Il Food Climate Research Network (FCNR) ha realizzato uno studio insieme al WWF UK nel quale stabilisce che il 30% delle emissioni del gas serra CO2 in Inghilterra sono dovute all’industria alimentare, intesa come produzione di cibo, a partire dalla deforestazione per creare nuovi spazi coltivabili e/o dove “costruire” le batterie d’allevamento di animali, che non necessariamente avviene in territorio nazionale.

Le due organizzazioni non si sono pertanto potute esimere dal lanciare un appello per un cambiamento radicale nel sistema alimentare, inteso a 360 gradi a partire dalle tecnologie con cui si produce il cibo, sino a variare e limitare i consumi di carne e di prodotti di origine animale. Obiettivo: ridurre del 70% le emissioni del settore entro il 2050, il tutto attraverso nuovi modelli di consumo.

In Italia l’industria alimentare è responsabile del 19% delle emissioni di CO2, considerando solo il processo produttivo che avviene in ambito nazionale. Diverse fasi incidono su questa percentuale: il 45% è dovuto alla produzione agricola, il 19% ai trasporti associati alle merci agricole, il 18% dagli allevamenti (fermentazione enterica e letame) e il 13% dal packaging. Solo il 5% è dovuto alla trasformazione industriale.

Ragionando quindi sulla dieta dal punto di vista della CO2 e non solo dal punto delle calorie che apporta, si capisce perché la piramide alimentare, progettata nel 1992 dall’US Department of Agricolture al fine di diffondere il concetto di alimentazione equilibrata, a oggi risulta incompleta. Occorre considerare il cibo sotto tre punti di vista:
– apporto nutrizionale (calorie, grassi, proteine e zuccheri)
– emissioni di CO2
– quantità d’acqua utilizzata nel ciclo di produzione del cibo

La Barilla Center for Food & Nutrition (BCFN) ha presentato a Milano una doppia piramide che considera sia la salute dell’uomo che l’impatto ambientale.
Dagli studi condotti è emerso che chi si nutre sulla base della dieta mediterranea ha ogni giorno un’impronta ecologica di 12,3 m2 e immette in atmosfera circa 2,2 kg di CO2. Mentre chi si nutre seguendo diete più ricche in carne (dieta nordamericana ad esempio) ha un’impronta ecologica quotidiana di 26,8 m2 e immette in atmosfera circa 5,4 kg di CO2.

L’impronta ecologica è un indice statistico che misura la richiesta umana nei confronti della natura, ovvero mette in relazione il consumo umano di risorse naturali e la capacità della terra (o area biologicamente produttiva di mare e di terra) di rigenerarle. Con l’impronta ecologica si riescono a stimare quanti “pianeta Terra” servirebbero per sostenere l’umanità se questa avesse uno stile di vita univoco.
Nella piramide doppia si vede che alimenti quali le verdure fresche, per le quali è consigliato un consumo frequente, sono quelli che determinano un impatto minore. E viceversa quelli di cui si raccomanda un’assunzione moderata.

Non da sottovalutare l’impatto che il regime alimentare ha sul risparmio idrico. Secondo un gruppo di studiosi occorre considerare il contenuto di acqua virtuale di ciascun elemento, ovvero l’acqua necessaria per la produzione di ciascun bene. Basti pensare che se in media un individuo nell’arco di una giornata assume dai 2 ai 5 litri di acqua, il consumo di acqua virtuale giornaliero per alimentarsi varia da circa 1.500-2.600 litri della dieta vegetariana a circa 4.000-5.400 litri di una dieta ricca di carne.

A questo punto non ci resta che sperare che nelle etichette dei cibi oltre a riportare ingredienti, valori nutrizionali e scadenza vi siano indicati anche gli indici di impatto che hanno sull’ambiente.

Articolo dell’Ing. Roberta Lazzari

Fonti:
www.terranatura.it
www.ansa.it

Le città stanno subendo un processo di urbanizzazione sempre più diffuso, tanto che in quella che oggi viene definita “città contemporanea” è quasi impossibile differenziare la città dalla campagna …

La città contemporanea si può definire come un insediamento di popolazione che vive e agisce in un ambiente costruito, ma ad oggi l’agglomerato urbano si estende per decine di chilometri includendo parchi, aree di agricoltura intensiva, zone di insediamento a bassa densità sino a confondersi con altri agglomerati, con pesanti conseguenze sull’ambiente (sfruttamento dei suoli, maggiore quantità di inquinanti nell’aria, aumento dell’isola di calore) e sulla salute, benessere psico–fisico dell’uomo.

