Le città hanno caldo!

Con la riduzione degli alberi nei centri urbani spesso considerati “pericolosi” l’intensità delle isole di calore urbane nel periodo estivo risulta particolarmente elevata nelle città metropolitane dell’entroterra e cresce con l’aumentare, nel nucleo centrale della città, dell’estensione delle superfici con ridotta superficie arborea e forte impermeabilizzazione.

A darne conferma è uno studio, coordinato dal CNR-IBE e svolto in collaborazione con ISPRA, degli autori Marco Morabito, Alfonso Crisci, Giulia Guerri, Alessandro Messeri, Luca Congedo, Michele Munafò, pubblicato su Science of the Total Environment.

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Isole di calore urbane: cosa sono?

Prima di entrare nel merito dello studio sullaumento di intensità delle isole di calore urbane è bene precisare cosa sono le isole di calore urbane. Questa definizione identifica le zone centrali delle città sensibilmente più calde delle aree limitrofe o rurali.

L’ecosistema della città si caratterizza per due elementi fondamentali:

  1. le superfici vegetate
  2. le superfici impermeabili (consumo di suolo).

Il giusto compromesso tra la quantità di questi due elementi influenza la composizione del paesaggio urbano, modificando anche il microclima e favorendo un fenomeno tipicamente urbano detto appunto isola di calore urbana.

Difatti le città sono ambienti artificiali progettati dall’uomo che presentano un mosaico frammentato di macchie biologiche e fisiche annidate in una matrice di strutture urbane. Oltre la metà della popolazione mondiale vive oggi nelle città, ed è per questo motivo che l’attenzione agli studi che indagano la vivibilità degli ambienti urbani è in crescente aumento. In Italia le persone che vivono in città sono 42 milioni, ovvero circa il 70% dell’intera popolazione.

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Isole di calore urbane: lo studio

La studio sull’intensità delle isole di calore urbane ha preso in considerazione la città composta dal suo nucleo metropolitano, rappresentato dal comune principale, dai comuni confinanti e da quelli periferici; sono stati presi in esame anche la quota, la distanza dal mare e la dimensione della città. Tra le città analizzate: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli e Reggio Calabria.

Marco Morabito del CNR-IBE e coordinatore del lavoro ha spiegato: “Lo studio è stato condotto sul periodo diurno estivo, analizzando per la prima volta l’influenza della copertura arborea e del consumo di suolo nel favorire l’isola di calore urbana superficiale nelle 10 città metropolitane dell’Italia peninsulare”.

“Sono stati utilizzati dati satellitari di temperatura superficiale, riferiti al periodo diurno estivo dal 2016 al 2018, mentre utilizzando i dati ad alta risoluzione sviluppati da Ispra è stato possibile comprendere l’influenza del consumo di suolo e della copertura arborea”, ha aggiunto Michele Munafò dell’ISPRA.

Integrando le informazioni, i ricercatori hanno prodotto un nuovo strumento informativo chiamato “Urban Surface Landscape layer”, che rappresenta un indicatore di copertura superficiale del paesaggio urbano capace di identificare le zone delle città caratterizzate da differenti combinazioni di densità di consumo di suolo e copertura arborea, e in grado di individuare aree critiche urbane, con elevate temperature superficiali, che necessitano di azioni di mitigazione e in particolare di una intensificazione della copertura arborea.

Morabito ha inoltre sottolineato che “Lo studio dimostra che l’intensità dell’isola di calore urbana superficiale aumenta soprattutto all’aumentare dell’estensione delle aree con bassa densità di copertura arborea nel nucleo metropolitano, oppure intensificando la copertura artificiale dovuta a edifici e infrastrutture…Le isole di calore più intense sono state osservate nelle città dell’entroterra e di maggiori dimensioni: a Torino, un aumento del 10% nel nucleo centrale di aree con elevato consumo di suolo e bassa copertura arborea è associato a un aumento dell’intensità dell’isola di calore media estiva di 4 °C. In generale quanto più grandi e compatte sono le città, tanto maggiore è l’intensità del fenomeno isola di calore. Quest’ultimo, invece, è risultato spesso meno intenso e poco evidente nelle città costiere a causa soprattutto dell’effetto mitigante del mare”.

