza antincendio di Sandro Pustorino, Paola Princi, Emidio Nigro, Anna Ferraro, Franco Bontempi, Chiara Crosti, Luca Ponticelli e Claudio Mastrogiuseppe

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Il presente lavoro riguarda la modellazione termo-fluidodinamica degli scenari d’incendio in compartimenti di grande estensione, caratteristica tipica degli edifici di tipo industriale. Con riferimento ad un capannone industriale con struttura portante in acciaio e destinazione d’uso deposito intensivo di legna, si sviluppano nel lavoro analisi termo-fluidodinamiche con tre differenti modelli d’incendio:

– modellazione di incendio localizzati,

– modellazione a zona,

– modellazione termo-fluidodinamica

per l’applicazione dell’approccio ingegneristico, confrontandone i risultati ottenuti sia in termini di temperature ambientali che in termini di temperature negli elementi strutturali.

Questa memoria fa parte delle attività dedicate allo studio della sicurezza antincendio di capannoni industriali di acciaio, condotte dalla Commissione Tecnica per la Sicurezza delle Costruzioni di Acciaio in caso di Incendio, istituita da Fondazione Promozione Acciaio.

Introduzione

Con l’evoluzione degli strumenti di calcolo oggi a disposizione e dei criteri normativi utilizzabili, per una certa tipologia di edifici industriali, in particolare quelli monopiano, l’approccio ingegneristico è una concreta alternativa all’approccio prescrittivo per la progettazione delle strutture di acciaio in caso di incendio. Anche lo sviluppo delle norme nazionali si muove in questa direzione, infatti, il nuovo “Codice di prevenzione incendi” (“Norme Tecniche di Prevenzione Incendi di cui al decreto 3 agosto 2015,pubblicato in G.U. il 20 agosto 2015, [5]) si ispira alle norme europee di carattere prestazionale, come le norme Inglesi e Americane (BS e NFPA).

L’approccio ingegneristico per la verifica delle strutture in caso di incendio consta di due fasi: la prima che ha come obiettivo la definizione degli scenari di incendio, la seconda invece riguarda le verifiche di sicurezza al fuoco sia in termini di salvaguardia delle vite umane che in termini di resistenza strutturale.

Nel presente lavoro, con riferimento ad un capannone industriale con struttura portante in acciaio e destinazione d’uso deposito di legna, si approfondisce la tematica della definizione dell’azione termica sulla struttura. Vengono sviluppate analisi fluidodinamiche con tre differenti modelli d’incendio: modelli di incendio localizzati, modelli a zona e modelli di campo termofluidodinamico per l’applicazione dell’approccio ingegneristico. I risultati ottenuti con i vari modelli vengono confrontati tra loro sia in termini di temperature ambientali che in termini di temperature negli elementi strutturali.

Descrizione del caso studio

La struttura oggetto di studio è un capannone industriale con destinazione d’uso di deposito di legna, attività n. 36 del DPR 151/2011. Il capannone consta di due compartimenti, Comp. SX e Comp. DX, di dimensioni in pianta di 20.00m x 75.00m e altezza variabile da un minimo di 5 m ad un massimo di 7 m (figura 1).La parete di divisione tra i due compartimenti è realizzata con blocchi di calcestruzzo cellulare di spessore 10 cm con 1 cm d’intonaco su entrambe le facce, la verifica EI30 è stata effettuata secondo la Tabella D.4.3 del decreto 16 febbraio 2007 (per ovviare al limite di 4 m sulla distanza fra i due elementi di irrigidimento, che nel caso specifico è di 5 m, si provvede ad interporre un cordolo in c.a. a metà dell’altezza della parete).Sia la copertura sia le tamponature sono realizzate con lamiere sandwich. La struttura portante(figura 2) è stata dimensionata per le normali condizioni ambientali ed è costituita da profili di acciaio S355: travi IPE500, colonne HEA360, arcareccio HEA220 e controventi UPN 80.Si è ipotizzata la presenza di un giunto strutturale lungo la direzione trasversale a metà della lunghezza totale del capannone.

Carico di incendio

Il combustibile è costituito da pallet di legno con potere calorifico di 17.5 MJ/kg. Con riferimento alla distribuzione di scaffalature (figura 3), si è determinata la capienza massima dei due compartimenti; per standardizzare e tenere in conto anche la possibilità di una non totale compattezza del carico depositato (vuoto per pieno) si è fatto riferimento come unità di misura al pallet: si è scelto l’Europallet, di dimensioni 1.2×0.8×0.145 m e peso 25 kg.

figure 1-3

Figura 1 (alto a sinistra): dimensioni architettoniche. Figura 2 (altro a destra): schema strutturale 3D. Figura 3 (basso): distribuzione delle scaffallature

La distribuzione di scaffalature tiene conto degli ingombri delle scaffalature e dell’eventuale muletto (carrello elettrico elevatore) per la movimentazione degli imballi posti sui pallet, larghezza delle corsie di 4 m (come indicato nelle schede tecniche delle scaffalature e del muletto stesso), al fine di rendere agevoli le lavorazioni nel capannone. Si è scelto di fare riferimento al carrello elettrico frontale per due motivi:

1) le altezze da coprire sono inferiori a 7 m, per cui una macchina più complessa non sarebbe necessaria;

2) data l’eccessiva lunghezza del compartimento, 75 m, è consigliabile scegliere una macchina che consenta all’operatore di stare seduto.

Con queste ipotesi in ciascun compartimento ci sono 15.500 pallet; negli scaffali alti 3.6 m ci sono 25 pallet sovrapposti, mentre in quelli da 5.4 ci sono 37 pallet sovrapposti.

La massa totale di legna è: Massa = 25 kg x 15.500 = 387.500 kg

Nota la massa di legno presente nel deposito, il valore del carico di incendio specifico di progetto può essere calcolato applicandole formule del decreto 9 marzo 2007:

formula_1

Ventilazione

Per il dimensionamento dell’apertura minima necessaria allo smaltimento dei fumi caldi si è fatto riferimento a quanto indicato nuovo Codice di Prevenzione Incendi al punto S.8.5.3, che stabilisce la dimensione minima dell’area delle aperture in funzione dell’area in pianta del compartimento al variare del carico di incendio. Per carichi di incendio superiori a 1.200 MJ/m2, come nel caso specifico, stabilisce che la superficie utile delle aperture di smaltimento deve essere maggiore di 1/25 dell’area in pianta.

