La nomina dell’esperto si rende necessaria quando gli oggetti in contesa non hanno la possibilità di trovare accertamento diretto attraverso gli elementi ricavabili dagli atti di causa o mediante i mezzi istruttori esperibili direttamente dal giudice istruttore.

La nomina e l’attività del consulente tecnico d’ufficio CTU non rientrano nella disponibilità delle parti ma sono rimesse alla discrezionalità del giudice.

Il giudice opera la scelta dell’ausiliario normalmente attraverso l’albo dei consulenti tecnici conservato presso ogni tribunale, pure se il suo potere discrezionale è tale da consentirgli l’individuazione del soggetto anche tra quelli non iscritti negli albi di quel tribunale o addirittura in alcun albo. In tali fattispecie è da negarsi la possibilità che possano sussistere ipotesi di nullità della consulenza, prevalendo il riconoscimento della facoltà discrezionale del magistrato nello scegliere il consulente più adatto e competente nella particolare materia.

Vi è tuttavia da precisare che in tali casi la scelta deve essere accompagnata dalla richiesta di parere al presidente del tribunale con relativa motivazione della scelta, ancorché l’assenza di detto parere non invalida la nomina.

Astensione e ricusazione del consulente tecnico d’ufficio CTU

Giacché il consulente iscritto all’albo dei consulenti non può rifiutarsi di accettare l’incarico, vi sono condizioni dove egli deve astenersi dall’assumere il mandato giurisdizionale.

L’art. 51 c.p.c. prevede, per l’istituto dell’astensione del consulente (e della ricusazione), gli stessi presupposti prescritti per il giudice; l’equiparazione scelta dal legislatore evidenzia la precipua volontà di equiparare la terzietà e l’imparzialità del giudicante a quelle del consulente.

Le ragioni per le quali il giudice ed il consulente tecnico debbono astenersi risiedono in ipotesi tassativamente previste essendo l’elencazione specifica, in modo da individuarle tutte con certezza e di graduarle secondo la gravità. Si prevede infatti la c.d. astensione obbligatoria, intendendosi una sorta di incapacità soggettiva del soggetto, ovvero un obbligo di rinunciare ad esercitare le sue funzioni per motivi personali o per uffici o funzioni precedentemente svolti per i primi cinque commi lasciando invece ad una clausola aperta l’ipotesi della astensione facoltativa, determinata da ragioni di opportunità previste dall’ultimo comma.

Il consulente tecnico può essere soggetto a ricusazione per i medesimi motivi per i quali avrebbe dovuto astenersi; l’atto di ricusazione deve essere proposto a cura della parte istante mediante una istanza specifica e circostanziata, che evidenzi la pretesa condizione di incompatibilità del consulente verso quella data vertenza giudiziaria e quegli agenti (attori ovvero convenuti ovvero terzi chiamati) almeno tre giorni prima della udienza fissata per il giuramento e per l’affidamento dell’incarico al consulente.

Sulla istanza, mediante apposita ordinanza, rileva il giudice che ha provveduto alla nomina del consulente. La parte che non ha presentato l’istanza di ricusazione non può più contestare i risultati dell’attività di consulenza in ordine all’esistenza di ipotesi di ricusabilità di quel consulente restando peraltro pienamente valide le risultanze peritali.

Potrebbe interessarti: Collaudatore e progettista collasso. Sono entrambi responsabili?

Ruolo di pubblico ufficiale

Una particolare attenzione da parte dell’ausiliario è da porsi alle funzioni di pubblico ufficiale che vengono riconosciute al consulente tecnico di ufficio. Invero, agli effetti della legge penale il consulente tecnico di ufficio riveste la qualifica di pubblico ufficiale, poiché esercita una delle funzioni di cui all’art. 357 c.p. e precisamente una pubblica funzione giudiziaria.

Si tratta, infatti, di persona che esercita temporaneamente, obbligatoriamente e non gratuitamente, una funzione giudiziaria come ausiliario del giudice, la cui disciplina istituzionale è compresa nel Titolo I del Libro I del codice di procedura civile intitolato Degli organi giudiziari.

Tale riconoscimento obbliga il consulente tecnico d’ufficio CTU a segnalare all’autorità giudiziaria competente eventuali ipotesi di reato perseguibili d’ufficio di cui hanno avuto notizia nell’esercizio delle proprie funzioni pena la possibile commissione del reato di omessa denuncia di cui all’art. 361 c.p. Ciò poiché lo scopo è quello della necessaria tutela dell’interesse della giustizia che rende, in capo al pubblico ufficiale, lo specifico obbligo di prestare la collaborazione con il magistrato rendendo a questi la notitia criminis.

La norma è volta a tutelare il corretto funzionamento della giustizia, nello specifico garantendo che la notizia di reato giunga a conoscenza dell’organo competente all’esercizio dell’azione penale.

