Tra i DPI anti Coronavirus rientrano le mascherine Covid-19. In commercio sono presenti sia quelle con il marchio CE sia quelle destinate alla collettività per le quali non esiste un riferimento normativo per valutarne le prestazioni filtranti e i metodi di prova.

Tuttavia con una comunicazione del 28 maggio 20202, l’UNI – Ente Italiano di Normazione, su richiesta del Politecnico di Torino, ha reso noto l’avvio di due progetti di prassi di riferimento che dal 28 maggio 2020 all’11 giugno 2020 saranno sottoposti alla consultazione pubblica per poi redigere il testo definitivo.

I due progetti di prassi sono:

Quali sono le mascherine Covid-19 interessate dai progetti di prassi UNI? Tutte le mascherine (monouso o lavabili, anche autoprodotte) che vengono indossate nella cosiddetta “fase due”.

Infatti IL Decreto Cura Italia, decreto legge 17 marzo 2020, n. 18, coordinato con la legge di conversione 24 aprile 2020, n. 27, stabilisce nel comma 2 dell’art. 16 che fino al termine dello stato di emergenza gli individui presenti sull’intero territorio nazionale sono autorizzati all’utilizzo di maschere filtranti prive del marchio CE e prodotte in deroga alle vigenti norme sull’immissione in commercio.

UNI specifica che le prassi di riferimento sono documenti che definiscono prescrizioni tecniche o modelli applicativi di norme tecniche, elaborati con un rapido processo di condivisione ristretta (al massimo 8 mesi dall’approvazione della richiesta), e costituiscono una tipologia di documento para-normativo nazionale.

Leggi anche: Credito d’imposta adeguamento ambienti di lavoro, sanificazione e DPI nel dl rilancio

Mascherine Covid-19: perché delle Prassi UNI?

Va ricordato che il DPCM 26 aprile 2020 prevede che a differenza delle categorie di lavoratori che hanno bisogno di dispositivi medici o di protezione individuale opportunamente certificati, i cittadini possono utilizzare le mascherine di comunità al fine di contenere la diffusione del virus, pur non avendo le caratteristiche di dispositivo medico secondo la UNI EN 14683 , né di dispositivo di protezione individuale come previsto dalla UNI EN 149.

La crescente richiesta di valutazione delle performance delle mascherine Covid-19 generiche ha spinto il Politecnico di Torino a valutare un metodo di prova che garantisca tempi molto più brevi rispetto a quanto previsto in altri metodi con lo scopo di delineare così un quadro di riferimento anche per questo tipo di prodotto.

Paolo Tronville, docente di Fisica Tecnica Ambientale presso il Politecnico di Torino e Project leader delle prassi di riferimento, ha dichiarato: “a seguito della grande richiesta di valutazione delle prestazioni di dispositivi che non si configurano né come dispositivi medici né come DPI, il Politecnico di Torino ha condotto una serie di misure per valutare le prestazioni filtranti delle ‘maschere di comunità’, riscontrando una gamma molto ampia di prestazioni, alcune prossime alle maschere facciali ad uso medico, altre chiaramente inadeguate allo scopo. Con queste Prassi di Riferimento proponiamo un metodo di prova innovativo per misurare esclusivamente le prestazioni filtranti delle ‘maschere di comunità’. In tal modo sarà possibile valutare le prestazioni in modo utile e completo, nonché in tempi molto più brevi rispetto a quanto previsto in altri metodi di prova”.

Il direttore generale UNI Ruggero Lensi, ha spiegato, che “il progetto di prassi di riferimento si aggiunge ad una serie di iniziative che ha visto la normazione coinvolta in prima linea per dare il proprio supporto alla gestione dell’emergenza, tra le quali si ricorda l’immediata messa a disposizione con libero scarico delle norme a supporto delle attività di prevenzione da Covid-19, a favore di oltre 20 mila utilizzatori in rappresentanza di imprese, istituzioni e cittadini.

I due progetti di prassi di riferimento in consultazione possono essere liberamente scaricati dal sito UNI e sono gratuiti.

Potrebbe interessarti: Misure sicurezza anti Covid-19 per ristorazione, balneazione e cura della persona

Mascherine Covid-19. UNI/PdR 90-1:2020 – Parte 1: Requisiti, designazione e marcatura

Le mascherine Covid-19 generiche, dette anche maschere di comunità, non sono nè Dispositivi di Protezione Individuale – DPI (REGOLAMENTO UE 2016/425), nè Dispositivi Medici – DM (Direttiva 93/42/CEE, modificata dalla Direttiva 2007/47/CE, o REGOLAMENTO UE 2017/745).

Il Politecnico di Torino spiega che le misurazioni, finalizzate alla valutazione delle mascherine Covid-19 generiche, possono essere eseguite presso laboratori del settore della tecnologia degli aerosol, mediante la strumentazione comunemente usata per valutare le prestazioni dei materiali e dei dispositivi per la filtrazione dell’aria, senza usare un aerosol di prova biologico. Gli strumenti già presenti sul territorio sono adattabili alle necessità del metodo di prova con sforzi e risorse limitati.

Le mascherine Covd-19 generiche secondo la Prassi UNI/PdR 90-1:2020 – Parte 1 sono suddivise nelle classi:

In funzione della possibilità o impossibilità di riutilizzarle, e della biodegradabilità del materiale che le costituisce.

I valori massimi della resistenza respiratoria e i valori minimi della efficienza di rimozione del particolato nell’intervallo di dimensioni tra 1,0 e 3,0 μm (eCFC) determinano la loro accettabilità.

Le maschere di comunità devono essere designate nel modo seguente: Maschera di comunità UNI/PdR 90-1:2020, con indicazioni se:

Un esempio di designazione è: Maschera di comunità UNI/PdR 90-1:2020 CFC-NR

La prassi UNI/PdR 90-1:2020 – Parte 1 entra nel merito degli aspetti che riguardano:

Non perderti: Responsabilità datore di lavoro Covid-19 decreto liquidità: approvato l’emendamento

Mascherine Covid-19. UNI/PdR 90-1:2020 – Parte 2: Metodi di prova

La Prassi di Riferimento, fornisce le indicazioni per lo svolgimento di un metodo di prova innovativo per misurare le prestazioni filtranti delle maschere di comunità. Il metodo descritto permette di valutare le prestazioni in modo rapido e completo, e consta di due prove distinte, ovvero l’efficienza di rimozione delle particelle e la resistenza al flusso d’aria, rispettivamente trattate nelle Appendici A e B associate al documento.