Nello specifico si ha per ciascun compartimento:

formula_2

di cui il 10% deve essere sempre aperto, quindi con installazione di grate, piuttosto che dell’infisso.

Secondo quanto indicato al punto S.8.5.4 comma 1 del nuovo Codice di Prevenzione Incendi: “Le aperture di smaltimento dovrebbero essere distribuite uniformemente nella porzione superiore di tutti i locali, al fine di facilitare lo smaltimento dei fumi caldi da tutti gli ambiti del compartimento”.

Nel caso in esame, essendo ogni compartimento largo 20 m, ai fini dell’evacuazione dei fumi, sono sufficienti le aperture su un solo lato, così come indicato al punto S.8.5.4 comma 2 (figura 4).

figure_4-5

Figura 4 (sinistra): distribuzione delle apertura da norma. Figura 5 (destra): distribuzione delle aperture

Pertanto, nel caso specifico vengono distribuite 20 aperture a nastro lungo i due lati esterni del capannone; ogni finestra (figura 5) è alta 1 m e lunga 3.3 m per un totale di 66 mq di aperture di cui 6 metri permanentemente aperti.

Scenari d’incendi

Lo scenario utilizzato nelle analisi del presente lavoro consiste nell’innesco di 140 pallet localizzati in prossimità della mezzeria di una delle travi principali dei telai trasversali (figura 6).

figura_6

Figura 6: scenario d’incendio

Nel presente lavoro non viene riportata la definizione di tutti gli scenari di incendio di progetto, che sarà sviluppata nel prosieguo dell’attività, ma si fa riferimento ad uno scenario di incendio tipico, comunque probabile, che permette di applicare più modelli di incendio proposti nell’Eurocodice 1 Parte 1-2 (EN 1991-1-2), oltre alla modellazione termo-fluidodinamica con il codice di calcolo FDS. Si ipotizzando la presenza di solo 140 pallet partecipanti alla combustione (49.000MJ totali, pari a circa 650 MJ/m2).

Definizione della Curva di Rilascio Termico

Poiché i capannoni industriali non ricadono tra le destinazioni d’uso per le quali è fornito un valore indicativo della curva di rilascio termico (HRR – Heat Release Rate) per unità di superficie, al fine di valutare la curva HRR (punto M.2.6 del Nuovo Codice di Prevenzione Incendi, versione 139), è necessario modellare direttamente il combustibile. Tra i riferimenti indicati, nel punto M.2.8 del Codice PI, si trovano le NFPA 92 (Tabella 1, [6]) e lo SFPE Handbook of Fire Protection Engineering (2008, [7]), che per il pallet di legno rimandano ai test sperimentali di Babrauskas (2002, [8]) e Krasner (1968, [9]).

La fase di crescita è quadratica di tipo veloce e, per cataste di pallet di altezza maggiore di 60 cm, si osserva lo sviluppo di un plateau. La soglia di HRRmax sviluppabile per ogni catasta può ottenersi dalla relazione di Krasner che ben si associa con i risultati dei test sperimentali. Secondo tale relazione, il picco di HRR è funzione dell’altezza della catasta e dell’umidità del legno (assunta pari al 4%):

formula_3

Si sceglie di modellare la combustione di ogni catasta di pallet con una curva di incendio costituita da una fase di crescita quadratica (con tα= 150 s), lo sviluppo di un plateau orizzontale e un decadimento di tipo lineare. La fase di decadimento inizia convenzionalmente al raggiungimento del 70% dell’energia totale (sotto: tabella 1 – Tempo di crescita HRR max, NFPA 92).

Table B.5.2(b) Maximum Heat Release Rates
Warehouse Materials Growth Time (sec) Heat Release Density (q) Classification
Wood pallets, stacked 1,5 ft high (6-12% moisture) 150-310 110 M-F
Wood pallets, stacked 5 ft high (6-12% moisture) 90-190 330 F
Wood pallets, stacked 10 ft high (6-12% moisture) 80-110 600 F
Wood pallets, stacked 16 ft high (6-12% moisture) 75-105 900 F

Confrontando i dati reperibili in letteratura (Difisek, NFPA 92) si evince che la relazione di Krasner si avvicina di molto ai valori di picco dei test sperimentali. In particolare, nella tabella 2 (confronto HRR max), si vede come le differenze in percentuale siano piuttosto significative solo per cataste molto basse (h = 0.5m), per le quali, tra l’altro, non è possibile fare l’ipotesi di sviluppo del plateau orizzontale.

Per altezze maggiori i valori sono sufficientemente coerenti tra loro.

DIFISEK NFPA 92 KRASNER KRASNER – DIFISEK KRASNER – NFPA 92
h HHRf HHRf HHRf errore errore
m MW/mq MW/mq MW/mq % %
0,00 0,06 0,06 0,10 43,3 43,4
0,05 0,18 0,17 -1,6
3,00 0,25 0,31 0,28 7,0 -5,8
4,90 0,43 0,44 -3,1
figura_7

Figura 7: Curva HRR di una catasta di pallet alta 3 m

Dalla figura 7, che mostra le differenze di HRR per una catasta di pallet alta 3 m, si nota come la curva calcolata con Krasner si trovi perfettamente a metà tra il Difisek e la NFPA 92.

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Analisi termo-fluidodinamiche

L’applicazione dell’approccio ingegneristico alla sicurezza antincendio richiede l’utilizzo di curve di incendio “naturali”, in luogo di quelle “nominali” utilizzate convenzionalmente per l’approccio prescrittivo. La definizione di curve di incendio naturali può essere effettuata con modelli di incendio di diversa complessità e tipologia, che tengono conto con differente livello di approssimazione delle caratteristiche dei materiali combustibili, della loro disposizione nel compartimento, della geometria e delle proprietà termo-fisiche del compartimento, del grado di ventilazione, ecc.

