(di Roberta Lazzari)  Una nuova strategia per sensibilizzare i più giovani verso i problemi del riscaldamento globale viene dall’ultima conferenza sul clima COP22, tenutasi a settembre di quest’anno a Marrakech. Nuova, controcorrente e volutamente provocatoria. Infatti si tratta dell’app Carbon Warfare (per Android e iOS) sviluppata dalla software house Gamesource Studio, divisione di Virtuos, con cui giocare a inquinare, avendo accortezza nello scegliere tutti i comportamenti peggiori che possono portare ad un rapido degrado del mondo in cui viviamo.

Supponendo che il concetto di riscaldamento globale sia un’invenzione creata per ostacolare la produzione dei Paesi occidentali e competitivi, ed ammettendo che eventualmente la sua esistenza sia dovuta a cause naturali, non resta che pregare e pertanto possiamo ritenerci liberi di agire come meglio (o peggio) crediamo.

Vince chi inquina di più fino alla distruzione del globo, con effetti e fenomeni a catena causati dal riscaldamento globale e dai cambiamenti del clima. In particolare il gioco sviluppa diverse proiezioni su cosa accadrebbe se la temperatura media si alzasse da 15 a 21 gradi.

Gli sviluppatori dell’app si sono basati su modelli scientifici reali, utilizzati dai climatologi ed esperti in ricerca.

Il giocatore viene istigato ad inquinare implementando l’utilizzo di combustibili fossili, dando il via quindi ai meccanismi del riscaldamento globale e valutandone gli effetti e i disastri naturali (incendi, tempeste di sabbia, alluvioni) che si verificheranno procedendo nella simulazione.

Dovranno essere gestite tre variabili:

in sei scenari possibili, si potranno scegliere diverse attività inquinanti, adattando la strategia alle caratteristiche dei diversi continenti, prima che la popolazione si renda conto di quanto sta accadendo e cerchi alla fine di trovare una soluzione contro le emissioni.

Un progetto che si spera porti a sensibilizzare maggiormente le nuove leve di domani anziché fornire nuovi spunti su come rovinare la terra.

Un nuovo pianeta nel sistema solare: è la scoperta effettuata da alcuni astronomi del California Institute of Technology (Caltech). Si tratta di un enorme pianeta ghiacciato che si nasconde in un recondito angolo del nostro sistema solare, al di là dell’orbita di Plutone: è stato battezzato “Pianeta Nove” (un nome che, curiosamente, rimanda ad un assonanza con una certa cinematografia degli anni ’50, ci riferiamo a Plan Nine from Outer Space di Edward D. Wood Jr).

La ricerca, pubblicata dalla rivista Astronomical Journal ed effettuata da Michael Brown e Konstantin Batygin, descrive la massa del pianeta come dieci volte superiore a quella della Terra. Il pianeta non è stato osservato direttamente: la sua esistenza è stata dedotta grazie al moto di alcuni pianeti nani di recente scoperta e altri piccoli corpi nel sistema solare esterno. L’orbita di questi piccoli corpi sembra essere influenzata dalla gravità di un pianeta nascosto, quello che viene definito “enorme corpo perturbatore”: secondo gli astronomi potrebbe essere stato scagliato nelle profondità dello Spazio dalla forza gravitazionale di Giove o Saturno molto tempo fa.

Qualora l’esistenza del pianeta dovesse essere confermata si tratterebbe del nuovo “nono pianeta” intorno al Sole prendendo il posto del declassato Plutone. Tuttavia è necessario attendere per la certezza definitiva: mercoledì scorso, il direttore di scienze planetarie della NASA Jim Green ha affermato che potrebbero esserci altre spiegazioni per il moto osservato nei piccoli corpi nel sistema solare esterno, citando la famosa massima di Carl Sagan, secondo cui “un’affermazione straordinaria richiede prove straordinarie”. “La regola di Sagan è valida. Se esiste, vi sfido: trovatelo. Qualcuno là fuori dovrà trovarlo”, ha detto Green, aggiungendo però di essere personalmente entusiasta per la nuova ricerca: “In che epoca viviamo! Stiamo scoprendo cose nuove sul nostro sistema solare, che fino a pochi anni fa non avremmo creduto possibili”.

Gli astronomi ricordano che anche del pianeta Nettuno si scoprirono prima le tracce, ovverosia gli effetti sull’orbita di Urano: solo successivamente si procedette alla ricerca oculare mediante telescopio. Telescopi in almeno due continenti stanno cercando il pianeta, che è in media venti volte più lontano da noi rispetto all’ottavo pianeta, Nettuno. Non resta che attendere.