Nel documento vengono inoltre elencati i requisiti dei dispositivi di prova, delle attrezzature, dei materiali e delle condizioni di prova e le caratteristiche dei lavoratori che possono effettuare le prove descritte. Nello specifico, contiene indicazioni su:

Il documento contiene anche le appendici:

Suggerimenti per il miglioramento delle prassi possono essere inviati all’UNI, Ente Nazionale Italiano di Unificazione entro l’11 giugno 2020 compilando lo schema in formato editabile da inviare a sviluppo.progetti@uni.com.

Ti consigliamo:

COVID-19 DPI E SANIFICAZIONE DEGLI AMBIENTI DI LAVORO – eBook

COVID-19 DPI E SANIFICAZIONE DEGLI AMBIENTI DI LAVORO – eBook

Pierpaolo Masciocchi, 2020, Maggioli Editore
Il recente d.P.C.M. 11 giugno 2020 ha introdotto importanti novità per contenere la diffusione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19, imponendo a tutte le attività economiche precisi obblighi di igiene, pulizia giornaliera e sanificazione periodica dei locali, degli...

14.90 € 13.41 € Acquista

su www.maggiolieditore.it

La Smart Safety Belt è stata ideata nell’ambito del progetto strutturato dall’Università degli studi dell’Aquila. Il gruppo di ricerca cantiere affronta tematiche nell’ambito della produzione edilizia e dell’organizzazione del cantiere con particolare riferimento a metodi e strumenti per la gestione delle attività del cantiere finalizzati al controllo qualità esecutiva e alla safety&security dei suddetti luoghi. Inoltre focalizza la sua attenzione sulla metodologia BIM e HBIM e sui temi della sensoristica per il monitoraggio delle attrezzature e degli addetti alle lavorazioni.

Il Team é composto dal Prof. ordinario P. De Berardinis docente del corso di Organizzazione del Cantiere dell’università degli studi dell’Aquila e dai membri del gruppo di ricerca: Laurini Eleonora, Lucarelli Matteo, Rotilio Marianna.

Gli indumenti “smart” rappresentano la sfida del futuro in tutti i settori lavorativi: dall’industria fino ad arrivare al cantiere. Il livello di innovazione raggiunto in questo periodo storico implica la volontà di coniugare la tecnologia applicata agli accessori indossabili (es. Smartwatch), anche ai vestiti e indumenti in generale.

La Wearable Technology è una parte di mercato in espansione che catturando l’interesse di molti ricercatori e progettisti, alla ricerca di nuove soluzioni con prodotti interattivi capaci di colloquiare con dispositivi portatili quali smartphone e tablet, permetterebbe di avere dei grossi vantaggi in termini di sicurezza, potendo efficientemente essere configurati anche come strumenti salvavita per l’operatore in caso di emergenza.

Negli ambienti di lavoro più difficili come l’industria siderurgica o i cantieri edili, ed ancor più se si restringe l’attenzione agli ambienti di lavoro confinati e con sospetto di inquinamento, è indispensabile indossare l’abbigliamento e DPI corretti per ottenere il massimo della sicurezza.

L’indumento smart nella sua progettazione sarà confortevole, ergonomico, resistente e funzionale tale da non creare intralcio nello svolgimento dell’attività lavorativa. Nella gamma di indumenti sempre indossati dai lavoratori, il progetto ideato propone di progettare e realizzare un prototipo di cintura, nella cui parte flessibile e nella fibbia siano inseriti una serie di sensori in grado di rilevare, i parametri fisiologici del lavoratore, e la qualità dell’aria.

Leggi anche: Lavori in quota. Quale formazione è obbligatorio eseguire?

Smart Safety Belt. Come è strutturato il progetto?

Smart Safety Belt

Fig.1_Smart Tunnel 1_©6aprile.it

Alcuni luoghi lavorativi hanno caratteristiche che li rendono particolarmente pericolosi per l’incolumità degli operatori: è il caso ad esempio degli spazi confinati.

Uno spazio confinato è un ambiente di lavoro con limitate aperture di ingresso e di uscita, e possibilità di formazione di atmosfere pericolose, in cui il pericolo di morte o di infortunio grave è molto elevato a causa di diversi fattori quali la presenza di agenti chimici pericolosi, la mancanza di aerazione adeguata, le difficili condizioni di accesso e di uscita, il rischio di caduta al suo interno, e soprattutto la difficoltà di soccorso immediato.

Nella città di L’Aquila, in tutto il centro storico è stata predisposta una struttura tecnologica “Smart Tunnel” per la gestione dei servizi civili (Fig.1).

Il progetto si prefigge di realizzare uno strumento, comunemente indossato in maniera passiva, si trasforma in un “indumento smart” interattivo, in grado di comunicare i dati fisiologici ed i parametri ambientali ad altri dispositivi presenti sui luoghi di lavoro per poter monitorare la salute e la sicurezza dei lavoratori in tempo reale, specialmente in casi di pericolo.

Smart Safety Belt

Fig.2_Smart Tunnel 2_©6aprile.it

Tutto ciò sarà possibile creando un oggetto resistente e confortevole, nella cui fibbia e nella parte flessibile sia possibile inserire una serie di sensori pensati ad hoc per gli ambienti confinati o per tutti gli altri ambienti di lavoro (Fig.2).

Gli step da seguire per la realizzazione dell’oggetto sono i seguenti:

Le attività dovranno prevedere:

  1. ideazione di una piattaforma software e di uno storage per la gestione dei dati;
  2. progettazione di sensori da inserire nella cintura: qualità dell’aria, rumori, vibrometrici, igrometrici, accelerometri per il rilevamento di cadute accidentali e sensori per il rilevamento di dati fisiologici;
  3. analisi dei risultati del monitoraggio;
  4. realizzazione prodotto finale.
Potrebbe interessarti: Quali sono i costi della sicurezza non soggetti a ribasso?

Smart Safety Belt. Come funziona?

L’accesso ai dati rilevati sarà disponibile tramite un’interfaccia da remoto agli operatori della sicurezza. In particolare, il monitoraggio dei dati raccolti dalla Smart Safety Belt renderà possibile per i responsabili della sicurezza del cantiere e di tutti quei luoghi classificabili come spazi confinati, la valutazione del rischio legato all’interazione tra il luogo di lavoro e le condizioni fisiche del lavoratore sia durante la normale attività lavorativa sia in caso di infortunio.

La trasmissione dei dati in remoto consentirà di poter identificare lo stato dei luoghi e lo stato fisico dell’infortunato senza dover accedere agli stessi, esponendo quindi altri lavoratori e soccorritori ad un rischio legato alle condizioni atmosferiche del luogo di lavoro in cui è accaduto l’infortunio.

La conoscenza dei parametri ambientali consente la possibilità di organizzare al meglio il soccorso, riducendo i tempi di azione. Il monitoraggio continuo dei parametri dei luoghi consente di analizzare sia gli infortuni, sia i “near miss” in modo da ricostruire le dinamiche di lavoro che hanno portato agli eventi incidentali, per riuscire a prevenirne di nuovi, e se necessario attivare i soccorsi immediatamente al fine di ridurre le conseguenze fisiche (Fig.3).

