Occupazione degli ingegneri: dopo l’annus horribilis torna il sereno

Occupazione degli ingegneri: dopo l’annus horribilis torna il sereno

Torna il sereno per gli ingegneri dopo l’annus horribilis del 2013. Diminuisce infatti il tasso di disoccupazione tra i quasi 700.000 ingegneri italiani, passando dal 6% al 4,4%. Lo certifica l’ultima rilevazione del Centro Studi del Consiglio nazionale degli Ingegneri, inserito nell’analisi La condizione occupazionale dei laureati in ingegneria.

È una prima inversione di tendenza che il presidente del Centro Studi, Luigi Ronsivalle, saluta con comprensibile soddisfazione. Ma ci sono anche delle ombre, evidenziate da Ronsivalle: “colpisce negativamente, dice infatti il numero uno del Centro Studi del CNI, l’ampliarsi del gap fra il Nord e il Sud del Paese. A pesare non è solo la notevole differenza di occupati, ma anche il numero sensibilmente minore di occupati nell’industria nel Sud.

Sono le Regioni del Centro Italia che hanno visto l’aumento più consistente di occupazione tra gli ingegneri: si è passati dal 67,9% del 2013 al 74,9% del 2014. Sempre più drammatica, invece, la situazione al Sud, dove gli occupati continuano a scendere: l’anno passato hanno toccato il 61,8%.

Stormi di ingegneri nel vespero migrar

Il maestro Carducci ci perdonerà, se prendiamo in prestito la sua San Martino, per descrivere un fenomeno messo in luce dell’analisi del Centro Studi. Si tratta di una vera e propria migrazione degli ingegneri, soprattutto delle Regioni meridionali, dal lavoro dipendente alla libera professione.

Dal 2012 al 2014, si legge nel documento, la quota di ingegneri dipendenti è scesa dal 73,4% al 71,1%. Di riflesso la quota degli autonomi è passata dal 26,6% ad oltre il 28%. Attività autonoma che, in molti casi, continua ad avere la funzione di “ammortizzatore occupazionale” per gli ingegneri espulsi dal comparto del lavoro dipendente.

Ronsivalle prova a spiegarne i motivi, secondo una “naturale inclinazione degli ingegneri verso il lavoro autonomo”. Ma è anche vero, aggiunge Ronsivalle (e qui siamo d’accordo anche noi), che il fenomeno dipende in parte dalla perdita di lavoro di molti di essi “a causa della riduzione di personale registratasi nelle aziende in crisi e con una forzata riconversione della propria attività”.

E si tratta di un fenomeno preoccupante, poiché dimostra come in Italia il mondo imprenditoriale abbia affrontato la crisi tagliando le competenze elevate o riconvertendole in mansioni meno qualificate e, quindi, pagate di meno. Il rischio, come espresso anche dal principale Think-Tank tedesco (IFO), è di ritrovarsi tra dieci anni con un gap di competenze rispetto ai concorrenti internazionali che hanno invece preferito puntare sulle competenze in questi anni di crisi.


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