Con il termine frana (landslide) si designa uno dei principali fenomeni di instabilità gravitativa di versante; esso descrive una vasta serie di processi che determinano lo spostamento a valle (per rottura lungo una qualsivoglia superficie) di una massa di terreni e/o rocce formanti il pendio.

Le modalità di spostamento verso il basso (gravitativo) della massa, separata dal versante lungo la superficie di rottura (failure surface), sono le più varie, funzione delle caratteristiche geologiche, tettoniche, litostratigrafiche e idrogeologiche del pendio: il materiale può in generale crollare, ribaltare, scivolare, fluire (o colare) secondo una combinazione più o meno complessa delle principali tipologie illustrate.

In generale l’identificazione del fenomeno si effettua sulla base di:

  1. tipologia (geologica) dei materiali coinvolti
  2. modalità (meccanica) del movimento.

La più diffusa ed accettata classificazione delle frane è quella di Varnes (1978).

Per contro, possono verificarsi fenomeni gravitativi di spostamento di masse di terreni e/o rocce, causati dalla deformazione permanente per lento flusso reologico (creep o fluage, reptazione o soliflusso) sviluppatosi lungo fasce di intensa sollecitazione al taglio, sufficiente a distorcere la massa ma senza il superamento della relativa resistenza.

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Classificazione delle frane: dimensioni delle particelle

Con il termine frana Cruden & Varnes (1996) definiscono un “movimento di una massa di roccia, detrito o terra lungo il versante”. La terminologia utilizzata per la descrizione dei materiali coinvolti nelle frane (prima dello spostamento) è quella ricorrente nella bibliografia specializzata, mutuata dal lavoro di Cruden & Varnes (1996):

Le terre e i detriti, come appena descritti, possono essere riferiti alla denominazione dei terreni sulla base delle dimensioni delle particelle. Ne risulta che le terre sono costituite per esempio da:

Sulla base degli stessi criteri, i detriti sono costituiti per esempio da:

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Classificazione delle frane: comportamento geotecnico

Una simile distinzione è utile per differenziare il comportamento geotecnico del materiale in fase di analisi e progettazione; per esempio fenomeni di frana in detriti difficilmente potranno essere analizzati in termini di tensioni totali, a causa delle loro prevalenti caratteristiche granulari.

Con lo stesso criterio di suddivisione granulometrica e relativi effetti sulle analisi, l’ISO (ISO 14688-1, 2002) suddivide i terreni in “coesivi” (fini) e “non coesivi” (grossolani o granulari).

Sempre la classificazione proposta da Cruden & Varnes individua la nomenclatura necessaria per definire in dettaglio le caratteristiche di attività delle frane. La definizione e la determinazione dello stato di attività sono di particolare importanza per la previsione di ulteriori movimenti e cruciali per le scelte di intervento; le definizioni sopra elencate hanno i seguenti significati (Cruden & Couture, 2011):

– frana quiescente (o dormiente) = frana inattiva le cui cause di movimento risultano apparentemente ancora in essere;

– frana abbandonata = frana inattiva le cui cause di movimento non sono più in essere per cause naturali (per esempio, il corso d’acqua, che scalzando il piede aveva causato la frana, ha cambiato il suo corso);

– frana stabilizzata = frana inattiva le cui cause di movimento non sono più in essere per cause artificiali (per esempio, il corso d’acqua, che scalzando il piede aveva causato la frana, è stato oggetto di interventi di protezione spondale contro l’erosione);

– frana relitta = frana che si è sviluppata in condizioni geomorfologiche e/o climatiche differenti da quelle attuali, distanti migliaia di anni dalla data odierna.

Il testo è di Piergiuseppe Froldi.

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Per misurare il rischio sociale da frana e per capire quali strategie adottare sulla popolazione nel caso di eventi naturali, sono stati analizzati ben 1.017 fenomeni di instabilità gravitativa di versante fatali, ovvero frane, avvenute tra il 1861 e il 2015 lungo il territorio italiano ed i dati raccolti sono stati oggetto della ricerca pubblicata da Earth-Science Reviews ed eseguita dall’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del CNR.

L’obiettivo dello studio è stato quello di proporre un approccio innovativo per quantificare in termini probabilistici distribuzione spazio-temporale, tempo di ritorno e impatto atteso sulla popolazione di questi eventi calamitosi, ovvero per quantificare il rischio sociale da frana alla quale è esposta la popolazione e la società italiana.

L’approccio proposto consente la valutazione in termini probabilistici della distribuzione spaziale e temporale del rischio attraverso l’uso dei dati di intensità e frequenza di oltre mille frane con vittime, che si sono manifestate durante un lasso di tempo di oltre 150 anni, ovvero dall’unità d’Italia a oggi.

 Lapproccio innovativo proposto utilizza dati storici relativi a un dettagliato catalogo per eventi dei quali sono disponibili informazioni accurate, sulla localizzazione e sul numero delle vittime, in base al quale si è quantificata la magnitudo dellevento franoso, spiega Mauro Rossi del Cnr-Irpi ideatore dello studio assieme ai coautori Fausto Guzzetti, Paola Salvati, Marco Donnini, Elisabetta Napolitano e Cinzia Bianchi.