SCRAPout#2 ReFuture è l’expo dell’Upcycling a Padova dove vengono esposti e presentati i progetti per fare arte rispettando l’ambiente. Dal 21 novembre al 12 dicembre 2014 sarà possibile ammirare le opere di giovani artisti presso l’ex Macello. Il fine ultimo è trovare il modo per costruire un futuro ecosostenibile e per fare ciò trovare e sviluppare delle strategie personali e sociali al fine di ottimizzare i nostri consumi.

ReFuture è un percorso rivolto al futuro che vogliamo, mantenendo come focus l’applicazione del pensiero creativo e delle tecniche artigianali alla produzione di beni utili.

ReFuture ha come obiettivo affermare il bisogno di valorizzare le qualità del presente.

Beni utili sono l’arredamento e infatti molte sono le proposte di complementi d’arredo ottenuti dal riutilizzo dei materiali.

ReFuture ha una Struttura a Matrioska: vi sarà un’esposizione fissa di 8 artisti, 3 work in progress, un movimento scandito da 4 step e un video documentario. Inoltre nel centro storico della città verrà proiettato l’expo in corso.

L’expo, come detto, durerà tre settimane e verranno esposte le opere selezionate quest’estate. Saranno presenti inoltre tre artisti-designer artefici di uno spazio arredato, parte integrante del laboratorio culturale.

Nel workshop vi sarà un percorso, promosso da La Mente Comune e l’Ufficio Informambiente del Comune di Padova, per avvicinare i giovani degli istituti tecnico-professionali ed artistici alle tecniche artigianali e diffonderle. Sarà dato loro uno spazio all’interno dell’expo, un eco-bar, per poter allestire quanto realizzato.

In questo modo i giovani vengono introdotti al concetto di riuso, motivandoli e dando loro la possibilità di esporre con dei designer del settore.

Inoltre il messaggio rivolto a tutta la cittadinanza, anche quella non artistica, è quello di sviluppare uno stile di vita sostenibile.
Il video documentario riguarda l’Upcycling in Italia. ReFuture vuole essere si luogo d’incontro presente, ma anche continuo. Una raccolta di documenti e informazioni che possono essere utilizzate anche a progetto concluso. Il video rappresenterà il lavoro degli artisti espositori nei loro laboratori-botteghe, attraversando tutta l’Italia.

L’Expo ScrapOut#2 ReFuture è paragonabile ad una scatola cinese: un insieme di idee e di lavori ognuno dei quali contiene ed è contenuto senza nascondere la bellezza, la funzione e l’importanza dell’altro. Un laboratorio nella fabbrica, un gioco continuo che può essere smontato, spostato quindi utilizzato con finalità specifiche, analizzato o studiato.
I confini del gioco sono la “Madre” (il progetto ReFuture e l’associazione La Mente Comune che hanno reso possibile questo ambizioso lavoro) e l’ultima bambola il “Seme” che non si può aprire. Essa rappresenta la mostra cristallizzata nello spazio espositivo Biosfera nel ghetto di Padova.

Articolo di Roberta Lazzari

Fonti:
www.corrieredelveneto.corriere.it – Reciclaggio e design, un’eco-mostra
www.lamentecomune.it

Quale soluzione può essere più ecologica di raccogliere i rifiuti differenziati con dei mezzi di trasporto a zero emissioni? Le biciclette ad esempio!

 

Un’idea semplice e banale, tuttavia da nessuna parte sviluppata se non in Nigeria. A Lagos, capitale del Paese, si stima una popolazione di circa 18 milioni di persone, in continua crescita. L’organizzazione comunale riesce a fronteggiare solo il 40% della raccolta di rifiuti e il 13 % dei materiali riciclabili sono raccolti nelle discariche.

 

La parte della popolazione che vive nelle baraccopoli è costretta a condizioni di degrado, la spazzatura non viene raccolta sistematicamente e le malattie prolificano, per non parlare dello stress che questa situazione comporta a chi deve sostenerla.

 

È così che è nata una vera e propria flotta di biciclette, la Wecyclers, dotate di un particolare carrello da carico, che si occupa della raccolta dei rifiuti riciclabili della città, quali bottiglie di plastica, sacchetti e lattine.

 

Tale raccolta riguarda soprattutto le aree dove vivono le famiglie a basso reddito, ovvero quelle più densamente popolate.