Smart Safety Belt

Fig.3_Processo di Trasmissione dati Smart Safety Belt_©Laurini Eleonora, Lucarelli Matteo, Rotilio Marianna

Come può la Smart Safety Belt migliorare la sicurezza sul luogo di lavoro?

Anche se il settore edile sembrerebbe quello più innovativo a causa della continua e veloce evoluzione dei materiali e dei sistemi costruttivi, al contempo rimane uno dei settori più tradizionali.

È infatti in questo contesto che spesso si trovano lavoratori poco aperti alla ricerca e all’innovazione, ma molto più attaccati alla “tradizione del mattone” seppur ormai contaminata da tanti sistemi più validi e ormai collaudati. È proprio qui che la formazione e l’informazione e l’addestramento diventano fondamentali sia per il lavoratore che per il datore di lavoro e per tutti coloro che dovranno gestire informazioni digitali e sapere che tipo di dati è possibile ottenere da quello strumento e come utilizzarli.

La Smart Safety Belt che si vuole ottenere, è un prodotto semplice e di facile gestione. Il progetto propone l’utilizzo di un accessorio indossabile tutto l’anno, in tutte le ore della giornata, adattabile e confortevole, ergonomico a differenza di altri indumenti che possono essere indossati o meno a seconda del ciclo stagionale.

Il tema affrontato rientra in un trend in continua evoluzione e ben si inserisce in un periodo storico dove la tecnologia e le innovazioni hanno toccato l’apice della loro produttività. Negli anni si è sempre più puntato alla sicurezza nei luoghi di lavoro, in quanto il luogo di lavoro spesse volte ha rappresentato punto di pericolo e di infortunio più rilevante. Nell’ambito della gestione della sicurezza sul lavoro si deve quindi prendere in considerazione il rapporto tra prevenzione e salute.

L’obiettivo del presente progetto Smart Safety Belt è proprio quello di prevenire tramite il monitoraggio di dati di vario genere, tutte le cause che possano inficiare sulla salute e sicurezza dei lavoratori.

Ti consigliamo:

Guida ai Piani di Sicurezza 2.0

Guida ai Piani di Sicurezza 2.0

Luca Lenzi, Carmine Moretti, Francesco Loro, 2019, Maggioli Editore
La guida è aggiornata con il capitolo “Integrazione ai Piani di Sicurezza – Rischio Covid-19” a cura di Marco Ballardini e Carmine Moretti. L’aggiornamento, completo di oltre 50 moduli editabili e personalizzabili, fornisce strumenti utili e indicazioni da seguire...

56.00 € 50.40 € Acquista

su www.maggiolieditore.it

Il sistema dell’uso dei Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) nel suo complesso non funziona. È decisamente tranchant nel suo giudizio il prof. Rocco Vitale, presidente di AiFOS, l’Associazione italiana dei formatori e operatori della sicurezza sul lavoro.

 

Partendo da questa considerazione, AiFOS ha organizzato lo scorso 6 marzo a Napoli un convegno di respiro nazionale, a partecipazione gratuita, dedicato espressamente alla scelta dei DPI sui luoghi di lavoro: la normativa, gli obblighi, la scelta e le esigenze economiche.

 

L’argomento è delicato. Spesso si assiste a situazioni paradossali. Per esempio, aziende che investono anche ingenti quantità di denaro per l’acquisto dei DPI, ma non sono in regola.

 

Perché? “Spesso si ritiene che siano sufficienti l’acquisto di un DPI e la consegna al lavoratore”, osserva Vitale, e viene invece “assegnata scarsa importanza alla cura delle procedure e al momento fondamentale della formazione”.

 

Ma non solo. Come detto, non basta acquistare i DPI. Occorre verificare che l’equipaggiamento scelto rispetti i requisiti di legge, tenere conto delle esigenze ergonomiche del lavoratore e, non da ultimo, tenere presente che la tutela e la sicurezza sui luoghi di lavoro vanno perseguite, prima di tutto, adottando ogni accorgimento tecnico e organizzativo per ridurre al minimo i rischi. Solo da ultimo vanno impiegati i DPI come ulteriore mezzo per la sicurezza.

 

Come a dire: via libera ai dispositivi di protezione individuale solo dopo che si sono usati tutti i mezzi possibili (tecnologici e organizzativi) per la prevenzione dei rischi. Diventa quindi importante inquadrare il problema, sentire gli esperti e apprendere le buone pratiche.


Mauro Ferrarini. L’adozione dei corretti DPI in un luogo di lavoro è un processo complesso. Quali sono le figure deputate a seguire questo processo?

Rocco Vitale. I DPI sono parte integrante del sistema di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali. Si tratta di un argomento troppo spesso ritenuto specialistico o marginale, al quale la normativa vigente attribuisce una rilevanza, in verità, notevole. Il sistema dell’uso dei Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) nel suo complesso non funziona.

 

Nella maggior parte dei casi, viene di fatto assegnata scarsa importanza alla cura delle procedure e si trascura il momento fondamentale della formazione, ritenendo il più delle volte sufficienti il semplice acquisto di un DPI e la consegna dello stesso al lavoratore esposto al rischio.

 

L’obbligo di scelta dei DPI ricade sul datore di Lavoro, che a norma dell’art. 77 del d.lgs. n. 81/2008 ha la responsabilità, appunto, di valutare quali DPI adottare. Certo, il datore di Lavoro od un suo delegato potranno farsi assistere in tale scelta dall’RSPP, dal medico competente e/o da altri consulenti aziendali in materia di sicurezza sul lavoro.


Mauro Ferrarini. Come si coniuga la formazione sulla sicurezza con l’uso dei DPI?

Francesco Naviglio (segretario nazionale AiFOS). Se dall’analisi e dalla valutazione dei rischi aziendali risultano pericoli che non possono essere evitati con mezzi diversi dai DPI, il datore di lavoro ha l’obbligo di fornire ai lavoratori dispositivi di protezione individuale idonei e conformi ai requisiti di legge, e i lavoratori hanno l’obbligo di utilizzarli. Un concreto passo verso la sicurezza è possibile solo quando si scelga, tuttavia, di privilegiare l’informazione, la formazione e l’addestramento pratico sul riconoscimento del DPI adeguato e sul suo concreto utilizzo. Il datore di lavoro, oltre a fornire al lavoratore le informazioni sui rischi dai quali il DPI lo protegge e le istruzioni sull’uso corretto dei Dispositivi di Protezione Individuale, dovrà preoccuparsi che le informazioni fornite risultino comprensibili e che la formazione sia adeguata. Il datore di lavoro dovrà, pertanto, intervenire quindi anche con uno specifico addestramento all’utilizzo pratico dei Dispositivi di Protezione Individuale (ove previsto o comunque necessario).