Kevin Lynch affermava che “la buona città è quella in cui si mantiene la continuità di questo complesso ecologico pur permettendo un cambiamento progressivo”, o meglio, “un insediamento è buono quando rafforza il senso di continuità di una cultura e la sopravvivenza delle persone che lo abitano, aumenta il senso di appartenenza nel tempo e nello spazio, e stimola la crescita individuale: lo sviluppo all’interno della continuità attraverso la massima apertura e connessione interna”.

La Città è, tuttavia, un sistema aperto in costante squilibrio energetico con l’ambiente esterno globale, non ha limiti di crescita dimensionale (diversamente da quanto auspicava Lynch) ed è energivoro a causa della continua crescita dell’attività antropica (sistemi di riscaldamento/raffrescamento, trasporti, produzione, ecc.). Ciò comporta inevitabili cambiamenti dell’ambiente, tra cui perdita della biodiversità, impermeabilizzazione dei suoli e l’aumento della temperatura nelle città.

La concezione ecosistemica della Città può essere un utile approccio per valutare, mediante adatti indicatori, la sostenibilità dello sviluppo urbano e l’efficacia di interventi di miglioramento della qualità di vita dei cittadini. Indicatori ambientali e sociali possono aiutare nella redazione di piani di azione per il controllo dell’ambiente urbano, influenzando le scelte architettoniche ed urbanistiche verso soluzioni che considerino la città nella sua totalità. Tra gli indicatori del primo gruppo, per le sue funzioni mitigatorie,  il verde urbano acquisisce un ruolo chiave nella pianificazione della città a partire dal XIX secolo.

Silvia Rossi, architetto, IBIMET-CNR Bologna

L’articolo di Silvia Rossi continua sulla e-zine n. 7 di Ingegneri, a breve online dal titolo Energia, efficienza e città sostenibili. Registrati gratuitamente e scarica subito le e-zine.

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Sul numero 7 della e-zine:
– Approccio Ecosistemico per le sostenibilità delle città: il verde come fattore mitigante dell’isola di calore urbana
di S. Rossi
– Piani energetici e politiche territoriali regionali
di L. Gullì
– Ripristino tipologico ed efficienza energetica. Un progetto di bioedilizia nella pianura bolognose
di P. Mascellani e D. Riguzzi
– Architetture del tempo e della luce: il progetto di illuminazione a basso consumo energetico negli edifici di pregio storico
di S. Garagnani
– Il recupero energetico del Villaggio SNIA di Cesano Maderno: spunti di riflessione per un incontro tra “feticismo conservativo” e “amnesia storica”
di F. Zanzottera 

 

Molti piccoli impianti di depurazione esistenti necessitano di un potenziamento per i limiti allo scarico divenuti più restrittivi o perché sovraccaricati o per entrambe le cause. Ove lo spazio disponibile è limitato la scelta va orientata verso tecnologie innovative che permettono di ottenere elevate rese depurative con ingombri limitati. Fra queste tecnologie meritano senz’altro evidenza i processi a biomassa adesa a letto mobile e i processi biologici a
membrana.

