Le case Green piacciono, se si possono controllare

Mentre in Italia una persona è comunemente “verde d’invidia” e nella lingua inglese tale peccato capitale è chiamato anche “il mostro dagli occhi verdi” pare che in Australia il verde sia diventato sinonimo di tolleranza. Come si possa passare dal Purgatorio, dove Dante Alighieri collocava gli invidiosi, al Paradiso della tolleranza è illustrato in un recente articolo comparso su Building and Environment dal titolo Green occupants for green buildings: The missing link?.

 

Gli edifici verdi (green building),cioè quelli in grado di funzionare quasi senza richiesta di combustibili fossili, sono oggigiorno uno degli argomenti di punta della ricerca in edilizia e sono spesso citati quali una delle soluzioni (la principale?) ai problemi legati ai cambiamenti climatici e all’isola di calore.

 

Tuttavia, soprattutto nelle loro prime apparizioni in Italia, quando abbiamo ripreso e pedissequamente applicato il modello di passive house che proveniva dal Centro Europa, questi edifici verdi, in particolare le residenze, non hanno per nulla soddisfatto gli utenti. I motivi per cui, nonostante qualche iniziale insuccesso, si punta ancora sugli edifici verdi sono noti; ad esempio, per riprendere alcuni numeri dalla citata ricerca, l’utilizzo di energia proveniente da combustibili fossili sia in forma diretta sia in forma indiretta (come elettricità usata per alimentare impianti e climatizzare gli ambienti durante tutto l’arco dell’anno) negli edifici del terziario è una delle maggiori fonti di emissione di gas serra di tutto il patrimonio edilizio in Australia.

 

Si stima che il 27% delle emissioni totali di gas GHG attribuibili al costruito in quel continente provenga da edifici commerciali o per il terziario.

 

La pratica corrente per il riscaldamento e raffrescamento degli edifici destinati a uffici (di nuova edificazione) prevede quasi sempre l’uso di impianti centralizzati che forniscano condizioni termoigrometriche più o meno costanti durante tutto l’arco del giorno, senza alcun controllo da parte dell’utente.

 

Al contrario, negli edifici verdi si sta sempre più diffondendo la scelta di lasciare una maggiore variabilità alle condizioni termoigrometriche interne e contemporaneamente consentire all’utente un maggior controllo sugli elementi che le influenzano; tra questi, in particolare, la citata ricerca concentra la propria attenzione sulla ventilazione naturale e la sua attivazione da parte degli utenti.

 

È riconosciuto (1), e anche facilmente comprensibile, che gli utenti preferiscano poter controllare la temperatura dell’aria e avere la possibilità di ventilare naturalmente i locali rispetto al subire passivamente le condizioni termoigrometriche e i ricambi d’aria imposti da un impianto di condizionamento centralizzato. È altresì poco sorprendente leggere studi (2) che dimostrano come gli utenti abbiano una naturale buona disposizione verso gli edifici verdi se paragonati ai vecchi, assetati di energia.

 

Ma cosa succede quando le condizioni termoigrometriche interne sono al limite, o addirittura oltre, del comfort?
La ricerca australiana parte dall’assunto, verificato dall’esperienza quotidiana, che negli edifici verdi, soprattutto in quelli in cui è lasciata all’utente la possibilità di controllare la ventilazione naturale degli ambienti, le condizioni termoigrometriche interne sono molto variabili e possono arrivare, nei momenti di picco della sollecitazione climatica esterna, all’assenza delle condizioni di benessere termoigrometrico. Da questo punto di partenza, nella ricerca si analizzano i comportamenti e le attitudini degli utenti attraverso l’uso di post-occupancy evaluation (POE).

 

La POE è stata creata negli Stati Uniti ed è in uso dal 1960, essa può essere definita come un processo sistematico di valutazione delle prestazioni degli edifici dopo che sono stati costruiti e occupati per un periodo di tempo. Nel caso specifico della ricerca australiana le POE sono state eseguite a intervalli regolari per controllare come le scelte progettuali e il generale funzionamento dell’edificio sono percepiti dagli occupanti. In particolare, un insieme molto noto e usato di POE è il conosciuto come BUS database: nelle applicazioni della banca dati BUS è stato introdotto il forgiveness factor (fattore di perdono), per misurare quanto gli utenti amplino la propria zona di comfort per venire incontro alle inadeguatezze dell’ambiente interno all’edificio.

 

I risultati ottenuti, confrontati anche con altri studi precedenti, dimostrano inequivocabilmente che stanno nascendo, in parallelo agli edifici verdi, anche gli utenti verdi, ossia che gli occupanti degli edifici hanno una sempre maggiore attenzione alle problematiche relative alla sostenibilità e che pur di vivere in edifici sostenibili sono disposti, più o meno consciamente, a compiere sacrifici. Ad esempio, negli edifici oggetto della ricerca, a fronte di due casi in cui il grado di intervento degli utenti sul clima esterno è simile, ancorché limitato all’intervento sulla climatizzazione centralizzata nel primo e ampliato al controllo della ventilazione naturale nel secondo, gli utenti dell’edificio con aria condizionata hanno un grado di soddisfazione del livello di temperatura estiva interna ai locali inferiore rispetto agli utenti dell’edificio con ventilazione naturale nonostante nel primo la temperatura interna in regime estivo fosse significativamente più bassa rispetto al secondo.

 

In conclusione, negli edifici verdi di nuova concezione, che consentono agli utenti la regolazione di parametri influenzanti il comfort interno dei locali (ventilazione naturale nel caso della citata ricerca, ma anche illuminazione in altri casi), eventuali carenze delle condizioni di benessere igrotermico o luminoso sono meglio tollerate dall’utenza rispetto a quanto farebbero in assenza di controllo sulla regolazione dei parametri.

 

Articolo di Fulvio Re Cecconi

 

Note
1. Baker N, Standeven M., Thermal comfort for free running buildings, in “Energy and Buildings”, 1996;23(3):175-82.
2. Leaman A, Bordass B., Are users more tolerant of ‘green’ buildings?, in “Building Research and Information”, 2007;35(6):662-73.

 

Il presente editoriale è tratto dal numero di aprile 2012 della rivista Ingegneri di Maggioli Editore


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