L’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Milano ed il Politecnico di Milano in collaborazione con il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, danno il via alla seconda edizione degli Stati Generali dell’Ingegneria 2019 a Milano venerdì 29 e sabato 30 novembre 2019 presso l’Auditorium del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci.

Quest’anno il titolo delle giornate dedicate all’ingegneria è “Da Leonardo alle Olimpiadi”, un tributo al grande scienziato protagonista delle celebrazioni in occasione dei “500 anni dalla sua morte”. Non a caso il luogo dove si tengono gli Stati Generali dell’Ingegneria 2019 è lo stesso che raccoglie la più grande collezione al mondo di modelli di macchine realizzati a partire da disegni di Leonardo da Vinci.

Le giornate sono dedicate a cittadini, professionisti, amministrazione pubblica, università per condividere a 360° una visione di Milano, sull’evoluzione e sul cambiamento della città e sulle sfide di progettazione e rigenerazione in vista delle Olimpiadi 2026.

Per una città, Milano, riconosciuta a livello nazionale come smart city attrattiva a livello culturale e turistico, ma sottoposta ad uno stress ambientale come tutte le grandi città, le domande lecite e oggetto di riflessione sono:

Di cosa si parlerà durante gli Stati Generali dell’Ingegneria 2019?

Dopo i saluti istituzionali della Regione Lombardia e del Comune di Milano, ad inaugurare gli Stati Generali dell’ingegneria 2019, venerdì 29 novembre è previsto l’intervento di Fiorenzo Galli, Direttore Generale del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, che introdurrà la platea al tema di questa seconda edizione con la lecture dal titolo “La contemporaneità di Leonardo da Vinci”.

Sono in programma gli interventi istituzionali di Bruno Finzi, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Milano e Ferruccio Resta, Rettore del Politecnico di Milano che racconteranno il percorso identitario condiviso tra le due istituzioni milanesi che ha portato alla definizione e organizzazione di questa seconda edizione.

Mobilità, infrastrutture e sicurezza informatica, smart city per la cultura e per il turismo, cambiamenti climatici e rigenerazione urbana sono i cinque macro temi al centro dei talk tecnici degli Stati Generali dell’ingegneria 2019 che inizieranno venerdì mattina per poi continuare sabato 30 novembre e che vedranno alternarsi davanti alla platea esperti, docenti universitari, vertici aziendali, ingegneri e non.

“Il metodo Milano è scambio di conoscenze e apertura al confronto. Ma è ancora di più passione e visione. Elementi che caratterizzano il lavoro quotidiano di tutti gli ingegneri milanesi. Gli Stati Generali dell’Ingegneria a Milano non saranno un momento celebrativo o una rivendicazione di ruolo. Saranno invece l’occasione per i milanesi (e non solo) di conoscere novità che presto li riguarderanno. Ingegneria al servizio dei cittadini per realizzare cose e per il bene di Milano. Una Milano sempre più aperta, internazionale ed europea” ricorda Bruno Finzi, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Milano.

“Viviamo un periodo in cui la tecnologia, superate le paure dei potenziali rischi, potrà offrire grandi opportunità. Tecnologie e ingegneria modificheranno le nostre città, le infrastrutture, la mobilità, la sanità e l’ambiente. Creeranno nuova occupazione e miglioreranno la qualità della vita. Dobbiamo affrontare queste grandi sfide con serietà e coraggio: credo quindi che sia importante discuterne all’interno di questa giornata e alla luce dei grandi eventi che ci aspettano, come le prossime Olimpiadi Invernali” – commenta Ferruccio Resta, Rettore del Politecnico di Milano – “Infrastrutture, connettività, mobilità, accoglienza e servizi sono solo alcuni degli impegni dell’ingegneria e del Politecnico per rendere Milano ancora più competitiva a livello globale”.

“Celebriamo Leonardo da Vinci – dichiara Fiorenzo Galli, Direttore Generale del Museo – perché è stato un grande artista e uno straordinario anticipatore del metodo sperimentale. Leonardo si è dedicato, lungo tutto il suo percorso di vita, ad osservare con attenzione e curiosità tutto quanto lo circondava. In Leonardo la curiosità è alimentata dall’uso del disegno come metodo di studio. Con altrettanta attenzione e rispetto guardava al lavoro e al pensiero degli altri suoi contemporanei e di chi lo ha preceduto. Non dobbiamo quindi pensare a lui come un genio isolato e solitario ma come un vero figlio del suo tempo: il Rinascimento Italiano. Un’epoca di scambio continuo di saperi e di conoscenze. Un periodo straordinario in cui cominciò a fiorire un pensiero nuovo per cui l’approccio alla conoscenza non dovesse essere solo intellettuale, filosofico e teorico ma empirico e direi “ingegneristico” ante litteram”.

Scarica il programma dettagliato

Anche la Cina si è impegnata a ridurre le emissioni di sostanze clima alteranti: non possiamo stare fermi al palo. Potrebbe avere pensato più o meno così, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, annunciando lo storico Clean Power Plan, il primo piano emanato dalla Casa Bianca per la riduzione delle emissioni inquinanti negli USA.

Ormai il 70% delle nazioni sviluppate ha delineato una strategia per ridurre il rilascio nell’atmosfera di sostanze dannose per il clima, ma pericolose anche per la salute stessa, se è vero che, secondo le previsioni del Clean Power Plan, si potrebbero evitare il 90% delle morti premature e si taglierebbero di 90.000 i casi di asma giovanile … e questo togliendo letteralmente di mezzo qualcosa come 870 milioni di tonnellate di biossido presente nell’atmosfera.