Nel prosieguo si applicano modelli avanzati di calcolo termo-fluidodinamico (FDS), modelli a zone (C-Fast) e modelli semplificati per lo studio di incendi localizzati.

Analisi avanzate (FDS)

Come già accennato, si prende in considerazione lo scenario che vede il combustibile concentrato al di sotto di una trave principale di un telaio trasversale e si suppone l’ignizione di una pila disposta come da figura 8.

figure_8-9

Figura 8 (sinistra): Scenario di incendio, FDS. Figura 9 (destra): Curva HRR di una pila di pallet

Le analisi considerano l’ignizione della pila centrale, come evidenziato in figura 8, per poi propagarsi alle adiacenti una volta che queste raggiungono una temperatura di circa 275 °C. Con questo modo di procedere si introduce nell’analisi il cosiddetto “traveling fire” ovvero si suppone che il fuoco sia in grado di spostarsi da una pila all’altra una volta raggiunta la temperatura di ignizione, inserita nel modello come dato di input. Secondo quanto detto precedentemente la curva HRR della pila che dà inizio all’incendio è riportata in figura 9 ed è stata calcolata con un tα pari a 150 sec e un valore di HRRmax definito mediante l’equazione di Krasner.

figure_10-11

Figura 10 (alto): Termocoppie disposte sulla trave. Figura 11 (basso): Andamento delle Temperature per le 5 termocoppie disposte sulla trave

In figura 11 si riportano i risultati delle analisi termo-fluidodinamiche in termini di temperature delle 5 termocoppie disposte sulla trave principale, figura 10. I risultati sono stati arrestati a circa 27 min, solo per limitare l’onere computazionale del calcolatore.

L’esame delle temperature di figura 11 mostra, come ci si aspettava, la significativa riduzione di temperatura man mano che ci si allontana dal punto di innesco. I massimi valori di temperature vengono difatti registrati dalla termocoppia 3S2 che è la più vicina al punto di innesco, i valori minimi di contro sono registrati dalla termocoppia 3D2.

Analisi semplificate: incendi localizzati

Con riferimento al medesimo telaio analizzato nel paragrafo precedente e al medesimo input termico, curva HRR riportata in figura 9, viene applicato il cosiddetto Metodo di Hasemi, valido per gli incendi localizzati impattanti il soffitto (Appendice C della EN 1991-1-2), calcolando le temperature negli stessi punti di lettura delle analisi avanzate.

figura_12

Figura 12: Andamento delle temperature al variare della distanza dall’asse del focolaio

Le formule proposte nell’Appendice C dell’Eurocodice 1 sono applicabili se: il diametro della fiamma è minore o uguale a 10 m e se la velocità di rilascio termico non supera i 50 MW. Il metodo utilizzato consente di determinare, nel caso di incendi localizzati impattanti il soffitto, la temperatura in corrispondenza dello stesso al variare della distanza dall’asse della fiamma, partendo dal valore del flusso impattante il soffitto negli stessi punti. In figura 12 si riportano i risultati delle calcolazioni eseguite.

FDS Hasemi
X Y Z r H
(m) (m) (m) (m) (m)
3S1 0,6 15 4,4 6 3,4
3S2 0 15 5 0,6 4
3S 10 15 5,4 3,4 4,4
3D1 14 15 5,8 7,4 4,8
3D2 19,4 15 6,4 12,8 5,4

Nella tabella 3 (coordinate e punti di misura) è riportata l’equivalenza tra le coordinate nel modello di FDS e quelle del metodo di Hasemi, che hanno origine in corrispondenza dell’asse del focolaio (punto di innesco):(X;Y;Z) sono le coordinate dei punti di lettura nel modello di FDS e (r; H) sono la distanza e la quota degli stessi punti riferite all’origine dell’incendio, posta come indicato in figura 6 ad 1 m da terra. Anche il metodo semplificato per gli incendi localizzati fornisce valori di temperatura e di velocità di crescita decrescenti man mano che ci si allontana dal punto di innesco.

Analisi semplificate: modelli a zone

I modelli a zone sono semplici modelli numerici caratterizzati dalla individuazione, nel compartimento in cui si sviluppa l’incendio, di zone separate all’interno delle quali i parametri di temperatura, densità, pressione ed energia interna del gas sono omogenei. I modelli a zone sono basati sui principi di conservazione della massa e dell’energia. L’evoluzione della temperatura è determinata mediante l’integrazione nel tempo di sistemi di equazioni differenziali che rappresentano l’equilibrio della massa e dell’energia nelle varie zone.

figure_13-14

Figura 13 (alto): Suddivisione del compartimento nell’analisi con CFast. Figura 14 (basso): Temperature con il modello a zone (CFast)

Quando è necessario valutare il comportamento di elementi strutturali posti in vicinanza dell’incendio, l’ipotesi di temperatura uniforme in ogni zona può non essere sicura e l’analisi della fase pre-flashover effettuata con il modello a due zone deve essere combinata con una valutazione dell’effetto degli incendi localizzati, controllabile ad esempio mediante i criteri esposti al paragrafo precedente.

In letteratura esistono alcuni software che consentono di applicare tale modellazione. Nel caso in esame si è fatto riferimento al CFast ([10]),software prodotto e distribuito in maniera gratuita dal NIST, come il programma FDS.

Il software utilizzato consente di suddividere l’intero compartimento in aree comunicanti tra loro e valutare la temperatura, mediante la modellazione a zone, in ciascuna area. In particolare nell’analisi che seguono il compartimento è stato suddiviso in 13 aree, come indicato in figura 13.

Ovviamente per il confronto con le analisi precedenti, sono riportate in figura 14 le temperature delle sole aree B1, B2, B3, B4 e B5.

