Sono passati 25 anni, durante i quali si è parlato e tentato di attuare bonifica e progetti di riqualificazione urbanistica dell’area Bagnoli ex Italsider, senza giungere ad un risultato conclusivo.

La chiusura dello stabilimento ex Italsider risale al ’92 e da allora le vicende, che hanno segnato la storia dell’area Bagnoli ex Italsider, interessano bonifiche mai completate, opere mai collaudate e avviate e fallimenti di società.

Una serie di eventi che culminano con un’inchiesta della Magistratura, attivata nel 2013 sulla bonifica mai compiuta, con l’accusa di disastro ambientale. Conseguenziale è stato il sequestro dell’area Bagnoli ex Italsider.

Nel settembre del 2015, Invitalia, viene insignita come soggetto attuatore della bonifica e degli interventi di sviluppo dell’area Bagnoli ex Italsider. Con la legge Sblocca Italia, sono definiti i ruoli: lo Stato farà da garante mentre l’agenzia nazionale Invitalia aprirà ai privati per gli investimenti che serviranno per la bonifica e la ripresa dell’area Bagnoli ex Italsider.

L’articolo 6 del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 15 ottobre 2015 assegna la proprietà delle aree e degli immobili (Fig.1) all’Agenzia nazionale per l’attivazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa di cui era titolare Bagnoli Futura S.p.A. fallita nel 2014.

Bagnoli ex italsider

Fig.1_cartografia terreni al 28 gennaio 2016 ©Invitalia.it

Dissequestrata area Bagnoli ex Italsider dopo 5 anni di attesa

Dopo 5 anni, il Tribunale ha dissequestrato tutte le aree Bagnoli ex Italsider. La notizia del 13 luglio 2019 è stata commentata, attraverso una nota, dal Ministro per il sud, Barbara Lezzi che ha precisato: “La Corte d’Appello infatti ha disposto la restituzione delle aree ad Invitalia, ritenendo che le esigenze cautelari che avevano portato al sequestro siano venute meno. Si tratta di un fatto di estrema importanza che fa seguito alla recente presentazione della gara bandita, sempre da Invitalia, per la bonifica dell’amianto nell’ex area Eternit, situata all’interno del SIN”.

Bagnoli ex italsider

Fig.sx – Perimetro del Sin Bagnoli – Coroglio, D.M. 31 agosto 2001; Fig.dx – Riperimetrazione del SIN Bagnoli – Coroglio D.M. 8 agosto 2014

Barbara Lezzi ha dichiarato la soddisfazione per lo sblocco della situazione che apre nuovi orizzonti sul difficile progetto area Bagnoli ex Italsider :“ll giorno che tutti stavamo aspettando da tempo per Bagnoli finalmente è arrivato: la Terza Sezione della Corte d’Appello di Napoli, che voglio pubblicamente ringraziare, ha accolto la richiesta di dissequestro delle aree del SIN ex Italsider che avevamo recentemente presentato. Questo significa che i lavori per le bonifiche ora possono partire a pieno regime, per realizzare il piano complessivo di rigenerazione e riqualificazione di Bagnoli. Questa è una grande notizia”.

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Quali tempi sono previsti per la bonifica?

L’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri, intervistato dal quotidiano Il mattino di Napoli, ha definito una data: la bonifica partirà (da zero) nel 2021 e si concluderà nel 2023. Arcuri ha dichiarato: “Il Tribunale ha dissequestrato tutte le aree di Bagnoli. Adesso davvero non ci sono più scuse per nessuno, a partire da noi”.

Una svolta per i piani futuri dell’area segnata da una speranza di riconversione, ma l’AD di Invitalia precisa: “non ci si chieda di recuperare 25 anni. Perché è semplicemente impossibile”.

Invitalia è partita ed annuncia il bando, entro fine anno, di 35 gare. L’ultima, risale al primo luglio 2019 ed interessa la rimozione integrale dell’amianto nell’area ex Eternit dalla vasta estensione pari a 20 campi da calcio dalla quale verrà rimosso uno strato di 10 centimetri del tossico materiale per un volume di 15 mila metri cubi.

Il 15 giungo 2019 con la Conferenza dei servizi è stato dato il via libera al piano urbanistico, con un piano di rigenerazione che comprende Coroglio e arriva a Piazzale Tecchio, da Nisida alle aree del litorale verso Pozzuoli.

Sono previsti 198 mila mc circa da destinare a residenze di nuova edificazione e 200 mila mc circa di conservazione di Borgo Coroglio. In totale, sia sulle aree interne che esterne al perimetro commissariale, è prevista una volumetria di 1 milione e 600 mila mc. Finalizzata ad attività di produzione di beni e servizi, spazi espositivi, attività culturali, una piccola quota di commerciale, terziario, archeologia industriale.

Lo Stralcio Urbanistico del PRARU si compone di circa 90 tavole, tra grafici ed elaborati descrittivi, che definiscono il perimetro commissariale, certificato dal comune di Napoli, i Ministeri competenti, le Amministrazioni statali compresa l’Autorità portuale e le Soprintendenze, che tuttavia non ha ricevuto l’ok della Regione che ha evidenziato alcune criticità, quali:

È inevitabile sperare in un superamento di tali difficoltà, auspicio sostenuto dalla Regione che chiede un’immediata risoluzione con chiarimento dei punti sopracitati, al fine di un rilancio concreto e tempestivo del programma di modifica e sviluppo dell’area Bagnoli ex Italsider.