 

L’incentivo per differenziare è una raccolta punti: ogni chilogrammo di rifiuti buttato in modo eco-cosciente si guadagnano punti e i premi vanno dai minuti di telefonate gratuiti ai prodotti alimentari, ai prodotti per la casa.

 

Questa iniziativa ha ricevuto il premio Best Sustanainability Solution dell’evento organizzato da Sustainia, che ha lo scopo di premiare le soluzioni di sostenibilità con un notevole potenziale per aiutare a costruire un futuro migliore: una vita più ricca, più sana e più sostenibile.

 

Sustainia è una piattaforma di innovazione in cui Aziende, Organizzazioni Non Governative, Fondazioni si trovano per sostenere e lavorare con un approccio concreto alla sostenibilità, puntando su soluzioni prontamente disponibili, per far crescere mercati e settori di prodotti e servizi sostenibili.

 

In particolare Sustainia individua soluzioni innovative e sostenibili da tutto il mondo, promuove conferenze e presentazioni per il futuro sostenibile, pubblica guide pratiche sostenibili applicabili nelle città e per una vasta gamma di settori, organizza workshop sulla vita sostenibile e tendenze fondamentali nel campo della sostenibilità. In questo modo permette di creare alleanze di settore e sviluppare la rete tra imprese, ricercatori, organizzazioni e la società civile per lavorare nella stessa direzione.

 

Sustainia cerca di dare una visione di ciò che un futuro sostenibile potrebbe essere.

 

Articolo di Roberta Lazzari

 

Fonti:

www.ansa.it – In Africa il riciclo si muove sulla bicicletta – Programma “Wecyclers” premiato al Sustainia Award – 12 novembre 2014

http://wecyclers.com

http://www.sustainia.me

Se siete interessati a prendere casa a Londra e avete 800 milioni di euro (al cambio inglese circa 650 milioni di sterline), allora potreste essere tentati di candidarvi per l’acquisto di Gherkin, il Cetriolo, la torre progettata dall’archistar Norman Foster e simbolo della City londinese.

 

A causa di difficoltà finanziarie della proprietà originaria, che non è stata in grado di garantire i prestiti a lei concessi a causa delle fluttuazioni sul mercato delle valute tra sterlina e franco svizzero, l’edificio che svetta sullo skyline della capitale britannica è stato posto in amministrazione controllata e posto in vendita, per l’appunto a 650 milioni di sterline.

 

La torre Gherkin, soprannominata cetriolo per la sua forma caratteristica, è subito diventata l’oggetto del desiderio di decine di società immobiliari. I potenziali acquirenti, infatti, non mancano. Si parla di circa 200 soggetti da tutto il mondo interessati a diventare i nuovi padroni di casa della Gherkin Tower.

 

Secondo le agenzie riportate dall’Ansa, il 75% dei candidati all’acquisto sono extra europei, con una forte preponderanza degli asiatici, seguiti da soggetti con sede nel continente nordamericano e in Medio Oriente.

 

Il cantiere per la costruzione del Gherkin (cetriolo) venne aperto nel 2001, e la struttura fu completata e inaugurata nell’aprile del 2004. Il design particolare, progettato per diminuire l’influenza sulla struttura da parte del vento, fece guadagnare nel 2004 alla Foster and Partners il prestigioso RIBA Stirling Prize istituito dal Royal Institute of British Architects.

 

La Gherkin Tower, alta 180 metri e con 41 piani adibiti a uffici e sedi di società, sorge nel punto dove sorgeva il Baltic Exchange, un edificio irrimediabilmente danneggiato dallo scoppio di un ordigno esplosivo collocato dai terroristi dell’IRA agli inizi degli anni novanta.

 

Sempre secondo l’Ansa, a gestire la vendita del grattacielo ci sono i colossi del settore immobiliare Savills e Deloitte Real Estate, che manderanno i loro agenti in un tour mondiale di 10 giorni per discutere coi maggiori potenziali acquirenti. Il vaglio delle offerte e la decisione finale è attesa per il prossimo mese di settembre.

I tre grattacieli del complesso residenziale Onalti Dokuz, che sorgono nel quartiere di Zeytinburnu della Città di Istanbul potrebbero passare alla storia come i primi edifici “decapitati” per tutelare il paesaggio storico della città sul Bosforo.