“Siamo la prima generazione a subire gli effetti del riscaldamento globale”, ha ammonito Obama presentando alla nazione americana il programma della Casa Bianca, “ma siamo anche l’ultima che può fare qualcosa per fermarlo”. Un aut aut che lascia davanti a un bivio. A rinforzare le sue parole, Obama ha ripreso la recente enciclica di Papa Francesco, in cui il pontefice argentino ha ribadito come la cura della casa comune, la nostra Terra, sia un obbligo morale oltre che una necessità: posto che Kepler 452B sia abitabile, infatti, è ancora difficile pensare di poterlo raggiungere con i suoi 1.400 anni luce di distanza. Occorre quindi curare la vecchia Terra.

Ma in cosa consiste il Clean Power Plan di Obama? In termini semplicissimi esso prevede la diminuzione del 32% delle emissioni di biossido di carbonio, la maggior parte delle quali proviene dalle centrali elettriche alimentate a carbone.

Ma lasciando stare per un momento il clima, bruciare carbone oggi non è una buona idea: oltre alla anidride carbonica, all’anidride solforosa, agli NOX e alle polveri finissime, il minerale rilascia anche metalli velenosi per la salute dal mercurio al cadmio, dall’arsenico al cromo.

Le voci pro …

“Per gli italiani il problema del carbone è solo residuale”, commenta il Ministro dell’ambiente Galletti. In effetti nel nostro Paese il carbone viene bruciato solo in 12 centrali e ormai la politica del carbone pulito perseguita dall’ENEL del periodo 2007-2013 sembra ormai ferma a un binario morto.

Galletti plaude alla svolta green della Casa Bianca e ricorda come in Italia al carbone siano imputabili oggi solo il 7% delle emissioni nazionali di anidride carbonica. Dati che stridono con quelli degli ambientalisti, che invece parlano di un 30%.

“I nostri problemi sono ben altri”, taglia corto Galletti interpellato da La Stampa di Torino. “I trasporti e il settore civile pesano per il 66% delle emissioni e ha fatto bene Obama a imitare l’Europa, che ormai ha deciso di ridurre sempre più la sua dipendenza dal carbone”.

A livello internazionale, il primo a congratularsi con Obama per il suo storico Clean Power Plan è stato Ban Ki-moon, segretario generale dell’ONU che ha espressamente parlato di una scelta realmente lungimirante.

In effetti la decisione del presidente USA permette anche di dare un nuovo impulso alla ricerca, non solo di energie alternative e di sistemi di generazione sempre più efficienti, ma anche per il settore in crescita della smart energy, ossia di tutte le soluzioni tecnologiche e impiantistiche che partecipano al ciclo dell’energia.

E in questo settore l’Italia delle eccellenze non si è fatta trovare impreparata. A inizio agosto, infatti, è stato siglato un importante accordo di collaborazione tra il nostro Politecnico di Torino e il prestigioso Siebel Energy Institute che riunisce 7 tra i più prestigiosi centri di ricerca sui temi della smart energy: Carnegie Mellon University, École Polytechnique, Massachusetts Institute of Technology, Princeton University, University of California at Berkeley, University of Illinois at Urbana-Champaign, and University of Tokyo. “Abbiamo creato il Siebel Energy Institute per stimolare le migliori menti negli ambiti dell’ingegneria e della computer science a lavorare in modo collaborativo nel settore della smart energy”, ha dichiarato Thomas M. Siebel, fondatore e presidente del centro, finanziato con circa 10 milioni di dollari dalla Thomas and Stacey Siebel Foundation.

… e gli arrabbiati

Tra chi non ha stappato la bottiglia di spumante alle parole di Obama sul suo Clean Power Plan è stato, primi fra tutti, il sindacato americano dei minatori che ha addirittura parlato di un appello alla Corte suprema per bloccare il programma presidenziale. Sono una dozzina gli Stati americani sul sentiero di guerra, che promette di essere feroce.

Non stupisce neppure l’avversità alla proposta delle industrie del settore Oil: tra tutte, la Exxon che ha sempre negato o comunque sminuito l’impatto che il riscaldamento globale sta avendo e avrà sulla vita sulla Terra.

Subito i Repubblicani, già agguerriti per la corsa alle presidenziali 2016 si sono affiancati alle proteste. Dal senatore Mark Rubio: “ci sarà un aumento della spesa delle bollette elettriche!” al capogruppo alla Camera John Boehner che ha parlato di “ennesimo provvedimento irresponsabile”, come se, invece, continuare a bruciare carbone fosse un atto avveduto e lungimirante.

Dal 1° al 12 dicembre 2014 si è tenuta a Lima (Perù) la 20° Conference of the Parties – COP alla Convention della Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

In tale sede è stato presentato il rapporto stilato dall’ONG Germanwatch, in collaborazione con Legambiente, sulle performance ambientali dei più grandi Paesi del mondo.

Gli Stati posti sotto esame sono 58 e rappresentano il 90% delle emissioni globali.

 

La performance di ogni Paese è misurata con il Climate Change Performance Index (CCPI), che è così costituito:

– 60% dovuto alle emissioni (suddivise equamente tra livello delle emissioni annue e trend nel corso degli anni);

– 20% dovuto allo sviluppo delle rinnovabili (10%) e dell’efficienza energetica (10%);

– 20% dovuto alla politica climatica nazionale (10%) e internazionale (10%).

 

Risultato? Se è vero che negli ultimi anni si è assistito ad un rallentamento della crescita delle emissioni globali di CO2 e una differenziazione rispetto all’andamento del PIL, dovuta in primis allo sviluppo delle energie rinnovabili, è anche vero che nessun paese è stato in grado di contrastare in maniera efficace i cambiamenti climatici in corso e a mantenere le emissioni globali al di sotto della soglia critica dei 2 gradi.