Non perderti: Competenze strutture cemento armato? No ai geometri, si ingegneri ed architetti

Attività del consulente tecnico d’ufficio CTU

Il consulente tecnico d’ufficio CTU, in sostanza, esplica la propria attività attraverso diverse fasi che possono identificarsi in:

Il lavoro del consulente non è da considerarsi un mezzo di prova tout court, ma costituisce un mezzo di controllo della prova affidato a un soggetto esperto, dotato di particolare competenza in materia.

Ogni valutazione della relazione peritale è riservata al giudice istruttore nella sua esclusiva qualità di “iudex peritus peritorum”, ovvero di “giudice perito dei periti”, non vincolato ai risultati cui perviene il consulente; quando ritenga che questi siano condivisibili, convincenti e sufficientemente motivati, non è tenuto a dedurne specificatamente le ragioni nella sentenza, potendosi limitare, nel complesso delle motivazioni contenute nel provvedimento, al semplice richiamo delle conclusioni della consulenza tecnica.

Il testo è di Paolo Frediani.

Continua a leggere dal volume:

Prontuario del CTU

Prontuario del CTU

Paolo Frediani, 2019, Maggioli Editore
Le funzioni di consulente tecnico di ufficio hanno con il tempo assunto sempre più rilevanza e centralità nel processo, in contrasto al fatto che non se ne sia mai curata una qualificazione ed una specializzazione. Cosicché, complice anche la crisi economica che ha...

24.00 € 21.60 € Acquista

su www.maggiolieditore.it

 

La liquidazione del compenso di un CTU relativo ad una prestazione professionale resa dal medesimo nel contesto giudiziario avviene mediante l’emissione, da parte del Magistrato, di un decreto di liquidazione (costituente un titolo esecutivo) conseguente ad un’istanza di liquidazione dello stesso compenso effettuata dal consulente tecnico di ufficio o dal perito d’ufficio in riferimento alla così detta “Tariffa Giudiziaria” (d.P.R. n. 115/2002, d.m. 30 maggio 2002, d.l. n. 83/2015).

I compensi del CTU sono i c.d. onorari e possono essere fissi o variabili. Mentre l’onorario fisso è riferito ad attività di norma estranee alla competenza degli ingegneri; l’onorario variabile è molto più importante.

SCARICA IL TESTO DEL DECRETO 30 MAGGIO 2002 Adeguamento dei compensi spettanti ai periti, consulenti tecnici, interpreti e traduttori per le operazioni eseguite su disposizione dell’autorità giudiziaria in materia civile e penale.

Scopo di questo articolo, tratto dalle considerazioni sui compensi del CTU elaborate a fine 2015 dal Gruppo di Lavoro di Ingegneria forense del Consiglio nazionale degli Ingegneri è quello di fornire utili indicazioni sulle 3 tipologie di onorari che gli ingegneri consulenti tecnici di ufficio possono presentare per la liquidazione dei propri compensi professionali.

Scarica la versione integrale del documento CONSIDERAZIONI SULLA NORMATIVA VIGENTE IN TEMA DI ONORARI, INDENNITÀ E SPESE DEI PERITI E DEI CTU IN AMBITO PENALE E CIVILE (a cura del GL Ingegneria Forense – CNI)

0

Onorari variabili (minimo e massimo)

Per quanto riguarda la competenza degli ingegneri, gli onorari variabili da un minimo a un massimo riguardano le attività di cui agli articoli 7, 12, 16, 18 e 19 dell’allegato al decreto 30 maggio 2002. Prima di approfondire l’argomento, vale la pena ricordare che i parametri a cui fare riferimento per la determinazione dei compensi del CTU in base a questo tipo di onorari sono:

– la difficoltà

– la completezza

– il pregio della prestazione fornita

Ecco alcuni utili indicazioni.

Il comma 1 dell’articolo 12 (perizia o consulenza tecnica in materia di verifica di rispondenza tecnica alle prescrizioni di progetto e/o di contratto, capitolati e norme, di collaudo di lavori e forniture, di misura e contabilità di lavori, di aggiornamento e revisione dei prezzi) si applica in caso di mera verifica di rispondenza tecnica a prescrizioni. È cosa ben diversa delle attività compensate con l’onorario a percentuale dell’art. 11, assai più complesse.

In altri termini, come scrivono gli ingegneri “l’onorario va calcolato, secondo il comma 1 di tale art. 12, quando l’incarico abbia avuto ad oggetto una semplice estrazione di dati contabili da impiegare quali elementi assunti come veritieri ai fini della risposta al quesito, ma non quando abbia avuto ad oggetto la revisione critica della contabilità di cantiere, con la valutazione e stima dei prezzi o, addirittura, la valutazione di vizi e difetti dell’opera”.

