Da quasi 18.000 nel 2014 a 23.000 alla fine di quest’anno, con un incremento del 31%. Stiamo parlando dell’a crescita nel numero delle assunzioni di ingegneri effettuate dalle aziende italiane, dato certificato da un’elaborazione del Centro Studi del Consiglio nazionale degli Ingegneri, di cui abbiamo parlato nelle scorse settimane (leggi l’articolo).

La notizia, sicuramente positiva, porterebbe alla conclusione che la crisi dell’occupazione per la categoria degli ingegneri è finalmente finita. In realtà, gli stessi vertici del CNI leggono il dato anche con una certa preoccupazione per alcune “zone d’ombra” che il semplice incremento numerico non riesce, da solo, a rivelare.

“La crisi profonda del settore delle costruzioni, il crescente divario di assunzioni tra Nord e Sud del Paese”, ragiona il presidente degli Ingegneri, Armando Zambrano, “pone interrogativi sulla reale forza di questa ripresa”.

Tra gli elementi di preoccupazione, inoltre, c’è anche quella relativa al fatto che la maggiore richiesta di ingegneri si concentra troppo nei comparti a bassa intensità tecnologica. Insomma, come a dire che gli ingegneri assunti vengono sottoutilizzati e, crediamo, sottopagati rispetto alle loro reali capacità e competenze tecniche.

“La richiesta di ingegneri industriali è molto forte nei comparti a media o bassa intensità tecnologica, come ad esempio, quello metalmeccanico, mentre resta debole nei comparti ad alto contenuto tecnologico”, spiega Zambrano, evidenziando come anche per il 2015 il numero degli ingegneri civili ed edili assorbiti dalla filiera delle costruzioni  sia stata esigua “a testimonianza del fatto che questo comparto soffre ormai di una crisi così profonda che il calo occupazionale ha assunto ormai carattere strutturale”.

In numeri, stiamo parlando di 780 ingegneri civili assunti nel 2015, pari al 3% del totale. Ma non sono tutte cattive notizie. Se andiamo ad analizzare l’incremento rispetto all’anno scorso le previsioni del Centro Studi del CNI sono di un vero e proprio boom per l’indirizzo civile e ambientale: +50,7%. Insomma, è vero che oggi si tratta della specializzazione che occupa l’ultimo gradino delle preferenze delle aziende italiane, ma la crescita rimane eccome e fa ben sperare per il futuro.

Nel grafico qui sotto viene riportato l’andamento della domanda di assunzioni di profili ingegneristici nel nostro Paese dal 2001 fino al 2015. I dati sono stati elaborati dall’indagine Unioncamere Sistema Informativo Excelsior.

grafico ingegneri lavoro 2001-2015

Domanda di assunzione di inegneri e profili ingegneristici in Italia. Fonte: centro Studi CNI su dati indagine Unioncamere Sistema informativo Excelsior

Ingegneri industriali (ed informatici) cercansi

L’elaborazione del Centro Studi del CNI evidenzia come siano gli ingegneri con specializzazione industriale a essere stati i più ricercati durante il 2015. Quasi 4.500, secondo le previsioni, sono stati o saranno gli ingegneri a indirizzo industriale a essere assunti quest’anno dalle aziende metalmeccaniche ed elettroniche che, insieme, assorbiranno al 31 dicembre 7.650 ingegneri.

Vivace anche la richiesta di ingegneri informatici e delle telecomunicazioni con quasi 6.800 assunzioni, di cui 5.600 appartenenti al primo gruppo.

Sul terzo gradino di questo podio immaginario, infine, si collocano i settori dei servizi avanzati alle imprese e i servizi di supporto alle imprese e alle persone che, sommati, dovrebbero superare di poco le 3.600 unità.

Si chiama Working ed è l’applicazione allo studio del CNI che faciliterà la ricerca di un nuovo lavoro per gli ingegneri, compensando i requisiti mancanti per accedere ai bandi, creando gruppi temporanei di professionisti o trovando una scrivania in coworking.

Come funziona la App Working?

