Quanto tempo impiega mediamente un ingegnere per preparare la documentazione relativa alla pratica di autorizzazione sismica (comprendente la denuncia di inizio lavori e il deposito dei progetti)?

 

Se lo è chiesto il Centro Studi del CNI con una ricerca che ha coinvolto oltre 8.000 ingegneri, chiamati a rispondere a un questionario relativo al tema della sussidiarietà e la semplificazione, raccogliendo le opinioni dei progettisti su varie questioni inerenti la professione (al proposito si legga anche Congresso Nazionale degli Ingegneri 2013: Sportello Unico e Digitalizzazione PA, che delusione!)

 

Ebbene, il tempo medio per istituire una pratica di autorizzazione sismica è risultata di 29 giorni. Si tratta di una delle più veloci, almeno nella fase di preparazione. La procedura risulta più veloce nel caso delle opere di ristrutturazione urbanistica (26,5 giorni) e di nuove costruzioni residenziali (26,6) e meno nel caso delle costruzioni non residenziali (32,3) e nelle demolizioni (35,8).

 

Non si può dire che altrettanto veloce a dare una risposta ai professionisti sia il Genio Civile .

 

La legge prevede che l’autorizzazione sismica sia rilasciata dal Genio Civile regionale entro 60 giorni dalla presentazione della domanda, cui deve far seguito l’immediata comunicazione al Comune dopo il rilascio. Tale tempistica spesso non è rispettata (in media sono necessari 84 giorni), con il 39,1% degli ingegneri che dichiara di non aver ricevuto l’autorizzazione entro i termini previsti: il 17,8% ha dovuto attendere fino a tre mesi, l’8,7% anche 5 mesi, con incredibili punte fino ad un anno per il 2,5% degli intervistati.

 

A questa lentezza si aggiunge la quasi certezza di vedersi richiedere documenti di integrazione alla domanda iniziale (36% delle volte).

 

Questo è un passaggio che rappresenta un sicuro aggravio di tempi e costi per i professionisti e per i loro committenti. Infatti, per il 59,7% degli intervistati servono almeno altri 20 giorni per presentare la documentazione aggiuntiva, che diventano fino ad un mese per un altro 18,7% del campione, e tra i 50 e i 100 giorni per il 6,8%. Inoltre, anche per l’autorizzazione sismica non agevola il compito dei professionisti il fatto che solo nel 14% dei casi sia possibile presentare la domanda on line.

 

Ma non si può dire che le ulteriori richieste di integrazione per rilasciare l’autorizzazione sismica sia dovuta a mancanze da parte dei progettisti, se è vero che questa procedura autorizzativa risulta abbastanza conosciuta tra gli ingegneri: uno su tre ne ha presentato, infatti, almeno una durante gli ultimi 12 mesi.

 

E allora?

 

La procedura di rilascio dell’autorizzazione sismica viene valutata in maniera non particolarmente positiva dagli ingegneri. Infatti, nella scala che va da 1 (poco) a 5 (molto)  essi assegnano una valutazione media di 2,35. E i fattori che la rendono discretamente ostica, per quasi metà degli ingegneri (45,7%), sono da individuarsi nella mancanza di congruità tra l’intervento da realizzare e la complessità della procedura stessa. 

Gli Ingegneri di Modena dichiarano guerra alla troppa burocrazia e all’eccessivo formalismo con cui vengono applicate le norme regionali per la riduzione del rischio sismico, e lo fanno con un durissimo comunicato, diffuso la scorsa settimana, in cui denunciano “un’intransigenza interpretativa da parte dei burocrati locali”.

 

Secondo l’Ordine degli ingegneri della Provincia di Modena, infatti, l’applicazione rigorosamente formale della legge regionale dell’Emilia Romagna 19/2008 sulla riduzione del rischio sismico ha, di fatto, “moltiplicato gli adempimenti burocratici necessari agli interventi edilizi senza intervenire sulla qualità dei progetti e senza tener conto della competenza dei progettisti” (leggi anche Riparte la proliferazione normativa: il progetto di legge sul controllo del settore edilizio in Emilia-Romagna). 

E proprio sulle competenze professionali gli ingegneri emiliani non ci stanno a prendere lezioni da Comune e Provincia. “Addirittura”, afferma l’ing. Adriano Vandelli, vicepresidente dell’Ordine, “sono stati introdotti elementi aggiuntivi, come le numerose asseverazioni necessarie per ogni progetto che, oltre a complicare le cose, mortificano il lavoro svolto dai professionisti perché non ne riconoscono la competenze”. Insomma, una situazione che richiama il famosissimo e burocratico ‘Lasciapassare A38’ protagonista di un celebre episodio di Asterix!

 

Quattro ingegneri? Non bastano
Nella pratica, puntualizza l’Ordine di Modena, si è arrivati al punto per cui, a garantire la sicurezza di un fabbricato, non basta l’intervento di ben quattro ingegneri nella filiera di progettazione e realizzazione (progettista, direttore dei lavori, calcolatore strutturale e collaudatore), ma se ne prevede un quinto – magari privo di esperienza – chiamato a compiere un semplice controllo formale (ma decisivo per far partire l’intervento).

 

Ma la sicurezza dove la mettiamo?
Voglio precisare che la nostra richiesta non significa abbassare la guardia nei confronti del rischio sismico”, interviene Pietro Balugani, presidente dell’Ordine di Modena. “È del tutto evidente che gli ingegneri, primi fra tutti, siano interessati ad impegnarsi per la riduzione dei rischi in quanto rappresenta un loro preciso dovere”.

 

Secondo Balugani, invece, è proprio la complessità delle norme antisismiche regionali che – anziché tradursi in maggior sicurezza per i cittadini – si stanno rivelando solo un inutile fardello di adempimenti burocratici, con conseguente aggravio di costi e allungamento dei tempi di realizzazione.

 

Le critiche
Ma nello specifico, quali sono i punti principali messi in discussione dagli Ingegneri di Modena?
Tra i punti maggiormente criticati c’è l’obbligo, per ogni lavoro di ristrutturazione, di eseguire l’adeguamento dell’intero edificio alle nuove norme antisismiche, cosa quasi mai possibile per come sono strutturate e interpretate le nuove norme. Addirittura, denunciano gli ingegneri modenesi, sono stati introdotti elementi aggiuntivi, come le numerose asseverazioni necessarie per ogni progetto.

 

Altro punto dolente è il fatto che venga totalmente disatteso il termine di 60 giorni stabilito dalla legge per il rilascio del permesso a costruire: si deve ripartire da zero ogni volta che viene richiesta un’integrazione al progetto, dilatando così i tempi a dismisura.

 

Il risultato di questa esasperazione burocratica è paradossale”, conclude Balugani, “i cittadini non possono ampliare od adeguare le proprie abitazioni alle norme vigenti, le imprese di costruzioni non lavorano ed i professionisti devono passare intere giornate a compilare scartoffie e portarle in giro per i vari uffici pubblici” (leggi anche Pianificazione e governo del territorio: la rassegnazione dei professionisti).