I risultati dello studio, oltre a migliorare la zonazione del rischio a scala sinottica, hanno permesso per la prima volta una valutazione del tempo di ritorno delle frane fatali e dell’impatto atteso sulla popolazione.

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Quali sono i parametri in funzione dei quali è definito il rischio sociale da frana?

Rischio sociale da frane

Fig.1_Mappe che individuano le frane mortali delle quali si conosce l’entità degli incidenti mortali. La magnitudo delle frane mortali, misurate sul numero degli incidenti mortali, è raccolta in cinque classi identificate da punti di dimensione crescente e colori differenti ©A predictive model of societal landslide risk in Italy

Sulla base dei dati relativi alle frane fatali è stata applicata una distribuzione di probabilità per modellare il rischio sociale e stimare, per la prima volta, il tempo di ritorno delle frane in funzione dell’impatto atteso sulla popolazione.

Tempi di ritorno che variano in base alle zone, con valori che risultano:

Dallo studio è emerso, inoltre, che il rischio sociale da frana in Italia varia largamente ed è funzione della combinazione di tre parametri:

F – l’evento con il più alto numero di vittime registrato;

E – il numero totale di frane con vittime;

S – l’esponente della distribuzione di probabilità adottata che rappresenta la proporzione tra frane con bassa e alta magnitudo.

L’ideatore dello studio, sul rischio sociale da frane, ha precisato che: “le tre variabili sono state calcolate su una griglia con celle di 10 km di lato per consentire una valutazione regolare ed uniforme del rischio sociale sull’intero territorio nazionale”.

Fausto Guzzetti, direttore del Cnr-Irpi ha precisato che lo studio oltre a conoscere meglio le variazioni spazio-temporali del rischio sociale da frana in Italia, contribuisce a promuovere l’efficacia dei sistemi di allertamento nazionale e regionali, a progettare e implementare efficaci strategie di comunicazione, mitigazione e adattamento.

Non solo frane. Il nuovo approccio consentirà lo studio di altre tipologie di rischi

La frana è un fenomeno che si compone di una serie di processi che causano lo spostamento a valle (per rottura lungo una qualsivoglia superficie) di una massa di terreni e/o rocce formanti il pendio.

Le modalità di spostamento verso il basso (gravitativo) della massa sono strettamente legate alle caratteristiche geologiche, tettoniche, litostratigrafiche e idrogeologiche del pendio: il materiale può in generale crollare, ribaltare, scivolare, fluire (o colare). Questo tipo di fenomeno viene identificato in base al tipo dei materiali e alla meccanica del movimento.

Tali scenari sono stati analizzati con lo studio che ha permesso di elaborare un approccio in grado di fornire una rappresentazione coerente e realistica tale da poter essere applicata anche in contesti geografici al di fuori del territorio nazionale, dove le frane rappresentano un pericolo esteso e a volte sottovalutato.

Il catalogo dal quale sono state ottenute queste analisi rappresenta ununicità italiana, sia per lestensione temporale sia per il contenuto informativo, conclude Paola Salvati del Cnr-Irpi e coautrice del lavoro, ma il nostro approccio può essere applicato ad altre tipologie di rischi naturali e non, per i quali siano noti i dati di frequenza e di magnitudo.

Il modello proposto conferma la difficoltà nella modellazione di set di dati di tipo sparso, quanto sia complesso definire in modo univoco il rischio e come non sia sufficiente un solo parametro per definirlo correttamente. Attraverso lo studio viene ribadita l’importanza delle attività di raccolta e gestione di banche dati relative a eventi naturali, finora non riconosciute a sufficienza nonostante esse siano fondamentali ed indispensabili per una corretta valutazione dei rischi.

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Alla luce degli eventi che interessano il territorio, si studiano soluzioni e strumenti che possano migliorare l’attività di monitoraggio e prevenzione per mitigare il rischio idrogeologico. Fra le strategie principali da attuare rientrano le reti di monitoraggio e la valutazione del rischio.

Per implementare queste strategie sono state studiate soluzioni che vedono coinvolti i cittadini attraverso la Citizen Science e strumenti di alta tecnologia come il simulatore dello stato di rischio, in uso presso i laboratori EISAC.it. Contributi fondamentali nell’ottica di riduzione del rischio e tutela del paesaggio e della comunità.

Quale è il ruolo dei cittadini nel monitoraggio, contro il rischio idrogeologico?

Il cittadino diventa un sensore vivente e attraverso il solo uso di un app è in grado di raccogliere informazioni in tempo reale ed immediato. Il crowdsourcing, ovvero la raccolta di idee ed opinioni verso gli utenti della rete sempre più attivi e comunicativi, può essere veicolata e servire alla valutazione dell’entità del dissesto, degli eventi che lo hanno causato ed i luoghi interessati.

Questa innovativa condizione di monitoraggio è stata oggetto del secondo convegno internazionale COWM 2018 – Citizen Observatories for Natural Hazards and Water Management – tenutosi dal 27 al 30 novembre 2018, a Venezia.

L’evento è stato uno scenario di confronto per esperti di scienze sociali ed informatiche, ingegneri e altri professionisti provenienti da diversi paesi, coinvolti nelle attività di ricerca e sviluppo sulle tematiche tecniche, ma soprattutto nell’analisi sul ruolo degli Osservatori dei Cittadini.