Di fatto, per prima cosa (la più semplice), fa incrociare domanda e offerta di lavoro. Ma non solo: grazie all’utilizzo di uno speciale algoritmo (il “segreto” custodito dal CNI) consente ai professionisti di interagire per trovare colleghi con i requisiti necessari a partecipare ai bandi di progettazione. Gli ingegneri potranno inserire le proprie competenze in un archivio pubblico. Le aziende potranno inserire le loro richieste. In questo modo avverrà il contatto tra professionisti e mercato del lavoro. La novità è già in pista perché i 106 ordini italiani hanno già un responsabile che ha il compito di inserire nella piattaforma le richieste di lavoro.

Dunque, si può cercare e offrire lavoro.

La funzionalità più innovativa è però legata ai bandi di progettazione. Spesso un professionista non ha tutti i requisiti per parteciparvi. Moving raggruppa temporaneamente i professionisti e le loro competenze diverse. Cioè: il progettista riceve un avviso che gli notifica la pubblicazione di un bando che gli interessa e lo informa che gli mancano alcuni requisiti per poter partecipare. Senza neanche lasciargli il tempo di dolersene, gli viene recapitata una lista di ingegneri che hanno proprio quei requisiti.

Molto interessante anche la funzione dedicata al coworking, la modalità di lavoro che permette di condividere gli spazi di lavoro. In Italia siamo un po’ indietro, ma ci sono postazioni condivise organizzate dagli Ordini e a disposizione degli iscritti: a Messina, Verona, Cagliari e Torino, per esempio. Moving consentirà di gestirle, verificando in la disponibilità di una postazione in tempo reale.

Working sarà utilizzabile sia da mobile sia da fisso: un software per computer e di una App per smartphone.

Gianni Massa, vicepresidente CNI ha dichiarato che “lo sviluppo di Working ha avuto un rallentamento nei mesi scorsi, adesso stiamo ripartendo e saremo pronti a breve”. La pausa tecnica è stata necessaria per migliorare il prodotto e studiare come far interagire il software con l’Albo unico dei professionisti e con il sistema di certificazione delle competenze (Certing).

Ma adesso ci siamo: “A metà novembre abbiamo fissato una prima dead line per la chiusura della fase sperimentale. Per dicembre abbiamo intenzione di presentare la novità” ha detto Massa.

Dunque, Working sarà lanciata alla fine del 2015. Tra pochissimo. Buone opportunità per trovare lavoro, collegando tecnologia, lavoro pubblico e coworking. Interessante no? Sembra quasi di non essere in Italia.

Nello scorso mese di luglio il Centro Studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri ha pubblicato il consueto studio annuale in merito alla condizione occupazionale dei laureati in ingegneria in Italia.

Dopo l’annus horribilis targato 2013, nel 2014 è tornato un parziale cielo sereno per l’occupazione degli ingegneri. Tra i 693mila laureati in ingegneria il tasso di disoccupazione è sceso al 4,4%, mentre l’anno precedente era balzato sin quasi al 6%. Per un’analisi puntuale su questo tema leggi l’articolo Occupazione degli ingegneri: dopo l’annus horribilis torna il sereno.

Ci occupiamo qui di ulteriori dati analizzati all’interno del documento redatto dal CNI: in questo senso è infatti necessario dare evidenza alla inarrestabile crescita della componente femminile all’interno della professione: le donne rappresentano ormai il 17,5% degli ingegneri italiani e sono caratterizzate da un livello occupazionale di circa il 70%. Parlando, invece, di fasce di età, circa un terzo della popolazione ingegneristica è costituito da under 35. La loro condizione occupazionale è sostanzialmente invariata: solo l’uno per cento in più rispetto al 2013 (59% contro 58%).

Altro aspetto da sottolineare è quello relativo all’aumento nel corso del 2014 del numero degli ingegneri occupati nelle industrie italiane: circa 191mila contro i 179mila del 2013.

Uno dei dati più positivi emersi dallo studio è senz’altro quello (già analizzato nell’articolo precedente, vedi sopra) della riduzione del numero degli ingegneri in cerca di lavoro. A tale fa tuttavia fa contraltare l’ulteriore aumento del numero di laureati in ingegneria che si “allontanano”, momentaneamente o addirittura definitivamente, dal mercato del lavoro perché delusi o sfiduciati: nel 2014 ben 11mila in più rispetto ai circa 150mila ingegneri del 2013.