E quindi per il Germanwatch sono tutti bocciati.

 

Le prime tre posizioni, infatti, sono rimaste vuote, visto che nessun Paese è stato in grado di performance tanto virtuose da consentire un contrasto sensibile al climate change.

Al 4° e 5° posto si sono distinte Danimarca e Svezia, che, se confermassero il trend nei prossimi anni, potrebbero salire sul podio.

 

 

Nella top ten della classifica, fatta eccezione per il Marocco che conferma la performance positiva dello scorso anno, è chiara la predominanza di Stati europei: Regno Unito, Portogallo, Cipro e Irlanda.


La Germania, dopo anni di leadership, conferma il 22° posto, come lo scorso anno. La scelta di rilanciare l’uso del carbone ha pesato sulla valutazione, ha fatto salire le emissioni e sta mettendo a rischio il raggiungimento dell’obiettivo di riduzione entro il 2020 del 40% della CO2 rispetto al 1990. La Germania, con il trend attuale, si attesterebbe al 32%. Motivo per cui ha presentato un nuovo Piano Nazionale sul Clima, con nuove misure aggiuntive per ridurre le emissioni soprattutto nel settore elettrico.

 

E l’Italia? 17° posto, ma forse non perché più virtuosa della Germania ma perché più colpita dalla recessione economica, che di fatto implica meno emissioni.

 

Tuttavia se viene considerata esclusivamente la politica nazionale sul clima, il Bel Paese scende al 58° posto.

 

Questo è quanto attesta l’Agenzia Europea per l’Ambiente – AEA, che evidenzia come l’Italia senza nuove misure aggiuntive non sarà in grado di rispettare l’obiettivo di riduzione delle emissioni non-ETS (trasporti, residenziale, servizi e agricoltura) del 13% rispetto al 2005. Di fatto le misure aggiuntive proposte nel 2012 permetterebbero di raggiungere l’obiettivo, ma ad oggi non sono state messe in atto.

 

Da apprezzare invece l’impegno di Stati Uniti e Cina, che grazie a significativi investimenti nel settore delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, si sono risollevate dalle ultime posizioni, attestandosi rispettivamente al 44° e al 45° posto.

 

Resta inteso che la strada per tutti resta ancora in salita.

 

Roberta Lazzari

 

Fonti:

www.rinnovabili.it – 9/12/2014

www.legambiente.it – 8/12/2014

È notizia di questi giorni che la Russia di Vladimir Putin ha siglato un accordo con la Cina per una fornitura trentennale di gas del valore di quasi 500 miliardi di dollari. Si riapre dunque la questione energetica in Europa e nel nostro Paese in particolare.

 

Per contribuire alla discussione pubblichiamo un contributo di Francesco Meneguzzo, fisico presso l’istituto di biometeorologia del CNR, sull’uso sempre più sconsiderato del metano tradizionale e dal titolo eloquente: il metano dà una mano (a scavarci la fossa).

 

La fonte energetica ponte

Fino dagli anni ’80 del secolo scorso, il gas naturale, o metano, è stato considerato la fonte energetica più pulita tra tutti gli idrocarburi, nonché il migliore candidato a rappresentare il ponte tra l’era dell’energia ad alta intensità di carbonio e l’economia a basso tenore di carbonio, in prospettiva dominata dalle fonti rinnovabili – acqua, vento, sole, geotermia e biomasse.

 

Effettivamente, considerando il solo processo di combustione, il metano genera meno anidride carbonica rispetto ai derivati del petrolio, e molto meno rispetto al carbone.

 

Sulla scorta della pressione ecologista, della comunità scientifica rappresentata dal IPCC, l’organismo istituito in seno all’ONU per lo studio dei cambiamenti climatici, e – non secondariamente – dalla crescente instabilità delle aree di estrazione del petrolio, Medio Oriente in primo luogo, soprattutto in Europa si è realizzata l’epocale transizione al metano quale fonte energetica primaria largamente più impiegata e diffusa, in particolare per la generazione di calore domestico e industriale, per la generazione termoelettrica e parzialmente anche per l’alimentazione dei veicoli.


Fino almeno al 2009, in Italia quasi il 65% della generazione elettrica avveniva per mezzo del gas naturale (quota in seguito erosa dalla diffusione delle fonti rinnovabili).

 

La gran parte della politica energetica nazionale ed europea, oltre alla corsa a ostacoli delle fonti rinnovabili, è stata centrata negli ultimi 25 anni sull’accesso più sicuro e conveniente al gas naturale, finora anche con un certo successo, nonostante la disintegrazione della Libia e le crisi ucraine. Tutto bene, quindi?

 

I primi studi critici

Tra il 2011 e il 2012, insieme alle crescenti evidenze dell’approssimarsi del punto di non ritorno del riscaldamento globale, testimoniato per esempio dal collasso della superficie e del volume del ghiaccio marino nell’artico [Stroeve et al., 2014], nonché al boom del gas di scisto americano, da cui anche le recenti perorazioni di Obama all’Unione europea per la sostituzione del gas russo col gas made in USA, la comunità scientifica ha iniziato a interrogarsi, tra le altre cose, sul reale beneficio climatico apportato dal gas naturale rispetto agli altri combustibili fossili.

 

Occorre partire dalla considerazione che il metano è un gas a effetto serra enormemente più potente dell’anidride carbonica, di almeno 25 volte, e tuttavia il suo tempo medio di residenza in atmosfera non supera i 30 anni. Oltre alla sua trasformazione in anidride carbonica per mezzo della combustione, è opportuno quindi considerare le emissioni dirette di metano, sia naturali che di origine tecnologica.