Durante il convegno COWM 2018, sono stati analizzati i ruoli, le opportunità e l’apporto dei cittadini ovvero di quella intelligenza collettiva. Un’idea ne innesca delle altre e la rete che si viene a creare a servizio della prevenzione e protezione del territorio, è frutto di un coinvolgimento della comunità.

Con la Citizen Scienze, la scienza incontra i cittadini che attivamente collaborano al monitoraggio del territorio. L’applicazione pratica della “Scienza dei cittadini”, al centro di COWM, ha già prodotto effetti positivi nel territorio veneto grazie ad una sperimentazione partita anni fa nel bacino del Brenta-Bacchiglione e il Distretto Alpi Orientali, è all’avanguardia nell’attuazione della Direttiva europea 2007/60, che fa testo in materia per tutti i Paesi Ue.

Gli Osservatori dei Cittadini rappresentano una risorsa e nelle tematiche ambientali possono ricoprire un ruolo fondamentale nel coinvolgimento dei cittadini, cosa già discussa e promossa da Direttive Europee (2000/60, 2007/60/EC).

Gli strumenti a disposizione sono semplici e disponibili: smartphone, social, chat e la partecipazione attiva e volontaria della comunità cittadina che acquisisce conoscenza del territorio in cui è insediata, stimola le agenzie di controllo ambientale ad effettuare monitoraggi più estesi ed accurati.

Simulare il dissesto idrogeologico? All’ EISAC si può

L’EISAC Italia – European Infrastructure Simulation and Analysis Centre – presente a Roma è nato grazie all’accordo siglato a Roma dai presidenti dell’ENEA Federico Testa e dell’INGV Carlo Doglioni, nel luglio 2018, ed è il primo in Europa, finalizzato al controllo e alla gestione della sicurezza delle infrastrutture.

Il laboratorio multidisciplinare EISAC, coordinato da Vittorio Rosato, nasce per dare supporto alle Pubbliche Amministrazioni e alla Protezione Civile, ma anche ai gestori di reti, attraverso la creazione di simulazioni di eventi naturali e del loro impatto sul territorio e la raccolta di dati finalizzati al monitoraggio.

La necessità di attuare un tale operato, scaturisce per garantire una continuità a servizi essenziali come la distribuzione di elettricità e acqua, le comunicazioni e i trasporti, i blackout, le azioni terroristiche, i cyber attacchi ed eventi meteo estremi.

Le criticità, attraverso le banche dati territoriali, i simulatori di infrastrutture, le analisi di dati satellitari e sistemi di previsione meteo-climatica, sono messe sotto esame, con la finalità di migliorare la resilienza delle infrastrutture, ovvero la capacità di tornare al loro normale e quotidiano funzionamento.

Esempi di raccolta dati sono quelli sull’interferometria, utile per la determinazione delle lente variazioni del terreno e dello stato di rischio su eventuali frane o post terremoto. Anche i dati che consentono il nowcasting, sono fondamentali per l’esecuzione di previsioni nel breve tempo delle precipitazioni.

L’EISAC è un’iniziativa internazionale, finalizzata alla costruzione di una piattaforma europea collaborativa nel settore della protezione delle infrastrutture critiche (CIP), per sostenere gli operatori e le pubbliche realtà che si occupano della prevenzione e gestione dei rischi.

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“I lavori di ripristino termineranno lunedì e da martedì la strada statale 195 sarà riaperta al traffico”. Queste le dichiarazioni rilasciate e riportate da Ansa il 13 Ottobre 2018 dall’amministratore delegato Anas, Gianni Vittorio Armani al momento della visita ai cantieri della strada statale 195 Sulcitana nel cagliaritano.

Le promesse sono state mantenute e a distanza di una settimana l’asse viario è stato ripristinato e riaperto al traffico. Stando alle dichiarazioni dell’ad di Anas a provocare il collasso parziale della Statale è stata una piena centennale causata dalle precipitazioni piovose particolarmente acute che in 24 ore hanno raggiunto i 40 centimentri. L’innalzamento del livello del mare e dello Stagno di Cagliari sono stati decisivi.

Leggi Dissesto idrogeologico: crolla ponte a Cagliari. Perché accade?

L’INTERVENTO DI RIPRISTINO

Il comunicato stampa emesso dall’Anas il 16 ottobre 2018, annuncia: “i lavori, già avviati la mattina di giovedì 11 ottobre, sono consistiti nella ricostruzione del corpo stradale asportato dalle acque, mediante riempimento e ripristino della sovrastruttura stradale dei rilevati di avvicinamento a tre opere idrauliche al km 8,900, km 9,300 e km 10,100. Successivamente si è provveduto all’installazione delle barriere delle sicurezza, al ripasso della segnaletica orizzontale e alla pulizia del piano viabile lungo tutta la tratta, per consentire nuovamente il transito in piena sicurezza. Gli interventi sono stati eseguiti dall’impresa Achenza di Ozieri che, in sinergia con i tecnici Anas, ha svolto le attività con turni h24 ed ha completato le lavorazioni nei tempi previsti.”