 

È comunque fondamentale, anche a garanzia del datore di lavoro circa le sue responsabilità, che i DPI forniti vengano effettivamente indossati e correttamente utilizzati dal lavoratore: ed anche in questo senso la formazione del personale è l’unico modo per diffondere tra le maestranze la cultura della sicurezza in azienda.


Mauro Ferrarini. In passato, soprattutto in alcuni settori, l’impiego dei DPI da parte dei lavoratori era considerato un segno di inesperienza (i.e. metti il casco protettivo perché non sai come muoverti). Nel 2014 questa assurda percezione è cambiata o persiste ancora?

Rocco Vitale. Il percorso è lungo ma, anche grazie ad un fisiologico ricambio generazionale delle maestranze, dei passi in avanti sono stati fatti.

La cultura della sicurezza sul lavoro, piano piano, si sta facendo strada anche in quei settori dove le resistenze sono maggiori. D’altro canto, anche i produttori di DPI hanno offerto un contributo determinante in questo senso immettendo sul mercato prodotti sempre più confortevoli, esteticamente gradevoli, comodi e personalizzabili. Ciò non toglie che il lavoro tuttora da fare sia notevole, e che la cultura della sicurezza debba ancora essere instillata sin dalla fase scolastica.


Mauro Ferrarini. Quali sono, secondo lei, gli approcci corretti che un formatore della sicurezza deve tenere quando trasmette la propria conoscenza ai lavoratori?

Rocco Vitale. In buona parte delle aziende viene colpevolmente trascurato l’aspetto fondamentale della formazione. Se formare significa “dare forma” attraverso una strumentazione culturale e tecnica per favorire il cambiamento attraverso l’apprendimento di un certo comportamento, nel caso dei DPI non ci siamo proprio: la formazione dei lavoratori e anche quella degli RSPP, RLS e degli stessi datori di lavoro avviene in maniera semplicistica e superficiale.

 

L’atteggiamento adottato da AiFOS parte dal presupposto che qualsivoglia Dispositivo è del tutto inutile se viene utilizzato in maniera scorretta.

 

Per questa ragione, e questa è a nostro modo di vedere l’unica strada percorribile, il formatore deve focalizzare la sua attività sull’addestramento pratico all’uso e manutenzione dei DPI.

 

Gli istruttori, dopo aver espletato l’aspetto normativo, giuridico, teorico e tecnico, devono armarsi di abbigliamento da lavoro, stivali, guanti, elmetti, imbracature ed iniziare l’attività pratica con l’allievo. Il miglior formatore all’utilizzo dei DPI è colui che sfrutta tutti i mezzi a sua disposizione per ricreare un’esperienza quanto più vicina all’ambito lavorativo quotidiano dei suoi allievi, e per fare ciò si mette in gioco dando il buon esempio.


L’intervista integrale al prof. Rocco Vitale e a Francesco Naviglio è stata pubblicata sul numero di aprile della rivista Progetto Sicurezza di Maggioli Editore

Nelle scorse settimane abbiamo parlato diffusamente sia di sicurezza durante i lavori in quota, soffermandoci soprattutto sugli aspetti relativi alle linee vita, sia di dispositivi di protezione individuale (stato dell’arte della legislazione in materia, criteri di scelta, ecc.).

 

Torniamo oggi su entrambi gli argomenti, segnalando il convegno Lavori in altezza: linee vita e DPI in programma a Brescia il prossimo giovedì all’Università degli Studi della Città della Leonessa presso la sede AiFOS.

 

Non si tratta di un convegno classico. Perché? Insieme al convegno (la cui partecipazione è gratuita previa iscrizione online a questo link) si terranno delle esercitazioni pratiche di sicurezza e di emergenza per tradurre immediatamente nella pratica la teoria esaminata durante i lavori.

 

Gli elementi oggetto di approfondimento durante il convegno saranno, ovviamente, le linee di ancoraggio o le linee vita (insieme di ancoraggi temporanei o stabili posti in quota), ma saranno presi in esame altri DPI per il lavori in quota come le imbracature e le cinture di sicurezza.

 

Partendo dal Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (d.lgs. 81/2008), che dedica sei specifici articoli ai dispositivi di protezione individuale (DPI), si approfondirà la conoscenza dei DPI di III categoria, si individueranno le circostanze in cui l’utilizzo e la tenuta dei DPI sono obbligatori per tutelare lavoratore e datore di lavoro dalle conseguenze di eventuali cadute. Si forniranno inoltre precise indicazioni riguardo alla manutenzione e al mantenimento dell’efficienza dei DPI.

 

L’incontro non si fermerà tuttavia all’analisi e alla discussione sui temi della prevenzione.

 

In modo innovativo si svolgeranno nel laboratorio AiFOS, contemporaneamente al convegno, simulazioni e prove pratiche di emergenza e di sicurezza. Prove che saranno trasmesse in diretta nella sala e che permetteranno una maggiore consapevolezza dei rischi delle attività in quota e dell’importanza dell’uso di idonee protezioni.

 

Ricordiamo che i DPI di III categoria sono dispositivi di protezione individuale di progettazione complessa destinati a salvaguardare il lavoratore da rischi di morte o di lesioni gravi e di carattere permanente.

 

Ad esempio rientrano nella terza categoria non solo i DPI destinati a salvaguardare dalle cadute dall’alto, ma anche altri DPI come gli apparecchi di protezione respiratoria o i DPI per salvaguardare dai rischi connessi ad attività che espongano a tensioni elettriche pericolose.


Il convegno: programma e iscrizioni

Il convegno Lavori in altezza – Linee vita e DPI, organizzato da AiFOS in collaborazione con ASSOSISTEMA Safety e Confcommercio, si terrà il 13 marzo 2014 a Brescia dalle 14,30 alle 17,30 presso la Sede Nazionale AiFOS, in Via Branze n.45 – Palazzo CSMT – Università degli Studi di Brescia.


Questo il programma del convegno:

Introduzione

– Francesco Naviglio, Segretario Generale AiFOS


Interventi

– Rocco Vitale, Presidente AiFOS

– Virginio Galimberti, Presidente SC2 Commissione Sicurezza UNI

– Christian Franzelin, Resp. Vendite Italia Skylotec GmbH

– Roberto Catana, Istruttore Tecnico Specializzato Setif Tecnologia

– Gregorio Barberi, Disaster Manager e Formatore AiFOS

– Chiara Ballarini, Responsabile Servizio Formazione AiFOS


Dibattito e Conclusione dei lavori

 

Come sopra ricordato il convegno è gratuito, ma con iscrizione obbligatoria attraverso questo link.

