Segnalazione certificata di inizio attività semplificata a partire dal 1° gennaio 2017, per dare tempo a Regioni ed enti locali di adeguarsi. La SCIA Standard sarà una realtà a partire dal prossimo anno, almeno secondo quanto dichiarato ieri nella conferenza stampa, tenuta dal premier Matteo Renzi e dalla ministra della funzione pubblica Marianna Madia a valle del Consiglio dei Ministri.

Ma cosa si è deciso, concretamente, a proposito della SCIA? Proviamo a fare un po’ di chiarezza con questo post.

Anzitutto sono due i decreti che riguardano la SCIA Standard. Il primo approvato in via definitiva, mette un punto fermo all’unificazione su tutto il territorio nazionale del modulo di segnalazione certificata di inizio attività.

Nello specifico, spiega una nota di Palazzo Chigi, si potrà presentare presso un unico ufficio, anche in via telematica, un unico modulo valido in tutto il Paese. Tra le novità previste in questo decreto anche il fatto che se la pubblica amministrazione dovesse richiedere ulteriori documentazione oltre quella indicata sul modulo, si configurerebbe ai danni dell’ente una inadempienza “grave”, sanzionabile anche sotto il profilo disciplinare.

Altro contenuto interessante del decreto è la ricevuta che si ottiene contestualmente alla presentazione della SCIA Standard. La ricevuta costituisce a tutti gli effetti una comunicazione di avvio del procedimento e deve contenere i termini entro i quali l’amministrazione è tenuta a rispondere o entro i quali il silenzio dell’amministrazione equivale ad accoglimento dell’istanza.

Infine, ma non meno importante, anche il fatto che la sospensione dell’attività sottoposta alla nuova SCIA sarà possibile solo in caso di attestazioni non veritiere o di coinvolgimento di interessi sensibili (ambiente, paesaggio, ecc.).

Il secondo decreto (c.d. Decreto SCIA 2) è invece stato sottoposto a un esame preliminare. Cosa prevede questa norma? Lo spiega la nota di Palazzo Chigi, secondo cui “Il decreto provvede alla mappatura completa e alla  precisa individuazione delle attività oggetto di procedimento di mera comunicazione o segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) o di silenzio assenso, nonché quelle per le quali è necessario il titolo espresso e introduce le conseguenti disposizioni normative di coordinamento. Inoltre è prevista la semplificazione di regimi amministrativi in materia edilizia”.

Foto di apertura Francesco Pierantoni

Gli ingegneri che lavorano come dipendenti della pubblica amministrazione e risultano iscritti all’Albo hanno diritto a vedersi rimborsare dall’ente per cui prestano la propria attività il costo annuale dell’iscrizione?

La domanda è stata posta al Consiglio nazionale degli Ingegneri a seguito di una recente pronuncia della Corte di Cassazione (sentenza n. 7776 del 16 aprile 2015), nella quale gli Ermellini hanno sancito che per il caso specifico di un avvocato che presta la propria opera “nell’interesse esclusivo dell’ente datore di lavoro”, il costo dell’iscrizione all’albo professionale deve essere sostenuto (o rimborsato) dall’ente.

Il problema sorge se si analizza questo tema per i professionisti dell’area tecnica e per gli ingegneri in particolare.

In una recente circolare (n. 615/2015) il Consiglio nazionale degli Ingegneri ha dato una propria ponderata interpretazione dei diversi casi che possono manifestarsi.

L’ipotesi più nota è quella dell’ingegnere progettista dipendente pubblico. Nei casi di progettista interno alla p.a. e di responsabile del procedimento, il Codice dei Contratti pubblici prevede che il soggetto sia “abilitato all’esercizio della professione”.

Quindi, è l’interpretazione del CNI, “gli ingegneri dipendenti pubblici e appartenenti agli Uffici tecnici delle stazioni appaltanti possono espletare attività di progettazione e di responsabile del procedimento per conto della p.a. con il requisito della semplice abilitazione, senza necessità di iscrizione all’Albo.

“Ne deriva, si legge nel documento, che viene meno la condizione per esigere il rimborso della quota di iscrizione eventualmente pagata dall’ingegnere interessato”.

Un altro caso è quello di “ulteriori leggi” (anche future) che prescrivano l’obbligo di iscrizione all’Albo del dipendente laureato in ingegneria. In questo caso, sempre secondo gli Ingegneri italiani, “vi può essere spazio per rivendicare il rimborso della quota annuale di iscrizione versata dal dipendente”,

SCARICA la circolare n. 615/2015 del CNI su Ingegneri dipendenti pubblici e quota di iscrizione all’Albo

In definitiva, quindi, a oggi sono due le condizioni che per un ingegnere dipendente pubblico possono fare sì che sia legittimo chiedere il rimborso della quota di iscrizione all’Albo:

1. che l’iscrizione sia funzionale allo svolgimento di una attività professionale;

2. che vi sia un vincolo di esclusività nell’ambito del rapporto di lavoro tra dipendente ed ente pubblico datore di lavoro.