Gianni Vittorio Armani ha voluto precisare, qualche giorno fa, che non c’è stato il collasso parziale del ponte, ma l’acqua ha scavato la strada. Dalle prime immagini in circolazione, si è parlato di un cedimento della spalla, struttura terminale dell’arcata mentre stando alle dichiarazioni, il collasso della strada pare sia stato causato dall’erosione del terrapieno di raccordo con il piano di campagna, asportato dalle acque di esondazione.

Nelle piene a valle, spesso accade che il flusso di esondazione oltrepassi i terrapieni nei punti bassi o che gli stessi siano soggetti ad una incisione che può degenerare nell’apertura un varco e causare così il trasporto dei materiali.

I tempi di ripristino, definiti record, catturano l’attenzione perché non si crede alla possibilità di ottenere in così poco tempo risultati di questo tipo.

Non è stata l’unica buona notizia ricevuta in fatto di tempistiche durante il mese di ottobre, in quanto circa due settimane fa è stata inaugurata la riapertura del raccordo A1-A14 a Borgo Panigale a seguito del grave incidente avutosi nel mese di agosto. Anche questo è stato un evento, considerato incredibile per la velocità di realizzazione dei lavori.

Leggi Infrastrutture. Raccordo A1-A14 a Borgo Panigale, completati i lavori

QUALI SARANNO I TEMPI DELLA MESSA IN SICUREZZA DELL’INTERA AREA?

Tra le dichiarazioni riportate negli scorsi giorni c’è quella della sindaca di Pula, Carla Medau che afferma: “Apprezzo gli sforzi che l’ente delle strade sta facendo in modo massiccio e risolutivo in queste ore, ma si tratta solo di pezze e tamponamenti che non risolvono certo i problemi”.

La ripresa della quotidianità viaria rappresenta una parziale soddisfazione, in quanto il grande intervento deve interessare l’intero territorio di Capoterra, del Sarrabus e del Campidano che risulta ancora allagato e per il quale si registrano danni che superano i 100 milioni di euro e si contano vittime. Un’area quella di Capoterra già martoriata da alluvioni di grande intensità, negli ultimi quindici anni le più gravi si sono registrate nel 1999 e nel 2008.

Nonostante l’esortazione alla prevenzione, le azioni volte alla riduzione del rischio idrogeologico adottate da parte delle amministrazioni spesso lasciate sole dal Governo, sono molto lente se non inesistenti. Strumenti di pianificazione assenti e condoni hanno spesso prevalso, su scelte indirizzate alla tutela della sicurezza e qualità del territorio.

Nella foto (Fonte Anas) il completamento dei lavori della SS 195.

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A febbraio di quest’anno era stato chiesto a tutte le Autorità di Bacino di rilievo nazionale di stilare una lista di nuovi interventi di mitigazione contro il rischio idrogeologico, comprese le cosiddette infrastrutture verdi, da proporre al fine di ottenere il finanziamento comunitario. Sull’intero territorio nazionale si sono contate 1.800 richieste di finanziamento, per oltre 5 miliardi di euro, oltre il cofinanziamento regionale.

 

Il Ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, assicura che le richieste di finanziamento verranno valutate tenendo conto delle risorse disponibili del fondo di sviluppo e coesione per il periodo di programmazione 2014-2020, che la legge di stabilità del 2013 ha stabilito in oltre 54 miliardi di euro. Le risorse sono destinate a sostenere esclusivamente interventi per lo sviluppo, anche di natura ambientale, secondo la ripartizione: 80% nelle aree del Mezzogiorno e 20% nel Centro Nord.

 

Lo sforzo richiesto alla collettività è, da una parte, il coinvolgimento degli Enti locali che, nei limiti del patto di stabilità, devono effettuare scelte politiche e stanziare più risorse per la cura del territorio e per interventi di prevenzione; dall’altra, la richiesta ai privati di non chiedere di costruire in aree a rischio e quindi dire basta all’abusivismo.

 

Inoltre per gli interventi di messa in sicurezza (preventiva), al fine di eliminare i casi di rischio idrogeologico, è nata una struttura operativa di missione a Palazzo Chigi per coordinare l’attività dei ministeri e gestire in modo appropriato le risorse economiche disponibili e non ancora spese (circa 2,4 miliardi di euro).

 

A fronte di tutte queste informazioni che mostrano come qualcosa si stia muovendo, si resta ancora una volta basiti di fronte a quanto accaduto pochi giorni fa: l’ondata di maltempo che ha piegato il Salento.

 

Durante il recente tavolo tecnico sul tema, il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, responsabile dell’unità di missione contro il dissesto idrogeologico, ha fornito una prima relazione tecnica nella quale sono stati descritti gli eventi accaduti e le conseguenze, compresa una prima stima degli interventi strutturali indispensabili per “mitigare il rischio idrogeologico nelle zone duramente colpite dall’alluvione“.

 

Proprio in Puglia, a Novembre 2010, era stato stilato un Accordo di Programma finalizzato alla programmazione e al finanziamento di interventi urgenti e prioritari per la mitigazione del rischio idrogeologico. All’articolo 4 dell’atto (copertura finanziaria degli interventi) si era fatto riferimento a circa 210.000.000 euro, suddivise tra risorse Ministero dell’Ambiente e Regione. Le finalità degli interventi erano prioritariamente la salvaguardia della vita umana attraverso la riduzione del rischio idraulico, di frana e di difesa della costa, sia mediante la realizzazione di nuove opere, sia con azioni di manutenzione ordinaria e straordinaria. Finalità attuali, visto che ancora oggi, 4 anni dopo, non sono state raggiunte.