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Benissimo gli appalti verdi che hanno l’obiettivo di favorire la rigenerazione urbana, il recupero delle periferie e limitare il consumo di suolo. Attenzione però a non mettere troppi paletti, altrimenti il risultato può essere contrario alle aspettative: contrazione del mercato e scarsa partecipazione di ingegneri, professionisti e imprese.

A “mettere i punti sulle i” è il presidente del Consiglio nazionale degli Ingegneri, Armando Zambrano, intervenuto la scorsa settimana al convegno Architetture e paesaggio, organizzato da ISPRA e tenutosi presso la sede del Consiglio nazionale degli Architetti.

Al centro della discussione lo sviluppo dei cosiddetti appalti verdi e l’invito, rivolto agli Stati membri dalla Commissione europea, a definire al più presto i CAM, ossia i Criteri Minimi Ambientali da rispettare in questo genere di lavori.

“Siamo favorevoli agli appalti green”, ha spiegato il presidente degli Ingegneri, “ma oltre alle opportunità dobbiamo fronteggiare alcune problematiche. In primis il rischio che requisiti stringenti comportino una contrazione del mercato”.

In pratica, il timore degli Ingegneri italiani è che l’introduzione di criteri severi possano portare a un’ulteriore e ancora più drammatica esclusione dalla partecipazione alle gare dei professionisti, “soprattutto se giovani e piccoli”, ha precisato Zambrano, affermando – di nuovo – come, di fatto, queste categorie di professionisti siano già ora ai margini del mercato degli appalti per i servizi di ingegneria e architettura.

Il presidente del CNI ha parlato in veste di rappresentante della Rete delle Professioni Tecniche, dunque includendo gli altri attori della libera professione tecnica.

Ma quali sono i criteri stringenti che, all’atto pratico spaventano i liberi professionisti? È stato proprio Zambrano a partecipare ai lavori preliminari per la predisposizione dei CAM Edilizia nella bozza di decreto in preparazione al Ministero dell’ambiente e a rivelare alcune perplessità.

“Nel corso di questo lavoro”, ha infatti raccontato il coordinatore delle RPT Zambrano nel corso del suo intervento, “sono emerse diverse criticità relative a tali criteri minimi, fra cui l’eccessivo valore che si vorrebbe attribuire alle certificazioni in fase di qualificazione dei concorrenti. Tali certificazioni, infatti, sono rilasciate da organismi privati su base volontaria, con il forte rischio di ingenerare un preoccupante mercato delle certificazioni”.

E proprio su questo tema, il CNI ha iniziato a lavorare per supportare gli ingegneri. Zambrano ha ricordato la creazione della piattaforma Cert-Ing, grazie alla quale gli iscritti agli ordini possono certificare le competenze su base volontaria e la collaborazione con UNI per procedere alla sviluppo e alla codifica degli Standard Prestazionali nel campo del risparmio e dell’efficienza energetica.

Basterà tutto questo o, come paventa Zambrano, alla fine dei conti per partecipare agli appalti verdi agli ingegneri servirà un’altra certificazione (a pagamento)?

Per la difesa del suolo sono stati stanziati 180 milioni di euro: 30 per il 2014, 50 per il 2015 e 100 per il 2016. Il 15 di ottobre 2013 il Consiglio dei Ministri nella Legge di Stabilità ha definito l’investimento, presentato al Parlamento.

 

Nel frattempo sembra essersi sbloccato l’iter del disegno di legge in materia di contenimento del consumo di suolo e riuso del suolo edificato.