Per una visione generale in materia consigliamo di scaricare qui il documento del CNI: a corredo dello studio sono presenti tabelle e grafici che permettono di capire in maniera molto immediata i dati esposti nella parte argomentativa.

Appalto integrato? No grazie. Gli ingegneri italiano tornano a chiedere un ridimensionamento sia del ricorso all’appalto integrato sia del trasferimento dell’attività di progettazione all’interno della pubblica amministrazione.

“Volendo sintetizzare – ha detto il presidente del CNI, Armando Zambrano – la nostra formula ideale è la seguente: alla P.A. e alle Stazioni appaltanti il ruolo guida, programmazione e controllo; ai tecnici esterni la progettazione”.

Non solo, gli strali degli Ingegneri si concentrano anche sull’uso troppo disinvolto dell’appalto integrato che è causa spesso e volentieri di un aggravio dei costi di aggiudicazione. Secondo un recente studio commissionato ai ricercatori del Centro Studi del CNI, infatti, è stato dimostrato come alcuni meccanismi di assegnazione degli appalti abbiano compromesso l’efficacia del programma delle infrastrutture strategiche.

Molte criticità sono riconducibili alla tipologia di appalto con cui l’opera viene affidata e realizzata. Alcune tipologie di appalto come quello integrato o quello del Contraente Generale, da eccezioni sono diventate la regola. Proprio queste due forme di appalto hanno generato un incremento smodato dei costi in corso d’opera.

L’appalto integrato si è rivelato spesso inefficiente. In molti casi ha portato al raddoppio dei costi preventivati, in misura nettamente superiore rispetto alle opere realizzate con appalti di sola esecuzione, che rappresentano una quota minoritaria degli appalti. Nel caso della Legge Obiettivo, ad esempio, ammontano al 13% degli importi aggiudicati, a fronte di oltre il 30% delle assegnazioni effettuate con appalto integrato.

Insomma, denunciano gli Ingegneri, l’appalto integrato dovrebbe essere non solo limitato, ma anche quando se ne fa ricorso è opportuno che venga messa a gara la progettazione esecutiva, evitando quella definitiva.

Lo studio, infine, pone all’attenzione altri due aspetti significativi: le opere inserite nella Legge Obiettivo progettate internamente alla Pubblica Amministrazione generano una lievitazione dei costi in termini di varianti, superiore rispetto a quando la progettazione è esterna.

Nel primo caso l’incidenza delle varianti sugli importi assegnati è pari al 105%, a fronte del 75% nel caso di progettazione esterna.

Quando alla dinamica dei ribassi e delle varianti, questa appare sempre più perversa: maggiori ribassi in sede di offerta alimentano incrementi progressivi di costo, vanificando qualunque forma di risparmio e di gestione efficiente dell’opera.

Torna il sereno per gli ingegneri dopo l’annus horribilis del 2013. Diminuisce infatti il tasso di disoccupazione tra i quasi 700.000 ingegneri italiani, passando dal 6% al 4,4%. Lo certifica l’ultima rilevazione del Centro Studi del Consiglio nazionale degli Ingegneri, inserito nell’analisi La condizione occupazionale dei laureati in ingegneria.

È una prima inversione di tendenza che il presidente del Centro Studi, Luigi Ronsivalle, saluta con comprensibile soddisfazione. Ma ci sono anche delle ombre, evidenziate da Ronsivalle: “colpisce negativamente, dice infatti il numero uno del Centro Studi del CNI, l’ampliarsi del gap fra il Nord e il Sud del Paese. A pesare non è solo la notevole differenza di occupati, ma anche il numero sensibilmente minore di occupati nell’industria nel Sud.

Sono le Regioni del Centro Italia che hanno visto l’aumento più consistente di occupazione tra gli ingegneri: si è passati dal 67,9% del 2013 al 74,9% del 2014. Sempre più drammatica, invece, la situazione al Sud, dove gli occupati continuano a scendere: l’anno passato hanno toccato il 61,8%.

Stormi di ingegneri nel vespero migrar

Il maestro Carducci ci perdonerà, se prendiamo in prestito la sua San Martino, per descrivere un fenomeno messo in luce dell’analisi del Centro Studi. Si tratta di una vera e propria migrazione degli ingegneri, soprattutto delle Regioni meridionali, dal lavoro dipendente alla libera professione.