 

Negli USA, Robert Howarth con i suoi collaboratori del dipartimento di ecologia e biologia evolutiva alla Cornell University di New York, pubblicarono due articoli – di cui uno su Nature – destinati a sollevare il dibattito sugli impatti climatici globali dell’estrazione di gas di scisto [Howarth et al., 2011a, 2011b]; in essi, si dimostrava che nei primi 20 anni dall’emissione, l’impatto delle fuoriuscite di gas naturale (miscela di gas composta prevalentemente di metano) nelle fasi di fratturazione e di trasporto nelle tubazioni sono talmente elevate che a parità di energia utilizzabile il loro contributo era stimato perfino doppio rispetto al carbone, e ancora pari a questo nell’orizzonte dei 100 anni. Proporzioni che aumentano ancora nel confronto con il petrolio.

 

Sul fronte del gas naturale convenzionale, per esempio quello trasportato in Italia e in Europa dai gasdotti provenienti dalla Russia, dall’Algeria e dalla Libia, studi condotti in Italia da Beniamino Gioli, Franco Miglietta e Francesco Vaccari dell’istituto di biometeorologia del CNR a Firenze dimostrarono che proprio nella capitale del rinascimento italiano le emissioni dirette di metano rappresentavano quasi il 10% del contributo cittadino all’aumento dell’effetto serra, per l’86% dovute a fuoriuscite dalla rete di distribuzione urbana, per il 2% al riscaldamento domestico e per il rimanente 14% al traffico veicolare [Gioli et al., 2012, 2013]. Non propriamente un contributo da escludere, e questo limitatamente a una città di medie dimensioni, afflitta da un traffico molto intenso quasi tutto alimentato a benzina e gasolio. Quante saranno le perdite lungo le molte migliaia di km di reti del gas che si snodano fino alle più piccole comunità anche molto lontane dai gasdotti principali?

 

2014: la pietra tombale sul metano?

La pietra tombale sull’aura di santità climatica del gas naturale la depone l’ultimo studio di Robert Howarth, pubblicato online il 15 maggio scorso su Energy Science & Engineering, la nuova e già prestigiosa rivista della Società di chimica industriale del Regno Unito [Howarth, 2014].

 

Ampliando e sostanzialmente confermando i dati presentati su Nature tre anni prima, l’autore estende al gas naturale convenzionale la patente di maggiore inquinatore del clima proprio a causa del grandissimo effetto aggiuntivo prodotto dalle fuoriuscite dalle reti di trasporto e distribuzione, oltre che dai siti di estrazione – queste ultime particolarmente intense nel caso dei pozzi di fratturazione (fracking) – e precisa un concetto fondamentale: il punto di non ritorno del riscaldamento globale, passato il quale questo sarà inarrestabile, potrebbe essere molto più prossimo di quanto comunemente si ritenga, e qualsiasi contributo ulteriore ai gas serra può essere estremamente pericoloso anche nel breve termine di uno o due decenni, per cui ha molto più senso considerare l’effetto serra del metano durante i suoi 20 o 30 anni di residenza in atmosfera che sulla scala secolare.

 

Limitandosi quindi ai prossimi 20 anni, Howarth trova che sono soprattutto gli usi più comuni del metano, di riscaldamento domestico e industriale, seguiti dall’alimentazione dei veicoli e infine, a distanza, da quelli termoelettrici, i principali responsabili della trasformazione di questo gas nel principale killer del clima terrestre, proprio per le distanze di trasporto, l’obsolescenza delle reti e le conseguenti perdite.

 

Ben il 44% dell’effetto serra aggiunto a quello naturale dalla prima rivoluzione industriale a oggi è dovuto direttamente al gas metano, e ben di peggio ci riserva il futuro se il consumo di gas naturale non sarà abbattuto nei prossimi 15 anni; e l’unica strada, raccomanda il prof. Howarth con un’enfasi non comune alle austere pubblicazioni scientifiche, altra non è che la conversione all’elettricità di tutti gli usi finali dell’energia, a partire dal riscaldamento e dai trasporti, insieme alla corsa più veloce possibile verso la generazione elettrica per mezzo delle fonti rinnovabili.

 

Per l’Italia questo significa, in primo luogo, accelerare lungo la strada delle fonti rinnovabili, a partire da quella solare, in secondo luogo adottare su vasta scala tutte le tecnologie esistenti ed efficienti per il riscaldamento e le generazione di calore industriale alimentate da elettricità, nonché sostenere la conversione all’elettrico e all’idrogeno solare dei trasporti, con la sicurezza che non solo il clima non ci lascia scelta ma che, come Howarth stesso afferma al termine del suo ultimo studio, e come è molto più approfonditamente esposto sulla prestigiosissima rivista medica Lancet [Smith, 2013], evitare anche solo una frazione delle spese sanitarie e sociali per malattie e decessi prematuri determinate dall’inquinamento locale prodotto dai combustibili fossili ripagheranno abbondantemente gli investimenti per le energie rinnovabili e per l’elettrificazione degli usi finali dell’energia.

 

Di Francesco Meneguzzo

 

Bibliografia

1. Gioli, B., P. Toscano, E. Lugato, a Matese, F. Miglietta, a Zaldei, and F. P. Vaccari (2012), Methane and carbon dioxide fluxes and source partitioning in urban areas: the case study of Florence, Italy., Environ. Pollut., 164, 125–31, doi:10.1016/j.envpol.2012.01.019.

2. Gioli, B., P. Toscano, A. Zaldei, G. Fratini, and F. Miglietta (2013), CO2, CH4 and Particles Flux Measurements in Florence, Italy, Energy Procedia, 40, 537–544, doi:10.1016/j.egypro.2013.08.062.