Ulteriori ritardi mettono a rischio di definanziamento degli investimenti per decine di milioni di euro realizzati in quell’area (Cittadella dello Sport, Porta del Parco,Turtle Point) e non rendicontati all’Unione Europea e allontanano nel tempo la possibilità di beneficiare e godere di spazi che appartengono alla comunità.

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Il rischio di provocare un danno ambientale è comune a una pluralità di aziende di ogni settore: dai più ovvi, come il Chimico, Trasporti o Petrolifero, a quelli percepiti come meno pericolosi come l’Alimentare o il Tessile.

 

E le imprese sono consapevoli delle conseguenze che possono arrivare in caso di incidenti rilevanti che portino danno all’ambiente circostante, tant’è vero che anche in un periodo di crisi del mondo del lavoro, nel 2014 sono state oltre 230.000 gli specialisti con competenze ambientali assunti a fronte di circa 3 milioni di green jobs.

 

I dati sono stati raccolti ed elaborati nel rapporto GreenItaly 2014, appuntamento annuale curato da Unioncamere e Fondazione Symbola. In particolare, l’indagine evidenzia, inoltre, che il manager del rischio ambientale si colloca tra le figure con le migliori prospettive di sviluppo per il futuro.

 

“Effettivamente è un professionista che può essere richiesto  trasversalmente da aziende dei più diversi settori industriali e di tutte le classi dimensionali (piccole/medie/grandi realtà); non solo nei comparti più generalmente considerati ad alto impatto ambientale (come le grandi aziende chimico farmaceutiche, oil&gas e dei trasporti), ma anche da imprese tessili, alimentari e dalle municipalizzate”, commenta Giovanni Faglia coordinatore del Master Cineas Environmental risk assessment and management che giunge quest’anno alla sua ottava edizione.

 

Cineas è il consorzio universitario non profit specializzato nella diffusione della cultura del rischio e nella formazione manageriale sul risk management.

 

Cosa vuol dire gestire il rischio ambientale? Le competenze dell’environmental risk manager.

Un incidente con conseguenze sull’ambiente può essere un incendio nel magazzino di stoccaggio, uno scarico irregolare dei residui dei processi industriali, emissioni inquinanti. I rischi sono molteplici, quindi, nelle diverse fasi e funzioni produttive.

 

“In base alle più recenti normative in queste situazioni si delineano profili di responsabilità penale e civile con l’obbligo di bonifica e ripristino della situazione iniziale per l’imprenditore o per l’amministrazione pubblica che ha causato l’incidente – spiega Faglia-. Questo vuol dire un danno economico immediato (che in media è dell’ordine di centinaia di migliaia di euro) a cui si può aggiungere l’interruzione temporanea dell’attività produttiva. È certo che questi avvenimenti creano conseguenze indiscutibili sull’immagine dell’impresa le quali, in alcuni casi, possono portare anche alla chiusura definitiva dell’azienda”.

 

Per svolgere la funzione di environmental risk manager sono indispensabili: esperienza tecnica, competenze giuridiche e conoscenze di alto livello in ambito assicurativo. “È un professionista che dialoga con tutte le funzioni aziendali e si caratterizza per avere una formazione multidisciplinare, una spiccata capacità di innovazione e un’attenzione focalizzata sulla formazione continua- puntualizza Faglia-. Infatti, i prodotti assicurativi si evolvono, le normative vengono aggiornate costantemente, le tecnologie di produzione e i processi si modificano. Proprio per la sua funzione strategica il risk manager ambientale nell’organigramma aziendale è alle dirette dipendenze del top management e contribuisce a delineare le strategie d’indirizzo del business. In taluni casi gestisce direttamente un budget dedicato. Certamente, è l’anello di congiunzione tra l’azienda e i consulenti esterni in ambito legale ed assicurativo”. 

 

Il master: tempistiche, modalità di erogazione e borse di studio. L’offerta formativa Cineas per la formazione del risk manager ambientale è concepita per professionisti con esperienza in: imprese industriali, enti pubblici, società  di bonifica, ambito legale, mondo peritale, broker e società di consulenza. Si tratta di un corso intensivo di 80 ore, concentrate nell’intera giornata del venerdì, a partire dal 13 marzo fino a giugno 2015. Le lezioni si svolgeranno presso la sede del Politecnico di Milano, in Piazza Leonardo Da Vinci, 32 a Milano.

 

“La formula che abbiamo scelto è particolarmente adatta per chi già lavora– commenta il coordinatore del master- sia nei tempi che nelle modalità di erogazione. La presentazione dei contenuti è organizzata in moduli che coprono le diverse tipologie di rischio ambientale (suolo, aria e acqua), vengono affrontati i profili giuridici, si illustrano le principali coperture assicurative e viene proposta una rassegna delle procedure di bonifica. Ogni docente associa ad una parte teorica molto accurata una serie di casi pratici esemplificativi”. È previsto un esame finale.

 

Il master ha un costo di 2.000 euro (esente da IVA) e le iscrizioni scadono il 27 febbraio 2015. Per chi si iscrive entro il 27 gennaio è previsto uno sconto del 10% sulla quota di partecipazione. Sono, inoltre, disponibili borse di studio a copertura parziale dei costi; chi desideri partecipare all’assegnazione delle borse deve farne specifica richiesta entro il 6 febbraio.  