Dal 2012 al 2014, si legge nel documento, la quota di ingegneri dipendenti è scesa dal 73,4% al 71,1%. Di riflesso la quota degli autonomi è passata dal 26,6% ad oltre il 28%. Attività autonoma che, in molti casi, continua ad avere la funzione di “ammortizzatore occupazionale” per gli ingegneri espulsi dal comparto del lavoro dipendente.

Ronsivalle prova a spiegarne i motivi, secondo una “naturale inclinazione degli ingegneri verso il lavoro autonomo”. Ma è anche vero, aggiunge Ronsivalle (e qui siamo d’accordo anche noi), che il fenomeno dipende in parte dalla perdita di lavoro di molti di essi “a causa della riduzione di personale registratasi nelle aziende in crisi e con una forzata riconversione della propria attività”.

E si tratta di un fenomeno preoccupante, poiché dimostra come in Italia il mondo imprenditoriale abbia affrontato la crisi tagliando le competenze elevate o riconvertendole in mansioni meno qualificate e, quindi, pagate di meno. Il rischio, come espresso anche dal principale Think-Tank tedesco (IFO), è di ritrovarsi tra dieci anni con un gap di competenze rispetto ai concorrenti internazionali che hanno invece preferito puntare sulle competenze in questi anni di crisi.

Criticità e scollamento tra sistema formativo e sistema ordinistico; elevata difformità di contenuti nei percorsi formativi della stessa classe di laurea tra un’università e l’altra; offerta formativa che non sempre fornisce tutte le competenze attinenti al profilo professionale.

Queste, in estrema sintesi, le note dolenti del rapporto stabilitosi in Italia tra mondo della formazione e le professioni che emerge dalla ricerca diffusa dal Centro Studi del CNI: “Esercizio della professione di ingegnere e formazione universitaria: un rapporto da rinsaldare”.

Lo studio è nato allo scopo di analizzare a fondo l’offerta formativa universitaria nel settore dell’ingegneria, soprattutto alla luce delle evoluzioni normative che negli ultimi anni hanno modificato radicalmente sia il sistema universitario che l’accesso all’albo professionale. In particolare, sono stati messi a confronto i percorsi formativi di tutti i corsi di laurea di primo e di secondo livello dell’ambito ingegneristico, suddivisi per classe di laurea, con un’analisi dettagliata dei settori scientifico-disciplinari coinvolti e dei crediti attribuiti ad ogni insegnamento.

L’analisi è stata suddivisa in due fasi, realizzate rispettivamente nel 2013 e nel 2014. Il Centro Studi ha esaminato 1.008 piani di studio delle facoltà di ingegneria, di cui 412 di primo livello, 34 corsi magistrali a ciclo unico e 562 corsi di laurea magistrale.

Quattro situazioni bizzarre

Dalla nostra ricerca – spiega Luigi Ronsivalle, Presidente del Centro Studi CNI – emergono quattro criticità che descrivono la delicatezza e la complessità della questione legata alla formazione universitaria degli ingegneri.

– La prima è la possibilità di accedere all’albo degli ingegneri anche per i laureati provenienti da Dipartimenti focalizzati su metodi e discipline distanti dall’Ingegneria (Matematica, Fisica e Scienze Naturali).

– La seconda è l’impossibilità per alcuni laureati delle classi di laurea ingegneristiche di sostenere l’esame di Stato per l’abilitazione professionale.

– La terza è la non corrispondenza biunivoca tra corso di studi e settore dell’Albo professionale a cui è possibile iscriversi.

– La quarta è l’incoerenza tra corsi di primo e secondo livello per quanto riguarda l’accesso all’albo professionale.

“Siamo di fronte – prosegue Ronsivalle – ad eterogeneità e disallineamenti tra i vari corsi di studio compresi nel vasto alveo dell’ingegneria. Alcune delle asimmetrie sono prive di logica. Per fare un esempio, ci sono classi di laurea in cui, se lo studente ha conseguito un diploma di primo livello, può iscriversi alla sezione B dell’albo degli ingegneri, ma se prosegue gli studi e consegue il corrispondente titolo di secondo livello non può iscriversi nella sezione A dell’albo”.