 

Di Roberta Lazzari

“In Italia si è affermato un approccio troppo conservativo, con interventi mirati soprattutto a tutelare, a vincolare, quasi a imbalsamare il territorio”, a dirlo è l’ing. Mario Mega dirigente del Servizio Infrastrutture, Innovazione Tecnologica e Pianificazione Strategica dell’Autorità Portuale del Levante (Porti di Bari, Barletta e Monopoli) e componente del comitato scientifico di Coast Expo (Ferrara fiere, 17-19 settembre).

 

Il risultato di questo approccio, continua Mega, non è stato certo dei migliori. A conferma di questo basta vedere come l’abusivismo edilizio abbia continuato a crescere, creando un’emergenza idrogeologica in vaste aree del nostro Paese.

 

Abbiamo raggiunto l’ing. Mega per approfondire insieme questo tema, insieme a quello della tutela delle nostre coste e dei rapporti che intercorrono tra Italia ed Europa sul versante della protezione idrogeologica.

 

Mauro Ferrarini. Prevenzione del dissesto idrogeologico del territorio. Quando se ne parla, si pensa immediatamente a frane e alluvioni. Ma ha senso parlare di prevenzione di questo rischio anche quando ci riferiamo alle coste?

Mario Mega. Le coste, soprattutto in Italia, hanno un valore che non è solo paesaggistico. Esse, infatti, oltre che un’attrazione turistica, spesso costituiscono il luogo stesso dove si fa ricettività. Pensiamo agli stabilimenti balneari del Salento, che proprio in questi mesi vedono compromessa la loro piena funzionalità per una serie di ordinanze dell’Autorità Marittima, che impedisce l’accesso alle spiagge a ridosso di costoni di falesia interessati da ripetuti dissesti. Parlare di dissesto idrogeologico del territorio senza tener conto anche delle coste vuol dire non rappresentare complessivamente il problema.

 

Mauro Ferrarini. Allora teniamone conto. Ci può tratteggiare in sintesi qual è lo stato del livello di protezione delle nostre coste?

Mario Mega. Negli ultimi decenni, tutto il nostro territorio, coste comprese, è stato interessato da un’azione aggressiva e spesso dissennata di un’attività edilizia che ha messo in primo piano gli aspetti economici piuttosto che quelli della qualità e della sostenibilità. Quando è stato possibile valutare l’andamento della linea di costa nel tempo, si è visto come questa tenda sempre di più a modificarsi, sottraendo metri e metri di spiaggie, per azione non della normale dinamica costiera, ma della mancanza di interventi di protezione, quando non addirittura per effetto della loro errata realizzazione.

 

Mauro Ferrarini. Europa e protezione del territorio … com’è la situazione?

Mario Mega. Per la mia esperienza, non in tutti i Paesi dell’Unione vi è la stessa sensibilità alle tematiche della protezione del territorio. Con le debite eccezioni, mi pare che i Paesi che sono entrati negli ultimi anni, dovendo affrontare soprattutto il problema dello sviluppo, pongano poca attenzione a questi aspetti e siano pronti a sacrificare l’ambiente, pur di aumentare le opportunità di crescita.

 

Mauro Ferrarini. E in Italia …

Mario Mega. In Italia, invece, la sensibilità è molto più alta e, addirittura, spesso si raggiunge l’estremo opposto, con resistenze strenue a qualsiasi modificazione, anche se utile allo sviluppo. Penso che si debba operare con grande equilibrio in questo settore, perché da tecnico mi sento di affermare che esiste quasi sempre una soluzione per garantire la compatibilità ambientale di un intervento: il problema è il costo economico che si deve sopportare e che gli imprenditori tendono a minimizzare.

 

Mauro Ferrarini. In questi giorni non si fa che parlare di Europa e non sempre in termini molto lusinghieri. Esiste un piano europeo condiviso per la protezione del territorio e delle coste, in particolare? Cosa ci può dire in proposito?

Mario Mega. Credo risalga al 1996 il primo programma europeo che mirava a favorire la gestione integrata delle coste. Il problema, come per molte strategie dell’Unione, non è nei programmi e spesso nemmeno nelle risorse, ma nel modo in cui ogni singolo Stato ne dà attuazione. In Italia si è affermato un approccio troppo conservativo, con interventi mirati soprattutto a tutelare, a vincolare, quasi a imbalsamare il territorio. E il risultato non è stato certo dei migliori, se consideriamo che, nonostante l’abusivismo edilizio, ha continuato a svilupparsi e oggi lamentiamo un dissesto idrogeologico diffuso. È un’Europa a diverse velocità, quindi, in cui non si è ancora riusciti a trovare regole di intervento condivise, che assicurino la tutela e, nel contempo consentano la massima fruizione dei territori, specie di quelli costieri. A Bari, ad esempio, ci sono associazioni e comitati che sostengono l’immodificabilità del lungomare cittadino, forse non sapendo che quell’opera duecento anni fa non esisteva e che, al suo posto, c’erano spiaggia e mare. A quel tempo furono scellerati? O bravi e coraggiosi? Oppure è adesso che non sappiamo governare i processi di crescita delle città?