In mancanza di tali condizioni e di ulteriori verifiche, conclude il CNI, non appare automaticamente estensibile agli ingegneri dipendenti il principio espresso dalla Cassazione civile con la sentenza dello scorso aprile.

Quando si parla di pubblica amministrazione e delle sue (in)efficienze, agli ingegneri italiani “scende la catena”. Non troviamo nulla di più calzante di questa tipica espressione bolognese che indica un abissale scoramento per descrivere il rapporto tra i professionisti tecnici e il loro interlocutore principale.

Sono queste le tristi conclusioni a cui sono arrivati anche i delegati che stanno partecipando ai lavori di Venezia in occasione del 60° Congresso nazionale degli Ingegneri d’Italia. Conclusioni che si possono riassumere così: modernizzare e rendere più efficiente la pubblica amministrazione, è una sfida persa? Sembrerebbe di sì. … Scoraggiante!

Insomma, il giudizio della categoria nei confronti della capacità di innovazione della PA è decisamente negativo. Tanti i motivi: un eccesso di norme e di burocrazia che, nonostante i tanto sbandierati propositi da parte del mondo politico e istituzionale, continuano a resistere frapponendo ostacoli insormontabili al corretto svolgimento del lavoro, procedure lente e cattiva organizzazione del lavoro.

A essere d’accordo con le riflessioni dei rappresentanti degli ordini è il 41% degli ingegneri, che hanno preso parte a un sondaggio promosso nelle scorse settimane dal Centro Studi del CNI e i cui risultati sono stati presentati durante i lavori del congresso (leggi qui il report completo).

E gli ingegneri che lavorano come dipendenti pubblici che dicono? Sostanzialmente la stessa cosa. Oltre la metà di loro, il 60% per la precisione, conferma il fatto che le organizzazioni in cui operano non ha effettuato alcun investimento negli ultimi anni né in capitale umano né in innovazione tecnologica.

Particolarmente debole l’orientamento della PA alle “nuove” tecnologie, come le ICT. Su un campione di 447 amministrazioni analizzate da Banca d’Italia, solo il 10% dispone di piattaforma in grado di dialogare con i cittadini, di svolgere pratiche e di effettuare pagamenti on line.

“Il quadro che emerge – ha concluso il presidente degli ingegneri Zambrano – appare non solo complesso ma anche demoralizzante sotto molti punti di vista, ed è per questo che il tema di una riorganizzazione radicale della PA dovrebbe essere al centro del dibattito nel Paese”.

Insomma, da quanto emerge dalla discussione in atto al Congresso degli ingegneri, nella pubblica amministrazione si sommano lentezze nel comprendere le nuove esigenze degli utenti (cittadini e professionisti), scarse competenze tecnologiche (soprattutto nel campo ICT), refrattarietà a intercettare bisogni e necessità dall’esterno.

Chi ha un minimo di conoscenze di zoologia e botanica sa perfettamente che il successo di ogni specie risiede nella capacità di adattarsi all’ambiente e ai suoi cambiamenti, anche repentini. Così come appare dal quadro dipinto dagli Ingegneri, oggi le pubbliche amministrazioni somigliano tanto (troppo) ai dinosauri di 60 milioni di anni fa.

Il ddl Madia è stato approvato ed è diventata legge la riforma della pubblica amministrazione nella prima settimana di agosto. Le novità contenute nel testo sono tantissime e non abbiamo qui la pretesa di elencarle tutte.

Ci sembra il caso, però, di segnalare le sette novità più interessanti per gli ingegneri, circa l’accesso alla dirigenza, le grandi opere, le conferenze di servizi e altro ancora.

Concorsi

I concorsi pubblici non avranno più come paletto un voto minimo di laurea, inoltre saranno valorizzati i candidati che hanno ottenuto un dottorato di ricerca (Ph.D.) e che conoscono le lingue straniere. Nessun peso diverso, invece, nei punteggi del voto di laurea in base all’ateneo frequentato.

Conferenza di servizi

Tagliati i tempi per l’elaborazione dei pareri delle conferenze di servizi. La riforma della pubblica amministrazione del Ministro Madia, infatti, fissa in 30 giorni il tempo massimo per produrre un parere (90 giorni per le amministrazioni competenti in paesaggio e tutela dei beni culturali): trascorso tale intervallo scatta il silenzio assenso.