“Le cause di queste incongruenze – conclude Ronsivalle – sono molteplici e non dipendono necessariamente dalle Università o dagli Ordini Professionali. Sono soprattutto il risultato delle molteplici rivisitazioni delle norme che hanno contraddistinto gli ultimi 15 anni”.

Il documento del Centro Studi CNI

Il documento del Centro Studi CNI, infatti, mostra come gli Atenei, colpiti pesantemente da tagli di spesa e da frequenti cambiamenti normativi, siano stati obbligati a trasformare rapidamente e spesso radicalmente l’architettura dei corsi, dovendo sfruttare al massimo le scarse risorse economiche e umane disponibili.

Gli Ordini professionali, dal canto loro, si sono trovati di fronte ad un decreto, il DPR.328/2001, che ha mutato completamente l’accesso agli albi professionali ed in particolare all’albo degli ingegneri, consentendolo anche a nuovi profili prima esclusi, come ad esempio gli informatici o alcune categorie di architetti e di dottori “specialistici” in Scienze matematiche, fisiche e naturali e, contemporaneamente, impedendolo ad altri.

L’indagine mostra come in diversi casi le competenze acquisite presentino lacune in settori disciplinari peculiari dell’Ingegneria. Anche se il DPR 328/2001, con l’introduzione della tripartizione dell’Albo, ha apportato un minimo di razionalizzazione nella individuazione delle competenze ingegneristiche, molti problemi sono rimasti irrisolti, poiché non è stata realizzata una riforma compiuta dell’Università, coerente con quella degli Ordini professionali.

In termini concreti, lo studio mostra come i 180 crediti necessari per conseguire la laurea vengano suddivisi tra le diverse attività formative con modalità che variano sensibilmente da corso a corso.

Per queste ragioni, il documento del Centro Studi CNI sottolinea l’opportunità di un’attività di monitoraggio continuo dell’offerta formativa ingegneristica italiana, in accordo e con la collaborazione della Conferenza per l’Ingegneria, già coinvolta nella discussione sulle risultanze di questa ricerca.

Fonte Centro Studi CNI

Donne e professione: un binomio importante, una sorta di cartina al tornasole capace di restituire un rilievo che misura anche il grado di civiltà di un paese, soprattutto con riferimento al diritto di uguaglianza sancito anche dall’art.3 della Costituzione. A tal riguardo assume interesse in questi giorni una ricerca effettuata dal Centro Studi del CNI in cui è stato attentamente analizzato il tema della maternità delle donne ingegnere italiane.

 

Dallo studio, presentato nel corso dell’evento organizzato dall’Ordine degli ingegneri a Roma la scorsa settimana dal titolo “Ingenio al femminile. Storie di donne che lasciano il segno”, è emersa la difficile condizione in particolare delle professioniste, per le quali spesso la scelta della maternità influenza negativamente il percorso professionale.

 

Lavoratrici e madri: compito improbo
Essere lavoratrice e madre nello stesso tempo non è un compito facile in Italia. A questa condizione non si sottraggono le libere professioniste, in particolare le oltre 10mila donne ingegnere. La ricerca del CNI è stata effettuata con metodo CAWI (Computer assisted web interview) nel mese di dicembre 2014. All’indagine, che riguarda sia il tema della maternità che quello della paternità, hanno risposto 5925 ingegneri iscritti all’Albo. Il 28,3% del campione è composto da donne, una rappresentanza significativa delle circa 88mila donne ingegnere italiane.


I risultati della ricerca
Due sono gli aspetti emersi in maniera preponderante.
1. Da un lato quello che potrebbe definirsi la “maternità a basso tasso di welfare” che sembra contraddistinguere il contesto in cui operano le donne ingegnere oggi. La maternità e l’accudimento dei figli appaiono oggi in prevalenza come una questione che ciascuna lavoratrice deve gestire per proprio conto, con proprie risorse, spesso anche con alcune rinunce per salvaguardare la condizione lavorativa.
2. Dall’altro lato la forte correlazione tra l’essere genitori e la crisi economica che il Paese registra da tempo. La scelta di avere un figlio è fortemente condizionata dalle limitate disponibilità economiche di molte giovani coppie e dalla inarrestabile precarietà del mercato del lavoro, anche di quello dell’ingegneria.