3. Howarth, R. W. (2014), A bridge to nowhere: methane emissions and the greenhouse gas footprint of natural gas, Energy Sci. Eng., 1–14, doi:10.1002/ese3.35.

4. Howarth, R. W., R. Santoro, and A. Ingraffea (2011a), Methane and the greenhouse-gas footprint of natural gas from shale formations, Clim. Change, 106(4), 679–690, doi:10.1007/s10584-011-0061-5.

5. Howarth, R. W., A. Ingraffea, and T. Engelder (2011b), Should fracking stop?, Nature, 477(7364), 271–275, doi:10.1038/477271a.

6. Smith, K. R. (2013), Smoked out: the health hazards of burning coal, Lancet, 381(9882), 1979, doi:10.1016/S0140-6736(13)61190-3.

7. Stroeve, J. C., T. Markus, L. Boisvert, J. Miller, and A. Barrett (2014), Changes in Arctic melt season and implications for sea ice loss, Geophys. Res. Lett., 41(4), 1216–1225, doi:10.1002/2013GL058951.

Sono necessari ingegneri e know how tecnico per evitare la scomparsa del lago Chad. È quanto emerso lo scorso week end a Rimini alla Conferenza dei donatori per la rivitalizzazione del lago Chad, dove ha partecipato, in qualità di osservatore tecnico, insieme ad alcuni capi di Stato Africani, al presidente dell’Unione Africana, al presidente della Commissione Africana.

L’evento è stato organizzato e promosso attivamente dalla Fondazione perla Collaborazionetra i Popoli e dal prof. Romano Prodi.

 

Il presidente dell’Ordine romano, ing. Carla Cappiello, e il vice presidente con delega all’Internazionalizzazione, ing. Manuel Casalboni, sono stati accompagnati da un team di ingegneri docenti universitari, esperti delle tematiche trattate, che offriranno le proprie competenze a quelle popolazioni coinvolte nell’area geografica del progetto.

 

Il lago Chad posto tra Nigeria, Niger, Ciad e Camerun era una delle più grandi riserve di acqua dolce del mondo. Permetteva il sostentamento dei più di 30 milioni di abitanti dell’area, che potevano praticare, anche grazie a un clima favorevole, pesca agricoltura e pastorizia.

Attualmente è in corso un inaridimento della zona causato dal cambiamento climatico, dal non corretto sfruttamento del lago e dall’aumento smisurato della popolazione.

La portata del lago rappresenta oggi circa un decimo di quella che era negli anni ’70.

 

Come ha sottolineato il prof. Romano Prodi, durante il suo intervento, è necessario un pronto intervento delle comunità locali e internazionali, perché il prosciugamento del lago porterebbe a una catastrofe economica, sociale e ambientale.

 

I paesi geograficamente coinvolti,la Repubblica Centrafricana,la Libia, il Sudan, l’Egitto, il Congo ela Bancadi Sviluppo Africana sono interessati ad un progetto su piano quinquennale (2013-2017) per la risoluzione del problema, attraverso la realizzazione di opere idrauliche e attività per il risanamento di agricoltura e zootecnia.

 

Risulta, pertanto, essenziale l’ausilio degli ingegneri che con il proprio lavoro potranno collaborare al risanamento del bacino acquifero del Chad.

Novembre 2010: città allagate nel Veneto, un’inondazione che ha interessato più di 500.000 persone e che ha colpito Vicenza e molti altri comuni. Alluvione avvenuta a poche settimane da quella di Genova e della provincia di Savona, quando per giorni la Liguria è rimasta paralizzata con strade, autostrade e linee ferroviarie interrotte.

 

A quasi un anno di distanza lo scenario si ripete, ma questa volta siamo nelle Cinque Terre, a Monterosso, Borghetto, Vara, Vernazza, Aulla. Per non parlare di Genova, capoluogo della Liguria, devastata da un’alluvione drammatica.

 

Il capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli afferma che: “In Italia c’è un problema di mancata prevenzione generale, in un territorio fin troppo antropizzato dove spesso non vengono fatti gli interventi per ridurre i rischi”.

 

Le cause di questi scenari disastrosi sono numerose: l’intensità delle piogge, i piani urbanistici non studiati adeguatamente, la mancata prevenzione del dissesto idrogeologico. Tuttavia esiste una ragione ben precisa: l’aumento smisurato dell’intensità delle precipitazioni è uno degli effetti più marcati del cambiamento climatico in atto.

 

È così che si hanno meno giorni di pioggia, ma con fenomeni molto più intensi.
Se i fenomeni più intensi li stiamo vivendo direttamente in questi giorni, non dobbiamo pensare che non sia vero che quantitativamente parlando, i giorni di pioggia sono drasticamente diminuiti. Lo conferma anche uno studio, pubblicato dal Journal of Climate, dell’Agenzia Usa per lo studio degli Oceani e l’Atmosfera (Nooa), secondo cui le precipitazioni (pioggia e neve) invernali nel Mediterraneo sono crollate ormai da 20 anni.

 

Sono stati esaminati i dati dal 1902 allo scorso anno. Si nota subito che dei 12 inverni più secchi dell’ultimo secolo ben 10 sono stati registrati a partire nell’ultimo ventennio. Grazie a diverse simulazioni i ricercatori sono pervenuti alla conclusione (amara) che i gas serra emessi artificialmente, ovvero prodotti dall’uomo, sono i maggiori responsabili. Sicuramente una piccola componete è dovuta anche alla variabilità naturale, ma lo stress idrico cui è sottoposto la regione mediterranea è troppo grave e difficilmente potrà essere superato solo grazie alla natura. Il fenomeno e’ preoccupante anche perché una percentuale tra il 60 e l’80% dell’acqua potabile viene usata per irrigare i campi.