L’articolo 16 (perizia o consulenza tecnica in materia di funzioni contabili amministrative di case e beni rustici, di curatele di aziende agrarie, di equo canone, di fitto di fondi urbani e rustici, di redazione di stima dei danni da incendio e grandine, di tabelle millesimali e riparto di spese condominiali) si applica per singolo immobile. In altri termini, se gli immobili sono più di uno e con caratteristiche diverse, il compenso è dato dalla somma dei compensi determinati per ciascuno degli immobili.

Onorari variabili a percentuali

Per quanto di interesse degli ingegneri, questo tipo di onorario per i compensi del CTU si applica alle attività di cui agli articoli 3, 6, 11, 13, 14, 15, 17 dell’allegato al decreto 30 maggio 2002.

Anche in questo caso ecco alcuni spunti utili evidenziati dal gruppo di lavoro di Ingegneri forense.

– Quando l’incarico ha per oggetto la stima di un patrimonio va applicato l’articolo 3.

– Nell’applicazione dell’art. 13 (perizia o consulenza tecnica in materia di estimo) va tenuto presente che per “importo stimato” si intende il valore dell’intero immobile, anche se è oggetto di espropriazione solo una parte. Se la stima si riferisce a più immobili, questi vanno raggruppati in lotti omogenei per natura, per destinazione, per localizzazione, e vanno calcolati onorari distinti per ciascuno dei lotti così formati.

Onorari a tempo

L’art. 1 dell’Allegato al decreto 30 maggio 2002 dispone che l’onorario vada commisurato al tempo impiegato solo se non è possibile altrimenti. Quindi al criterio di liquidazione degli onorari a tempo si può ricorrere esclusivamente quando non siano applicabili i criteri descritti ai paragrafi precedenti e ciò può avvenire, non solo quando manca una specifica previsione della tariffa, ma anche quando (in relazione al tipo di accertamento richiesto dal Giudice) non sia logicamente giustificata né sia possibile un’estensione analogica, a previsioni di tariffa, per prestazioni simili.

La stima dei danni al patrimonio immobiliare

La stima dei danni al patrimonio immobiliare

Massimo Moncelli, 2016, Maggioli Editore
La stima dei danni patrimoniali costituisce, all’interno dell’estimo legale, una delle attività più complesse, dove le valutazioni, pur eseguite secondo criteri definiti dalla legge, dipendono dalla capacità, da parte del perito, di individuare il metodo migliore...

24.00 € 21.60 € Acquista

su www.maggiolieditore.it

“Sono migliaia in Italia i professionisti che operano come consulenti tecnici d’ufficio a supporto del sistema giudiziario italiano. Le procure di Roma e Milano rappresentano al meglio questo dato. Sono 12.000 i CTU attivi presso il Tribunale di Roma, di cui 2.500 ingegneri, mentre il tribunale milanese registra quasi 8.500 CTU iscritti al relativo albo, di cui 1.500 ingegneri”. Questo ci dice l’ing. Carla Cappiello, presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Roma, che denuncia una situazione sempre più difficile per i professionisti che svolgono attività di consulenti tecnici d’ufficio.

“Sebbene questi alti numeri e sebbene le grandi responsabilità che i professionisti si assumono, puntualizza Cappiello raggiunta dalla nostra Redazione, “il lavoro del CTU non è ben valorizzato. Basti considerare che ancora oggi non vi è stata una riforma delle tariffe, dopo anni di richiesta. In più, le condizioni di lavoro dei tecnici sono divenute maggiormente complesse dopo il decreto legge n. 83/2015, che introduce, come è stato lungamente dibattuto negli scorsi mesi, nuove misure in materia fallimentare e di esecuzione forzata”.

Il ruolo dell’ingegneria forense deve essere considerata prominente, se si considera il contributo reale che gli ingegneri fornisco alla giustizia in tutti i procedimenti civili, amministrativi, penali che riguardano questioni tecniche, ma un’altra questione, poco conosciuta, che influisce però negativamente sul lavoro del tecnico è rappresentata dall’opposizione al decreto di pagamento delle spese di giustizia, aggiunge la presidente degli ingegneri della Capitale.

Alla nostra richiesta di maggiori dettagli, Cappiello precisa: “Si tratta del provvedimento con il quale il giudice determina il compenso in favore, tra gli altri, dei consulenti tecnici di parte e di ufficio, contro il quale le parti possono attivare una sorta di impugnativa”. E qual è il problema? Il problema, spiega la presidente, riguarda nello specifico la contraddittoria interpretazione dell’articolo 34, comma 17, lettera a) del d.lgs. 1° settembre 2011, n 150. Per effetto di questo è stato abrogato il termine di decadenza, originariamente di 20 giorni dalla comunicazione del decreto, entro il quale era possibile procedere all’opposizione del pagamento delle spese di giustizia.