 

Maggiori dettagli si possono trovare sul sito del Consorzio.

Il Prontuario delle Bonifiche (giunto alla 12esima edizione) risulta essere uno strumento molto attendibile per valutare lo stato di salute del settore delle bonifiche, prendendo in esame gli iscritti alla Categoria 9 dell’Albo Nazionale dei Gestori Ambientali. In particolare viene trattato un campione rappresentativo degli operatori, variabile tra l’8 e il 10% del totale.

 

Nel 2007 le imprese iscritte erano 827. Oggi sono 1.106, tuttavia se il numero è aumentato il settore si è impoverito. Tale contrattura è dovuta prevalentemente alla crisi economica che dal 2009 sta mietendo vittime in qualsiasi ambito. E il settore ambientale non ne è stato esente, così come non lo è stato il suo mercato indotto fatto di studi, progettazioni, analisi di laboratorio e smaltimento rifiuti.

 

Ciò che manca è lo stimolo a voler decontaminare i terreni e la falda, ovvero convertire vecchie aree industriali dismesse in aree residenziali e commerciali. Ad eccezione dei procedimenti ante 2009, tutto è fermo. E la cosa preoccupante è che non vi sono segnali di ripresa visto che il mercato immobiliare è fermo, la grande distribuzione risente pesantemente della crisi, il settore industriale conta più attività chiuse che aperte e il settore pubblico è privo di capitali da investire.

A questa situazione si aggiunge un quadro normativo nebuloso che, nonostante gli sforzi fatti per semplificare i procedimenti, disincentiva i soggetti potenzialmente interessati ad intraprendere iter lunghi e dall’esito incerto.

 

Circa l’87% degli iscritti non è in grado di affrontare bonifiche di dimensioni medio-grandi. Di fatto vi sono 75 grandi operatori, 65 medi operatori e circa 950 imprese locali che lavorano con i subappalti e le associazioni temporanee di impresa.

 

Dal 2008 ad oggi si è registrata una riduzione del mercato pari a circa il 42%. E se il fatturato per addetto risulta comunque molto alto, tanto da non far pensare ad una tale restrizione, occorre verificare che lo stesso venga dal settore bonifiche, piuttosto che dai settori attigui che gravitano attorno ad esso (smaltimento rifiuti ad esempio).

 

È cambiata anche la committenza, con un forte calo di quella facente parte il settore immobiliare e il settore pubblico. In quest’ultimo caso si è assistito al declassamento di interventi prima prioritari ed ora ritenuti non urgenti.

 

Gli interventi in Siti di Interesse Nazionale procedono per inerzia. Restano scoperti invece tutti quei siti abbandonati a causa di fallimenti, chiusure o delocalizzazione all’estero delle attività produttive, che senza un preciso piano di riqualificazione urbanistica vengono dimenticati.

 

Delle attività di bonifica in atto il dig and dump (scava e porta in discarica) è l’intervento off site maggiormente diffuso. Tuttavia stanno prendendo sempre più piede le tecniche on site (landfarming, biopile, soil washing, immobilizzazione) e in situ (pump&treat, soil vapour extraction, air sparging, multi phase extraction, monitored natural attenuation, barriere fisiche, biorisanamento, in situ chemical oxidation, bioventing).

Su 234 interventi dichiarati dalle aziende campione nel 2012, il costo medio di ognuno si aggira su 1 milione di euro, un costo importante.

 

Per rilanciare il mercato delle bonifiche occorre puntare sul concreto e quindi non sperare in un’industrializzazione delle arre dismesse con industrie che non ci sono più, ma studiare dei piani che impongano il recupero delle aree dismesse (brownfield) senza urbanizzare aree agricole o non urbanizzate (greenfield). In questo modo si decontamina e non si contamina.

 

Inoltre occorre cambiare l’approccio alle bonifiche: non si può chiedere di riportare allo stato naturale un terreno che si trova all’interno di un contesto fortemente antropizzato. Le poche risorse disponibili devono essere impiegate in modo scientifico e rivolte meno a interventi costosi di messe in sicurezza e più ad attività di bonifica operative.

 

Speriamo che, anche a piccoli passi, nel 2015 si riesca ad intraprendere la strada delle ripresa.

 

Articolo di Roberta Lazzari

 

Fonte

Bossi C. e Bertelle A., La crisi economica non fa sconti alle decontaminazione di suoli e falde in “Ambiente & Sicurezza”, n. 21, novembre 2014

Il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ha sottoposto alla valutazione del Consiglio di Stato (CdS) la bozza del decreto concernente le procedure semplificate per le operazioni di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica dei suoli e delle acque sotterranee collegate alla rete dei carburanti aventi una superficie massima pari a 5.000 mq e all’interno di un Sito di Interesse Nazionale (SIN).

Tuttavia pare già che tale decreto potrà essere applicato anche fuori dei SIN.

 

L’attenzione sui punti vendita carburanti non è casuale, in quanto stando anche a quanto riportato dai dati ISPRA del 2013, i PV costituiscono il 20% dei siti potenzialmente contaminati del territorio nazionale.

 

La bozza di decreto identifica i criteri, le procedure e gli obiettivi di intervento, considerando l’effettivo utilizzo e le caratteristiche ambientali delle aree di sedime e di pertinenza dei punti vendita carburanti e delle aree limitrofe.