Processi a letto mobile – Generalità
Nei processi a letto mobile la biomassa aderisce in forma di biofilm a corpi di riempimento in materiale plastico mantenuti in movimento nel liquame all’interno di vasche; queste sono costruttivamente analoghe ai reattori a fanghi attivi e sono munite di griglie di contenimento per evitare la fuoriuscita dei supporti. La movimentazione è operata dalla stessa insufflazione dell’aria nei reattori aerobici, con mezzi meccanici nei reattori anossici e anaerobici. L’elevata attività del biofilm permette di ottenere rese depurative elevate con concentrazioni di biomassa e tempi di residenza inferiori a quelli tipici dei fanghi attivi, e la turbolenza continua mantenuta in questi reattori evita i rischi di intasamento dei reattori a biomassa adesa con riempimento fisso.
Con i reattori a letto mobile è possibile eseguire tutte le fasi del trattamento biologico dei liquami (predenitrificazione, ossidazione, nitrificazione, post-denitrificazione) realizzando impianti multistadio con biomasse specializzate in ogni vasca. Essi sono quindi molto versatili sia nella versione a biomassa adesa pura (solo biofilm) sia nella versione ibrida (biofilm e fango attivo nella stessa vasca). [1, 2, 3] Le applicazioni dei processi a letto mobile sono principalmente di quattro tipi:
– trasformazione totale o parziale delle vasche a fanghi attivi esistenti in reattori a letto mobile ibrido;
– realizzazione di reattori a letto mobile a biomassa adesa pura a valle dei sedimentatori secondari (nitrificazione terziaria, denitrificazione terziaria);
– realizzazione di nuove filiere biologiche a biomassa adesa pura o ibrida;
– realizzazione di trattamenti di sgrossatura per reflui industriali concentrati.

Continua a leggere l’articolo, Trattamenti biologici innovativi a letto mobile e a membrana

L’articolo è tratto dall’intervento dell’ing. Marco Falletti et alii, tenutosi a Padova in occasione dell’edizione 2009 di Hydrica, Salone internazionale delle tecnologie per l’acqua

 

L’articolo 2 del d.lgs. 387/2003  definisce le biomasse come la parte biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui provenienti dall’agricoltura (comprendente sostanze vegetali e animali) e dalla silvicoltura e dalle industrie connesse, nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani.

I biocarburanti sono di conseguenza tutti i propellenti ottenuti in modo più o meno indiretto dalle biomasse (mais, soia, canna da zucchero, palma da olio, ecc.). Il biocarburante se da un lato ha il grosso vantaggio di derivare da una risorsa rinnovabile e pertanto non avere emissioni di gas serra, dall’altro ha lo svantaggio di rubare terreno agricolo per la produzione di carburante. Cibo contro carburante.
Per risolvere questo problema, i ricercatori hanno dirottato i loro esperimenti nella scoperta di altre colture in grado di fornire energia senza necessariamente usurpare spazio alle coltivazioni destinate all’alimentazione umana. Le alghe, selezionate e allevate in laboratorio, vengono trasferite in cilindri di plastica nei quali si immette anidride carbonica e acqua che, assieme all’effetto elettromagnetico dei raggi del sole, provocano la fotosintesi.
Un sistema di accrescimento algale è l’air-lift reactor (ALR), ovvero un reattore in cui le alghe in sospensione si spostano all’interno di un circuito triangolare e vengono irraggiate dal sole quando passano nel ramo obliquo. Una miscela di anidride carbonica all’8% viene iniettata in due punti in quantità diverse così da generare una spinta di Archimede e dar vita ad una circolazione naturale.
La fotosintesi ha una fase luminosa ed una oscura, per cui non c’è sempre bisogno di esposizione alla luce, ed è sufficiente che le alghe vengano illuminate “a turno”.
Una volta prodotta la biomassa questa viene centrifugata ed essiccata, pronta ad essere utilizzata.
Le alghe vengono viste come una produzione sicura e continua a differenza delle altre fonti rinnovabili rappresentate dal vento e dal sole.

Il 23 marzo 2009 a Venezia è stato presentato il progetto di una centrale bioelettrica da 40 MW, basata su un brevetto internazionale americano della Solena Group inc.. I promotori di tale progetto sono l’Autorità Portuale di Venezia e la società Enalg srl (fondatori della società eNave, che curerà la gestione dell’impianto). L’alga utilizzata è la Diatomea, un’alga autoctona della Laguna di Venezia, per la cui crescita e trasformazione sono necessari 10 ettari.
Il carburante ottenuto è funzionale per un particolare tipo di turbina, prodotta dalla General Electric. La biomassa, una volta essiccata, viene trattata con un’innovativa tecnologia al plasma, che si avvale di correnti gassose a temperatura elevata, così da produrre il carburante (miscela di idrogeno e monossido di carbonio) di alimentazione delle turbine della General Electric.
Al fine di rendere la centrale proposta ad impatto zero, il gas di scarico della turbina (anidride carbonica) viene immesso nuovamente nei bioconvertitori per nutrire le alghe. Il residuo (1%) di tutto il processo è costituito da silice naturale, sostanza utilizzabile per uso industriale e in edilizia.