Confronti tra i risultati dei diversi modelli di incendio

Nelle figure che seguono si riportano i confronti tra i tre modelli in corrispondenza dell’intorno del focolaio, asse focolaio (figura 16) e ai due lati opposti dello stesso (figura 15; figura 17); infine, per le temperature in corrispondenza dell’innesco (asse focolaio), si riportano in figura 18 l’andamento della temperatura massima nella trave principale (IPE 500) calcolata eseguendo un’analisi termica della sezione con riferimento a ciascuna delle tre curve di incendio ottenute.

Confrontando i vari risultati in maniera puntuale in termini di temperature dell’ambiente (figure 15; 16; 17) si evince che i tre modelli di incendio danno risultati piuttosto simili, in particolare il metodo di Hasemi (curve azzurre) raggiunge la temperatura massima in maniera più rapida mantenendo un plateau più esteso, anche se con la modellazione fluidodinamica di tipo avanzato si raggiungono valori di temperatura maggiori. Va poi evidenziato che i risultati con il modello a zone (curve blu) potrebbero essere migliorati aumentato la discretizzazione delle aree in cui è stato suddiviso il compartimento. Infine il confronto in termini di temperature massime nella sezione della trave principale in corrispondenza del punto di innesco (zona B2) mostra che i metodi semplificati sono in questo caso lievemente non conservativi; la differenza appare comunque contenuta e potrebbe essere ulteriormente ridotta, nel caso del modello a zone di CFast, infittendo la discretizzazione nella zona B2.

figure_15-18

Figura 125 (alto a sinistra): Confronto in corrispondenza
dell’area B1. Figura 16 (altro a destra): Confronto in corrispondenza
dell’area B2 (Innesco). Figura 17 (basso a sinistra): Confronto in corrispondenza
dell’area B3. Figura 18 (basso a destra): Temperature trave principale in
corrispondenza dell’area B2 (Innesco)

Conclusioni

Le analisi sintetizzate in questo lavoro sono parte delle analisi preliminari di un’attività che ha l’obiettivo, alla luce dei recenti sviluppi normativi (decreto 3 agosto 2015), di fornire ai professionisti una linea guida per la progettazione in caso di incendio di edifici industriali monopiano in acciaio mediante l’approccio ingegneristico.

In questa prima fase l’attenzione si è concentrata sull’applicazione di metodi di calcolo avanzato (analisi termo-fluidodinamiche condotte con il programma FDS) e di alcuni metodi semplificati suggeriti dagli Eurocodici per la definizione di curve di incendio naturali. Con riferimento alla tipologia di edifici industriali adibiti a deposito intensivo, nel lavoro è stata esaminata anzitutto in dettaglio la definizione delle curve di rilascio termico (HRR) sulla base dei riferimenti bibliografici internazionali più pertinenti. Successivamente l’applicazione dei modelli di incendio avanzati e semplificati ad uno scenario di incendio significativo per la tipologia edifici industriali ha consentito di verificare la accettabile affidabilità dei metodi semplificati, che consentono di ottenere curve di incendio naturali (temperature nell’ambiente) in sufficiente accordo con quelle che si ottengono con metodi di calcolo di tipo avanzato, a fronte del minore onere computazionale. Si è voluto inoltre porre l’attenzione sui limiti di applicabilità che i metodi semplificati presentano e sulla necessità di tarare i modelli a zone come CFast, in presenza di compartimenti molto ampi.

Gli sviluppi futuri dell’attività riguarderanno lo sviluppo di una procedura completa, basata su modelli di incendio semplificati, per l’analisi termo-meccanica degli scenari di incendio di progetto di capannoni industriali in acciaio finalizzata alla verifica di sicurezza strutturale antincendio in accordo con l’approccio ingegneristico.

Bibliografia

[1] EN 1991-1-2 (2002), “Azioni sulle strutture. Parte 1-2: Azioni in generali – Azioni sulle strutture esposte al fuoco”, 1 Novembre 2002.

[2] D. MIN. INT. (9-03-2007), “Prestazioni di resistenza al fuoco delle costruzioni nelle attività soggette al controllo del Corpo nazionale dei vigili del fuoco”, GU n. 74 del 29 marzo 2007.

[3] D. MIN. INT. 03/08/2015, Nuovo Codice di prevenzione incendi, “Approvazione di norme tecniche di prevenzione incendi, ai sensi dell’articolo 15 del D.L 8 marzo 2006, n. 139.”

[4] “Standard for smoke control systems”, NFPA 92:2012

[5] “SFPE handbook of fire protection engineering”, NFPA, 4th ed., 2008.

[6] Babrauskas, V. and Williamson R.B., “The historical basis of fire resistance testing – Part II”. Fire Technology, 14(4), pp. 304-316, 1978

[7] Krasner L. Burning characteristic of wooden pallets as a test fuel, Norwood, MA, Factory Mutual Research Corp., 1968.

[8] DIFISEK + “DIssemination of FIre Safety Engineering Knoeledge +”, Report Finale progetto RFCS (2008)

[9] K. McGrattan, B. Klein, S. Hostikka, J. Floyd “Fire Dynamics Simulator (Version 5) User’s Guide” NIST Special Publication 1019-5 October 1, 2007.

[10] R.D. Peacock, G.P. Forney, P.A. Reneke, “CFAST – Consolidated Model of Fire Growth and Smoke Transport (Version 6) Technical Reference Guide” NIST Special Publication 1026r1 October 2011 Revision

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Articolo di Prof. Franco Bontempi – Università di Roma “La Sapienza” – Commissione per la Sicurezza delle Costruzioni in Acciaio in caso di Incendio, Ing. Chiara Crosti – Università di Roma “La Sapienza”, Ing. Claudio Mastrogiuseppe – Ministero dell’Interno – CNVVF, Ing. Luca Ponticelli – Ministero dell’Interno – CNVVF, Prof. Emidio Nigro – Università degli Studi di Napoli Federico II – Commissione pe rla Sicurezza delle Costruzioni in Acciaio in caso di Incendio , Ing. Anna Ferraro – Università degli Studi di Napoli Federico II, Ing. Sandro Pustorino – Structura Engineering – Commissione per la Sicurezza delle Costruzioni in Acciaio in caso di Incendio, Ing. Paola Princi – Structura Engineering

Courtesy of Fondazione Promozione Acciaio

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Il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco ha recentemente predisposto il Codice di Prevenzione Incendi: un documento normativo aderente alle più moderne metodiche in materia antincendio.