Insomma, oggi, le controversie derivanti dall’opposizione al decreto di pagamento sono regolate dal rito sommario di cognizione, ove non diversamente disposto. Il riferimento generico a questo rito si traduce, in assenza di indicazioni precise, in dubbi interpretativi e controversie che vedono protagonisti periti di tutta Italia che, a volte, vedono i loro compensi messi in discussione dopo anni…. insomma compensi del CTU in balìa delle impugnazioni selvagge Una soluzione interpretativa è quella prospettata dal Ministero della giustizia, Dipartimento per gli Affari di Giustizia, con la circolare n. 0148412.U del 9 novembre 2012, in base alla quale il termine per la proposizione di un’eventuale opposizione vada individuato in quello espressamente previsto per il procedimento sommario di cognizione e quindi in quello di 30 giorni dall’avvenuta comunicazione. Questa soluzione, però, non è “abbracciata” ovunque. Sono molti i tribunali che si stanno regolando diversamente.

Non si tratta di una questione di “lana caprina”, ma di un problema che impatta negativamente con la vita professionale degli ingegneri. I casi a Roma non sono sporadici.

“Abbiamo avuto delle segnalazioni da parte dei nostri iscritti”, conferma Carla Cappiello. “Infatti, bisogna considerare che proprio a Roma il Tribunale Civile in una sentenza del 2014 ha spiegato che «non è condivisibile l’interpretazione intervenuta a mezzo di una circolare ministeriale – che non è fonte del diritto – che opterebbe per la estensione analogica del termine ex articolo 702 bis del Codice di procedura civile». Ciò ha portato alcuni colleghi in situazioni di difficoltà, trovandosi a dibattere per i loro compensi, non già lauti di per se’, dopo diverso tempo… arrivando a rimetterci economicamente. Questo, a mio avviso, è inaccettabile, considerando che si tratta sempre di lavori altamente complessi, che richiedono grande attenzione e competenza e l’assunzione di grandi responsabilità.

Alla denuncia sono seguite le prime iniziative. “Come Ordine degli Ingegneri della Provincia di Roma abbiamo scritto una comunicazione  indirizzata al Primo Ministro Renzi, al Ministro di Giustizia Orlando e ai Sottosegretari alla Giustizia Ferri e Costa, conferma Cappiello, per porre alla loro attenzione questa vacatio legis, che sta andando a incidere negativamente sul lavoro dei consulenti tecnici. Abbiamo sottolineato che la certezza del diritto è violata  dal fatto che il decreto di pagamento delle spese di giustizia sia oggetto di opposizione sine die. Si è, pertanto, richiesto un rapido intervento normativo che ripristini esattamente il termine certo per opporsi al decreto.

Al momento non abbiamo ancora avuto una risposta certa. Come ordine romano, con l’invito rivolto anche agli altri ordini all’agire nella stessa direzione, continueremo a far sentire la nostra voce attraverso tutti i canali a nostra disposizione: stampa, social media, eventi, focus tematici. Il ruolo dei CTU deve essere più stimato, non solo in termini economici, ma in relazione all’importante valore profuso al servizio della collettività”.

Ora l’iniziativa passa alla Politica, sperando che arrivino presto delle risposte concrete.

Il CTU per le Magistrature speciali

Il CTU per le Magistrature speciali

M. Moncelli, 2015, Maggioli Editore
Questa pubblicazione è la naturale continuazione del volume “Il tecnico estimatore nell’esecuzione immobiliare e nelle procedure concorsuali”, edito sempre da Maggioli Editore, in quanto va ad approfondire ulteriori ambiti operativi per il professionista...

6.90 € 6.21 € Acquista

su www.maggiolieditore.it

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo editoriale scritto dall’ing. Carla Cappiello, presidente di Ingegneri d’Europa Associati (IdEA) e candidata alla presidenza del Consiglio degli Ingegneri della Provincia di Roma (leggi anche l’intervista rilasciataci da Carla Cappiello dal titolo Commissariato l’Ordine Ingegneri di Roma: riportiamo splendore alla nostra categoria)

 

Dal 20 febbraio al 2 marzo 2013 gli Ingegneri dell’Ordine della Provincia di Roma sono chiamati a votare per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine e chi verrà eletto dovrà affrontare, tra i tanti compiti, quello di organizzare attività formative come richiesto dalla legge sulla riforma delle professioni.

 

Questa è una grande occasione che ci viene offerta al fine di dare nuovo slancio e nuove motivazioni al nostro lavoro, aggiornandone le competenze e conferendo ritrovato prestigio all’intera categoria.

 

Questa volta, in questo mio editoriale voglio soffermarmi, come si comprende dal titolo, sul tema dell’ingegneria forense.

 

Sulla tematica relativa alle prospettive dei C.T.U. vi sono delle sollecitazioni e delle recriminazioni, alcune giuste e alcune disorganiche, velleitarie e, forse, solo strumentali alla campagna elettorale in corso.