 

E le misure a tutela della maternità?
Se è vero che il 72% delle donne ingegnere divenute madri negli ultimi anni ha indicato di avere usufruito di misure a sostegno e tutela della maternità, più del 25% della componente femminile del campione non ha usufruito per intero di tali misure, perché non previste o per evitare di allontanarsi troppo a lungo da una posizione lavorativa precaria. Inoltre, quasi il 22% delle intervistate con figli ha dichiarato di aver dovuto cambiare mansione al rientro dal periodo di congedo per maternità e ben il 45% delle donne ingegnere intervistate ha affermato che avrebbe avuto necessità di condizioni di lavoro e permessi che sono stati, tuttavia (e purtroppo), negati.

 

La crisi: una delle cause di questa situazione
La crisi economica ha colpito con maggior forza i liberi professionisti. Per comprendere bene questo apparentemente semplice assunto occorre ascoltare le parole di Luigi Ronsivalle, presidente del Centro Studi del CNI: “La nostra indagine, oltre a mettere in evidenza difficoltà comuni a tutte, o a gran parte, delle lavoratrici nel nostro Paese, fa emergere la maggiore debolezza della posizione delle libere professioniste rispetto a quella di lavoratrici dipendenti. La condizione di sofferenza degli ingegneri liberi professionisti in genere, in quanto privi di tutele sociali, è un dato che, negli ultimi anni, si è riscontrato in molte altre situazioni analizzate anche dal Centro Studi, ma nel caso delle donne ingegnere le difficoltà sono accentuate, come abbiamo visto, dalla fragilità indotta dal loro ruolo di madri. La precarietà, ma soprattutto la scarsa remuneratività dell’attività professionale, rendono le cose ancora più complicate”.

 

L’Italia non è paese per professionisti: e a maggior ragione non lo è per madri che svolgono la libera professione. E nell’epoca della parità formale (presunta) questo significa un drastico calo del numero di figli, oltre a un difficilissmo percorso per raggiungere un parità sostanziale nelle opportunità che questo Paese distribuisce ai suoi abitanti. Ma come si risolve un problema così importante? Occorrono risposte. Immediate. 

Solo il 22% degli ingegneri ha dichiarato che nel 2014 il proprio giro di affari è cresciuto. Per tutti gli altri, invece, si è registrata una diminuzione degli incassi, confermando che se il 2013 è stato un Annus Horribilis, anche il 2014 è stato quantomeno agghiacciante.

 

Il dato è emerso nel corso dell’Assemblea del Consiglio nazionale degli Ingegneri di questa settimana, durante la quale è stata presentata l’ultima ricerca del Centro Studi realizzata intervistando circa 8.000 ingegneri: Ingegneri al lavoro – Crescita, Innovazione, Nuove tutele

 

Il sentimento prevalente riscontrato durante le interviste è di scoramento. Per il 2015, infatti, solo 12 ingegneri su 100 prevedono di incrementare il proprio giro d’affari. In ogni caso emerge con chiarezza che ad essere in crisi non è la figura dell’ingegnere e tanto meno la libera professione nel campo dell’ingegneria, quanto un contesto che non ne riconosce il valore.

 

E allora che fare?

 

I vertici del CNI e del Centro Studi sono tutti concordi nel dire che occorrono maggiori investimenti, ma pure che la Politica non osservi con distrazione il mondo della libera professione, mortificata da una crisi che appare senza sbocchi.

 

Gli ingegneri, in particolare, chiedono al Governo di rilanciare gli investimenti, ma soprattutto un corpo normativo che favorisca la qualità dei professionisti e dei progetti.

 

Quella degli ingegneri è una categoria che, dopo aver registrato per anni livelli occupazionali crescenti, oggi si ritrova profondamente coinvolta nella fase di crisi che il Paese attraversa. Un tasso di disoccupazione del 6%, pur essendo assai più contenuto della media nazionale, è un segnale di allarme per chi storicamente ha registrato livelli vicini alla piena occupazione.

 

Tanto più se a questo si aggiunge la marcata flessione, superiore al 20%, del reddito medio tra gli ingegneri liberi professionisti nel periodo che va dalla prima ondata di crisi del 2008 ad oggi.

 

Rimane però il dato di fatto che le materie ingegneristiche sono ancora le più richieste dal mondo del lavoro. In effetti a risentire della crisi sono soprattutto gli ingegneri civili ed ambientali e, come già accennato, l’intero comparto dei liberi professionisti.