La centrale bioelettrica costerà circa 200 milioni di euro e comporterà due anni di lavoro per la sua realizzazione. Essa si costituirà di due parti: una dedicata alla coltivazione delle alghe e una per trasformare la biomassa in elettricità. Tale centrale creerà inoltre circa 50 nuovi posti di lavoro.

Articolo dell’Ing. Roberta Lazzari

Concludiamo la trattazione della proposta per un metodo sisntetico di calcolo dell’impronta ecologica con la seconda parte dell’articolo di Ivan Tani (Sistemi informativi territoriali e tecnici, Famula On-Line del Gruppo Hera) e Ciro Gardi (Dipartimento di Sceinze ambientali dell’Università degli Studi di Parma)

I dati
Ogni comune è stato qualificato con i dati relativi alla popolazione residente, ai consumi di gas, acqua e al quantitativo dei rifiuti raccolti con riferimento all’anno 2007.
Di seguito il dettaglio riferito ai dati di cui sopra.

Georeferenziazione contatori
Sono stati georeferenziati sul territorio di ogni comune i punti di rilascio della fornitura (POD – Point Of Delivery) e gli strumenti di misura (contatori) a questi associati.
Il processo di georeferenziazione è eseguito in maniera automatica: una procedura batch genera chiavi univoche per ogni civico rappresentato geometricamente su cartografia vettoriale, utilizzando quali elementi di costruzione della chiave l’ISTAT_COD, il Codice Via e il numero civico presente sia nella componente intera che letterale (o subcivico).
Il contatore, caratterizzato dall’indirizzo di fornitura, assume l’identica chiave del civico ed è rappresentato anch’esso da una geometria di tipo puntuale collocata geograficamente sul civico.
In caso di non corrispondenza del civico tra indirizzo di fornitura e componente cartografica, si procede con i seguenti processi.
1) Collocazione del contatore tramite interpolazione lineare geometrica (possibile nel caso vengano reperiti su cartografia un civico intero con valore assoluto inferiore e un civico intero di valore assoluto superiore). La posizione interpolata viene calcolata suddividendo la distanza misurata sulla retta che congiunge idealmente il civico maggiore e il civico inferiore, e suddividendo la stessa per il numero dei civici presumibilmente contenuti in tale distanza.
2) Collocazione del contatore sulla mezzeria della strada (possibile nel caso venga riconosciuta la strada). Tale metodo è utilizzato nel caso di civici non reperiti e privi sulla cartografia della coppia civico inferiore e civico superiore che ne consentirebbe la georeferenziazione per interpolazione.
Reperita la strada, vengono collezionate le tratte del grafo che la costituiscono. La somma della lunghezza delle singole tratte consente di identificare quale tratta contiene il punto intermedio della via (Σ lunghezza archi strada/2) ed in tale punto viene collocata la geometria puntuale che rappresenta il contatore
3) Collocazione del contatore nel comune, possibile anche in caso di assenza corretta sia di civico che di strada.

Consumi gas e acqua
Ogni contatore viene letto con periodicità diverse in relazione alla tipologia di contratto: la frequenza in genere varia da un mese fino ad un massimo di sei mesi. Da cui ne emerge che si avranno un numero diverso di letture (da un minimo di due fino ad un massimo di dodici) in relazione alla tipologia di fornitura sottesa al contratto.
Le letture effettuate (rilievo diretto dallo strumento di misura), associate alla data di effettuazione, sono state memorizzate in una banca dati: il consumo per singolo contatore è dato dalla sommatoria delle differenze tra le singole letture valide effettuate nel periodo diviso per il numero dei giorni dell’intero periodo.

Σ Δ letture valide/Δt
Δ letture valide = espresso in mc
Δt = espresso in giorni

I dati relativi ai consumi sono stati oggetto di un’accurata procedura di “validazione”, basata sulla verifica e rispondenza a diversi requisiti, tra cui:
– una lettura deve essere maggiore di zero,
– una lettura deve essere riferita ad una data, ed il valore del consumo deve essere maggiore del valore rilevato nella lettura precedente,
– il consumo nel periodo intercorso tra due letture successive deve essere congruo con la media dei consumi di quel contratto per periodo storici già memorizzati e deve essere coerente con il periodo (in genere periodi invernali sono caratterizzati da consumi maggiori rispetto ai consumi estivi).
Se una lettura non supera il processo di validazione non viene considerata nel calcolo dei consumi.
Per contratti caratterizzati da due sole letture nell’anno, nel caso in cui una di queste letture non risulti valida, l’intero consumo viene attribuito basandosi sulle serie storiche di consumi memorizzati. Tali serie hanno profondità di almeno tre anni.