 

Vengono inoltre date le nozioni di rete di distruzione carburanti e PV, al fine di individuare l’oggetto e il campo di applicazione della norma stessa. Il limite dell’estensione areale pari a 5.000 mq è da intendersi in tutte le diversi matrici ambientali (suolo, sottosuolo ed acque sotterranee) e comprende le eventuali strutture edilizie e/o impiantistiche, anche se destinate alla commercializzazione di altri prodotti e/o agli interventi di ordinaria manutenzione/riparazione dei veicoli.

 

Ovviamente le ridotte dimensioni dei siti cui si applica questo decreto implicano una semplificazione delle modalità di caratterizzazione e di redazione dell’Analisi di Rischio.

Resta inteso che laddove dall’analisi del sito la contaminazione e il rischio ad essa connessa dovessero permanere, occorrerà dare avvio ai procedimenti di bonifica o di messa in sicurezza permanente, mirando al raggiungimento delle Concentrazioni Soglia di Contaminazione (CSC) o delle Concentrazioni Soglia di Rischio (CSR). Si dovrà quindi presentare un progetto unico, che l’Autorità competente dovrà valutare in 60 giorni.

 

Sorge ora un dubbio: non è che al posto di semplificare la normativa in materia di bonifica dei PV, la si sta complicando? Di fatto si verrà a creare un triplice regime:

a) impianti insistenti in un’area superiore i 5.000 mq;

b) impianti insistenti in un’area tra i 1.000 e i 5.000 mq;

c) impianti collocati in un’area inferiore ai 1.000 mq.

Al momento vigono semplificazioni solo per gli impianti di tipo c).

Viceversa con questo decreto si potrebbe temere che alla fine impianti di maggiore consistenza (tra 1000 e 5000 mq.) godranno di semplificazioni maggiori rispetto agli impianti aventi un’area inferiore, e pertanto che a parte gli impianti di grosse dimensioni, tutti gli altri richiederanno di attivare la procedura b) nonostante dimensioni magari inferiori ai 1.000 mq.

 

Al momento, seppur con osservazioni, la bozza ha ricevuto l’ok del CdS.

 

Articolo di Roberta Lazzari

 

Fonti:

www.reteambiente.it – Bonifiche benzinai, semplificazioni in arrivo – Milano, 15 ottobre 2014 – di Alessandro Geremei

Parere Consiglio di Stato 7 ottobre 2014, n. 3052

Nuove, stimolanti opportunità di business e relazioni commerciali con i Paesi emergenti. È questo il valore aggiunto che, attraverso la RemTech International School, RemTech Expo 2014 (Fiera di Ferrara, 17-19 settembre) offre alle proprie aziende espositrici.

 

La School è stata creata a seguito degli accordi recentemente stretti tra i promotori del Salone – l’evento italiano più specializzato nella bonifica dei siti contaminati e nella riqualificazione del territorio – e importanti interlocutori e buyer stranieri (compagnie petrolifere, in particolare). Coordinandosi con le proprie istituzioni governative, questi partner hanno affidato a RemTech il compito di strutturare per loro un percorso formativo qualificato, che ha preso, appunto, il nome di RemTech International School. Gli ultimi tre giorni della School si svolgeranno in concomitanza con RemTech alla Fiera di Ferrara.

 

Il percorso formativo prevede lezioni, visite ai cantieri e alle imprese coinvolte, la presentazione delle migliori tecnologie da parte di un nucleo di aziende leader che RemTech sta selezionando ed esclusivi meeting bilaterali.

 

Prerequisito indispensabile per poter partecipare alla School è quello di figurare tra gli espositori di RemTech 2014. A questo proposito e a testimonianza dello stretto rapporto di collaborazione instauratosi tra RemTech e i suoi partner, vale la pena di sottolineare come proprio le controparti straniere abbiano segnalato agli organizzatori del Salone alcune tecnologie e tipologie di aziende particolarmente interessanti. Le selezioni si chiuderanno a breve, per consentire, poi, la migliore pianificazione dei successivi step della School.

 

Il programma sarà presto online su www.remtechexpo.com.

 

Giunto all’ottava edizione, RemTech si conferma, dunque, come un vero e proprio hub della remediation, capace di moltiplicare le relazioni per le aziende, instaurare e facilitare nuove reti di collaborazione tra grandi player, università, ricerca e sistemi di controllo, promuovere lo scambio di conoscenze, competenze e best practice su un piano ormai sempre più inarrestabilmente  internazionale.

Quando si parla di bonifiche di siti contaminati, il collegamento con RemTech è ormai automatico. Il salone specializzato di Ferrara Fiere sulla la riqualificazione del territorio e sul recupero dell’ambiente dalle contaminazioni ambientali si è ormai affermato nel panorama nazionale e internazionale come uno degli “appuntamenti clou” per i professionisti tecnici che si occupano, a vari livelli, di ambiente e di tutela dello stesso.

 

Anche quest’anno RemTech 2013 si terrà in settembre, dal 18 al 20, presso i padiglioni del quartiere fieristico della città estense in concomitanza con altre manifestazioni verticali dedicati a temi correlati: Coast, Esonda e Inertia.

 

Cosa troveranno ingegneri e tecnici a RemTech 2013? Cosa ne fa un classico da segnare in agenda? A questa e ad altre domande risponde Igor Villani, membro del Comitato di indirizzo di RemTech, e componente della UOS Siti Contaminati della Provincia di Ferrara, intervistato in esclusiva dalla nostra Redazione.