 

Prima di tutto appare corretto far sapere che presso il Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI) è stato istituito il Gruppo di Lavoro Ingegneria Forense del quale faccio parte: da tempo ho, quindi, iniziato una silenziosa ma costante attività che, con il contributo di tutti i partecipanti al Gruppo sopra detto, si spera possa dare in tempi rapidi i suoi frutti. Tale Gruppo di Lavoro, che si riunisce con cadenza periodica, ha fra l’altro l’obiettivo di giungere ad un coinvolgimento delle altre professioni tecniche che con la forza istituzionale dei rispettivi Consigli Nazionali, possa promuovere un tavolo di confronto con il Ministero della  Giustizia per dare concreta soluzione, nell’interesse della collettività e dei tecnici, ad annosi problemi mai affrontati con efficacia e, quindi, mai risolti.

 

Da parte mia, avendone già condiviso i criteri ispiratori con gli altri colleghi del CNI, avrò intenzione di formulare nella prossima riunione le seguenti proposte:
– aggiornamento del d.m. 30 maggio 2002 (tariffe dei C.T.U.) con l’adeguamento dei compensi a vacazione (oggi, davvero offensivi), nelle more dell’introduzione di nuove tariffe;
– revisione della Tariffa giudiziaria (l. 319 /1980), ormai obsoleta anche nei contenuti, con l’introduzione di nuove discipline peritali (si pensi all’acustica, al risparmio energetico, alle tecnologie informatiche), la suddivisione dei compensi spettanti in riferimento a ciascun quesito formulato dal Giudice, la drastica contrazione della forchetta tra minimo e massimo percentuale relativo al valore di stima della perizia, la revisione degli importi degli scaglioni di calcolo dell’onorario a percentuale; 
– effettiva corresponsione dell’acconto e del saldo stabilito dal Giudice a favore del C.T.U. quale condizione di procedibilità per la prosecuzione del giudizio;
– accesso telematico riservato ai C.T.U. per informazioni correlate all’espletamento delle proprie funzioni e possibilità, per gli stessi, di depositare telematicamente (firma digitale) il proprio elaborato peritale;
– abolizione di norme vetuste e arcaiche (quali la necessità di essere autorizzati all’uso del mezzo proprio) e introduzione di un livello minimo inderogabile di spese comunque dovute al C.T.U. (per trasporto, organizzazione di Studio, ecc.);
– reintroduzione, mediante apposita e coerente legislazione, dell’obbligatorietà della mediazione civile al fine di decongestionare il lavoro degli Uffici Giudiziari.
– fermi i diritti acquisiti, obbligatorietà di apposito corso abilitante tenuto dagli Ordini per l’iscrizione nell’Albo dei C.T.U.;
– istituzione di un Albo Unico Nazionale dei Periti e Consulenti dell’Autorità Giudiziaria, consultabile in rete, recante espliciti riferimenti alle specifiche competenze di ciascuno

 

Tali proposte saranno da me inoltrate perché sono convinta che soltanto con idee chiare e concrete, nonché con la assidua e seria applicazione quotidiana, sarà possibile ottenere risultati e benefici per la categoria e per la collettività; ritengo infatti che per ottenere risultati occorre saper individuare gli interlocutori giusti e perseguire con tenacia gli obiettivi prefissati.

 

Diversamente, parlare con superficialità e senza reale conoscenza della materia, atteggiamento quest’ultimo assunto in diversi casi, si rivela inutile e solo controproducente per tutta la categoria la quale non deve cadere in inganno.

 

Anche per questo, chiedo a tutti gli Ingegneri della provincia di Roma di voler dare maggiore prospettiva al futuro della professione andando a votare per I Quindici di IdEA

 

Articolo di Carla Cappiello

Il Comitato presso il Tribunale per la Revisione dell’Albo dei Consulenti Tecnici d’Ufficio: dispone la cancellazione dall’albo di un ingegnere per mancanza del requisito della specchiata condotta morale in quanto condannato venti anni prima per il reato di abuso d’ufficio, avendo agevolato, nella qualità di componente della commissione edilizia del Comune e fratello dell’assessore del tempo, una delibera di approvazione di un progetto sicuramente illegittimo, redatto da un ingegnere del suo studio, in favore di una cooperativa edilizia di cui egli era anche socio.

 

Il professionista: si oppone alla cancellazione in quanto il reato era stato commesso molto tempo prima, in primo grado vi era stata una sentenza di assoluzione ed il Comitato non aveva preso in considerazione la regolare condotta svolta dall’ingegnere negli anni successivi quale consulente tecnico d’ufficio.

 

Chi ha ragione?

 

Ha ragione il professionista (sia pur con alcune precisazioni che andremo a breve a sviluppare) come affermato dalla sent. n. 386 del 24 maggio 2012 del T.A.R. Calabria, sez. Reggio Calabria.