 

Mauro Ferrarini. A settembre, alla Fiera di Ferrara si terrà Coast Expo, il Salone sulla protezione del mare e delle coste. Suggerisca tre buoni motivi per andare a visitarlo.

Mario Mega. Innanzitutto perché è l’unica manifestazione in Italia che affronta questi temi con un taglio di approfondimento tecnico e non di mera fiera mercato. Coast rappresenta una comunità qualificata e di eccellenza che produce dinamicità, conoscenza, concrete occasioni di business per le imprese. Il secondo motivo è che, ogni anno, vengono creati focus, appuntamenti informativi e corsi di formazione su argomenti di grande attualità, che consentono un effettivo aggiornamento a chi partecipa. Infine, perché agli incontri tecnici fa da cornice un panel di aziende e di imprese del settore che presentano i propri prodotti e attività, permettendo di entrare in contatto con i miglior player nazionali ed europei. Aggiungo una quarta motivazione di tipo non tecnico: Coast è l’occasione per visitare Ferrara e le sue bellissime testimonianze architettoniche del Rinascimento italiano.

 

L’intervista integrale all’ing. Mario Mega sarà pubblicata sul numero 3-2014 del tabloid Ingegneri di Maggioli Editore

La conclusione anticipata di questa Legislatura lascia molte questioni sospese (rimandate ancora non si ha certezza di dirlo) in ambito ambientale.
Le macro aree sono facilmente identificabili:
– messa in sicurezza del territorio
– procedure per la semplificazione
– nuova fiscalità ambientale
– corretta gestione dei rifiuti
– uso efficiente delle risorse

 

Due i disegni di Legge che al momento sono in Parlamento e che vedono interrotto il loro iter: il disegno di legge sulle nuove disposizioni di semplificazione amministrativa a favore dei cittadini e delle imprese, e il disegno di legge di modifica al D.Lgs 152/2006 e s.m.i. contenente altre disposizioni in materia ambientale.

 

Molte le semplificazioni contenute in questi due d.d.L. al momento in stand-by.

 

Per la messa in sicurezza del territorio i punti fondamentali sono: la revisione del Patto di stabilità (con l’esclusione dai vincoli degli investimenti pubblici destinati alla protezione del territorio,) e l’approvazione del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici e l’attivazione del Piano di investimenti contro il dissesto idrogeologico.

 

Le semplificazioni riguardano: la normativa integrata di autorizzazione ambientale (VIA, VAS e AIA); le procedure semplificate per le opere di diminuzione del rischio idrogeologico; le procedure semplificate per la gestione delle terre e rocce da scavo per i piccoli cantieri; la normativa di riferimento per le emissioni in atmosfera degli impianti di combustione; la normativa di identificazione dei sottoprodotti.

 

La fiscalità ambientale prevede: la revisione della tassazione energetica con riferimento alla direttiva comunitaria che si sta definendo (carbon tax prevista dal d.d.l. per la delega fiscale); un maggiore ricorso al credito di imposta al fine di attivare la crescita e l’occupazione verde (ad esempio i benefici per gli investimenti in tecnologia verde nelle opere di riconversione industriale dei SIN contaminati); gli incentivi a innovazione per le tecnologie verdi grazie ai fondi delle aste nello schema di emissione dei gas serra.

 

La gestione del ciclo dei rifiuti riguarda: l’emanazione di un regolamento sulle modalità di prestazione della garanzia finanziaria per il trasporto transfrontaliero di rifiuti; il decreto per identificare il produttore di apparecchiature elettriche ed elettroniche presenti sul mercato; la finalizzazione della procedura di approvazione dei decreti fine del rifiuti e combustibile solido secondario per il corretto utilizzo nelle cementerie.

 

L’efficiente utilizzo delle risorse implica: la piena applicazione del d.P.C.M. sulle acque del 20 luglio 2012 al fine di definire un nuovo sistema tariffario in grado di rispondere ai risultati del referendum e rilanciare gli investimenti; l’istituzione delle Autorità distrettuali di bacino; il risanamento delle linee di alta tensione.

 

Queste le questione insolute.

 

Nell’anno di Legislatura con a capo del Ministero dell’ambiente Corrado Clini sono stati molti i risultati portati a compimento: dall’idea di creare un percorso per raggiungere modelli di sviluppo sostenibile economico e sociale, oltre che ambientale, alla spinta alle imprese affinché la leva ambientale diventi uno strumento di innovazione e di sviluppo.

 

Altri passi importanti sono stati fatti in ambito di bonifiche ambientali e risanamento delle aree industriali e delle discariche. In campo energetico sono stati emanati i decreti attuativi sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica (Quinto conto energia per il fotovoltaico), è stata creata una rete di aziende taglia-emissioni che hanno aderito al programma sull’impronta di carbonio del ministero, e una concreta partecipazione alla Conferenza mondiale Onu Rio+20 sullo sviluppo sostenibile. Largo spazio è stato dato alla protezione della natura con programmi dedicati ai parchi e, dopo la sciagura della Costa Concordia, si è intervenuti con operazioni di messa in sicurezza della nave, e la formulazione del decreto “anti-inchini” e i piani di difesa del mare.