Riqualificazione delle città: un’opportunità per gli ingegneri

La ricetta è semplice, anche se non di facile attuazione. Ronsivalle, presidente del Centro Studi CNI che ha presentato la ricerca chiede al Governo “di rilanciare le opere pubbliche. In questo senso, una grande opportunità è rappresentata dai piani organici di riqualificazione delle città, che attualmente sono il cuore dello sviluppo delle economie moderne”.


La progettazione non è solo un costo da minimizzare

“Soprattutto”, prosegue Ronsivalle, “occorre tornare ad investire nell’ingegneria. Tra i principali paesi europei, l’Italia è quello in cui l’incidenza dell’attività di progettazione sugli investimenti in costruzioni è in assoluto la più bassa: 10,4% contro il 32,8% della Gran Bretagna, il 25,1% della Spagna o il 24,6% della Francia”.

 

Secondo l’indagine, infatti, prevale la cultura deleteria secondola quale la progettazione altro non è che un costo da minimizzare il più possibile. Invece di considerarla come la parte a maggiore valore aggiunto di un investimento.


Non tutto è perduto: le proposte

Per contro, nonostante il tono pessimista, gli ingegneri italiani hanno le idee piuttosto chiare su come innescare la crescita. Gli intervistati puntano innanzitutto su un sistema di regole e policy che incentivino il lavoro, specie quello autonomo. Chiedono, in particolare: deducibilità delle spese per la formazione continua, accessibilità ai bandi di gara europei, regole sugli appalti pubblici, modalità di liquidazione dei compensi per lavori svolti per la Pubblica Amministrazione, ammortizzatori sociali anche per le attività professionali, revisione dei regimi di agevolazione fiscale divenuti sempre più restrittivi.

 

Inoltre, considerano prioritario il rilancio degli investimenti pubblici in nuove infrastrutture materiali ed immateriali. Secondo gli ingegneri, non esiste possibilità di ripresa economica senza un ritorno agli investimenti, penalizzati oltremodo dalle scelte politiche degli ultimi anni.

Gli ingegneri dipendenti iscritti all’albo possono effettuare lavori occasionali di collaborazione svolto in proprio e senza vincolo di subordinazione con il committente senza obbligo di aprire partita IVA e senza limiti di tempo.

 

Sulla base di quanto stabilito dalla normativa vigente (in particolare il decreto legislativo 276/2003, art. 61) la collaborazione occasionale non deve avere durata superiore a 30 giorni e deve prevedere un compenso entro 5.000 euro. Ma la stessa normativa, poco oltre (al comma 3), chiarisce che i limiti imposti allo svolgimento della collaborazione occasionale, predisposti per evitare un abuso di tale forma contrattuale, vengono meno per i professionisti iscritti ad un albo professionale, poiché il rischio di abuso in questo caso non sussiste.

 

Resta fermo il principio che per lo svolgimento di lavoro occasionale con compensi superiori a 5.000 euro, i professionisti dovranno iscriversi alla gestione separata Inps per il relativo versamento dei contributi previdenziali.

 

A chiarirlo è il Centro Studi del CNI che ha pubblicato oggi un documento sulla questione della possibilità, per gli iscritti agli albi, di svolgere prestazioni occasionali in concomitanza con un rapporto di lavoro dipendente (leggi il documento).

 

Secondo l’analisi svolta dal Centro Studi, per i liberi professionisti iscritti all’albo che intendano espletare un lavoro occasionale, non sussiste il limite temporale entro cui effettuare la prestazione, il limite del compenso e l’obbligo della partita IVA previsto dalla legge. Si tratta di un’eccezione espressamente indicata dalla normativa che regola il lavoro occasionale oltre che un’interpretazione autentica fornita dal legislatore.

 

In sostanza, si legge nel documento, la normativa sottolinea come l’iscrizione ad un albo professionale non sia da considerarsi come elemento sufficiente a configurare la professione abituale di un’attività, assoggettabile quindi a regime IVA e non sottoponibile a regime di collaborazione occasionale (che, al contrario, non prevede l’apertura di partita IVA).