 

Ingegneri. Dott. Villani, RemTech è ormai diventato un appuntamento fisso, quasi un “classico” per i tecnici e i professionisti dell’Ambiente. Può tracciare un bilancio di questi anni di esperienza? Cosa ha determinato il suo successo?

Igor Villani. Considerato che stiamo parlando di un ambito specifico del grande mondo delle competenze ambientali, il bilancio non può essere che decisamente positivo. Il successo del Remtech è legato al fatto che rappresenta la sintesi del settore, cioè la stretta integrazione tra ricerca scientifica, tecnologia, imprenditori, specialisti ambientali ed amministrazione a tutti i livelli istituzionali.

Quello dei siti contaminati è un ambito che si sta trasformando nel tempo da competenza di nicchia a parte integrante della gestione del territorio. L’attività del Remtech, forte anche della composizione dei suoi comitati che vedono i più importanti rappresentanti ed esperti a livello nazionale, non solo ha seguito questa trasformazione sin dalla nascita ma ha effettivamente contribuito ed in alcuni casi addirittura trainato questo processo di evoluzione e sviluppo all’interno del nostro paese … e poi c’è un altro “segreto”.

 

Ingegneri. Siamo curiosi: quale segreto?

IV. L’altro “segreto” del successo di RemTechè ovviamente la grande capacità degli organizzatori nel coordinare comitati così complessi e nel coinvolgere sostanzialmente tutti gli interessati del settore presenti nel territorio.

 

Ingegneri. Facciamo un salto nel futuro. Come vede RemTech tra 10 anni?

IV. Guardando all’evoluzione dell'”ambiente” nell’ultimo periodo storico, dieci anni rappresentano un salto consistente all’interno della società, quasi una nuova era, basti pensare a quello che erano rifiuti e bonifiche negli anni ’80 rispetto ad oggi.

Il Remtech sarà sicuramente presente e probabilmente ancora più sviluppato, soprattutto per l’aspetto dell’internazionalizzazione che è in progress proprio in queste edizioni.

 

Ingegneri. Quali temi secondo lei potranno essere portati alla ribalta della manifestazione?

IV. Temi del futuro sono certamente il perfezionamento degli strumenti di parametrizzazione del sistema ambientale, sia dal punto di vista modellistico che diagnostico, e la traslazione dell’attenzione verso il vero target ambientale, cioè l’ecosistema e non l’uomo. Oggi tutto è tarato in funzione dell’uomo, non solo per primarie nostre esigente ma anche per i grossi limiti scientifici che ancora conserviamo nei confronti di una materia complicatissima e, soprattutto, difficilmente gestibile dai sistemi governativi ed amministrativi. L’uomo è semplicemente parte dell’ecosistema, salvaguardare solo il primo e non il secondo è una prassi decisamente non sostenibile e con una scadenza a breve termine. Questo vale per il nostro paese come per il resto del mondo, dove il Remtech, oltre a rappresentare il massimo del know-how italiano di settore, è sicuramente in prima linea come livello di competenza e conoscenza, rendendo sostanzialmente fisiologico quel processo di internazionalizzazione di cui si parlava.

 

Ingegneri. Torniamo nel presente con un argomento di stretta attualità.Nel recente “Decreto del Fare” appaiono numerose semplificazioni sulle procedure per TRS, materiali da riporto e acque sotterranee. Secondo lei queste misure daranno realmente una mano ai tecnici delle bonifiche e del risanamento ambientale?

IV. Più che dare una mano cambieranno certamente qualcosa, che poi aiuti o meno è legato alla specifica casistica. Purtroppo questa è la modalità legiferativa che si è affermata di questi tempi in materia ambientale, piccole modifiche disperse in norme ad ampio spettro e scarso collegamento con la realtà territoriale.

 

Ingegneri. Pessimista!

IV. Non è questione di pessimismo. Agendo in questo modo non è possibile generare un ordinamento efficace in materia tecnica, soprattutto per l’ambiente, che ha bisogno di una visione chiara e coordinata e di obiettivi precisi.

Il Governo, questo come gli altri, dovrebbe prendere una decisione solida ed orientarsi verso una delle due strategie esistenti per legiferare sull’ambiente, cioè creare articolati testi normativi, compatti, tecnicamente coerenti ed efficaci che prendano in considerazione tutte le casistiche, ma bisogna farlo bene, oppure mantenere la norma ad un livello generale e di indirizzo lasciando alle agenzie ed istituti ambientali la “sottolegiferazione tecnica” di dettaglio.

 

Ingegneri. Invece …

IV. Purtroppo siamo all’esatta via di mezzo tra le due metodiche, con norme sparpagliate che cercano di dare disposizioni nello specifico ma con scarsa coerenza tecnica, e con agenzie ed istituti depotenziati di cui non è spesso chiaro il vero ruolo.

 

Ingegneri. Terre da scavo nei piccoli cantieri. Il regolamento sulle TRS non specifica nulla sulla gestione dei materiali derivanti dai piccoli cantieri, ma questi esistono e, nonostante il periodo di crisi, sono numerosi. Alcune Regioni si sono mosse autonomamente, deliberando delle misure per colmare la lacuna del d.m. 161/2012 … Come giudica la situazione?