A tutti i partecipanti al convegno verrà consegnato un attestato di partecipazione.

Il sistema dell’uso dei Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) nel suo complesso non funziona. È decisamente tranchant nel suo giudizio il prof. Rocco Vitale, presidente di AiFOS, l’Associazione italiana dei formatori e operatori della sicurezza sul lavoro.

 

Partendo da questa considerazione, AiFOS ha deciso di organizzare per il prossimo 6 marzo a Napoli un convegno di respiro nazionale, a partecipazione gratuita, dedicato espressamente alla scelta dei DPI sui luoghi di lavoro: la normativa, gli obblighi, la scelta e le esigenze economiche.

 

L’argomento è delicato. Spesso si assiste a situazioni paradossali. Per esempio, aziende che investono anche ingenti quantità di denaro per l’acquisto dei DPI, ma non sono in regola.

 

Perché? “Spesso si ritiene che sia sufficiente l’acquisto di un DPI e la consegna al lavoratore”, osserva Vitale, e viene invece “assegnata scarsa importanza alla cura delle procedure e al momento fondamentale della formazione”.

 

Ma non solo. Come detto, non basta acquistare i DPI. Occorre verificare che l’equipaggiamento scelto rispetti i requisiti di legge, tenere conto delle esigenze ergonomiche del lavoratore e, non da ultimo, tenere presente che la tutela e la sicurezza sui luoghi di lavoro va perseguita, prima di tutto, adottando ogni accorgimento tecnico e organizzativo per ridurre al minimo i rischi. Solo da ultimo vanno impiegati i DPI come ulteriore mezzo per la sicurezza.

 

Come a dire: via libera ai dispositivi di protezione individuale solo dopo che si sono usati tutti i mezzi possibili (tecnologici e organizzativi) per la prevenzione dei rischi.

 

Diventa quindi importante inquadrare il problema, sentire gli esperti e apprendere le buone pratiche. L’appuntamento è quindi a Napoli con La Sicurezza nella scelta dei DPI. Formazione, Sicurezza e Lavoro dei dispositivi di protezione individuale.

 

Il convegno si soffermerà sui Dispositivi di Protezione Individuale da diversi punti di vista: rilevanza giuridica e normativa, sistemi di gestione, aspetti organizzativi correlati alla valutazione, scelta ed ergonomia dei DPI, processi di progettazione e costruzione.


Alcune informazioni per chi desidera partecipare.

Il convegno LA SICUREZZA NELLA SCELTA DEI DPI. Formazione, Sicurezza e lavoro dei Dispositivi di Protezione Individuale del 6 marzo 2014 si terrà a Napoli dalle 9,30 alle 13,00 presso il Centro di formazione INAIL – Villa Colonna Bandini – Viale dei Colli Aminei n. 21.

 

L’evento ha ricevuto il patrocinio della Regione Campania, della Provincia e del Comune di Napoli ed è stato riconosciuto come iniziativa contro il “sistema” della camorra.

 

Per tutte le altre informazioni, si invitano i lettori interessati a contattare direttamente la Segreteria organizzativa di AiFOS al numero di telefono 030 6595031 o inviare una email al seguente indirizzo convegni@aifos.it

 

Per chi desiderasse iscriversi è possibile compilare direttamente il form online sul sito AiFOS.

La scelta e l’uso corretto dei dispositivi anticaduta è particolarmente importante per gli operatori che lavorano in spazi confinati, quali pozzetti, sotterranei, serbatoi, tunnel, cisterne, silos, tombini o in generale all’interno di passi d’uomo. In effetti i pericoli di uno spazio confinato non sono sempre immediatamente riscontrabili: a volte un’area di piccole dimensioni può sembrare sicura, ma può presentare contemporaneamente pericoli di caduta, intrappolamento, sprofondamento, atmosfere pericolose o altri rischi per la sicurezza che aumentano molto il livello di pericolo per un operatore che vi accede.

Per spazio confinato s’intende qualsiasi area con possibilità limitate di ingresso o uscita, abbastanza grande perché una persona possa entrarvi, ma non intesa per essere occupata continuativamente.

La definizione di spazi confinati varia considerevolmente da un Paese all’altro. All’estero ad esempio, nel Regno Unito, in Germania e in Irlanda gli spazi confinati hanno una definizione ampia che verte sui concetti di spazio “chiuso” e di “rischi specifici obiettivamente prevedibili” che possono presentare. Giappone e Corea del Sud hanno scelto una definizione di spazio confinato che riguarda la carenza di ossigeno, mentre in Cina ‘confinato’ significa che possono entravi solo una o due persone ed è un spazio con ingresso/uscita limitati.  Negli USA vi sono due categorie di base di spazi confinati: quelli che richiedono un permesso e sono regolamentati da OSHA e quelli che non lo sono.

Qualunque sia la definizione di spazio confinato, occorre tenere presenti i seguenti elementi per garantire la massima sicurezza quando gli operatori si trovano a lavorare in uno degli ambienti sopracitati.

Aspetti fondamentali per i dispositivi di protezione individuale per gli operatori
Durante un’emergenza, l’uso efficace dei dispositivi di protezione può essere determinante per la sicurezza e per evitare gli infortuni o addirittura la morte. Un sistema per spazi confinati dovrebbe essere pronto all’uso, utilizzabile, adattabile, certificato e durevole. Nello scegliere i dispositivi di protezione individuale per accedere a spazi confinati, si devono considerare le seguenti cinque caratteristiche per evitare i pericoli per gli operatori.

Pronto all’uso. È opportuno considerare l’utilizzo di un dispositivo portatile, se la tipologia di applicazione lo consente. Si deve sempre dare la preferenza ad un sistema leggero, facile da assemblare, ossia facile da montare e trasportare, quindi sempre pronto all’uso. Inoltre è anche utile che si tratti di un sistema che possa essere riposto facilmente una volta completato il lavoro.

Utilizzabile. Un sistema idoneo per spazi confinati dovrà risultare semplice da utilizzare. Nell’eventualità di un’emergenza, ogni istante risulta importante e occorre che gli operatori possano approntare il sistema senza perdere tempo prezioso. Il sistema deve operare senza intoppi e gli operatori devono sentirsi a loro agio nell’utilizzarlo.

Adattabile. Il sistema dovrà essere adattabile a terreni irregolari e condizioni meteorologiche impegnative. Gli operatori non sempre sanno quali difficoltà potrà presentare uno specifico ambiente di lavoro. Il sistema per spazi confinati dovrà anche essere regolabile e versatile, preferibilmente con una struttura modulare che permette l’applicazione di accessori ed eventuali modifiche successive.