 

Secondo i giudici, infatti, non è sufficiente il “mero riscontro formale dell’avvenuta condanna” del professionista ai fini della cancellazione, “trascurando così sia di operare una contestualizzazione attuale delle vicende accertate nel giudizio penale, comprensiva di quel necessario bilanciamento tra i fatti risalenti e la successiva condotta che il decorso del tempo impone, nonché di apprezzare il rilievo che possiede l’ininterrotta attività prestata dal ricorrente nella qualità di consulente dell’Autorità giudiziaria successivamente alla condanna medesima”.

 

Detto diversamente, una condanna penale risalente non può da sola determinare automaticamente un giudizio di inaffidabilità morale del professionista e, quindi, la successiva cancellazione.

 

Invece, alla fattispecie trova applicazione, per identità del contenuto afflittivo e natura discrezionale del potere esercitato, quanto elaborato dalla giurisprudenza in ordine al rapporto tra il procedimento sanzionatorio della pubblica amministrazione verso propri dipendenti o collaboratori ed il giudizio penale: in questo senso, è jus receptum il principio di indipendenza del procedimento disciplinare da quello penale, che “implica, nel primo, un autonomo accertamento dei fatti ascritti al dipendente ed un’autonoma valutazione dell’incidenza di questi sul rapporto di pubblico impiego in relazione alla loro gravità con la conseguenza che i fatti, anche quando risultino ammessi, non possono essere recepiti acriticamente, ma devono essere valutati e tale valutazione in rapporto alla sanzione comminata deve emergere da un’esaustiva motivazione del provvedimento sanzionatorio” (1).

 

Pertanto, nell’esercizio dell’attività discrezionale della PA, e quindi anche nel caso in cui si valuti la cancellazione di un professionista iscritto all’Albo dei CTU in occasione della sua revisione quadriennale ex art.18 e 19 delle disp. att. c.p.c., va ritenuto che l’Autorità amministrativa può prendere in considerazione una sentenza penale per trarne valutazioni attinenti al procedimento, purché svolga un autonomo giudizio di rilevanza dei dati di fatto che il giudizio penale ha accertato. In questi casi, l’Autorità amministrativa è infatti chiamata ad operare un apprezzamento specifico dell’interesse pubblico alla cui cura è preposta, che non coincide con l’oggetto del giudizio penale, e dunque è tenuta ad esaminare tutti gli elementi direttamente attinenti a tale interesse, inclusi il decorso del tempo ed i fatti successivi alla condanna.

 

A tale proposito, hanno osservato i giudici, nell’ordinamento giuridico il decorso del tempo assume una significativa rilevanza in vari istituti ed in tutte le materie, da quella civile a quella penale, essendovi riconnesse varie conseguenze, puntualmente disciplinate dal legislatore. Nel campo dell’amministrazione pubblica, non può non riconoscersene il valore di un autonomo oggetto di giudizio, ogni qual volta esso corrisponda al reiterarsi di fatti, atti e comportamenti univoci i quali, pur non attribuendo diritti o aspettative immutabili, costituiscano comunque elementi di fatto che necessitano di adeguata considerazione, specie quando l’Amministrazione si proponga di condurre un rinnovato giudizio sull’attualità e sulla vigenza degli interessi pubblici e di quelli correlati di natura privata, oppositivi o pretensivi che siano, così come risultanti dal loro succedersi negli anni.

 

In definitiva, perciò, deve esserci un apprezzamento amministrativo autonomo rispetto alla condanna penale, che deve essere aperto altresì, ove ne ricorra la necessità e l’opportunità, ad una libera rilettura critica del risultato cui è giunto il processo penale, fatti salvi i limiti del giudicato.

 

Note
(1) Cfr. ex multis, Consiglio Stato sez. V, 29 dicembre 2009, n. 8948.

 

L’articolo è tratto dalla rubrica “Chi ha ragione?” del sito Ediliziaurbanistica.it

La ricostruzione dinamica dei sinistri con applicazione delle leggi della Fisica e con redazione dei rilievi geometrici spetta, in via esclusiva, agli ingegneri e ai periti industriali con indirizzo meccanico e navale iscritti ai rispettivi albi; e tanto anche in occasione di un incarico peritale ricevuto dal giudice o da un parte del processo.
L’accertamento e la stima dei danni derivanti da un sinistro sono invece consentiti agli ingegneri, ai periti industriali con indirizzo meccanico e navale e anche a coloro i quali siano iscritti al ruolo nazionale dei periti assicurativi, istituito ai sensi dell’art. 156 del d.lgs. 209/2005.

Sono queste, in estrema sintesi, le conclusioni di una recente lettera circolare diffusa, in modo congiunto, dall’Ordine degli ingegneri e dal Collegio dei periti industriali della Provincia di Salerno, circa le competenze di queste figure professionali in tema di infortunistica stradale.