 

Quando si parla di desertificazione, istintivamente si pensa ad Africa o Asia, tuttavia, anche in Italia si sta già assistendo a fenomeni di desertificazione.
Un’analisi pubblicata di recente dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) mette in evidenza come i fenomeni di vulnerabilità del suolo non si limitano alle cinque regioni ben note: Sicilia, Puglia, Calabria, Basilicata e Sardegna, ma anche ad altre non così intuitive come Piemonte, Liguria, Toscana e Abruzzo.

 

Il periodo analizzato è il decennio 1990-2000. Emerge chiaramente che circa il 70% della superficie della Sicilia ha un grado medio-alto di vulnerabilità ambientale, ma anche Molise (58%), Puglia (57%) e Basilicata (55%) sono zone fortemente a rischio.

 

Occorre precisare che la desertificazione è il risultato di una combinazioni di caratteristiche naturali intrinseche del terreno, con le attività dell’uomo, che di solito sono propense ad uno sfruttamento eccessivo del suolo. Se a questi si somma l’impatto dei cambiamenti climatici, che implica una diminuzione di apporto di acqua, una modifica delle temperature e della frequenza degli eventi estremi (ad esempio piogge dilavanti molto forti), si ha una vera e propria distruzione dello strato superficiale fertile dei suoli e un loro conseguente inaridimento.

 

Scontata è la direzione da seguire: se i cambiamenti naturali non si possono bloccare, si può ridurre l’apporto del contributo umano alla “disidratazione” dei terreni e ai cambiamenti climatici in genere.

 

Articolo di Roberta Lazzari

 

Fonte Ansa

In un recente documento la Commissione europea definisce la strategia necessaria per conseguire l’obiettivo di un’energia competitiva, sostenibile e sicura per i Paesi dell’Unione. Il documento individua le priorità di intervento per l’Europa nei prossimi dieci anni: la costituzione di un sistema energetico più efficiente, un mercato integrato a prezzi competitivi e forniture sicure, il consolidamento della leadership tecnologica e l’avvio di negoziati con i partner internazionali.

D’altra parte l’Agenzia internazionale dell’Energia, nel suo ultimo rapporto sulle prospettive delle tecnologie energetiche al 2050, sottolinea con enfasi come quella “rivoluzione” auspicata da tempo per rispondere alle problematiche dei cambiamenti climatici sia un processo in atto e che un futuro a basse emissioni di anidride carbonica sia anche una soluzione efficace per accrescere il livello di sicurezza energetica e sostenere lo sviluppo economico (leggi anche Il business dei cambiamenti climatici).

La crescita dell’efficienza energetica dell’area OCSE; l’aumento degli investimenti pubblici in R&S nelle tecnologie a basso contenuto di carbonio; la comparsa nei listini di importanti compagnie automobilistiche di veicoli ibridi ed elettrici; la ripresa degli investimenti nel settore nucleare (leggi anche Nucleare da fissione sostenibile. Partono due progetti europei) sono segnali di un processo ormai avviato, sostenuto – in controtendenza rispetto alle negative previsioni collegate allo svolgersi della crisi economica internazionale – dal buon andamento fatto segnare dagli investimenti nelle tecnologie low-carbon che nel 2009 hanno costituito oltre il 60% della nuova capacità di generazione elettrica in Europa.

La strada da compiere verso la costruzione di un sistema energetico più sostenibile è tuttavia ancora molto lunga. Un recente studio realizzato per la Commissione europea da autorevoli istituti di ricerca mostra infatti che, per conseguire gli impegni assunti all’orizzonte del 2020, sarebbe necessario triplicare i risultati finora conseguiti attraverso le politiche e misure finora adottate.

La situazione italiana
All’interno di questo quadro l’Italia manifesta difficoltà nella tenuta competitiva della propria base industriale proprio nei nuovi settori delle tecnologie low-carbon. Gli investimenti italiani in questi settori, infatti, nonostante mostrino negli ultimi anni un apprezzabile tasso di crescita, persino superiore a quello degli Stati Uniti, secondo Paese in termini di investimenti totali dopo la Cina, risultano sbilanciati a favore di progetti per la generazione di energia e presentano, invece, quote praticamente nulle destinate all’innovazione tecnologica. Si rende quindi necessario individuare politiche e strumenti in grado di attivare un vero e proprio processo di “accelerazione tecnologica” del nostro sistema energetico.

Al conseguimento di questo obiettivo concorrono le analisi di scenario condotte dall’Enea al fine di identificare quelle traiettorie di sviluppo di lungo termine in grado di realizzare scenari che rispondano insieme agli obiettivi di sicurezza energetica, sostenibilità ambientale e competitività economica. Su queste tematiche le nuove funzioni di Agenzia, che si aggiungono a quelle tipiche di un ente di ricerca, amplificano le capacità specifiche di intervento che l’ente è in grado di esplicare sia verso il decisore pubblico che verso il sistema della produzione e dei servizi.

Il Rapporto Energia e Ambiente – Analisi e Scenari
Il Rapporto Energia e Ambiente – Analisi e Scenari – dell’Enea, giunto alla sua 11a edizione presenta in maniera sintetica il quadro delle dinamiche in atto nel contesto del sistema energetico nazionale e internazionale, mettendo in luce allo stesso tempo i percorsi tecnologici di medio e lungo periodo che consentirebbero a livello Paese di dirigersi verso uno sviluppo di tipo sostenibile e di avviare un processo di rilancio dell’industria italiana nei diversi settori low carbon.