 

“Ogni giorno impermeabilizziamo più o meno l’equivalente di 150 campi da calcio, con questo provvedimento colmiamo una lacuna legislativa che ha prodotto effetti drammatici come l’aumento del 166% del territorio edificato in Italia negli ultimi 50 anni. Il nostro Paese ha invece bisogno dei suoi terreni per sviluppare la sua agricoltura e con essa salvaguardare la bellezza, la salubrità e la sicurezza dei nostri territori e dei nostri paesaggi” il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Nunzia De Girolamo, commentava così, all’inizio dell’estate, l’approvazione in Consiglio dei ministri del disegno di legge.

 

La difesa dei suoli non deve essere vista come una lotta all’edilizia, bensì un principio fondamentale in materia di governo del territorio: la priorità del riuso e della rigenerazione permetterà, secondo il ddl, il recupero di zone già edificate ma degradate.

 

E finalmente arriva il via libera anche da parte della Conferenza Unificata Stato-Regioni (presieduta dal Ministro per gli Affari Regionali, Graziano Delrio, e di cui fanno parte Regioni, Comuni e Province) al ddl per la difesa del suolo.

 

Il provvedimento riceve il parere favorevole delle Regioni anche se con osservazioni, ovvero proposte emendative “irrinunciabili”, che richiedono un maggior coinvolgimento degli enti locali (rispetto della ripartizione costituzionale delle competenze tra Stato e Regioni) nella pianificazione, un “raccordo” del testo con “le normative regionali”, specie nel “governo del territorio”.

 

Si intravedono inoltre all’orizzonte modifiche all’articolo 3 Limite al consumo di superficie agricola, all’articolo 4 Priorità del riuso e all’articolo 9 Disposizioni transitorie e finali.

 

Il ddl è stato proposto dai Ministeri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, delle politiche agricole alimentari e forestali, dei beni culturali e delle infrastrutture. In particolare il Ministro dell’ambiente, Andrea Orlando, sottolinea i due aspetti fondamentali del provvedimento: non poter costruire utilizzando nuovo suolo se non si è già intervenuti sull’esistente; non poter usare gli oneri di urbanizzazione per fare cassa.

 

I governatori hanno apprezzato l’iniziativa del Governo di trattare il tema della valorizzazione delle aree agricole e del contenimento del consumo del suolo, con un obiettivo comune all’interno di un rinnovato modello di sviluppo economico e sociale, fondato sulla sostenibilità e sulla valorizzazione del patrimonio territoriale. La valorizzazione dei terreni agricoli, la promozione e la tutela dell’attività agricola, del paesaggio e dell’ambiente sono tutti principi condivisi.

 

L’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) ha dato parere favorevole al ddl, ma chiede la creazione di incentivi per un minore e migliore utilizzo del suolo a favore dei Comuni, prendendo ad esempio la riconversione e la riqualificazione degli edifici già esistenti nelle città, sul modello di Berlino, dove si continuano ad abbattere interi quartieri per costruire nuovi e moderni edifici; oppure un’incentivazione fiscale per il recupero del patrimonio edilizio e per l’efficientamento energetico e la standardizzazione a livelli elevati dei metodi di edificazione.

 

Una bella sfida, da cogliere sicuramente per vedere rinvigorito il patrimonio naturale-edilizio italiano.


Articolo di Roberta Lazzari

 

Fonti:

www.ediltecnico.it – Difesa del suolo: ecco 180 mln, arrivano dalla Legge di Stabilità – 26 ottobre 2013

www.politicheagricole.it – Ddl consumo suolo, De Girolamo: tutela terreni agricoli e edilizia di riuso, rigenerazione e riqualificazione – 15 giugno 2013

www.ansa.it – Passo avanti su ddl a difesa suolo. Ok Conferenza Stato-Regioni, nei giorni scorsi appello Orlando – 8 novembre 2013

www.bighunter.it – Consumo suolo, ok da Regioni sblocca iter ddl – 11 novembre 2013

www.casaeclima.com – Consumo del suolo, le Regioni chiedono modifiche al disegno di legge – 11 novembre 2013