Rifiuti conferiti
Il rifiuto indifferenziato raccolto nei comuni limitrofi a Bologna è di norma conferito presso impianti del Gruppo Hera.
I principali impianti in gestione sono il termovalorizzatore, ubicato presso l’area servizi di via del Frullo, 5 a Granarolo dell’Emilia (Bo), l’impianto di stoccaggio provvisorio di via degli Stradelli Guelfi a Bologna e la discarica di Galliera.
La raccolta dei contenitori è strutturata per zone, intendendo con tale termine una collezione di punti di raccolta da visitare per raccogliere i rifiuti immessi nei contenitori ubicati sui medesimi.
La zona è servita da uno o più automezzi con frequenze che variano in relazione alla progettazione del servizio.
Tali automezzi effettuano, di norma, uno o due carichi all’interno della zona, raggiungendo la capienza massima (in termini di volume e/o di peso). Raggiunta tale capienza si recano presso gli impianti di smaltimento ove il rifiuto conferito viene pesato.
Il processo di pesatura generalmente comporta il doppio passaggio del mezzo sulla pesa (per determinare correttamente peso lordo e tara). Il dato del rifiuto conferito per comune è quindi il risultato della sommatoria delle singole operazione di scarico effettuate per ogni zona nel periodo preso in esame. Nel caso lo smaltimento avvenga presso altri impianti, alla precedente sommatoria sono stati aggiunti i pesi complessivi comunicati dai gestori di tali impianti.

Risultati
L’analisi dell’incidenza relativa dei fattori impiegati per il calcolo dell’impronta ecologica sintetica ha consentito di evidenziare come la ponderazione dei fattori stessi sia risultata abbastanza equilibrata (tabella 2). Si osserva sostanzialmente una ripartizione abbastanza omogenea tra i diversi fattori, ad eccezione dell’acqua, per la quale si osserva un peso pari circa al 50% degli altri fattori.

Nonostante nella metodologia proposta vengano utilizzati solo quattro fattori, essi sono rappresentativi dei principali impatti dell’uomo sull’ambiente, che possiamo riassumere nelle seguenti categorie:
– uso di risorse naturali (gas, acqua, urbanizzazione, Rsu),
– produzione di rifiuti/emissioni (Rsu, gas),
– cambiamenti nell’uso del suolo (urbanizzazione).
In termini assoluti i valori dell’impronta ecologica calcolati con il metodo presentato si attestano attorno al 10% del valore dell’impronta ecologica media della provincia di Bologna, calcolata con il metodo analitico (fonte: Provincia di Bologna).
Nella tabella 3 sono mostrati i valori di impronta ecologica sintetica per i tredici comuni nei quali è stato possibile utilizzare anche il dato relativo alla produzione di Rsu. È possibile osservare come tali dati oscillino tra un minimo di 0,37 (Galliera) a un massimo di 0,97 (Bentivoglio).

Nell’attuale configurazione di questo indicatore è stata attribuito un peso importante al fattore urbanizzazione (consumo di suolo), in quanto questo tipo di impatto incide notevolmente su una risorsa non rinnovabile, quale è il suolo. Si deve osservare tuttavia come i valori più elevati rispetto al fattore urbanizzazione (pro capite) siano determinati da due strutture (Interporto e Centergross), il cui indotto supera ampiamente i limiti territoriali comunali. In futuro sarà quindi necessario apportare delle correzioni nel calcolo, in funzione della scala di applicazione (comunale, provinciale, regionale). Il confronto tra i valori di impronta ecologica sintetica, con i valori dell’impronta ecologica calcolata con il metodo standard (provincia di Bologna) mostra una soddisfacente correlazione , che può essere migliorata escludendo valori “anomali”, come il comune di Bentivoglio. Escludendo tale dato il valore di r2 della regressione lineare risulta statisticamente significativo.
Articolo di Ivan Tani e Ciro Gardi