IV. Sui piccoli cantieri vale esattamente quanto detto prima. È dal 2006 che si attende il decreto per la gestione del materiale in cantieri di piccole dimensioni, e già in diversi disegni di legge c’è stata una bozza che non ha mai visto la luce. A volte non si è voluto procedere, altre volte è stata proprio una distrazione causata dallo stile frammentato di cui parlavamo.

È proprio questa una delle conseguenze di questo sistema legiferativo, disposizioni urgenti ma di ampio interesse non riescono a concretizzarsi, invece provvedimenti meno contingenti ma legati a necessità più puntuali vengono inserite in disposizioni di vario genere.

 

Ingegneri. Può fare un esempio?

IV. Proprio in questi giorni è stato convertito in legge il decreto legge sull’EXPO2015 che contiene disposizioni specifiche sulle terre ed anche sulle piccole volumetrie. Alcune Regioni hanno provato a mettere un po’ d’ordine nel quadro confuso, e non solo nell’ambito delle terre e rocce, ma si sono scontrate con l’altro grande problema della materia ambientale, cioè l’esclusività di competenza da parte dello Stato. È sacrosanto ed imprescindibile che l’ambiente sia di competenza statale in quanto bene comune, ma in un sistema come il nostro questo diventa spesso causa di paradossi, annullando qualsiasi principio di sussidiarietà che in campo tecnico è a volte fondamentale. Sul materiale da scavo Friuli, Veneto, Liguria e forse qualche altra Regione hanno infatti deliberato, ma già per le prime la Corte Costituzionale si prepara, se non l’ha già fatto, a rendere illegittime le disposizioni per mancanza di competenza.

 

Intervista a cura di Mauro Ferrarini

La Relazione sulle bonifiche dei siti contaminati in Italia (12 dicembre 2012) sottolinea l’insostenibile lentezza dei procedimenti amministrativi, specie per i Siti di Interesse Nazionale (SIN). In Italia i SIN sono 57 e ricoprono il 3% del territorio nazionale. I loro confini sono stati delineati negli anni con eccessiva precauzione, andando a vincolare/congelare territori per periodi non accettabili.

 

La Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite legate ai rifiuti sottolinea che la perimetrazione dovrebbe essere un atto cautelativo temporaneo, cui dovrebbe tempestivamente seguire la caratterizzazione del sito e la ridefinizione del SIN. Il d.l. 83/2012 (Decreto Crescita) ha inserito nell’art. 252 del d.lgs 152/2006 e s.m.i. criteri più restrittivi per la valutazione dell’inserimento o meno di un sito tra i SIN. Inoltre al Ministero dell’Ambiente sono stati dati 120 giorni di tempo per esprimersi sull’effettiva estensione dei SIN esistenti.

 

Intanto a Venezia, con l’approvazione dei 4 protocolli attuativi dell’Accordo di Programma (aprile 2012) per la bonifica e la riqualificazione ambientale del SIN di Venezia – Porto Marghera, finalmente si potranno dire superati i tempi dilatati e indefiniti per avere un’autorizzazione. Tempi, costi e procedure saranno certi, rendendo il sito appetibile per gli investitori. Ne è sicuro l’Assessore regionale alla legge speciale per Venezia

 

Il primo Protocollo Operativo riguarda la Caratterizzazione dei siti, che non dovrà più essere autorizzata laddove venga seguito il Protocollo, permettendo una riduzione dei tempi.
Il secondo Protocollo Operativo Modalità di intervento di bonifica e di messa in sicurezza dei suoli e delle acque di falda riporta le possibili tecnologie di bonifica utilizzabili in sito. In questo modo vengono agevolati i soggetti investitori, che sapranno esattamente cosa devono fare nelle aree a loro disposizione.

 

Il terzo Protocollo Operativo Criteri per la determinazione delle garanzie finanziarie esenta gli Enti pubblici e le Società a completa partecipazione pubblica a presentare garanzie finanziarie per l’esecuzione di interventi di bonifica, così come le imprese che dimostrano volontà di attuare tali interventi e che hanno stipulato il contratto di transazione per la riparazione danno ambientale con lo Stato. Non sono esenti invece le ditte che non hanno intenzione di riconvertire/reindustrializzare le aree in disponibilità, e la garanzia da presentare sarà pari al 50% dell’importo dei lavori previsti.

 

Il quarto Protocollo Operativo Attività sperimentali di bonifica dei siti contaminati del SIN di Venezia Porto Marghera riguarda la procedura semplificata cui è assoggettata l’attività di sperimentazione e ricerca, che non richiede autorizzazione, per incentivare le ditte a proporre attività di bonifica innovative.

 

Si è già deciso di sperimentare nel SIN campano del Litorale domizio-agro aversano (11% dell’intero territorio regionale – 77 comuni delle province di Napoli e Caserta), scelto per la messa in opera di protocolli ecosostenibili e in particolare il progetto Encoremed, in cui l’agricoltura potrebbe essere parte attiva negli interventi di recupero dei siti caratterizzati dalla presenza di sostanze nocive per la salute umana e dell’ambiente. Attualmente la situazione è molto critica: a causa della presenza di sostanze tossiche nel suolo e quindi negli alimenti che vi si producono, si è registrato un aumento del numero di tumori tra la popolazione.