Il Rapporto Energia e Ambiente – Analisi e Scenari

Dalla premessa di Giovanni Lelli, Commissario Enea

Il Food Climate Research Network (FCNR) ha realizzato uno studio insieme al WWF UK nel quale stabilisce che il 30% delle emissioni del gas serra CO2 in Inghilterra sono dovute all’industria alimentare, intesa come produzione di cibo, a partire dalla deforestazione per creare nuovi spazi coltivabili e/o dove “costruire” le batterie d’allevamento di animali, che non necessariamente avviene in territorio nazionale.

Le due organizzazioni non si sono pertanto potute esimere dal lanciare un appello per un cambiamento radicale nel sistema alimentare, inteso a 360 gradi a partire dalle tecnologie con cui si produce il cibo, sino a variare e limitare i consumi di carne e di prodotti di origine animale. Obiettivo: ridurre del 70% le emissioni del settore entro il 2050, il tutto attraverso nuovi modelli di consumo.

In Italia l’industria alimentare è responsabile del 19% delle emissioni di CO2, considerando solo il processo produttivo che avviene in ambito nazionale. Diverse fasi incidono su questa percentuale: il 45% è dovuto alla produzione agricola, il 19% ai trasporti associati alle merci agricole, il 18% dagli allevamenti (fermentazione enterica e letame) e il 13% dal packaging. Solo il 5% è dovuto alla trasformazione industriale.

Ragionando quindi sulla dieta dal punto di vista della CO2 e non solo dal punto delle calorie che apporta, si capisce perché la piramide alimentare, progettata nel 1992 dall’US Department of Agricolture al fine di diffondere il concetto di alimentazione equilibrata, a oggi risulta incompleta. Occorre considerare il cibo sotto tre punti di vista:
– apporto nutrizionale (calorie, grassi, proteine e zuccheri)
– emissioni di CO2
– quantità d’acqua utilizzata nel ciclo di produzione del cibo

La Barilla Center for Food & Nutrition (BCFN) ha presentato a Milano una doppia piramide che considera sia la salute dell’uomo che l’impatto ambientale.
Dagli studi condotti è emerso che chi si nutre sulla base della dieta mediterranea ha ogni giorno un’impronta ecologica di 12,3 m2 e immette in atmosfera circa 2,2 kg di CO2. Mentre chi si nutre seguendo diete più ricche in carne (dieta nordamericana ad esempio) ha un’impronta ecologica quotidiana di 26,8 m2 e immette in atmosfera circa 5,4 kg di CO2.

L’impronta ecologica è un indice statistico che misura la richiesta umana nei confronti della natura, ovvero mette in relazione il consumo umano di risorse naturali e la capacità della terra (o area biologicamente produttiva di mare e di terra) di rigenerarle. Con l’impronta ecologica si riescono a stimare quanti “pianeta Terra” servirebbero per sostenere l’umanità se questa avesse uno stile di vita univoco.
Nella piramide doppia si vede che alimenti quali le verdure fresche, per le quali è consigliato un consumo frequente, sono quelli che determinano un impatto minore. E viceversa quelli di cui si raccomanda un’assunzione moderata.

Non da sottovalutare l’impatto che il regime alimentare ha sul risparmio idrico. Secondo un gruppo di studiosi occorre considerare il contenuto di acqua virtuale di ciascun elemento, ovvero l’acqua necessaria per la produzione di ciascun bene. Basti pensare che se in media un individuo nell’arco di una giornata assume dai 2 ai 5 litri di acqua, il consumo di acqua virtuale giornaliero per alimentarsi varia da circa 1.500-2.600 litri della dieta vegetariana a circa 4.000-5.400 litri di una dieta ricca di carne.

A questo punto non ci resta che sperare che nelle etichette dei cibi oltre a riportare ingredienti, valori nutrizionali e scadenza vi siano indicati anche gli indici di impatto che hanno sull’ambiente.

Articolo dell’Ing. Roberta Lazzari

Fonti:
www.terranatura.it
www.ansa.it

Chi l’avrebbe mai detto che i cambiamenti climatici fossero anche creatori di nuove professioni e di nuovi mercati?
Dal 2005, ovvero da quando è entrato in vigore il Protocollo di Kyoto, si è aperto anche un nuovo mercato inerente la compravendita di carbonio, ovvero un mercato che si basa sulla mancata consegna di una sostanza invisibile. E i valutatori di questa nuova merce sono gli “esperti del carbonio”.

Vediamo meglio di cosa si tratta.
I maggiori produttori di gas serra con sede in Giappone, Europa, Stati Uniti e Nuova Zelanda, ad esempio, non possono superare un certo tetto massimo di emissioni, tuttavia possono comprare dei crediti, i cosiddetti offset, ovvero compensazioni che consistono in crediti generati da progetti di riduzione delle emissioni nei Paesi in Via di Sviluppo. Tali progetti vengono controllati dalle Nazioni Unite, che emettono anche dei veri titoli a se stanti. Per verificare che le promesse di riduzione delle emissioni vengano rispettate a distanza di anni, sono state individuate dalle stesse Nazioni Unite 26 Doe (Designated operational entities – Entità operative designate).

Le Doe valutano le potenzialità di un progetto e redigono un rapporto che trasmettono alle Nazioni Unite. Una volta approvato il progetto lo stesso è da considerarsi “convalidato” e i crediti potenziali vengono messi sul mercato sotto forma di contratti a termine. Essi subiscono quindi le leggi della compra-vendita, tuttavia chi compra questi titoli non ne ha immediato possesso dovendo le Doe prima verificare che le emissioni siano state realmente ridotte, e questa ulteriore verifica può avvenire in qualche mese ma anche a distanza di anni. Dopo tale verifica i crediti diventano Cer (Certificated emission reduction – Riduzioni di emissioni certificate) e possono essere utilizzati dalle società che devono rientrare nei limiti di emissione.