 

Di conseguenza, l’iscritto all’albo che non esercita attività di lavoro autonomo (si tratterà pertanto di un iscritto che svolge lavoro dipendente), potrà effettuare attività di lavoro occasionale (cioè un lavoro svolto in proprio, senza vincolo di subordinazione con il committente) senza i limiti di tempo e di remunerazione imposti dalla normativa, oltre che senza disporre di partita IVA.

 

Ammontano a più di 120 miliardi di euro gli stanziamenti dello Stato per i terremoti verificatisi in Italia negli ultimi 50 anni: da quello del Belice nel 1968, all’ultimo del 2013 in Emilia-Romagna. Il più costoso di tutti, anche per l’elevata estensione dei territori interessati, resta quello dell’Irpinia, mentre per il Belice ancora oggi vengono erogati finanziamenti pubblici.

 

È quanto emerge dallo studio I costi dei terremoti in Italia, elaborato dal Centro Studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, in cui si sottolinea come risulti determinante l’utilizzo delle tecniche ingegneristiche per limitare gli effetti sismici e attivare misure preventive anche per i dissesti idro-geologici.

 

L’Italia registra migliaia di terremoti ogni anno. Mediamente ogni 5 anni si verifica un evento sismico disastroso. Dal 1968 al 2014, infatti, si sono verificati sette terremoti gravi. I sismi distruttivi generano costi sociali ed economici consistenti, con effetti che si protraggono per decenni.

 

Il Centro Studi CNI ha quantificato la spesa pubblica per gli eventi sismici più gravi degli ultimi 50 anni, attualizzando il valore per quelli verificatisi più indietro nel tempo.


Per il sisma della Valle del Belice, in Sicilia, verificatosi nel 1968 sono stati deliberati stanziamenti per la ricostruzione superiori a 9 miliardi di euro, con un processo di erogazione che, quasi paradossalmente, proseguirà fino al 2028.


Il terremoto per il quale sono state finanziate più risorse pubbliche è quello dell’Irpinia. Gli stanziamenti per questo sisma, iniziati nel 1980 proseguiranno fino al 2023.

 

Per i terremoti più recenti e di particolare gravità, Marche e Umbria (1997), l’Aquila (2009) ed Emilia-Romagna (2013), sono stati stanziati mediamente poco più di 13 miliardi di euro destinati al ripristino delle opere e in generale ad interventi di ricostruzione.

 

L’analisi mette in evidenza come il Paese disponga di metodi di misurazione dei danni e di modalità di intervento sofisticati, precisi ed efficaci, anche grazie al massiccio ricorso a competenze e tecniche ingegneristiche. Quasi seicento ingegneri volontari, nei mesi di maggio e giugno 2013, in occasione del sisma dell’Emilia-Romagna, sono intervenuti per rilevare e quantificare i dati, progettare interventi immediati e verificare l’agibilità delle abitazioni. Sono stati effettuati quasi 10.000 sopralluoghi in 39 comuni del cratere.

 

Il ricorso a tecniche di rilevazione affidabili, ad opera di professionisti competenti, come nel caso delle squadre di ingegneri utilizzate in Emilia, ha consentito il rientro nelle proprie abitazioni di oltre 3.000 famiglie poco tempo dopo il sisma.

 

“Duole constatare – commenta Luigi Ronsivalle, Presidente del Centro Studi del CNI – come le competenze tecniche degli ingegneri e gli avanzati mezzi di indagine sugli edifici vengano utilizzati solo dopo eventi disastrosi, mentre potrebbero essere più intelligentemente impiegati per un monitoraggio preventivo a tappeto su tutto il territorio nazionale, che come si sa è soggetto a rischi sismici di diversa gravità descritti da una mappatura molto puntuale”.

 

“Se lo Stato italiano – prosegue Ronsivalle – stanziasse una quota annua equivalente a quella spesa per far fronte ai costi di ricostruzione post terremoto, che in base ai dati dell’indagine è stata negli ultimi 50 anni di circa 2,4 miliardi di euro, si potrebbero programmare interventi, modulati sulla base dei rilevamenti preventivi, che nel giro di pochi anni consentirebbero di mettere in sicurezza tutto il territorio nazionale, facendo risparmiare gli ingenti costi indotti, che nella ricerca non sono considerati, oltre naturalmente e principalmente la vita di migliaia di persone”.