SARS-CoV-2 e inquinamento. CNR conferma tra virus e particolato nessuna interazione

SARS-CoV-2 e inquinamento. CNR conferma tra virus e particolato nessuna interazione

Dell’esistenza di una correlazione tra SARS-CoV-2 e inquinamento, ne avevamo già parlato in un articolo dove venivano analizzati gli effetti del lockdown sull’ambiente. Copernicus, il sistema di monitoraggio dell’atmosfera che attraverso le analisi giornaliere fornisce i dati sulle concentrazioni degli inquinanti atmosferici, aveva rilevato nel periodo di marzo 2020 una tendenza alla riduzione graduale di circa il 10% a settimana di biossido di azoto NO2 al nord.

Il Nord Italia è stato particolarmente colpito dalla Pandemia durante la prima fase, prima tra tutte la regione Lombardia. Uno spiacevole primato che è stato oggetto di riflessione e dibattito in ambito scientifico.

Se tra inquinamento atmosferico e Covid-19 esistesse una relazione? Per ottenere una risposta alla domanda ci viene in aiuto un recente studio condotto dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac), sedi di Lecce e Bologna, e dall’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente-Arpa Lombardia.

Vediamo nel dettaglio cosa è emerso dalla ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Environmental Research, diffusa dal CNR con un comunicato stampa, condotta analizzando i dati per l’inverno 2020 degli ambienti outdoor a Milano e a Bergamo, tra i focolai di COVID-19 più rilevanti nel Nord Italia.

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Non solo inquinamento tra le tesi dello studio

In Lombardia, a maggio 2020 sono stati registrati 76.469 casi, pari al 36,9% del totale italiano di 207.428 casi.

Si è cercata una spiegazione valutando una potenziale interazione tra particolato atmosferico e virus, ma dallo studio è stato dimostrato che SARS-CoV-2 e particolato non interagiscono tra loro.

Quindi se non si considerano le zone di assembramento, la probabilità di maggiore trasmissione in aria del contagio in outdoor in zone ad elevato inquinamento atmosferico appare essenzialmente trascurabile.

Non solo l’inquinamento ma anche le condizioni atmosferiche tipiche della zona nel periodo invernale sono state indagate come potenziali responsabili della maggiore diffusione del virus nella zona del settentrione, come ha spiegato Daniele Contini del CNR-Isac di Lecce:

“Tra le tesi avanzate, vi è quella che mette in relazione la diffusione virale con i parametri atmosferici, ipotizzando che scarsa ventilazione e stabilità atmosferica (tipiche del periodo invernale nella Pianura Padana) e il particolato atmosferico, cioè le particelle solide o liquide di sorgenti naturali e antropiche, presenti in atmosfera in elevate concentrazioni nel periodo invernale in Lombardia, possano favorire la trasmissione in aria (airborne) del contagio. È stato infatti supposto che tali elementi possano agire come veicolo per il SARS-CoV-2 formando degli agglomerati (clusters) con le emissioni respiratorie delle persone infette. In tal caso il conseguente trasporto a grande distanza e l’incremento del tempo di permanenza in atmosfera del particolato emesso avrebbero potuto favorire la diffusione airborne del contagio”.

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Concentrazioni inferiori a una particella virale per metro cubo di aria

Oggetto di stima sono state le concentrazioni di particelle virali in atmosfera a Milano e Bergamo in funzione del numero delle persone positive registrate nel periodo di studio, sia in termini medi sia nello scenario peggiore per la dispersione degli inquinanti tipico delle aree in studio.

Contini ha spiegato che in aree pubbliche all’aperto, i dati rilevati mostrano concentrazioni molto basse, inferiori a una particella virale per metro cubo di aria. Inoltre ha precisato che: “anche ipotizzando una quota di infetti pari al 10% della popolazione (circa 140.000 persone per Milano e 12.000 per Bergamo), quindi decupla rispetto a quella attualmente rilevata (circa 1%), sarebbero necessarie, in media, 38 ore a Milano e 61 ore a Bergamo per inspirare una singola particella virale. Si deve però tenere conto che una singola particella virale può non essere sufficiente a trasmettere il contagio e che il tempo medio necessario a inspirare il materiale virale è tipicamente tra 10 e 100 volte più lungo di quello relativo alla singola particella, quindi variabile tra decine di giorni e alcuni mesi di esposizione outdoor continuativa. La maggiore probabilità di trasmissione in aria del contagio, al di fuori di zone di assembramento, appare dunque essenzialmente trascurabile”.

Uno studio di questo tipo potrebbe aiutare ad individuare in anticipo future pandemie?

Vorne Gianelle, responsabile Centro Specialistico di Monitoraggio della qualità dell’aria di Arpa Lombardia, spiega:

“per avere una probabilità media del 50% di individuare il SARS-CoV-2 nei campioni giornalieri di PM10 a Milano sarebbe necessario un numero di contagiati, anche asintomatici, pari a circa 45.000 nella città di Milano (3,2% della popolazione) e a circa 6.300 nella città di Bergamo (5,2% della popolazione). Pertanto, allo stato attuale delle ricerche, l’identificazione del nuovo coronavirus in aria outdoor non appare un metodo efficace di allerta precoce per le ondate pandemiche”.

In conclusione Franco Belosi, ricercatore Cnr-Isac di Bologna, conferma che il particolato atmosferico in ambiente esterno non sembra agire come veicolo del coronavirus, precisando:

“La probabilità che le particelle virali in atmosfera formino agglomerati con il particolato atmosferico pre-esistente, di dimensioni comparabili o maggiori, è trascurabile anche nelle condizioni di alto inquinamento tipico dell’area di Milano in inverno. È possibile che le particelle virali possano formare un cluster con nanoparticelle molto più piccole del virus ma questo non cambia in maniera significativa la massa delle particelle virali o il loro tempo di permanenza in atmosfera. Pertanto, il particolato atmosferico, in outdoor, non sembra agire come veicolo del coronavirus”.

Per maggiori informazioni:

cnr.it

I contenuti a cura della redazione di www.ingegneri.cc sono elaborati e visionati da Simona Conte, Giulia Gnola, Gloria Alberti. Gli approfondimenti tecnici si rivolgono ad un pubblico di professionisti che intende restare aggiornato sulle novità di settore.

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