Tuttavia proprio la convalida risulta essere il punto debole di questa procedura. Infatti senza la vendita dei Cer non sarebbe possibile realizzare un progetto. Tuttavia la riduzione delle emissioni è un concetto traslato nel futuro e i progettisti sono pertanto tenuti a dimostrare che le tecnologie adottate per ridurre le emissioni sono le migliori disponibili e che i finanziamenti del Cdm (Clean development mechanism – meccanismo di sviluppo pulito) delle Nazioni Unite sono indispensabili per la realizzazione degli stessi progetti. In parole semplici si tratta di andare a certificare delle circostanze puramente teoriche.

L’ufficio europeo del Wwf di Bruxelles sottolinea come sia un problema se una società che produce energia utilizza crediti dubbi per rientrare nei limiti di emissione. Infatti i crediti possono valere 7 anni, rinnovabili altre 2 volte per la stessa durata, e durante quest’arco di tempo si teme che non vengano eseguiti i debiti controlli né nei Paesi Industrializzati, né tanto meno in quelli in Via di Sviluppo.

Il problema reale è che, come ogni mercato, anche quello delle emissioni in atmosfera viene regolato da interessi privati: le aziende che inquinano, i progettisti e i governi spingono per convalidare il maggior numero di progetti. La domanda e l’offerta di carbonio vengono stabilite da politici e burocrati che fissano limiti di emissione e criteri di compensazione.
E anche questa volta la salvaguardia dell’ambiente sembra passare in secondo piano.

Articolo dell’ing. Roberta Lazzari

Fonti:
Il business del clima di Mark Shapiro su Internazionale – n. 835 del 26 febbraio 2010

Pensando a Canada, Groenlandia e spingendo la fantasia a tutte le Terre del Circolo Polare Artico, non può che venir spontanea un’immagine: un’immensa distesa di terre incontaminate dove il freddo la fa da padrone. Eppure nell’era delle pale eoliche, dei pannelli fotovoltaici, dei motori a olio vegetale, ancora la corsa allo sfruttamento delle risorse petrolifere coinvolge scenari intatti dall’effetto uomo, deturpandoli e stravolgendo interi ecosistemi.

È quello che sta accadendo nella regione canadese Alberta, dove il processo estrattivo coinvolge le sabbie bituminose di Athabasca, ovvero delle miscele di sabbia, acque e bitume (olio pesante). In questa regione tale mix si trova in superficie o appena al di sotto del piano campagna, quindi non occorre scavare pozzi, ma si tratta di vere miniere a cielo aperto, che stanno prendendo il posto della rigogliosa foresta boreale.
Le miniere si snodano attraverso il corso del fiume Athabasca, artefice del rinvenimento in superficie di tale fonte di petrolio. Il processo consiste nella raccolta di tali sabbie, nell’immersione in acqua calda e nella separazione del bitume dalla vegetazione e dal terreno.
L’acqua di processo contaminata non viene reimmessa in fiume, ma va ad alimentare gli stagni di residui fangosi, la vera catastrofe ambientale, in quanto altro non sono che concentrati acquosi contaminati da sostanze chimiche tossiche, che minacciano di morte piante e animali. E in futuro forse anche le falde freatiche.

La ricerca dell’Oro nero ha portato le grandi compagnie petrolifere negli angoli più remoti della terra, alla scoperta di riserve di petrolio sepolte sotto il ghiaccio, la neve, le foreste boreali, la tundra e la taiga. In molte zone le trivelle stanno già lavorando da decenni, in altre si stanno appena installando le pesanti infrastrutture necessarie all’estrazione e le compagnie petrolifere si contendono già le licenze.
Il cambio climatico non è visto come un problema dall’industria petrolifera, che non si preoccupa di un ulteriore aumento delle temperature e anzi vede in zone libere da ghiaccio una semplificazione del processo estrattivo.
Con lo scioglimento dei ghiacci, l’Artico è divenuto anche oggetto di interesse e curiosità turistica. In Groenlandia nel 2008 i turisti sono stati 50.000, ovvero si sono quadruplicati rispetto al 2000. Ciò che spinge la gente a visitare posti così remoti è soprattutto la conseguenza spettacolare del riscaldamento globale, in particolar modo lo scioglimento dei ghiacci. Ma la gente non si rende conto che raggiungendo queste terre contribuiscono all’emissione di anidride carbonica, gas serra responsabile dei cambiamenti climatici. Infatti non le raggiungono con barche a vela o a nuoto, ma con aerei o navi da crociera.

La beffa inizia dagli alti vertici politici. Infatti i leader dei vari Paesi industrializzati per farsi notare sensibili ai problemi ambientali fanno rapide visite sul posto, pronunciano il loro sgomento e quindi via verso casa. E le popolazioni indigene si sentono prese in giro.
È noto a tutti che il cambio climatico nell’Artico è due volte più veloce della media globale, e  immagini sconvolgenti sull’effetto dello scioglimento dei ghiacci sono disponibili sul web. Ma anche questa volta da una catastrofe c’è chi pensa a lucrare sui capricci dei tanti San Tommaso che se non vedono non credono. E ancora una volta l’ambiente si trasforma in una macchina articolata dove non si capisce il confine tra vero interesse alla sua tutela e puro interesse del poter dire: “Io lo so, perché ci sono stato”.

Di Roberta Lazzari

Fonti:
Internazionale n. 820 del 6 novembre 2009
Internazionale n. 821 del 13 novembre 2009
www.gfbv.it/3dossier/siberia/artic2006-it.html