 

I livelli più alti delle tre torri di 37, 32 e 27 piani dovranno, infatti, essere abbattuti, poiché la loro presenza deturperebbe lo skyline dietro ai monumenti storici di Istanbul: la Moschea Blu, i tetti di Topkapi e le cupole di Santa Sofia.

 

A prendere questa decisione è stato un giudice della quarta corte amministrativa della città che ha intimato all’amministrazione di demolire i piani più alti dei grattacieli entro 30 giorni. Lo riferisce la stampa turca, la cui notizia è stata poi ripresa dall’Agenzia Ansa.

 

Il complesso residenziale Onalti Dokuz si sviluppa su una superficie di 25.000 metri quadrati e intende fornire ai futuri residenti “servizi 24 ore su 24”: da impianti sportivi a scuole ed asili, senza contare gli immancabili centri commerciali, tutti immersi in un parco che si affaccia sul mar di Marmara, il mare interno che separa il mar Nero (Bosforo) dal Mar Egeo.

 

“Secondo il quotidiano Radical”, si legge sul sito dell’Ansa Real Estate, “il permesso di costruire le tre torri, nonostante la loro altezza fosse in contrasto con le norme di protezione del paesaggio storico della città, era stato concesso con decisione unanime della giunta comunale di Istanbul”. I costruttori e i loro avvocati hanno ora 30 giorni di tempo per portare le proprie posizioni davanti alla Corte prima dell’abbattimento.

 

Credit immagine di apertura Istanbul-Turkey 1-5-07-2012 081 by drs.sarajevo, on Flickr

Trattare le acque reflue, prima della loro immissione nel corpo recettore, significa far compiere loro un passaggio per ciascuno dei seguenti macro-processi:

1. rimozione dei solidi e degli oli;

2. filtrazione dell’acqua;

3. miglioramento della qualità dell’acqua con rimozione di eventuali contaminanti finali come fertilizzanti o prodotti farmaceutici.

 

La terza fase prevede un processo di fotocatalisi.

 

La fotocatalisi è un processo catalitico applicato a reazioni fotochimiche, effettuato per mezzo di un catalizzatore che si attiva quando è irradiato con una luce di opportuna lunghezza d’onda. I classici fotocatalizzatori sono composti metallici quali biossido di titanio, il più attivo e più utilizzato, ossido di zinco, ossido di cadmio ecc.

 

In generale un fotocatalizzatore tipico è un semiconduttore che modifica la struttura dei suoi orbitali molecolari con elettroni, definiti fotoelettroni. Questi trasportatori di carica hanno vita breve, di solito tendono a ricombinarsi e a ritornare nella loro configurazione originale.

 

La fotocatalisi viene impiegata nei trattamenti di depurazione dell’aria e delle acque, nella disinfezione e, in medicina, per combattere alcuni tipi di cellule tumorali. Non solo, il processo fotocatalitico in campo industriale viene utilizzato per la produzione di vetri autopulenti, sfruttando la superidrofilia dei semiconduttori irradiati. Rivestimenti in biossido di titanio sono in grado di garantire la distruzione dello sporco per ossidazione del materiale organico tramite i radicali dell’ossigeno prodotti, sotto una luce di lunghezza d’onda opportuna.

 

L’efficienza fotocatalica dipende da diversi parametri, quali il numero e stabilità temporale dei portatori di carica fotogenerati, l’equilibrio di absorbimento/deabsorbimento e il tipo di reazione considerata.

 

Il biossido di titanio non è sicuramente un catalizzatore economico. Ecco perché la ricerca del dott. Darrell Patterson, del dipartimento di Ingegneria Chimica dell’Università di Bath in Inghilterra, è stata volta nell’individuazione di un materiale alternativo più economico e più rispettoso dell’ambiente. In particolare la ricerca ha individuato un rifiuto dell’industria del pesce come “candidato ideale”: i gusci dei molluschi.


Le conchiglie sono una ricca fonte di calcio che può essere utilizzata per produrre ossido di calcio, materiale impiegato in diverse tecnologie ambientali – ha spiegato Darrell Patterson, autore principale dello studio – Tra queste per esempio sono un efficiente fotocatalizzatore alternativo per il trattamento delle acque reflue.

Lo studio condotto ha utilizzato i gusci di cozze, ma altri tipi di conchiglie potrebbero essere utilizzati, per permettere l’impiego di questo metodo in qualsiasi parte del mondo.