Il Codice, suddiviso in capitoli dedicati alle misure di prevenzione e protezione dagli incendi, dedica due di essi alla resistenza al fuoco delle strutture ed alla compartimentazione antincendio ed offre ai progettisti numerose nuove possibilità di ricorrere alla Fire Safety Engineering (FSE) per affrontare e risolvere i più complessi problemi di ingegneria strutturale in caso di manufatti esposti al rischio di incendio.

Il lavoro ha per obiettivo l’illustrazione dei punti normativi più innovativi del nuovo documento normativo con particolare riferimento al settore dell’ingegneria strutturale.

Introduzione

Tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco ha intrapreso l’ambizioso percorso verso l’unificazione delle prescrizioni minime di sicurezza antincendio per le attività civili. A metà del 2015, dopo circa un anno e mezzo di incessante ed approfondito lavoro, sono venute alla luce le “Norme tecniche di prevenzione incendi”, il documento rappresentante la base normativa applicabile, in linea di principio ed a meno di casi specifici risolti a mezzo di indicazioni normative integrative, a tutte le attività di tipo civile per garantire il raggiungimento degli obiettivi minimi di prevenzione incendi:

  1. sicurezza della vita umana,
  2. incolumità delle persone,
  3. tutela dei beni

Il titolo del documento ha subito successive variazioni: denominato dapprima “Regola Tecnica Orizzontale” (R.T.O.), il progetto è stato successivamente definito “codice di Prevenzione Incendi” per quindi passare al titolo definitivo di “Norme tecniche di prevenzione incendi” in ossequio all’articolo 14 del decreto legislativo 139 datato 8 marzo 2006 che conferisce al Dipartimento ed al Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco la potestà di predisporre la normativa in materia di prevenzione incendi.

Per motivi di semplicità, il documento sarà denominato nel seguito “Codice”.

Innovativo sia in materia di misure di prevenzione che protezione e gestionali nel settore antincendio, il Codice coglie l’opportunità di adeguare il linguaggio usato e le prescrizioni tecniche ai più moderni standard internazionali. Il settore della resistenza al fuoco, già ampiamente rinnovato dai decreti del Ministro dell’interno 9 marzo 2007 e 16 febbraio 2007, fa ulteriori passi in avanti nel verso del progresso della tecnica aprendosi a nuove sfide nel settore della progettazione strutturale che, se colte, consentiranno anche nuove opportunità realizzative.

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La definizione di tempo minimo di resistenza al fuoco

La questione del tempo minimo durante il quale le opere da costruzione devono garantire requisiti minimi di resistenza al fuoco è stata tradizionalmente risolta, in Italia, con il cosiddetto approccio prescrittivo: si attribuisce una classe R, REI, RE o EI minima, in termini di minuti, stabilita dal normatore per attività o in funzione del carico di incendio. La simbologia “REI” implica l’impiego di curve nominali per il riscaldamento delle membrature quali la tradizionale ISO 834, prescritta per l’impiego di forni sperimentali di resistenza al fuoco: da qui la denominazione di approccio prescrittivo.

La possibilità di ricorrere a modelli fuoco differenti è da sempre stata lasciata a soluzioni in deroga da studiare ad hoc. Il decreto 9 marzo 2007 stabilisce che, nel caso si ricorra a modelli di incendio naturali (dunque differenti dal modello ISO 834 o da altri modelli nominali), si è tenuti a verificare il mantenimento della capacità portante della struttura per tutta la durata dell’incendio.

Il medesimo decreto impone anche l’ulteriore doppia verifica della capacità postante con riferimento alla ISO 834 per classi ridotte.

La doppia verifica ed il ricorso all’istituto tecnico-amministrativo della deroga ha di fatto limitato la possibilità di ricorrere ad approcci non prescrittivi nel settore della resistenza al fuoco: approcci prestazionali, basati sui metodi di modellazione naturale degli incendi, sono stati di fatto relegati a pochissimi casi particolari.

Il Codice di prevenzione incendi supera questi ostacoli.

La possibilità di adottare modelli fuoco naturali è considerata soluzione alternativa e quindi adottabile dal progettista senza ricorrere ad alcuna istanza di deroga: la nuova sfida per lo strutturista è ovviamente quella di modellare l’incendio adottando uno dei metodi suggeriti dall’Eurocodice UNI EN 1991-1-2 e di definire gli scenari di incendio più significativi per la sicurezza strutturale.

Si auspica un cambio di passo da parte di progettisti di strutture ad oggi abituati a confrontarsi solo con il calcolo di caratteristiche della sollecitazione o spostamenti. Il ricorso a norme consolidate quali le parti fuoco degli Eurocodici e la guida del Codice costituiscono il tracciamento di un percorso di studio su basi ormai consolidate.

Il Codice non impone la doppia verifica: noto il tempo minimo di resistenza al fuoco, il progettista confronta le performance strutturali solo durante il lasso di tempo minimo imposto dal normatore.

Tale lasso di tempo minimo è funzione del livello di prestazione dell’opera da costruzione, come richiamato dalla tabella S.2-1 del Codice.

Livelli di
prestazione
Descrizione
I Assenza di conseguenze esterne per collasso strutturale
II Mantenimento dei requisiti di resistenza al fuoco per un periodo sufficiente all’evacuazione degli occupanti in luogo sicuro, all’esterno della costruzione
III Mantenimento dei requisiti di resistenza al fuoco per un periodo congruo con la durata dell’incendio
IV Requisiti di resistenza al fuoco tali da garantire, dopo la fine dell’incendio, un limitato danneggiamento della costruzione
V Requisiti di resistenza al fuoco tali da garantire, dopo la fine dell’incendio, il mantenimento della totale funzionalità della costruzione stessa

Tabella 1 – Tabella S.2-1 Livelli di prestazione per la resistenza al fuoco 

Il progettista attribuisce il livello minimo di performance strutturale a caldo più idoneo in funzione di criteri di attribuzione e verifica le strutture per tempi coerenti con i livelli. Tale operazione è guidata dalla tabella S.2-2 del Codice.

