Seveso: il caso irrisolto dei rifiuti scomparsi

Quello che accadde il 10 luglio 1976 a Meda nello stabilimento dell’azienda ICMESA si sa: un incidente che provocò la fuoriuscita di una nube di diossina del tipo TCDD, una tra le sostanze tossiche più pericolose al mondo. Una nube che investì una vasta area di terreni nei comuni limitrofi della bassa Brianza, in particolare Seveso; da qui la denominazione: disastro di Seveso.

 

Il sistema di controllo di un reattore chimico destinato alla produzione di triclorofenolo, un componente di diversi diserbanti, ebbe un guasto con conseguente aumento della temperatura oltre i limiti previsti. La principale causa di questo disastro sembra sia stato l’arresto volontario della lavorazione senza aver azionato il raffreddamento della massa, ovvero senza contrastare l’esotermicità della reazione, con l’aggravante che nel processo di produzione l’acidificazione del prodotto veniva fatta dopo la distillazione, e non prima.

 

L’esplosione del reattore fu evitata grazie all’apertura delle valvole di sicurezza, ma a causa dell’elevata temperatura raggiunta la reazione subì una variazione con formazione di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), ovvero diossina, una delle sostanze chimiche tossiche più temute.

 

La nube TCDD fuoriuscì nell’aria in quantità non definita e quindi trasportata a sud dal vento predominante quel giorno. I comuni colpiti furono Meda, Seveso (quello maggiormente colpito), Cesano Maderno e Desio.

 

L’odore acre e le infiammazioni agli occhi furono i sintomi della contaminazione, che non fece vittime, ma 240 persone vennero colpite da cloracne, una dermatosi provocata dall’esposizione al cloro e ai suoi derivati, caratterizzata da lesioni e cisti sebacee (e gli effetti sulla salute sono ancora ad oggi oggetto di studi). Le coltivazioni investite dalla nube morirono, visto l’alto potere diserbante della diossina, mentre migliaia di animali contaminati vennero abbattuti.
E come vuole la migliore della tradizione, la popolazione dei comuni colpiti fu informata della gravità della situazione solo 8 giorni dopo la fuoriuscita della nube.

 

Accade ora che Paolo Rabitti insegua una strana coincidenza, che lo porta a scrivere: Diossina. La verità nascosta. Un libro tinto di giallo, che vuole capire come sia possibile che nei quartieri di Virgiliana e Lunetta-Frassine di Mantova, vicini all’area industriale, vi siano state più morti per sarcoma alle parti molli (tumore molto raro causato dalla diossina) che a Seveso.

 

Paolo Rabitti ha due lauree in ingegneria e urbanistica, è specializzato in reati ambientali e consulente di vari magistrati. Paolo Rabitti però, in primis, è uno che ci ha voluto vedere chiaro quando a maggio gli alberi del suo giardino cominciarono a perdere le foglie.

 

Nel suo libro si riporta come nessuno effettivamente sappia che fine abbiano fatto i rifiuti e i materiali asportati dopo il disastro avvenuto in quella fabbrica: dicono in parte in un inceneritore del Mar del Nord, altri in una discarica in Francia o nelle ex miniere della DDR; fatto sta che nel 2002 un ex operaio della Montedison disse al sindaco di allora: “Caro sindaco, prima di morire devo dirlo a qualcuno: nell’inceneritore abbiamo smaltito la roba di Seveso”.

 

Che sia questo il nesso che lega la probabilità 30 volte superiore alla media di contratte il sarcoma e il vivere vicino all’inceneritore di Mantova?

 

Articolo di Roberta Lazzari

 

Fonti:
wikipedia
Il cacciatore di diossina – di Gian Antonio Stella – Sette n. 20 Corriere della Sera del 18 maggio 2012


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