 

Si attende ora di vedere se gli sforzi ambientali fatti ad oggi potranno proseguire anche con il cambio ai vertici politici.

 

Articolo di Roberta Lazzari

Fonte Ansa.it

È inarrestabile Corrado Clini. Nella compagine governativa, il Ministro dell’ambiente è stato uno dei più prodighi a rilasciare dichiarazioni importanti su temi in cui è vivace il dibattito e forte l’attenzione sia tra i professionisti tecnici che tra la pubblica opinione. Dopo i recenti interventi sulla proroga della detrazione del 55% per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici (leggi anche Detrazione 55%, Proroga o Misura strutturale?), Clini annuncia un giro di vite sulle sanatorie edilizie e una serie di provvedimenti di aiuti fiscali per interventi che abbiano effetti positivi sul territorio.

 

Il tema della tutela del territorio e della prevenzione del dissesto idrogeologico, argomenti al centro dell’agenda del Ministro, sono strettamente legati al problema dell’abusivismo edilizio. In un intervento pubblico, Clini ha affermato che occorre “affrontare il tema annoso dei condoni edilizi: dobbiamo cercare di eliminare il ricorso ai condoni, perché soprattutto dove questi sanano insediamenti che non avrebbero dovuto essere autorizzati, sono poi una fonte di rischio” (leggi anche Dissesto idrogeologico. Clini: “Quello che è stato fatto in Italia non ha senso”).

 

E sempre Clini, durante un’audizione al Senato, ha detto di “valutare positivamente la richiesta di sottrarre all’autorizzazione paesaggistica interventi di prevenzione del rischio idrogeologico quali l’abbattimento di un brutto edificio o l’innalzamento di argini”.

 

In pratica, laddove gli enti competenti decidessero l’abbattimento di un edificio fatiscente che gravasse sul letto di un corso d’acqua in una zona ad alto rischio di dissesto idrogeologico o ove fossero necessarie opere urgenti di messa in sicurezza del territorio quali rafforzamento degli argini di un fiume si potrebbe valutare l’ipotesi, di buon senso, di esentare dalla autorizzazione paesaggistica interventi che avrebbero la chiara finalità di difendere e rafforzare la tutela del paesaggio, non certo di affievolirla.

 

Infine il Ministro è tornato a parlare della detrazione del 55%, ribadendo la sua volontà di rendere tale incentivo strutturale poiché, ha dichiarato a margine di un convegno sugli incentivi alle rinnovabili: “Il meccanismo del 55% va mantenuto e deve diventare una riforma strutturale perché ha avuto effetti economici positivi. È un incentivo che genera valore aggiunto per l’economia”.

 

Su questo punto la posizione del resto del Governo Monti è meno compatta, come ha testimoniato il Ministro per i rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, che nel question time di ieri alla Camera ha detto di ritenere il mantenimento della detrazione del 55% “costoso in termini di perdita di gettito”, anche se si è affrettato ad aggiungere che “ il Governo valuta positivamente le iniziative per dare stabilità al credito d’imposta del 55% per il miglioramento energetico degli edifici”.

 

Dichiarazioni, quelle del Ministro Clini condivisibili. Ora si attende la prova dei fatti. Staremo a vedere …

 

Quello che non abbiamo ancora fatto a livello europeo è assumere un impegno per la protezione dei territori e per il loro adattamento ai cambiamenti climatici”. Non usa mezzi termini il neo ministro dell’ambiente Corrado Clini, parlando di tutela del territorio e del dissesto idrogeologico che minaccia gran parte del territorio italiano. In una intervista a Radio Anch’Io, Clini ammette che nel passato una parte delle risorse destinate alla protezione del territorio sono state impiegate per completare, invece, interventi di risistemazione delle rete urbane o piuttosto sulle infrastrutture.

 

Tra le prime proposte di Clini vi è l’istituzione di un fondo stabile per la prevenzione del dissesto idrogeologico e la sicurezza del territorio. Le risorse che andrebbero a costituire questo fondo potrebbero essere reperite all’interno delle entrate fiscali.

 

Per reperire risorse destinate alla sicurezza del territorio” ha aggiunto Clini, intervendo mercoledì scorso al termine di un incontro presso la Regione Liguria, “dobbiamo considerare tutte le possibilità, non c’è una soluzione unica. Abbiamo già fatto ricorso, per esempio, all’utilizzo dell’aumento dell’accise sul carburante per ottenere risorse destinate alla protezione del territorio e gestite dalla Protezione Civile”.

 

Sempre a margine dell’incontro, il governatore della Regione Liguria e Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni e Provincie autonome hanno avanzato l’ipotesi che gli interventi di sistemazione del territorio sui comuni a rischio idrogeologico possano non entrare nei patti di stabilità fatti dagli stessi comuni.

 

Il ministro dell’ambiente ha poi sottolineato come sia necessario riscrivere la legge urbanistica, trovare nuovi criteri di riferimento per le autorizzazioni e ripensare le procedure autorizzative (leggi anche Pianificazione e governo del territorio: la rassegnazione dei professionisti).