Livelli di
prestazione
Criteri di attribuzione
I Opere di costruzione, comprensive di eventuali manufatti di servizio adiacenti nonché dei relativi impianti tecnologici di servizio, dove sono verificate tutte le seguenti condizioni:
– compartimentate rispetto ad altre opere da costruzione eventualmente adiacenti e strutturalmente separate da esse e tali che l’eventuale cedimento strutturale non arrechi danni ad altre opere da costruzione;
– adibite ad attività afferenti ad un solo responsabile dell’attività e con i seguenti profili di rischio;

R(beni) pari a 1;
– R(ambiente) non significativo;
– non adibite ad attività che comportino presenza di occupanti, ad esclusione di quella occasionale e di breve durata di personale addetto.
II Opere da costruzione o porzioni di opere da costruzione, comprensive di eventuali manufatti di servizio adiacenti nonché dei relativi impianti tecnologici di servizio, dove sono verificate tutte le seguenti condizioni:
– compartimentazione rispetto ad altre opere da costruzione eventualmente adiacenti;
– strutturalmente separate da altre opere da costruzione e tali che l’eventuale cedimento strutturale non arrechi danni alle stesse, oppure, in caso di assenza di separazione strutturale, tali che l’eventuale cedimento della porzione non arrechi danni al resto dell’opera da costruzione;
– adibite ad attività afferenti ad un solo responsabile dell’attivitàe con i seguenti profili di rischio:
a) R(vita) compresi in A1, A2, A3, A4;
b) R(beni) pari a 1;
c) R(ambiente) non significativo;
– aventi densità di affollamento non superiore a 0,2 persone/mq
– non prevalentemente destinate ad occupanti con disabilità;
– aventi piani situati a quota comprensiva tra -5 m e 12 m.
III Opere da costruzione non ricomprese negli altri criteri di attribuizione
IV, V Su specifica richiesta del committente, previsti da capitolati tecnici di progetto, richiesti dalla autorità competente per costruzioni destinate ad attività di particolare importanza.

Tabella 2 – Tabella S.2-2 Criteri di attribuzione dei livelli di prestazione

Come si evince dalla tabella 1, i primi livelli tre forniscono un crescendo in termini temporali (ovviamente il crescendo in termini di performance generale è crescente dal livello I al V). Gli ultimi due livelli (IV e V) restano facoltativi come da tradizione.

Il livello II prevede un tempo di resistenza al fuoco commisurato al tempo di evacuazione degli occupanti con un minimo di 30 minuti ed un coefficiente di sicurezza pari a 2: il progettista calcolerà e raddoppierà il tempo di evacuazione con riferimento al peggiore scenario di incendio credibile per l’esodo (in generale non coincidente con lo scenario di incendio peggiore per le strutture) avendo cura di non effettuare verifiche strutturali inferiori a 30 minuti. La soluzione conforme per il livello II prevede la classe standard di 30 minuti.

Il livello III prevede (come peraltro anche i livelli IV e V) assenza di crollo strutturale durante l’incendio: le verifiche strutturali saranno condotte per tutta la durata dell’incendio o, equivalentemente per una classe di resistenza al fuoco funzione del carico di incendio specifico di progetto come da tabella S.2-3 del Codice.

Carico di incendio specifico di progetto Classe minima di resistenza al fuoco
Qf,d ≤ 200 MJ/m2 Nessun requisito
Qf,d ≤ 300 MJ/m2 15
Qf,d ≤ 450 MJ/m2 30
Qf,d ≤ 600 MJ/m2 45
Qf,d ≤ 900 MJ/m2 60
Qf,d ≤ 1200 MJ/m2 90
Qf,d ≤ 1800 MJ/m2 120
Qf,d ≤ 2400 MJ/m2 180
Qf,d > 2400 MJ/m2 240.

Tabella 3 – Tabella S.2-3 Classe minima di resistenza al fuoco

Il livello I del Codice, non ammesso dalla normativa tradizionale, è volutamente lasciato per ultimo: è ammesso il collasso strutturale a seguito di incendio a condizione che tale evento non determini conseguenze esterne ad altre opere da costruzione.

L’assenza di dette conseguenze esterne può essere verificata sia con soluzioni geometriche prescrittive legate al distanziamento esterno e quindi senza alcuna modellazione di incendio o con metodologie dell’ingegneria della sicurezza antincendio. In tale ultimo caso, riconducibile a soluzioni alternative, il progettista deve progettare assicurando un meccanismo di collasso sicuro, ossia non impattante verso altri manufatti e deve controllare i livelli di irraggiamento su edifici bersaglio a valle del collasso. Il tempo di analisi non è noto a priori in questo caso: esso dipende dall’istante di collasso.

La disamina dei tempi minimi di resistenza al fuoco è completata dalle cosiddette Regole Tecniche Verticali (R.T.V.): documenti normativi sintetici contenenti integrazioni alla R.T.O. per alcune attività ritenute significative dal Normatore (scuole, autorimesse, uffici…). Le prescrizioni delle R.T.V. rappresentano un minimo da garantire comunque. Esse possono essere espresse come minimi alle soluzioni conformi (in termini di REI) o minimi per le soluzioni alternative (ad esempio, in termini di scenari di incendio predefiniti). Il livello I è particolarmente adatto al caso dei depositi intensivi automatizzati.

Novità in termini di ingegneria strutturale

Non costituisce senza dubbio novità il ricorso alle parti fuoco degli Eurocodici per le verifiche a caldo delle strutture esposte ad incendio: l’entrata in vigore degli Annessi Nazionali con decreto del Ministro delle infrastrutture e trasporti 31 luglio 2012 in data 1° aprile 2013 ha già sancito l’impiego esclusivo di questi documenti nel settore antincendio.

