L’Oro nero minaccia il Nord

Pensando a Canada, Groenlandia e spingendo la fantasia a tutte le Terre del Circolo Polare Artico, non può che venir spontanea un’immagine: un’immensa distesa di terre incontaminate dove il freddo la fa da padrone. Eppure nell’era delle pale eoliche, dei pannelli fotovoltaici, dei motori a olio vegetale, ancora la corsa allo sfruttamento delle risorse petrolifere coinvolge scenari intatti dall’effetto uomo, deturpandoli e stravolgendo interi ecosistemi.

È quello che sta accadendo nella regione canadese Alberta, dove il processo estrattivo coinvolge le sabbie bituminose di Athabasca, ovvero delle miscele di sabbia, acque e bitume (olio pesante). In questa regione tale mix si trova in superficie o appena al di sotto del piano campagna, quindi non occorre scavare pozzi, ma si tratta di vere miniere a cielo aperto, che stanno prendendo il posto della rigogliosa foresta boreale.
Le miniere si snodano attraverso il corso del fiume Athabasca, artefice del rinvenimento in superficie di tale fonte di petrolio. Il processo consiste nella raccolta di tali sabbie, nell’immersione in acqua calda e nella separazione del bitume dalla vegetazione e dal terreno.
L’acqua di processo contaminata non viene reimmessa in fiume, ma va ad alimentare gli stagni di residui fangosi, la vera catastrofe ambientale, in quanto altro non sono che concentrati acquosi contaminati da sostanze chimiche tossiche, che minacciano di morte piante e animali. E in futuro forse anche le falde freatiche.

La ricerca dell’Oro nero ha portato le grandi compagnie petrolifere negli angoli più remoti della terra, alla scoperta di riserve di petrolio sepolte sotto il ghiaccio, la neve, le foreste boreali, la tundra e la taiga. In molte zone le trivelle stanno già lavorando da decenni, in altre si stanno appena installando le pesanti infrastrutture necessarie all’estrazione e le compagnie petrolifere si contendono già le licenze.
Il cambio climatico non è visto come un problema dall’industria petrolifera, che non si preoccupa di un ulteriore aumento delle temperature e anzi vede in zone libere da ghiaccio una semplificazione del processo estrattivo.
Con lo scioglimento dei ghiacci, l’Artico è divenuto anche oggetto di interesse e curiosità turistica. In Groenlandia nel 2008 i turisti sono stati 50.000, ovvero si sono quadruplicati rispetto al 2000. Ciò che spinge la gente a visitare posti così remoti è soprattutto la conseguenza spettacolare del riscaldamento globale, in particolar modo lo scioglimento dei ghiacci. Ma la gente non si rende conto che raggiungendo queste terre contribuiscono all’emissione di anidride carbonica, gas serra responsabile dei cambiamenti climatici. Infatti non le raggiungono con barche a vela o a nuoto, ma con aerei o navi da crociera.

La beffa inizia dagli alti vertici politici. Infatti i leader dei vari Paesi industrializzati per farsi notare sensibili ai problemi ambientali fanno rapide visite sul posto, pronunciano il loro sgomento e quindi via verso casa. E le popolazioni indigene si sentono prese in giro.
È noto a tutti che il cambio climatico nell’Artico è due volte più veloce della media globale, e  immagini sconvolgenti sull’effetto dello scioglimento dei ghiacci sono disponibili sul web. Ma anche questa volta da una catastrofe c’è chi pensa a lucrare sui capricci dei tanti San Tommaso che se non vedono non credono. E ancora una volta l’ambiente si trasforma in una macchina articolata dove non si capisce il confine tra vero interesse alla sua tutela e puro interesse del poter dire: “Io lo so, perché ci sono stato”.

Di Roberta Lazzari

Fonti:
Internazionale n. 820 del 6 novembre 2009
Internazionale n. 821 del 13 novembre 2009
www.gfbv.it/3dossier/siberia/artic2006-it.html


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