 

Non si tratta di creare una nuova mappa delle zone a rischio”, conclude Clini, “ma di aggiornare la mappa della vulnerabilità del nostro territorio rispetto ad eventi climatici estremi, avendo presente che la serie storica degli eventi degli ultimi 20 anni suggerisce che si sta passando da un regime climatico ad un altro”.
Insomma per Clini occorre al più presto dotarsi di infrastrutture adeguate: reti fognarie correttamente dimensionate, bacini idrici e interventi sui territori più sensibili.

 

Infine, citando a modello “la competenza e l’organizzazione della Regione Liguria per quanto riguarda la gestione della Protezione Civile” Clini ha detto di stare pensando a una nuova “linea guida per le procedure autorizzative” in materia di urbanizzazione.

 

Bisogna rivedere la legge urbanistica italiana”, ha concluso il ministro dell’ambiente. “In troppi casi quello che è stato fatto in Italia non ha senso. Bisogna essere consapevoli che vi sono state e vi sono in Italia autorizzazioni edilizie che non avrebbero dovuto essere date”. Ci sono voluti troppi morti in tutta Italia per accorgersene.

Novembre 2010: città allagate nel Veneto, un’inondazione che ha interessato più di 500.000 persone e che ha colpito Vicenza e molti altri comuni. Alluvione avvenuta a poche settimane da quella di Genova e della provincia di Savona, quando per giorni la Liguria è rimasta paralizzata con strade, autostrade e linee ferroviarie interrotte.

 

A quasi un anno di distanza lo scenario si ripete, ma questa volta siamo nelle Cinque Terre, a Monterosso, Borghetto, Vara, Vernazza, Aulla. Per non parlare di Genova, capoluogo della Liguria, devastata da un’alluvione drammatica.

 

Il capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli afferma che: “In Italia c’è un problema di mancata prevenzione generale, in un territorio fin troppo antropizzato dove spesso non vengono fatti gli interventi per ridurre i rischi”.

 

Le cause di questi scenari disastrosi sono numerose: l’intensità delle piogge, i piani urbanistici non studiati adeguatamente, la mancata prevenzione del dissesto idrogeologico. Tuttavia esiste una ragione ben precisa: l’aumento smisurato dell’intensità delle precipitazioni è uno degli effetti più marcati del cambiamento climatico in atto.

 

È così che si hanno meno giorni di pioggia, ma con fenomeni molto più intensi.
Se i fenomeni più intensi li stiamo vivendo direttamente in questi giorni, non dobbiamo pensare che non sia vero che quantitativamente parlando, i giorni di pioggia sono drasticamente diminuiti. Lo conferma anche uno studio, pubblicato dal Journal of Climate, dell’Agenzia Usa per lo studio degli Oceani e l’Atmosfera (Nooa), secondo cui le precipitazioni (pioggia e neve) invernali nel Mediterraneo sono crollate ormai da 20 anni.

 

Sono stati esaminati i dati dal 1902 allo scorso anno. Si nota subito che dei 12 inverni più secchi dell’ultimo secolo ben 10 sono stati registrati a partire nell’ultimo ventennio. Grazie a diverse simulazioni i ricercatori sono pervenuti alla conclusione (amara) che i gas serra emessi artificialmente, ovvero prodotti dall’uomo, sono i maggiori responsabili. Sicuramente una piccola componete è dovuta anche alla variabilità naturale, ma lo stress idrico cui è sottoposto la regione mediterranea è troppo grave e difficilmente potrà essere superato solo grazie alla natura. Il fenomeno e’ preoccupante anche perché una percentuale tra il 60 e l’80% dell’acqua potabile viene usata per irrigare i campi.

 

Quando si parla di desertificazione, istintivamente si pensa ad Africa o Asia, tuttavia, anche in Italia si sta già assistendo a fenomeni di desertificazione.
Un’analisi pubblicata di recente dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) mette in evidenza come i fenomeni di vulnerabilità del suolo non si limitano alle cinque regioni ben note: Sicilia, Puglia, Calabria, Basilicata e Sardegna, ma anche ad altre non così intuitive come Piemonte, Liguria, Toscana e Abruzzo.

 

Il periodo analizzato è il decennio 1990-2000. Emerge chiaramente che circa il 70% della superficie della Sicilia ha un grado medio-alto di vulnerabilità ambientale, ma anche Molise (58%), Puglia (57%) e Basilicata (55%) sono zone fortemente a rischio.

 

Occorre precisare che la desertificazione è il risultato di una combinazioni di caratteristiche naturali intrinseche del terreno, con le attività dell’uomo, che di solito sono propense ad uno sfruttamento eccessivo del suolo. Se a questi si somma l’impatto dei cambiamenti climatici, che implica una diminuzione di apporto di acqua, una modifica delle temperature e della frequenza degli eventi estremi (ad esempio piogge dilavanti molto forti), si ha una vera e propria distruzione dello strato superficiale fertile dei suoli e un loro conseguente inaridimento.

 

Scontata è la direzione da seguire: se i cambiamenti naturali non si possono bloccare, si può ridurre l’apporto del contributo umano alla “disidratazione” dei terreni e ai cambiamenti climatici in genere.

 

Articolo di Roberta Lazzari

 

Fonte Ansa