Ciò che di nuovo emerge dalla lettura del Codice è costituito dalle soluzioni conformi per i livelli IV e V e dalle indicazioni fornite per le strutture vulnerabili al fuoco.

Andando per ordine, la tabella S.2-1 indica i criteri di performance dei livelli IV e V (si ricorda non obbligatori): limitato danneggiamento strutturale e piena funzionalità dopo l’incendio.

Per il controllo del danneggiamento, il Codice prevede la verifica della deformazione degli elementi strutturali al perimetro del compartimento di primo innesco nonché il controllo della compartimentazione nell’intorno. La prima verifica è effettuata sulla struttura esposta all’incendio ed alla combinazione di carico eccezionale delle NTC mediante il parametro δ/L (rapporto freccia/ luce o spostamento in testa/altezza) da assumere pari a 1/100. Si ricorda che per gli S.L.E. le N.T.C. prevedono, nella maggioranza dei casi, un d/L pari a 1/250. Per la verifica della compartimentazione devono essere adottate chiusure a tenuta di fumo (EI-Sa), giunti di dilatazione strutturale (M%) idonei ad assorbire le deformazioni strutturali a caldo e partizioni aventi resistenza meccanica sufficiente a resistere ad impatti meccanici (M) durante l’incendio.

Per il livello V le verifiche aggiuntive da fare riguardano il più restrittivo controllo della deformazione per tutta la struttura (e non solo per il compartimento di primo innesco) da ricondurre alle verifiche allo SLE delle NTC ma in presenza di incendio e con la combinazione dei carichi eccezionale ed inoltre verifiche di funzionalità degli impianti rilevanti per il funzionamento dell’opera da costruzione su specifica del progettista o del costruttore.

Delle strutture vulnerabili in condizioni di incendio il Codice fornisce un elenco non esaustivo (vedi sotto): tensostrutture, strutture pressostatiche, strutture strallate, membrane a doppia o semplice curvatura, coperture geodetiche, strutture in lega di alluminio, allestimenti temporanei in tubo e giunto, tunnel mobili, …

Strutture vulnerabili in condizioni di incendio

Esempi di strutture vulnerabili in condizioni di incendio

Queste strutture sono riconducibili a schemi isostatici (anche solo in parte) o a strutture aventi resistenza migliorata dalla forma assunta. In condizioni di incendio, il modulo di elasticità normale ha in genere un decadimento abbastanza brusco e quindi i problemi di instabilità derivanti sono in genere molto rilevanti. Per tale motivo il progettista deve porre particolare attenzione a strutture molto esili in quanto potenzialmente a rischio di collasso e quindi destinate prioritariamente ai livelli I e II di resistenza al fuoco. Nello spirito del Codice nulla è comunque vietato: sta al progettista dimostrare sempre l’idoneità delle soluzioni proposte con riferimento alle soluzioni conformi in modo indiretto o, direttamente, ai livelli di prestazione mediante soluzioni alternative che impiegano i metodi della Fire Safety Enfgineering cui principi sono richiamati nel Codice.

Conclusioni: sfide e opportunità

La maggiore sfida per il progettista offerta dal Codice è il ricorso alla modellazione diretta dell’incendio in caso di soluzioni alternative. Il settore è assolutamente nuovo per i progettisti strutturali ma offre numerose opportunità di progettazioni più spinte in quanto meglio rispondenti agli effettivi, possibili, scenari di incendio. La semplificazione normativa aiuterà sicuramente a dirigersi verso questo nuovo settore ancora poco esplorato in Italia a differenza di quanto già si fa da anni all’estero.

La conclusione del lavoro è che chi saprà cogliere e vincere la sfida culturale lanciata dal Codice ne saprà anche cogliere le numerose opportunità di lavoro.

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Articolo di Ing. Claudio Mastrogiuseppe (Ministero dell’Interno – CNVVF) e Ing. Luca Ponticelli (Ministero dell’Interno – CNVVF)

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Il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco ha fra i suoi compiti istituzionali la Prevenzione Incendi e più in generale la sicurezza dei cittadini. Questa attività è di fatto espletata a livello centrale attraverso La Direzione Centrale per la Prevenzione e la Sicurezza Tecnica e a livello locale dalle Direzioni Regionali dei VV.F. e dai Comandi Provinciali. In particolare i Comandi Provinciali hanno anche il compito di rilasciare le autorizzazioni per tutte le attività soggette a controllo dei VV.F.

 

Nell’ottobre 2011 è entrato in vigore un nuovo regolamento che disciplina i procedimenti relativi alla Prevenzione Incendi (DPR n.151 del 1 agosto 2011). Questo nuovo regolamento ha semplificato le incombenze per le attività ritenute a minor rischio e aggiornato il numero delle attività soggette a controllo portandole da 94 a 80.

 

L’iter procedurale prevede che prima venga esaminato il progetto relativo alla sicurezza antincendio e poi l’effettuazione di controlli, attraverso visite tecniche, volte ad accertare il rispetto delle prescrizioni previste dalla normativa . Per questo motivo quotidianamente tecnici dei Vigili del Fuoco conducono visite di sopralluogo nelle attività soggette ai controlli di Prevenzione incendi.

 

In occasione dei controlli di prevenzione incendi, se l’azienda oggetto di visita ha ritenuto di applicare, in maniera volontaria, un SGSSL sicuramente questo aspetto è valutato in maniera molto positiva .

 

La “gestione della sicurezza” è un argomento previsto dalle principali norme di prevenzione incendi e il fatto di renderla “sistematica” attraverso un Sistema di Gestione è sicuramente un grande vantaggio.

 

In particolare sono notevoli i benefici relativi alla “gestione dell’emergenza”, aspetto molto importante nella gestione della sicurezza antincendio, infatti rendere sistematici i vari procedimenti relativi all’emergenza (Piani di emergenza, piani di evacuazione , esercitazioni, ecc.) è il modo migliore per poi poterli attuare efficacemente. Applicare un SGSSL, oltre che nello svolgimento delle visite, è valutato positivamente anche in occasione della valutazione dei progetti.