Ridotti i tempi di convocazione delle riunioni e il numero dei partecipanti. Gli incontri potranno essere effettuati anche in videoconferenza (alleluja!).

Opere pubbliche

La riforma della pubblica amministrazione potrà decidere di tagliare del 50% i tempi di rilascio delle autorizzazioni per progetti imprenditoriali, insediamenti produttivi e opere di interesse nazionale.

Banda larga

Tutti gli uffici pubblici, comprese scuole, sanità e turismo, dovranno dotarsi di un sistema di navigazione internet su banda larga. Le porzioni di banda larga non utilizzata dovrà essere messa a disposizione del pubblico.

Nel settore turistico, in particolare, verrà realizzata una sola rete WiFi libera con autenticazione tramite Spid (Sistema pubblico per la gestione dell’identità digitale)

Autotutela

Tempi certi per i provvedimenti di autotutela della PA. Con la riforma della pubblica amministrazione, infatti, si potranno annullare in autotutela i provvedimenti entro 18 mesi dalla loro adozione. Annullabili d’ufficio anche i provvedimenti emessi con il meccanismo del silenzio assenso.

Accesso alla dirigenza pubblica

I concorsi saranno indetti annualmente. Gli incarichi dirigenziali avranno una durata di 4 anni, rinnovabili di altrettanti tramite risposta ad avviso pubblico. Senza concorso, gli incarichi dirigenziali saranno rinnovabili una sola volta e per un periodo massimo di altri 2 anni ma solo dietro un giustificato motivo e dietro una valutazione positiva dell’operato del dirigente stesso.

Provvedimento cancella leggi

Entro ottobre il Governo dovrà emanare un decreto che abroghi tutte le leggi e le disposizioni normative entrate in vigore dopo il 31 dicembre 2011 e che richiedevano l’emissione di uno o più decreti attuativi, la cui produzione appare non più applicabile.

Nel caso specifico di un ingegnere iscritto all’albo impiegato in via esclusiva come dipendente pubblico (anche presso l’ufficio tecnico), in quale modo si configura la disciplina del pagamento della tassa di iscrizione all’albo stesso? La risposta non è del tutto immediata, dal momento che, anche in giurisprudenza, esistono due orientamenti contrapposti. Scopriamoli rapidamente.


Il passato: l’orientamento della Corte dei Conti
Da una parte c’è l’orientamento della Corte di Conti negli anni pregressi, secondo cui non poteva essere addossato all’ente locale il pagamento dell’iscrizione all’albo dei professionisti dipendenti in assenza di una espressa previsione di legge o contrattuale, alla luce del principio generale che vieta di porre a carico di enti pubblici oneri non previsti che possano aggravare la situazione finanziaria degli enti medesimi e anche sulla considerazione che la tassa di iscrizione doveva considerarsi strettamente personale.


L’orientamento prevalente
Ora una sentenza della Cassazione (la n.7776 del 16 aprile 2015), ponendosi nella scia di una cospicua giurisprudenza, ufficializza di fatto il ribaltamento interpretativo: nel caso di specie i giudici hanno infatti affermato che il Comune è tenuto a rimborsare al proprio dipendente avvocato il contributo di iscrizione annuale all’Albo.

 

Questo sulla base del vincolo di esclusività e della funzionalità dell’iscrizione allo svolgimento dell’attività professionale nell’ambito di una prestazione di lavoro dipendente: dal momento che l’ente locale è l’unico beneficiario dell’attività professionale, è proprio su tale ente che grava l’obbligo di pagamento della tassa di iscrizione (e, quindi, il relativo rimborso ove il pagamento sia stato anticipato dal dipendente professionista).

 

Lo specifico aspetto dell’esclusività era stato già sottolineato dal Consiglio di Stato nel parere del 15 marzo 2011 relativo all’affare n. 678/2010, quale giustificazione sufficiente per riconoscere all’ente beneficiario della prestazione l’obbligo al pagamento dell’iscrizione all’albo degli avvocati del proprio dipendente.

 

La recente sentenza che conferma tale orientamento fa riferimento ad un avvocato, ma il principio che da essa promana può essere ovviamente esteso a tutta la categoria dei professionisti tecnici, ingegneri compresi.

Possono far parte del settore tecnico dell’esercito anche gli Ingegneri che hanno un altezza inferiore ad 1,61 metri? La risposta è positiva.