È giunto il momento che lo sviluppo sostenibile esca dai circoli ristretti dell’accademia e degli addetti ai lavori, dalle parole dei politici e decisori pubblici, per divenire una quotidiana e concreta realtà capace di incidere in modo efficace sullo sviluppo della nostra società. Tra gli addetti ai lavori è nota una metodologia, conosciuta come “impronta ecologica”, proposta nel 1990 dall’allora dottorando Mathis Wackernagel. Il successo riscosso da tale approccio consiste nell’avere reso facilmente comprensibili e comparabili i valori relativi all’impatto sull’ambiente dei diversi stili di vita.

Il dato dell’impronta ecologica può essere aggregato a diversi livelli, da quello individuale a quello di provincia, regione, nazione. Nella tabella 1 sono riportati, a titolo esemplificativo, le impronte ecologiche di alcuni stati nel mondo. I valori sono espressi in gHa per abitante. Questa unità di misura, definita ettari globali, è riferita alla superficie (generalmente considerando una media di tutti gli ecosistemi terrestri) necessaria a produrre ciò che consumiamo e a compensare le nostre emissioni (CO2, rifiuti, ecc.). Il confronto di questi valori con le quantità di suolo disponibili per
ogni abitante consente di valutare se si tratti di un sistema in deficit, in equilibrio o in surplus di risorse.


Esistono ulteriori evoluzioni di tale metodologia, che consentono di discriminare quali siano le emissioni legate ai consumi diretti, quali quelle legate alla produzione di beni destinati all’esportazione e di confrontarli con la capacità portante del territorio. In questo modo i vari sistemi (nazioni in genere) possono essere classificati secondo lo schema riportato in figura 1.

Il limite di tale metodologia è costituito dal fatto che per poter calcolare adeguatamente l’impronta ecologica, è richiesta una enorme mole di dati relativi agli stili di vita di una determinata comunità.
In questo articolo viene presentato un metodo per il calcolo di una impronta ecologica sintetica, basato sui dati relativi ai consumi di acqua, energia, suolo (urbanizzazione) e produzione di rifiuti. Il vantaggio consiste nell’utilizzare dati facilmente reperibili presso gli enti locali (consumo di suolo) e presso le multiutility (consumi di energia e acqua, produzione di rifiuti).

Il metodo e l’area di studio
Il metodo proposto, applicato a livello di territorio comunale, prevede la raccolta dei seguenti dati:
– popolazione residente,
– area totale,
– area urbanizzata,
– consumo annuo di gas/pro capite,
– consumo annuo di acqua/pro capite,
– produzione annua di rifiuti/pro capite.
La fase successiva consiste nella conversione di tali dati in una unica unità, rappresentata da una misura di superficie, secondo quanto proposto originariamente da Wackernagel (1992). I fattori di conversione adottati derivano in parte dalla metodologia originaria e sono in parte frutto di elaborazioni proposte nella metodologia descritta in questo articolo. In particolare per il consumo di acqua, la superficie è riferita all’area necessaria a generare un deflusso equivalente ai consumi stessi; considerando una media delle precipitazioni pari a 700 mm e un coefficiente di deflusso pari a 0,3, la superficie, espressa in ettari, necessaria a compensare un consumo di 30 mc/anno può essere determinata attraverso il seguente calcolo:
gHa acqua = (30/10)/(700*0,3) = 0,14286

Per i consumi di gas sono state calcolate le superfici necessarie a fissare la CO2 generata dalla combustione, secondo quanto previsto nella metodologia standard.
Le aree urbanizzate (pro capite) sono state moltiplicate per un fattore 3; tale fattore è stato stimato sulla base dei consumi energetici legati all’urbanizzazione e alla manutenzione delle opere, e alla irreversibilità di tale tipo di destinazione d’uso.
La produzione di rifiuti infine è stata calcolata considerando sia la compensazione delle emissioni di gas serra e di effluenti, sia l’area occupata dai siti di smaltimento.
Considerando un contenuto idrico del Rsu pari al 35% ed una percentuale del 40% di carbonio organico, si ottiene una produzione di 0,95 t di CO2 per tonnellata di Rsu. Per semplicità di calcolo non ci si è addentrati in valutazioni relative al processo di smaltimento degli Rsu (combustione o discarica), o alla quota di raccolta differenziata.
La metodologia proposta è stato applicata ad alcuni comuni del territorio di pianura della provincia di Bologna. L’applicazione completa della metodologia è limitata a 13 comuni, in quanto, per questi territori, erano disponibili anche i dati relativi alla produzione di rifiuti.
Un’applicazione parziale del metodo, con esclusione dei dati relativi ai rifiuti, è stata tuttavia condotta su un comprensorio più vasto, che comprende 20 comuni della pianura bolognese.