Certificato per l’uso. I dispositivi di protezione personale devono essere certificati per l’applicazione per cui sono destinati, come l’arresto della caduta, la movimentazione dei materiali e il salvataggio. Ove possibile, scegliere un sistema che ottimizzi la resistenza riducendo allo stesso tempo al minimo il peso.

Durevole. Infine un sistema per spazi confinati dovrà essere durevole, composto di materiali resistenti per poter sostenere l’esposizione ad ambienti impegnativi e la normale usura.

Oltre agli aspetti indicati qui sopra, vale la pena ricordare le caratteristiche generali necessarie per i dispositivi anticaduta.

Elementi basilari per i dispositivi anticaduta
Nella scelta dei dispositivi anticaduta adeguati agli spazi confinati, occorre tenere presenti tre elementi basilari, che sono comuni a tutti i sistemi anticaduta: l’ancoraggio, il supporto per il corpo e i dispositivi di collegamento.

Ancoraggio. Vi sono svariate tipologie di ancoraggio, a partire da un treppiedi. I treppiedi sono facili da trasportare e da montare, ma non sono utilizzabili in corrispondenza di tutti gli accessi. In diversi casi è utile disporre di una gruetta che possa essere fissata in diverse basi.

Vi sono sistemi a gruetta con basi fisse o portatili. Se la tipologia di accesso dello spazio confinato non permette l’utilizzo di treppiedi o di una base standard, si può adottare un sistema a contrappeso. Questo sistema utilizza dei contrappesi per bilanciare il peso dell’operatore che accede allo spazio confinato. Infine, se il lavoro presenta un accesso ad uno spazio confinato in orizzontale anziché in verticale, è necessario disporre di un sistema per accesso laterale. Questo sistema è dotato di una base regolabile con elementi di fissaggio adattabili ai passi d’uomo per connettere adeguatamente un verricello.

Supporto per il corpo. In secondo luogo, occorre scegliere il corretto supporto per il corpo, valutando l’eventuale utilizzo di imbracature speciali per l’accesso a spazi confinati, con anelli a D su entrambe le bretelle e un cordino a Y che collega i due anelli al connettore del verricello. Ciò permette di sollevare o calare l’operatore in posizione verticale.

Un’imbracatura tradizionale con un anello a D dorsale collegato al verricello manterrebbe l’operatore in posizione inclinata, cosa che può rendere difficoltoso il lavoro in uno spazio confinato. In ogni caso occorre scegliere un’imbracatura che risulti durevole e confortevole per l’operatore.

Dispositivo. Occorre infine valutare il dispositivo di collegamento adeguato, che renda completo il sistema di accesso e recupero per lo spazio confinato. Tale dispositivo, che può utilizzare una fune d’acciaio o sintetica e una manovella, permette il sollevamento e la discesa dell’operatore collegandolo al treppiede o alla gruetta. Questa tipologia di dispositivi permette agli operatori di calarsi o sollevarsi facilmente ed è anche dotata di un sistema frenante. Qualora l’operatore che controlla il dispositivo dovesse lasciare la manovella, l’operatore ad esso collegato non rischierebbe una caduta. Inoltre alcuni verricelli possono essere dotati di un accessorio che permetta l’utilizzo di un utensile elettrico che consente agli operatori di azionare il dispositivo sia manualmente e sia automaticamente, utile per utilizzi prolungati.

È chiaro che una selezione attenta dei dispositivi corretti in base alla loro applicazione possono fare una grande differenza per qualsiasi luogo di lavoro. Trattandosi di spazi confinati, la scelta di un sistema che salvaguardi gli operatori in ogni circostanza è estremamente importante. Accertarsi infine che ogni operatore sia formato all’uso dei dispositivi di protezione individuali è essenziale per garantire la sicurezza di tutto il personale nel lavoro in spazi confinati.

Articolo di Francesco Di Lorenzo – Sales Manager di Capital Safety per l’Italia

Le coperture non sono solo un elemento strutturale di chiusura, ma divengono spesso un luogo di lavoro. La realizzazione di interventi edilizi in quota riferiti a nuove costruzioni, o ad edifici esistenti per la manutenzione, espongono i lavoratori a rischi molto elevati di caduta dall’alto e ad altri gravi infortuni sul lavoro. I casi di incidenti mortali nell’edilizia nel 2010 sono diminuiti, ma è aumenta ancora la percentuale di chi perde la vita per una caduta dall’alto: dal 2008 al 2010 è passata dal 38% al 47% (dati Fillea Cgil). L’accesso, il transito e l’esecuzione dei lavori su tetti e coperture, posti ad un’altezza maggiore di 2 m da un piano stabile di calpestio, devono obbligatoriamente avvenire in condizioni di sicurezza, grazie alla corretta progettazione di misure preventive e protettive legate ai sistemi anticaduta.

In ambito di manutenzione edilizia è usuale dover far effettuare interventi su coperture, praticabili e non, anche solo per operazioni urgenti conseguenti ad eventi meteorologici inaspettati. In tempi più recenti, con il proliferare di antenne satellitari e pannelli fotovoltaici o termici sui tetti, la necessità di effettuare constanti attività di verifica è aumentata notevolmente ponendo in evidenza l’esigenza di permettere tali attività con frequenza regolare senza dover ricorrere a costosi ponteggi o carrelli elevatori.
Ma il cuore del problema resta sempre lo stesso. La mancata o errata predisposizione di sistemi di accesso e vincolo per effettuare i lavori in quota provoca una percentuale di incidenti mortali drammatica: sono 75 in termini assoluti i casi registrati nel 2010 nel settore edile, vale a dire con una media di quasi due alla settimana. 

Da questo semplice dato appare evidente come sia necessario da parte di tutti gli operatori e committenti non sottovalutare l’importanza di una specifica formazione, progettazione e realizzazione dei sistemi protettivi sia in fase di nuova costruzione che di ristrutturazione, contestualmente al corretto utilizzo dei dispositivi di protezione individuale. La predisposizione della copertura degli edifici, di qualsiasi tipologia e destinazione d’uso, con sistemi anticaduta certificati, a garanzia di chi effettua i lavori, deve avvenire in ottemperanza a quanto disposto dal d.lgs. 81/2008 ed in conformità alla legislazione europea (EN 363).

I sistemi più adatti a rendere sicure le attività sulle coperture sono le cosiddette “linee vita”, prodotti che prevedono degli elementi metallici, in genere piastre o pali con occhielli e/o punti di aggancio, fissati alle strutture dei fabbricati in posizioni specifiche verificate e collegati da cavi metallici per permettere agli operatori, dotati di imbracature adeguate, di connettersi con sistemi tipo moschettoni o simili ed operare in completa sicurezza e con buona libertà di manovra. Possono essere permanenti o temporanei, secondo la frequenza degli interventi di manutenzione.