 

Il progetto (circa 5 milioni di euro) è cofinanziato con fondi europei. Sarà coordinato dal Ciram – Centro interdipartimentale di ricerca ambiente dell’Università di Napoli “Federico II”, in collaborazione con la Regione Campania e l’Agenzia per la protezione ambientale (Arpac), che curerà le determinazione analitiche degli inquinanti presenti nelle aree pilota. Risorsa Srl tradurrà quindi i protocolli tecnici in manuali operativi e strumenti normativi.

 

Le piante saranno le artefici di questa azione di risanamento dei siti interessati, soprattutto quelle in grado di assorbire metalli pesanti, come piombo e zinco, diossina e PCB, inquinanti persistenti. Tra queste piante ci sono mais, girasoli e brassica, della famiglia dei cavoli, che hanno proprietà fitodecontaminanti, e che sono abbastanza comuni nel territorio.

 

I protocolli dureranno 5 anni e gli enti locali e gli imprenditori agricoli dell’area interessata dalla sperimentazione avranno a disposizione strumenti amministrati e normativi efficienti che aiuteranno la riuscita e la diffusione del progetto.

 

La Campania potrebbe così diventare un esempio virtuoso di gestione ecocompatibile del territorio.

 

Articolo di Roberta Lazzari

 

Fonti:

http://reteambiente.it – 14 gennaio 2013 – Bonifiche, necessaria riperimetrazione siti di interesse nazionale

Comunicato stampa N. 83 del 21 gennaio 2013 della Regione Veneto

http://ambientemagazine.esiasrl.it – 4 gennaio 2013 – In Campania la bonifica dei terreni agricoli parte dalle piante

MWH, società multinazionale di ingegneria e consulenza nell’ambito di energia, acqua e infrastrutture ha partecipato al Progetto Fusina, che prevede una serie di interventi integrati volti a ridurre l’inquinamento dell’acqua e dell’ambiente nella zona industriale di Porto Marghera.

 

L’intervento coinvolge la rete industriale delle acque reflue e la rete di captazione delle acque di falda della zona industriale oggetto di bonifica, e prevede la realizzazione di una vasca di stoccaggio da 75.000 mc e di diverse unità di finissaggio del trattamento depurativo al fine di consentire lo scarico a mare nel rispetto dei limiti imposti dalle autorizzazioni. I processi adottati sono di vario tipo e di ultima generazione quali biofiltrazione, reattore biologico a membrane, filtrazione su teli, trattamento di disinfezione a UV. Il sistema è completato da una condotta di scarico in mare di circa 20 km di lunghezza di cui il primo tratto in laguna da Fusina a Lido (leggi anche Progetto Integrato Fusina e disinquinamento di Venezia).

 

Il Progetto prevede anche la realizzazione di una zona umida di 100 ettari per la fitodepurazione delle acque trattate dalle sezioni a monte e destinate al successivo riutilizzo quali acque di processo o di raffreddamento per le utenze industriali dell’area. A completamento, l’intervento comprende  la ristrutturazione dell’impianto di trattamento delle acque reflue industriali denominato SG31 all’interno dello stabilimento del Petrolchimico, la realizzazione di una discarica per lo stoccaggio di circa 2.000.000 mc per lo smaltimento dei sedimenti provenienti dal dragaggio dei canali del porto industriale di Marghera ed il revamping di una linea del termovalorizzatore esistente in area SG31 per lo smaltimento di fanghi da impianti di depurazione.

 

SIFA (Sistema Integrato Fusina Ambiente) è l’operatore responsabile della progettazione, dello sviluppo e del funzionamento dell’interno schema di progetto. L’investimento di capitale totale sul piano di recupero di quest’area di Porto Marghera è di circa 370 milioni di euro. MWH è stata incaricata di redigere una due diligence tecnico-ambientale indipendente sull’intero progetto, comprendente anche l’analisi di mercato della disponibilità di acque reflue e della domanda di riutilizzo delle acque, sulla base dello sviluppo industriale futuro previsto nell’area di Porto Marghera.

 

Per ogni impianto incluso nel piano di lavoro, MWH ha eseguito la valutazione tecnica, la valutazione delle prestazioni, l’analisi della congruenza dei costi di costruzione e funzionamento e l’identificazione dei principali rischi associati al progetto. MWH ha inoltre eseguito la valutazione tecnica dei contratti commerciali e sta attualmente fornendo un servizio di monitoraggio durante la costruzione per la parte di investimenti già in fase di realizzazione.

Finalmente sembra che anche i Siti di Interesse Nazionale comincino ad avere vita più semplice e che non sia sempre tutto bloccato, in primis la loro bonifica e la loro riqualificazione. L’art. 48 del d.l. n.1/2012 –Decreto liberalizzazioni prevede per i SIN che le opere di dragaggio possano essere svolte contestualmente alle operazioni del progetto di bonifica. Ovviamente tutte le operazioni condotte dovranno evitare di pregiudicare il buon esito della futura bonifica, e quindi occorrerà scegliere tecniche che evitino la dispersione del materiale.

 

Il progetto di dragaggio e l’eventuale progetto delle casse di colmate sarà presentato dall’autorità competente (Autorità Portuale o concessionario demaniale ad esempio) al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, il quale dovrà valutarlo entro 30 giorni dal punto di vista tecnico-economico. Quindi sarà trasmesso al Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare che dovrà dare l’approvazione definitiva, entro 30 giorni dalla trasmissione.