 

Insomma, le cozze stanno diventando eco-friendly al 100%: da vive filtrano attraverso le loro branchie una gran quantità di acqua trattenendone particelle e microorganismi in essa sospesi, motivo per cui si raccomanda di non mangiarle crude (alcune stime riportano che una singola cozza sia in grado di depurare 4 litri di acqua inquinata all’ora), da cotte soddisfano il nostro palato e dai loro gusci si depura l’acqua reflua che produciamo!

 

Di Roberta Lazzari

 

Fonti

http://www.ansa.it – 14 ottobre 2013

http://www.treehugger.com – 14 ottobre 2013

www.wikipedia.it

Vi ricordate il film di Renato Pozzetto Il ragazzo di campagna? In particolare il suo piccolissimo appartamento di Milano, dove tutto era a comparsa? Forse si sarà ispirato a questo concept Graham Hill per il suo pied-à-terre newyorkese: 8 stanze in 37 metri quadrati! Soggiorno, sala da pranzo, sala TV, due camere da letto, studio, cucina e bagno (guarda la gallery su wired.com).

 

Graham Hill è uno dei fondatori di Treehuger, un sito web che si occupa di ecologia di portata internazionale: design ecosostenibile e lusso a impatto zero.

 

Potrebbe sembrare un semplice monolocale ma, grazie a setti componibili e attrezzati che slittano su appositi binari, si possono creare tutti gli spazi indispensabili a svolgere le attività quotidiane in condizioni di assoluto comfort.

 

Le stanze che di volta in volta si vengono a formare sono in grado di ospitare un tavolo da pranzo per 10 persone, un soggiorno in cui apprezzare un film su un televisore da 70 pollici, una camera matrimoniale, uno studio, una camera per gli ospiti, un bagno. Come?

 

Grazie ad avanzate tecnologie di binari e cerniere una libreria può diventare un letto a due piazze. Lo spazio è sfruttato al millimetro e sotto i cuscini del divano si trova un ampio contenitore per la biancheria della casa. Il tavolo è telescopico e le sedie impilabili e riponibili nell’anta di un armadio.

 

La camera degli ospiti viene letteralmente creata spostando una parete. La zona studio è “contenuta” in un cassetto; da questo esce una scrivania su cui poggiare la tastiera del pc e lo schermo fissato sulla parete dell’armadio può essere ruotato.

 

La cucina ovviamente è hi-tech completa di piastre ad induzione, lavastoviglie, microonde e frigorifero. Ma è anche eco-friendly grazie alla compostiera per i rifiuti, collocata all’interno di un mobile.

 

Il bagno poi si trasforma in un pensatoio, visto che grazie ad un piano ribaltabile si separa completamente dal resto del loft e garantisce una certa privacy sia per i bisogni che per telefonate private. La porta è dotata di isolante acustico e vi è una divisione tra zona doccia e zona water.

Parlando di costi si arriva a cifre a cinque zeri, progetto incluso.

 

Ma il messaggio che vuole passare è che risparmiare suolo e spazio e avere una casa in centro è possibile. Nel film si accentuavano le differenze tra vita contadina e vita cittadina (il film si ispirava a una novella di Esopo “Il topo di campagna e il topo di città”), tuttavia ai giorni nostri quel mini appartamento potrebbe essere visto come un’ottima soluzione allo sfrenato avanzare della cementificazione.

 

La filosofia di Graham è ottenere il massimo da uno spazio minimo, senza costruire ex novo, ma rivalutando quello che c’è già. In questo caso i vantaggi della ristrutturazione dell’esistente sono stati portati all’estremo, ma è ovvio che il concetto di Graham si può adattare anche a unità abitative più grandi, senza privarci di altre aree naturali che la nostra Terra ci ha donato.

 

Articolo di Roberta Lazzari

 

Fonti:
http://www.focus.it

http://www.architetturaecosostenibile.it

Più che ecosostenibile si potrebbe dire che è ecokiller, una specie di Cyclops in cristallo e cemento. Stiamo parlando del mega grattacielo da 160 metri che l’architetto uruguaiano Rafael Vinoly ha progettato per la City londinese e attualmente in costruzione.

 

L’avevano soprannominato “Walkie Talkie” per via della rassomiglianza con le radioline, ma dopo le ultime vicende che hanno causato, nell’ordine, lo scioglimento di un’automobile, il collasso dell’asfalto e un principio di incendio in un locale, i londinesi lo hanno subito ribattezzato “Walkie Scorchie” (Walkie Ustioni) … ma cosa combina di così terribile la creatura di Vinoly?