I sistemi di protezione contro le cadute dall’alto sono suddivisi in classi:
La Classe A comprende i punti d’ancoraggio e a sua volta si suddivide in Classe A1 (punti d’ancoraggio strutturali progettati per essere fissati a superfici verticali, orizzontali e inclinate) e in Classe A2 (punti d’ancoraggio strutturali progettati per essere fissati a tetti inclinati);
– I dispositivi di ancoraggio provvisori (treppiedi, linee vita temporanee, ecc.) fanno parte della Classe B;
– La Classe C comprende tutti i dispositivi su linee di ancoraggio flessibili orizzontali, dove per orizzontale si intende una linea che devia dall’orizzonte per non più 15°;
– I sistemi su rotaia rigida orizzontale fanno parte della Classe D;
– La Classe E comprende ancoraggi a corpo morto da utilizzare su coperture piane.

È fondamentale che la scelta del sistema sia successivo al progetto distributivo e prestazionale, dato che i sistemi non sono tutti uguali ed è necessario valutarne gli usi e le ergonomie di utilizzo applicate all’impianto specifico. La scelta dei sistemi anticaduta, se non corretta, può essere inutile o addirittura accrescere il rischio per il lavoratore. Un sistema si definisce completo se è costituito da un complesso di elementi omologati accompagnato da idonea documentazione tecnica, schede tecniche dei vari elementi, istruzioni per il montaggio, uso e manutenzione periodica che entra a far parte di un fascicolo tecnico contenete la valutazione dei i rischi, le modalità d’uso e tutte le specifiche per ogni tipologia di manutenzione.

Composizione di un Sistema Anticaduta
Per proteggere efficacemente l’utilizzatore contro le cadute, durante i lavori in quota, un sistema anticaduta deve essere composto obbligatoriamente dai 4 elementi seguenti:

1. Punto di ancoraggio
Si tratta del punto in cui il sistema anticaduta è collegato in modo sicuro. La scelta del punto di ancoraggio è determinante per la sicurezza dell’utilizzatore; come regola generale, un punto di ancoraggio fisso non deve avere resistenza inferiore a 10 kN (ossia circa 1000 kg) per ogni operatore ad esso collegato (UNI EN 795).

2. Imbracatura anticaduta
è una protezione che , in caso di caduta, evita i danni fisici, assicurando una distribuzione omogenea degli sforzi lungo tutto il corpo, al fine di eliminare qualsiasi rischio di lesione (EN 361).

3. Elemento di collegamento
L’elemento di collegamento collega l’utilizzatore (mediante l’imbracatura ) al punto d’ancoraggio; questi dispositivi devono essere opportunamente scelti in funzione della libertà di movimento offerta all’utilizzatore e alla garanzia di sicurezza in caso di caduta; deve includere sempre un dispositivo di assorbimento dell’energia per garantire l’arresto senza danni per l’utilizzatore (EN 360 – EN 355 – EN 353-2 EN 353-1).

4. Piano procedure di salvataggio
Prima dell’utilizzo di un sistema anticaduta è necessario adottare tutte le misure relative alla messa in atto di un eventuale salvataggio; in caso di caduta, l’utilizzatore può ritrovarsi in sospensione con l’imbracatura nell’impossibilità di liberarsi da solo; la procedura dovrà tener conto dell’ambiente di lavoro, dei mezzi a disposizione e della rapidità della messa in atto (max 30 min. di sospensione inerte).

Contenuti minimi per il progetto di un sistema completo anticaduta
1. Progetto dettagliato di posa ed assemblaggio;
2. Certificato di corretto montaggio da parte dell’impresa installatrice;
3. Certificato di collaudo e relazione di calcolo professionale;
4. Certificato di omologazione degli elementi costituenti la linea;
5. Certificato delle bullonerie in fornitura;
6. Certificato statico prestazionale di ogni singolo pezzo speciale;
7. Fascicolo dei metodi e rischi (DVR);
8. Elenco dei DPI necessari;
9. Quadro di accesso e manutenzione con tavole dei pendoli di caduta;
10. Corso di formazione /addestramento all’uso dei sistemi installati.

Erroneamente si crede che le linee vita siano pre-certificate, ma esse sono pre-omologate in laboratorio ma solo nella componentistica: resta compito del professionista verificare la struttura esistente e la corretta installazione del sistema d’ancoraggio su tale struttura.

Articolo di Andrea Cantini

Per approfondimenti:
R.Angioni, D.Crovetti, La sicurezza nelle coperture. II Ed., Grafill, 2009
www.coperturasicura.toscana.it

Recentemente sul sito dell’Ispesl (ora Inail) è disponibile un documento in pdf contenente le Linee guida  per l’esecuzione di lavori temporanei in quota, ove per l’accesso, il posizionamento e l’uscita dal luogo di lavoro si faccia uso di ponteggi metallici fissi prefabbricati di facciata (leggi anche Progettazione di ponteggi metallici fissi di facciata).

Il documento contiene numerose informazioni utili tra cui i contenuti minimi del DVR (documento di valutazione dei rischi), i criteri di esecuzione e le misure di sicurezza da adottare nei cantieri edili per lo svolgimento dell’attività di montaggio, smontaggio e trasformazione di tali attrezzature di lavoro, in cui il lavoratore è esposto al rischio di caduta dall’alto (leggi anche Cadute dall’alto: “C’era una volta il 1955”)

Le tecniche di accesso, posizionamento, montaggio e smontaggio dei ponteggi, descritte in queste linee guida sono state elaborate in conformità alle prescrizioni della normativa vigente e, in particolare, è stato preso come riferimento quanto riportato dal d.lgs. 8 luglio 2003, n. 235 Attuazione della direttiva 2001/45/CE relativa ai requisiti minimi  di sicurezza e di salute per l’uso di attrezzature di lavoro da parte dei lavoratori.

Montaggio, smontaggio e trasformazione ponteggi

Il 23 marzo scorso è stata pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea n. L75 una decisione della Commissione che ritira il riferimento della norma EN 353-1:2002 Dispositivi per la protezione individuale contro le cadute dall’alto – Parte 1: Dispositivi anticaduta di tipo guidato comprendenti una linea di ancoraggio rigida, conformemente alla direttiva 89/686/Cee del Consiglio sui dispositivi di protezione individuale.

Il testo dell’articolo 1 riporta che “Il riferimento della norma EN 353-1:2002 “Dispositivi per la protezione individuale contro le cadute dall’alto – Parte 1:Dispositivi anticaduta di tipo guidato comprendenti una linea di ancoraggio rigida” è ritirato dall’elenco delle norme armonizzate nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea.”