 

Insomma per tale categoria non si configura un limite di altezza minima per partecipare ai concorsi: ad evidenziarlo è il TAR Lazio mediante la sentenza 4181 del 13 marzo, emessa su ricorso di una laureata che, superate le prove culturali, fisiche e attitudinali, era stata ritenuta non idonea perchè alta 1,57 m invece degli 1,61 previsti dal bando.

 

Fino a questo momento infatti il personale delle forze armate è stato selezionato considerando come perentorio tale limite (statuito dal d.P.R. 90/2010, all’art. 587), in attesa della modifica (prevista dalla legge 2/2015 per il prossimo mese di agosto), che sostituirà all’altezza altri parametri: la composizione corporea, la forza muscolare e la massa metabolicamente attiva.

 

Il requisito perentorio dell’altezza è stato progressivamente eliminato nel corso degli ultimi anni in vari e numerosi settori dell’impiego pubblico: a partire dal 1993 la Consulta ha infatti eliminato norme (della Provincia di Trento) sull’altezza minima indifferenziata per uomini e donne nella polizia locale. Nelle forze armate era rimasto in vigore il decreto 411/1987, abrogato solo nel 2010 attraverso l’art. 2269 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66, mantenendo tuttavia le altezze minime. Contemporaneamente il d.lgs. 198 dell’11 aprile 2006  (Codice delle pari opportunità tra uomo e donna) affermava in maniera irrevocabile che l’altezza non è motivo di discriminazione nell’accesso a cariche, professioni e impieghi pubblici.

 

Il TAR Lazio mette ora ulteriore ordine alla questione conferendo rilievo alla diversità di mansioni, senza soglie generali e astratte: non si possono discriminare gli ingegneri senza giustificazioni organizzative, perché non svolgono attività operative, bensì le stesse mansioni dei ruoli civili. Inoltre, una platea di concorrenti ingiustificatamente ristretta preclude di arruolare i più bravi.

 

L’altezza minima costituisce pertanto un limite irragionevole:  di conseguenza, per funzioni e ruoli meramente tecnici (come quello ingegneri) si terrà presente l’idoneità complessiva.

 

Nella foto l’attore Peter Dinklage che interpreta l’astuto e ingegnoso Tyrion Lannister nella serie TV Games of Thrones … se fosse ambientato ai giorni nostri, Tyrion sarebbe senz’altro un validissimo ingegnere!

Qualche settimana fa abbiamo pubblicato la notizia che la pubblica amministrazione, per la prima volta nella storia del nostro Paese, ha deciso di impiegare il metodo del Building Information Modeling (BIM) per un intervento di adeguamento logistico e messa a norma di una Caserma dei Carabinieri a Milano.

L’obiettivo, specificato dal provveditore, l’ing. Pietro Baratono, è quello di comparare il BIM con i metodi tradizionali di progettazione e gestione del cantiere. Per l’intervento sono stati chiamati, l’Università di Brescia, il del personale del Provveditorato Interregionale alle Opere Pubbliche di Lombardia e Liguria e il gruppo del prof. Angelo Ciribini (intervistato recentemente dal quotidiano online per professionisti tecnici Ediltecnico.it proprio sulla diffusione del BIM in Italia).

Partner tecnologico dell’operazione è stato Harpaceas.

Pubblichiamo un interessante approfondimento tecnico sull’intervento a firma dell’arch. Fabrizio Ferraris di Harpaceas, che illustra la metodologia impiegata e i software utilizzati nell’operazione.

La struttura

Il progetto per la nuova palazzina alloggi collocata all’interno dei lavori previsti per l’adeguamento e messa a norma della Caserma Carabinieri “Lancieri di Montebello” di Milano è stato l’oggetto della sperimentazione.

La Caserma Lancieri di Montebello è un complesso di fabbricati che si estende su una superficie di 53.450 mq, collocato nel cuore della città di Milano, all’interno di un tessuto urbano compatto e ad alta densità, a prevalente destinazione residenziale. Il complesso, le cui origini risalgono alla fine del XIX secolo, è situato in prossimità del grande sistema urbano monumentale che dal Castello Sforzesco porta alla direttrice di Corso Sempione.

L’ing. Pietro Baratono, ha dichiarato che, con l’avallo dei vertici del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, ha preso la decisione di dare il via alla sperimentazione su questo progetto, supportato dalla forte convinzione che il BIM rappresenta per la PA un investimento a lungo termine in grado di consentire, da un lato una diminuzione dei tempi grazie all’efficientamento del processo costruttivo e della gestione dell’opera, dall’altro di garantire una maggiore efficacia dei sistemi di controllo.