 

Il dragaggio è l’operazione di scavo eseguita da una imbarcazione per asportare sabbia, ghiaia e detriti da un fondo subacqueo, sia in acque marine poco profonde sia in zone di acqua dolce, per poi rilocarli altrove.

 

È un’operazione spesso usata per mantenere navigabili corsi d’acqua, porti e darsene e per riempire di sabbia le spiagge che l’hanno persa a causa dell’erosione della costa.

 

Ovviamente il dragaggio produce del materiale di scarto che deve essere portato via dall’area dragata e appare evidente che come per le terre e rocce da scavo occorre in primis verificarne la compatibilità con le aree di destinazione, indicate nel progetto di dragaggio e di bonifica eventualmente.

 

I materiali di dragaggio possono essere:
– utilizzati per il ripascimento di arenili e per formare terreni costieri;
– impiegati a terra secondo quanto previsto dalla legge, confrontando i valori delle analisi con i limiti di colonna A e B della tabella 1 dell’allegato 5 alla parte IV del d.lgs. 152/2006 e sia stato effettuato il test di cessione;
– immersi in mare con autorizzazione del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, laddove i fondali dragati non appartengano a SIN;
– sversati nel tratto di spiaggia attiva o utilizzati per la realizzazione di casse di colmata o altre strutture di contenimento dei porti nel caso i fondali dragati non appartengano a SIN.

 

L’approvazione del progetto di dragaggio autorizza anche la realizzazione degli impianti di trattamento del materiale da riutilizzare.
Previa autorizzazione della regione territorialmente competente i materiali derivanti dalle attività di dragaggio da realizzare nell’ambito di procedimenti di bonifica, e ogni loro singola frazione ottenuta a seguito di separazione granulometrica o ad altri trattamenti volti a ridurre i quantitativi da smaltire, se non pericolosi né all’origine né a seguito di trattamenti di rimozione degli inquinanti (si escludono pertanto i processi finalizzati all’immobilizzazione degli inquinanti stessi quali solidificazione o stabilizzazione), possono essere refluiti all’interno di casse di colmata, di vasche di raccolta, o comunque di strutture di contenimento approvate contestualmente al progetto.

 

Queste strutture devono avere determinate caratteristiche di impermeabilizzazione naturale o completato artificialmente al perimetro e sul fondo, al fine di assicurare requisiti di permeabilità almeno equivalenti a quelli di uno strato di materiale naturale dello spessore di 100 centimetri con coefficiente di permeabilità pari a 1,0 x 10-9 m/s.

 

Laddove invece dovessero restare in sito terreni con concentrazioni residue degli inquinanti eccedenti i valori limite, devono essere adottate misure di sicurezza al fine di garantire la tutela della salute e dell’ambiente. Le concentrazioni residue accettabili degli inquinanti verranno accertate attraverso una metodologia di analisi di rischio con procedura riconosciuta a livello internazionale.

 

Le analisi da effettuare sul materiale da dragare ovviamente saranno condotte in sito prima di procedere con qualsiasi movimentazione.
Se uniamo queste novità con le affermazioni del Ministro Clini che anticipa essere state introdotte innovazioni sulle bonifiche delle aree industriali dal d.l. Semplificazioni, prevedendo la possibilità di reindustrializzazione delle stesse, resta ben da sperare che il degrado cui spesso sono destinati questi siti da bonificare intoccabili sia vicino ad una svolta.

 

Articolo di Roberta Lazzari

 

Fonti:
http://www.leggioggi.it/ del 24 gennaio 2012

 

Nella foto di apertura Giovanni Frangi, “Porto Marghera”

È legittimo ordinare di rimuovere e smaltire l’amianto da un sito entro 60 giorni? La risposta è no, per il semplice motivo che per eliminare il pericoloso materiale senza rischi, occorre procedere con calma,prudenza e cautela per non causare più danni che benefici. A stabilirlo è una recente sentenza del T.A.R. Puglia, che ha ritenuto illegittimo un ordine di rimozione e smaltimento di tutto l’amianto presente in uno stabilimento entro 60 giorni.

Anche se è ovviamente da valutare positivamente qualsiasi intervento pubblico mirato alla rimozione e all’eliminazione di manufatti contenenti amianto, non ci si deve dimenticare che si tratta di un materiale molto pericoloso per la salute umana. Un intervento di bonifica, tramite rimozione, eseguito in maniera impropria può elevare la concentrazione di fibre aerodisperse, aumentando, invece di ridurre, il rischio di malattie da amianto (leggi anche Bonifica amianto coperture. Obbligatoria solo se manca la manutenzione).

Come noto, infatti, l’elevato livello di pericolosità dell’amianto deriva proprio dalle sue polveri che, se disperse in aria o diluite in acqua, possono rivelarsi enormemente nocive per la salute umana.

Per il giudice del Tribunale amministrativo pugliese, dunque, l’imposizione di un tempo relativamente breve per mettere in sicurezza il sito dal pericolo amianto, potrebbe causare più danno che altro: “a prescindere dalla sussistenza del presupposto della situazione di necessità grave e urgente”, scrive infatti nella sentenza, “non appaiono congrui i tempi assegnati dall’ordinanza per la realizzazione della bonifica, che non tengono conto dei delicati passaggi procedurali, necessari non solo per l’esigenza di prescegliere in modo ponderato e di ianificare attentamente le modalità delle operazioni … ma anche per tutelare i lavoratori impiegati nella pericolosa attività di contatto con fibre di amianto”.