Il Regno Unito ha sollevato un’obiezione formale nei confronti della EN 353-1:2002, ritenendo che:
– le specifiche relative alle istruzioni per l’uso non soddisfano le prescrizioni della direttiva
– il metodo di prova previsto non analizza condizioni di caduta ragionevolmente prevedibili come una caduta all’indietro o una caduta sul fianco, il che comporta un rischio significativo di malfunzionamento del sistema.

Dopo aver esaminato la norma EN 353-1:2002, la Commissione non ha ritenuto pienamente soddisfatti i requisiti essenziali di salute e sicurezza di cui alle sezioni 1.1.1, 1.4 e 3.1.2.2 dell’allegato II della direttiva 89/686/CEE.

La norma europea è stata adottata dal Comitato europeo di normazione (CEN) il 12 marzo 2002. Il riferimento a tale norma è stato pubblicato per la prima volta nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea n. C203 del 28 agosto 2003.

Fonte UNI
Foto tratta dal sito www.steigschultz.de

La legislazione italiana in materia di prevenzione e protezione dai rischi da rumore si basa ormai da alcuni anni sul recepimento della direttiva 2003/10/CE.

Tra gli adempimenti più significativi presenti nel decreto legislativo 9 aprile 2008 n. 81 Attuazione dell’articolo 1 della legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, integrato e modificato dal decreto legislativo 3 agosto 2009 n. 106 vi è indubbiamente quello di aver previsto l’obbligo per le aziende con livelli di esposizione al rumore elevati (LEX maggiori di 85 dB(A) oppure Lpicco, C maggiori di 137 dB(C)) di elaborare ed applicare un “programma di misure tecniche e organizzative” volte a ridurre l’esposizione al rumore dei lavoratori.

La valutazione del rischio rumore negli ambienti di lavoro è una attività che prevede misurazioni con le seguenti finalità:
1) calcolare il valore di esposizione personale al rumore da cui far discendere le misure di prevenzione per la salute degli esposti, nonché stabilire se i dispositivi di protezione auricolare in uso danno luogo ad una attenuazione corretta;
2) indicare gli interventi tecnici e organizzativi che possono essere adottati dall’azienda per ridurre l’esposizione al rischio nelle aziende con rumorosità superiore ai valori previsti dalla legislazione vigente nonché identificare le aree di lavoro a maggior rumorosità al fine della loro delimitazione, segnalazione e restrizione all’accesso.

Mentre la UNI 9432:2008 affronta quanto indicato nel primo punto, il rapporto tecnico UNI/TR 11347, pubblicato in gennaio 2010, definisce un modello di programma aziendale di riduzione dell’esposizione (sintetizzato nell’acronimo “PARE”) al rumore nei luoghi di lavoro evidenziandone contestualmente il livello di dettaglio, allo scopo di fornire uno strumento di orientamento in una realtà che al momento propone le soluzioni più differenziate.

Per ciascuna situazione con livelli di esposizione elevati il datore di lavoro deve indicare nel PARE gli interventi tecnici e organizzativi che, tra quelli concretamente attuabili, intende effettivamente realizzare fissando l’obiettivo acustico, dove tecnicamente possibile, in accordo con le indicazioni tecniche contenute nelle norme della serie UNI EN ISO 11690. Tali norme che riportano raccomandazioni pratiche per la progettazione di ambienti di lavoro produttivi a basso livello di rumore consigliano i seguenti valori di LAeq:
– per gli ambienti industriali, da 75 dB(A) a 80 dB(A);
– per gli uffici, da 45 dB(A) a 55 dB(A).

Le modalità di riduzione dell’esposizione sono suddivise in due categorie: interventi tecnici ed interventi organizzativi.
Nell’identificazione delle modalità di riduzione del rischio devono essere considerati innanzitutto gli interventi che riducono il rumore alla sorgente, quindi quelli che lo riducono lungo il percorso di propagazione, infine quelli che agiscono direttamente sul posto di lavoro.

Il PARE deve considerare le azioni per la riduzione dell’esposizione al rumore per tutte quelle situazioni che superano i valori previsti dalla legislazione vigente. Andranno quindi esaminate le sorgenti, le attività e i luoghi di lavoro con LAeq maggiore di 85 dB(A) e con Lpicco,C maggiore di 137 dB(C).

Nel documento si riporta un aiuto per una attenta valutazione dei molteplici fattori che intervengono nella scelta di un intervento di insonorizzazione. Ogni situazione reale necessita, infatti, di una analisi specifica e per questo sono previsti specifici allegati che considerano:
– le linee di indirizzo generale per ogni possibile tipologia di intervento presentando elementi favorevoli e sfavorevoli con delle note di confronto;
– gli orientamento sulla scelta degli interventi tecnici in alcune situazioni-tipo;
– l’efficacia ottenibile dalle diverse tipologie di intervento;
– un indice di costo comparativo.

Il rapporto tecnico UNI/TR 11347 ricorda che la progettazione dell’intervento deve essere tale da evitare ulteriori rischi come quelli per la sicurezza (per esempio rischio incendio) e per la salute (per esempio minor ricambio d’aria) verso i lavoratori o problemi igienico-sanitari verso il prodotto (per esempio nel settore alimentare o farmaceutico) ovvero maggiori rischi verso i recettori esterni; da ultimo fornisce indicazioni sulle caratteristiche professionali e formative nonché delle disponibilità strumentali del “personale qualificato” chiamato a progettare gli interventi riportati nel PARE.

Vista la già importante presenza di norme con specifico contenuto tecnico riguardanti gli interventi di bonifica del rumore e l’ampia variabilità delle problematiche presenti negli ambienti di lavoro e delle soluzioni possibili, la UNI/TR 11347 si è quindi proposta di armonizzare le normative esistenti con un carattere prettamente gestionale.
Essa dovrebbe pertanto rivelarsi di grande utilità particolarmente per:
– i responsabili dei servizi di prevenzione e protezione, principali riferimenti aziendali del processo di valutazione dei rischi e soggetti promotori delle decisioni aziendali in tema di prevenzione e protezione dal rumore;
– i tecnici di acustica, in qualità di estensori delle proposte di intervento per fornire loro uno strumento di orientamento in un mercato che propone le soluzioni più differenziate;
– gli operatori degli organi di vigilanza, principalmente i tecnici delle ASL, in qualità di verificatori dell’applicazione dell’obbligo legislativo;
– i datori di lavoro, in quanto titolari ultimi della responsabilità di redazione ed applicazione del PARE.

Conclusioni
Il documento intende quindi aiutare le aziende e i loro consulenti a focalizzare gli interventi di bonifica acustica necessari, ad affrontarli con le necessarie attenzioni tecniche per un efficace investimento economico e a documentarli per un corretto rapporto informativo tanto verso l’interno quanto verso l’esterno dell’azienda.

Fonte UNI

Foto Studio Pranovi