 

Le vetrate di cristallo dell’edificio concentrano la luce del sole e, in determinate ore del giorno, si produce un raggio così potente (Effetto Lente) da riuscire a sciogliere plastica, asfalto e vernici. L’effetto non è costante ma si verifica solo in un periodo limitato dell’anno di circa 2-3 settimane, nondimeno, si tratta di un bel problema per la società immobiliare che costruisce il grattacielo.

 

Il primo a fare le spese con il “Raggio della Morte” di Walkie Talkie è stato un businessman che tornando a riprendere la sua Jaguar parcheggiata nei pressi ha avuto la brutta sorpresa di vedere che il cruscotto interno e la parte plastica degli specchietti retrovisori si erano completamente sciolti o deformati.

 

E che non ci fossero dubbi sul “responsabile” dello scempio, è stato confermato dal pronto rimborso dei danni da parte del costruttore allo sfortunato automobilista (circa un migliaio di euro). Dal giorno dopo, gli stalli minacciati dall’Effetto Lente del grattacielo sono stati transennati dalla municipalità londinese.

 

Altri danni causati sono stati il collasso di una porzione dell’asfalto e un principio di incendio in un locale di fronte all’edificio dove il titolare, avvertito dai clienti, ha evitato che la moquette prendesse fuoco!

 

La soluzione? In attesa di sapere cosa ne pensano i nostri “Cacciatori di Guasti”, l’ing. Fulvio Re Cecconi e l’ing. Enrico De Angelis (consulta la rubrica Guasti in Edilizia su Ingegneri.cc), per ora gli ingegneri hanno pensato di installare sulle vetrate delle schermature opache … ma a questo punto verrebbe meno l’effetto spettacolare (forse “troppo” spettacolare) vagheggiato dall’archistar uruguaiana.

 

… e intanto i londinesi cuociono le uova senza consumare gas (guarda il video di Sky News HD inglese).

 

Di Mauro Ferrarini

Un importante risultato dei fisici Unicam Andrea Perali e David Neilson è stato pubblicato di recente dalla prestigiosa rivista scientifica Physical Review Letters.  L’Editor della rivista ha selezionato il loro lavoro come il migliore del numero e lo ha segnalato ai lettori per l’interesse trasversale.  

 

I due docenti, in collaborazione con Alex Hamilton dell’Università di New South Wales in Australia, hanno predetto l’esistenza di superfluidità ad alta temperatura in un dispositivo a base di grafene, un nuovo materiale nano elettronico di grande ed attuale interesse per la ricerca e la tecnologia (sullo sviluppo delle nanotecnologie leggi anche Nanofili, pelle elettronica flessibile ed esperienza elettrotattile).

 

E a proposito di Grafene leggi cosa abbiamo scritto tempo fa sull’argomento: Grafene per il fotovoltaico. All’Enea si studia questa opzione.

 

“La collaborazione internazionale con il gruppo sperimentale di Alex Hamilton in Australia  – hanno dichiarato Andrea Perali e David Neilson – ci ha permesso di progettare un dispositivo superfluido di grafene, un materiale innovativo di grande interesse per la ricerca e la tecnologia, come dimostrato anche dal recente finanziamento di 1 miliardo di Euro dell’Unione europea per lo sviluppo di tecnologie a base di grafene che rientra nelle due sole priorità Flagship del programma Horizon 2020.  La collaborazione – proseguono i due docenti – ha permesso di progettare un dispositivo quantistico ad alta efficienza realizzabile con le tecnologie di sintesi già esistenti nei più avanzati laboratori di nano materiali”.

 

Per il progetto del dispositivo superfluido è stato depositato un brevetto dai tre ricercatori. Sono inoltre in corso contatti con il gruppo sperimentale di Manchester in Inghilterra che ha scoperto il grafene e ricevuto per questa scoperta il Nobel per la fisica nel 2010. Tale gruppo ha recentemente comunicato ai nostri ricercatori che ha deciso di realizzare sperimentalmente i dispositivi proposti dai ricercatori stessi entro l’autunno.

 

“Siamo felici che i risultati delle nostre ricerche abbiano suscitato molto interesse.   Abbiamo ricevuto numerosi inviti per la presentazione dell’idea progettuale nel corso di congressi internazionali e presso importanti centri di ricerca – proseguono i docenti Unicam Andrea Perali e David Neilson – e, per il 2014, abbiamo in programma l’organizzazione di una conferenza a Camerino sulle tematiche delle nostre ricerche”.

 

Nella foto Neilson, Perali e Hamilton