L’ing. Baratono ha inoltre dichiarato che l’adozione del BIM, favorendo una dematerializzazione dei processi finalizzata all’istruttoria dei progetti, consentirebbe di ottenere una significativa riduzione dei tempi amministrativi e porterebbe senza dubbio ad una razionalizzazione della spesa.

Il formato IFC i software utilizzati

Sulla base di queste convinzioni condivise, il gruppo di lavoro ha messo in pratica il metodo BIM realizzando un unico modello 3D della palazzina alloggi, contenente le diverse parti del progetto realizzate con specifici software e riunite tramite il formato IFC, realizzando un vero e proprio processo di progettazione OPEN BIM attraverso il quale è possibile comunicare il proprio progetto e tutti i dati in esso presenti, senza perdita qualitativa, in tutte le fasi della progettazione, utilizzando software specifici per ciascuna fase.

La possibilità di produrre dati interoperabili da parte dei progettisti, è garantita dalla possibilità di ciascun software di gestire lo standard IFC, un formato file aperto e indipendente, sviluppato dall’associazione internazionale BuildingSMART per rendere possibile lo scambio e la condivisione dei modelli e delle informazioni tra i software dei diversi produttori.

Si può quindi parlare di un approccio universale per la collaborazione durante le fasi di progettazione, realizzazione e messa in esercizio degli edifici, basato su standard e flussi di lavoro aperti.

Per realizzare concretamente questo approccio collaborativo e interoperabile, oltre a riorganizzare i processi interni verso una maggiore collaborazione tra i diversi attori del progetto, sono stati selezionati ed utilizzati alcuni software che hanno la possibilità di supportare il formato IFC.

Il software Allplan della società tedesca Nemetschek è stato utilizzato per il modello delle strutture in cemento armato, per il modello architettonico e per il computo metrico estimativo. L’ambiente di modellazione di Allplan è stato utilizzato anche per riunire i diversi modelli provenienti dalle altre discipline costituendo il modello complessivo che, esportato nel formato IFC, è stato utilizzato per il model checking e per il controllo di congruità alle normative tramite Solibri Model Checker della società finlandese Solibri.

Per la progettazione parametrica degli impianti tecnici, ventilazione, idrico- sanitario ed elettrico, è stata utilizzata la piattaforma DDS-CAD della società norvegese Data Design System anch’essa del gruppo Nemetschek, mentre per quanto riguarda il 4D, cioè il controllo dei tempi di realizzazione e il crono-programma, è stato utilizzato Synchro dell’omonima software house britannica.

I vantaggi che il BIM offre sono stati ottenuti fin dai primi passi della sperimentazione, ottenendo dall’unico modello parametrico tutte le rappresentazioni grafiche, corrette e congruenti e dalle informazioni in esso contenute si sono ottenuti i dati per il computo metrico estimativo, sempre aggiornato nei diversi SAL e la stesura del crono-programma.

L’utilizzo di un solo modello digitale e d’informazioni in tutte le fasi del progetto ha reso inoltre possibile il controllo della programmazione dei lavori, con la possibilità di intervenire fin dalle prime fasi dell’iter progettuale, eliminando errori e tenendo sotto costante controllo il costo di realizzazione dell’opera.

di Fabrizio Ferraris, Harpaceas

In materia di impianti di produzione di energia elettrica mediante lo sfruttamento di fonti energetiche rinnovabili (c.d. FER), il d.lgs. 387/2003, che rappresenta il principale riferimento normativo statale in argomento, è chiaro nell’ammettere la loro realizzabilità anche in aree agricole: secondo l’art. 12, comma 7, dice infatti che i predetti impianti “possono essere ubicati anche in zone classificate agricole dai vigenti piani urbanistici”, garantendo comunque la tutela della biodiversità, del patrimonio culturale e del paesaggio rurale.

 

La norma, nel consentire tutto questo, non impone certamente un obbligo (ma neanche un divieto) aprendo, quindi, alla possibilità che eventuali istanze in tal senso non vengano accolte, purché sia accuratamente ed opportunamente motivato il diniego dell’autorità competente, cioè la Regione.

 

Diniego che, comunque, non può in alcun modo basarsi sulla mera difformità del richiesto intervento rispetto a precedenti previsioni svolte in sede di pianificazione territoriale.

 

In questo senso è chiaro T.A.R. Abruzzo, I, n. 217/2012, laddove sostiene che “il diniego di avvio del procedimento di autorizzazione unica riguardo ad una domanda di installazione di un impianto a biomassa per la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile, giustificato sulla base del divieto di attività industriali in zona agricola, previsto dal Piano della tutela della qualità dell’aria”.

 

A cura di Paolo Costantino e Primiano De Maria, tratto da L’Ufficio Tecnico settembre 2012