 

A questo proposito nel 2007 è stato emanato un decreto Direttive per l’attuazione dell’approccio ingegneristico alla sicurezza antincendio che consente ,applicando un SGSA Sistema di gestione della sicurezza antincendio, di poter valutare i livelli di rischio con metodi alternativi a quelli previsti dal d.m.4 maggio 1998.

 

Questa possibilità, prima non permessa, rende possibile un approccio concettualmente diverso e innovativo perché consente di poter passare da misure di tipo prescrittivo a misure di tipo prestazionale. In particolare si cerca prima di prevedere la dinamica evolutiva dell’incendio tramite l’applicazione di modelli di calcolo e poi di fissare gli obiettivi di prestazione in base ad una situazione molto più vicina a quella reale.

 

Nel campo d’applicazione ne è previsto l’utilizzo sia nel caso di attività non regolate da specifiche disposizioni antincendio sia per individuare misure idonee a compensare il rischio aggiuntivo nell’ambito del procedimento di deroga. Nell’articolo 6 del decreto viene indicata la necessità di elaborare un SGSA rendendolo di fatto obbligatorio per questo tipo di progettazione.


Art. 6 Sistema di gestione della sicurezza antincendio

1. La progettazione antincendio eseguita mediante l’approccio ingegneristico comporta la necessità di elaborare un documento contenente il programma per l’attuazione del sistema di gestione della sicurezza antincendio (di seguito denominato SGSA) tenuto conto che le scelte e le ipotesi poste a base del progetto costituiscono vincoli e limitazioni imprescindibili per l’esercizio dell’attività.

2. L’attuazione del sistema di gestione della sicurezza antincendio è soggetta a verifiche periodiche da parte del personale del Corpo nazionale dei vigili del fuoco.

3. La prima verifica del SGSA avviene in concomitanza con il sopralluogo finalizzato al rilascio del certificato di prevenzione incendi di cui all’art. 3 del decreto del Presidente della Repubblica 12 gennaio 1998, n. 37. Le verifiche successive hanno cadenza pari alla validità del certificato di prevenzione incendi e, in ogni caso, non superiore a sei anni.

4. La verifica del SGSA rientra tra i servizi a pagamento di cui all’art. 23 del decreto legislativo 8 marzo 2006, n. 139. L’importo da corrispondere per la verifica del SGSA è uguale a quello dovuto per il sopralluogo; tale importo va pertanto sommato a quello previsto per il sopralluogo finalizzato al rilascio del certificato di prevenzione incendi o a quello previsto per il rinnovo del certificato medesimo.

5. Qualora l’esito della verifica del SGSA rilevi la mancanza dei requisiti previsti, il Comando provinciale dei vigili del fuoco sospende la validità del certificato di prevenzione incendi e provvede a darne comunicazione all’interessato, al sindaco, al prefetto e alle altre autorità competenti ai fini dei provvedimenti da adottare nei rispettivi ambiti.

 

Mentre al comma 5 dell’allegato vengono descritti i principali argomenti da porre a base nella elaborazione del documento


Comma 5. Sistema di gestione della sicurezza antincendio (SGSA).

1. La metodologia prestazionale, basandosi sull’individuazione delle misure di protezione effettuata mediante scenari di incendio valutati ad hoc, richiede, affinché non ci sia una riduzione del livello di sicurezza prescelto, un attento mantenimento nel tempo di tutti i parametri posti alla base della scelta sia degli scenari che dei progetti (parametri in questo caso scelti dal progettista e non indicati dalla norma).

Conseguentemente è necessario che venga posto in atto un sistema di gestione della sicurezza antincendio definito attraverso uno specifico documento presentato all’organo di controllo fin dalla fase di approvazione del progetto e da sottoporre a verifiche periodiche. Si richiama pertanto l’attenzione sulla circostanza che l’uso dell’opera nel rispetto delle limitazioni ipotizzate, del mantenimento delle misure di protezione previste e della gestione di eventuali modifiche, impone la realizzazione di un SGSA adeguato all’importanza dell’opera stessa.

2. Nell’ambito del programma per l’attuazione del SGSA devono essere valutati ed esplicitati i provvedimenti presi relativamente ai seguenti punti:

– organizzazione del personale;

– identificazione e valutazione dei pericoli derivanti dall’attività;

– controllo operativo;

– gestione delle modifiche;

– pianificazione di emergenza;

– sicurezza delle squadre di soccorso;

– controllo delle prestazioni;

– manutenzione dei sistemi di protezione;

– controllo e revisione.

 

Come si può osservare i concetti base degli argomenti previsti sono simili, e non poteva essere altrimenti, a quelli presenti nel SGSSL infatti anche Il SGSA opera sulla base della sequenza ciclica delle fasi di Organizzazione, Pianificazione, Attuazione, Controllo e Revisione del sistema, per mezzo di un processo dinamico.

C’è da rilevare che, nonostante siano passati ormai anni, l’applicazione di questo decreto è ancora poco diffusa in parte per le oggettive difficoltà di calcolo e in parte perché ancora poco conosciuto.

 

Le criticità riguardanti le difficoltà per una azienda medio piccola di applicare un SGS è inutile negarlo sono reali . L’auspicio è che si riesca a coinvolgere anche le aziende medio piccole per consentire, ad un numero sempre maggiore di aziende e quindi di lavoratori di poter disporre dei vantaggi ,in termini di sicurezza, che si ottengono dall’applicazione di un SGSL.

 

Questo sarà possibile solo attraverso un approccio più proporzionato alla tipologia aziendale e ad una informazione sempre più puntuale sia agli addetti ai lavori che ai lavoratori.


Articolo dell’ing. Francesco Ottaviano, funzionario della Direzione Regionale VVF Toscana, tratto dal suo intervento tenuto al seminario “I sistemi di gestione della salute e sicurezza in relazione al d.lgs 231/2001” (7 dicembre 2012, Firenze) e che è stato pubblicato sul sito dell’ ASL 10 di Firenze.