Il documento trova il suo fondamento normativo nella legge professionale e, in particolare, nell’ampia ed espressa formulazione dell’art. 51 del regio decreto 23 ottobre 1925, n. 2537 che, nel riepilogare l’area delle prestazioni professionali riservate agli ingegneri, ricomprende anche quelle “inerenti alle vie e ai mezzi di trasporto, di deflusso e di comunicazione, alle macchine nonché in generale alle applicazioni della fisica, i rilievi geometrici e le operazioni di estimo” (sulle competenze degli ingegneri leggi anche, tra gli altri, Competenze degli ingegneri nelle opere cimiteriali e Progettazione reti idriche, spetta all’ingegnere).

Il motivo della diffusione di questo documento congiunto nasce dalla constatazione che l’istituzione del Ruolo nazionale dei periti assicurativi ha fatto sorgere un orientamento che circoscriverebbe ai soli periti assicurativi la possibilità di esercitare l’accertamento e la stima dei danni provocati da un sinistro stradale, escludendo ogni competenza da parte degli ingegneri e dei periti industriali. Tanto, addirittura, arrivando a ritenere illegittimo che un professionista non iscritto a detto Ruolo nazionale eserciti l’ufficio di CTU (o di CTP), qualora la consulenza abbia a oggetto la stima dei danni derivanti da un sinistro stradale.

Insomma, secondo tale tesi (confutata nella circolare) un ingegnere non iscritto al ruolo dei periti assicurativi potrebbe legittimamente occuparsi della sola ricostruzione causale e dinamica di un sinistro stradale, ma non anche dell’accertamento e della stima dei danni conseguenti.

Riportiamo per i nostri lettori il testo integrale della circolare.

Ordine degli ingegneri della Provincia di Salerno e Collegio dei periti industriali e dei periti industriali laureati della Provincia di Salerno, Circolare 242 del 25 gennaio 2011, Competenze degli Ingegneri e dei Periti industriali in tema di infortunistica stradale

Questo articolo dell’ing. Anna Guerriero, tratto dalla rivista CT – Consulente Tecnico di Maggioli Editore, ha lo scopo di analizzare sinteticamente il ruolo del consulente tecnico nell’ambito penale. Scopo di tale analisi è quello di pervenire alla definizione, oggettiva, del ruolo del consulente tecnico quale ausiliario dell’organo giudiziario, ruolo per lo svolgimento del quale è bene sottolineare che l’obiettività, la competenza e la serenità sono fattori determinanti e concorrenti per il corretto svolgimento del mandato conferito.

È bene, quindi, chiarire subito la regola base cui attenersi sempre: nello svolgimento del mandato, vuoi che sia conferito dal pm piuttosto che dalle parti, si deve evitare di essere colpevolisti o innocentisti, cercando in ogni modo l’obiettività considerato che, tanto più trattandosi dell’ambito penale, un comportamento non corretto potrebbe ledere incisivamente la libertà dell’individuo.

Ferma tale premessa, è di evidenza la contraddizione dell’elaborato consulenziale prestato dal professionista per il pm rispetto ai contrapposti strumenti consulenziali in ipotesi offerti dalla difesa; entrambi normativamente degni di considerazione e rilevanza al cospetto del giudice.
Per certo la complessa attività consulenziale demandata dal pm al proprio consulente implica sintonia nel professionista designato con le finalità di indagine applicate dallo stesso pm. a protezione di diritti, ragioni ed interessi, recepiti nella legislazione regolante la civile convivenza, come disciplinate dalla Carta Costituzionale e dal sistema normativo vigente per conseguenza, partendo dal primo presidio che penalmente ne sanziona l’inadempimento.

Il consulente tecnico del pm è un consulente di parte essendo il pm una delle parti del processo e precisamente l’accusa. Nel nostro ordinamento il pm è un organo di giustizia, e, in quanto tale, è titolare dell’azione penale, deve quindi procedere all’acquisizione degli elementi a carico ma deve anche considerare gli elementi a favore eventualmente emergenti, e, laddove questi ultimi fossero insufficienti, sostenere l’accusa nel prosieguo dell’azione penale, avendo il potere/dovere di richiedere al gip il rinvio a giudizio ovvero l’archiviazione in caso contrario.
Quanto detto per il pm vale – ovviamente e compatibilmente ai modi – anche per il suo consulente: questi, infatti, non deve assolutamente considerarsi e/o essere considerato un mero “raccoglitore” di prove a carico.

Tale deformazione va evitata. È fermo infatti, il dato oggettivo che, anche ipotizzando la sussistenza di rapporti di stima professionale, come sovente può accadere, tra il pm e il consulente nominato, quest’ultimo è vincolato all’impegno di adempiere al mandato conferito al solo scopo di far conoscere la verità; sarebbe quindi e comunque da censurare il comportamento del consulente tecnico che avallasse l’ipotesi accusatoria del pm, in presenza di fatti di segno contrario.
Più sfumata al riguardo è la posizione dei consulenti della difesa, i quali devono cercare di acquisire ed accertare elementi che possano essere utili alla difesa, sempre, ovviamente, nel rispetto della sfera deontologica professionale.
Scegliere un consulente tecnico per un pubblico ministero o per un giudice è quindi un’attività tanto necessaria quanto delicata.