Articolo di Ivan Tani e Ciro Gardi

Qualche mese fa siamo stati bombardati dall’immagine di alcuni orsi polari in balia delle onde nel mare di Chukchi in Alaska, a quasi cento chilometri dalle coste, dopo che i ghiacci si erano letteralmente sciolti sotto di loro.

La colpa è stata subito imputata ai cambiamenti climatici, cui stiamo assistendo negli ultimi anni, ovvero le variazioni a livello globale del clima della Terra. Essi riguardano tutti i parametri metereologici: temperatura massima e minima, precipitazioni, nuvolosità, temperature degli oceani, ecc.
Oltre alle cause naturali, il fattore umano sta incidendo notevolmente sulla rapidità con cui tali variazioni stanno avendo luogo.
Spesso in modo non del tutto appropriato si associano i termini “cambiamenti climatici” e  “riscaldamento globale”.
Lo United Nation Framework Convencion of Climate Change (UNFCCC) sottolinea la distinzione tra mutamenti climatici, ovvero i cambiamenti prodotti dall’uomo, e variabilità climatica, di origine esclusivamente naturale.

Kaustuv Roy, biologo dell’Università della California, in un articolo su Science, focalizza l’attenzione sulla risposta degli animali al riscaldamento terrestre: la riduzione della loro massa. In particolare si ripercorre il ragionamento di Bergmann e di Allen.
Nello specifico:
Legge di Bergamm (o legge sulle dimensioni degli animali): le specie più grandi vivono in climi più freddi, mentre le specie loro affini più piccole vivono in climi più caldi, questo perché in un ambiente a clima freddo il minor rapporto tra superficie e volume fa diminuire la dispersione del calore, mentre gli animali con grande superficie ma piccolo volume si adattano meglio agli ambienti più caldi vista la loro migliore attitudine a dissipare calore;
Legge di Allen (o legge della proporzione): i mammiferi dei climi freddi hanno appendici (orecchi, arti, coda) più piccole.

Recenti studi dei ricercatori della Isola di Hirta (Arcipelago St. Kilda – Scozia) dimostrano che esiste una chiara relazione tra le dimensioni degli animali e i cambiamenti climatici.
Vent’anni di studi hanno dimostrato come una razza di pecore molto grande aveva più possibilità di sopravvivere agli inverni rigidi degli anni ’80. Ma gli ultimi inverni caldi hanno favorito gli animali di piccola stazza.
La dimensione dei merluzzi bianchi, diminuita nell’ultimo decennio, invece ha come causa principale l’uomo. L’eccessiva pesca ha portato quasi alla scomparsa della razza di merluzzi di Terranova. La risposta biologica di tali pesci all’assalto dei mari da parte dell’uomo è stata la diminuzione della loro grandezza. Anche in questo caso si può quindi parlare di conseguenza ad un mutamento climatico.

L’uomo infatti è l’ultimo degli agenti climatici importanti, avendo impattato l’ambiente relativamente da poco tempo, anche se in maniera significativa e repentina. La sua influenza iniziò con la deforestazione dei boschi al fine di aumentare la superficie coltivabile e i pascoli per il bestiame, fino a giungere all’industrializzazione e la conseguente produzione di gas serra: anidride carbonica dalle industrie e dai mezzi di trasporto e metano dagli allevamenti intensivi e dalle risaie. In tal modo il contributo umano all’effetto serra naturale è divenuto predominante rispetto agli altri agenti, e ancora non si riesce a calcolare il suo contributo al riscaldamento globale.

Forse la risposta sta proprio sotto i nostri occhi, osservando gli animali che ci circondano.

Articolo dell’ing. Roberta Lazzari