Appare superfluo ricordare l’importanza del servizio reso alla giustizia dal consulente tecnico, che ha la funzione di essere lo strumento di conoscenza del pm, e quasi suo “alter ego” in determinata materia, quella consulenziale delegata appunto.
La professionalità diventa dunque un elemento fondamentale da valutare nella scelta del consulente, vuoi con riguardo alla preparazione/conoscenza nel campo di specializzazione comportato dalla fattispecie, vuoi considerando la capacità/doverosità di poi esprimerla riferendone, come necessario, nella sede processuale di competenza.
L’attività che si chiede venga svolta dal consulente tecnico d’ufficio è: di tipo valutativo da un lato, in quanto deve valutare fatti già acquisiti in fase di indagini nell’ambito del procedimento penale; e di tipo accertativo dall’altro, in quanto deve accertare fatti ed elementi che, attraverso l’indagine peritale, vengono veicolati verso il procedimento penale e passeranno poi attraverso il filtro del giudice.

Nell’attività consulenziale delegata, il consulente tecnico non è uno spettatore, per quanto qualificato; non è e non può essere un mero “fruitore” di altrui ricerche e soprattutto non deve limitarsi ad una mera lettura “formale” dei dati, ma deve dare il proprio contributo professionale, partecipando attivamente alla difficile opera di ricostruzione tecnico-storica degli eventi.

Per diretta indicazione legislativa infatti, il consulente non deve limitarsi a un’analisi documentale o all’esecuzione delle attività materiali eventualmente indispensabili per la risposta al quesito ma partecipare fattivamente e, se del caso, suggerire strumenti e metodologie di ricerca.
Solo in tale dimensione acquista congruenza e concretezza la funzione di assistenza del Consulente al pm normativamente contemplata.
E così la presenza del consulente alle operazioni di polizia giudiziaria risponde all’utilità che il medesimo, in quanto tecnico esperto, è a conoscenza delle procedure e quindi è in grado di indirizzare le acquisizioni degli atti e dei documenti secondo le finalità presupposte dalle indagini.

Il consulente potrà anche e quindi essere autorizzato ad assumere sommarie informazioni testimoniali, unitamente ad organi deputati alla verbalizzazione, da persone informate sui fatti; soprattutto, anche ed in particolare, laddove queste ultime debbano riferire anche su aspetti tecnico/scientifici, aspetti che l’Ufficiale di polizia giudiziaria delegato potrebbe non correttamente e compiutamente cogliere e riportare nel verbale.

È opportuno evidenziare che le indagini preliminari non costituiscono una fase diretta alla formazione della prova ma sono strumenti per consentire al pm di ricercare le fonti di prova – che poi il medesimo evidenzierà ed utilizzerà nel corso del dibattimento; per conseguenza nella fase delle indagini preliminari il consulente ha dunque la delicata, e non sempre facile, funzione di coadiuvare il pm nell’acquisire più compiuta consapevolezza in ordine a problematiche e/o situazioni per le quali occorre specifica conoscenza tecnica.

Va annotato che l’opera prestata dal consulente non ha per sé valore probatorio; assumerà valore probatorio quando il consulente sarà interrogato davanti al giudice quale teste indicato dal pm, secondo le forme dell’interrogatorio incrociato, e quindi rispondendo alle domande e svolgendo le proprie deduzioni relativamente alla problematica che gli viene sottoposta; col che le affermazioni del consulente tecnico sono assunte come prova al processo. È bene sottolineare che l’opera del consulente deve essere diretta alla ricerca della verità, qualunque essa sia.

… quando il pubblico ministero si avvale del suo esperto investigativo incaricato nella fase delle indagini nel dibattimento e chiede la sua audizione come testimone, si determina una sorte di “conversione”, che la dottrina ritiene possibile, del consulente nominato a termine dell’art. 359 c.p., in quello praeter peritiam previsto dall’art. 233 c.p.p.  In questo caso, se il ct viene escusso in dibattimento nella piena dialettica del contraddittorio e dell’esame incrociato, il testimone-esperto, che ha cercato la verità per conto del pubblico ministero, può convogliare conoscenze nel processo e fornire elementi utili alla decisione; il valore probatorio del parere del consulente è stato riconosciuto dalla Corte Costituzionale con sentenza …”

Tali sono le funzioni e ruolo del consulente tecnico d’ufficio in qualità di ausiliario del giudice penale.

Articolo dell’Ing. Anna Guerriero