La nuova industrializzazione delle costruzioni: a rischio la professione di Ingegnere?

Non è passato molto tempo da quando, parlando dell’evoluzione digitale nel settore delle costruzioni, un importante dirigente di una delle più grandi case software mondiali mi disse: “Non vedo il motivo per cui tra qualche anno non potremo stampare le nostre case”. All’inizio pensai che questa visione fosse dovuta alla mancanza di conoscenza storica del settore, in fondo per dirigere una casa di software non occorre necessariamente essere laureati in ingegneria o architettura e aver appreso la storia del settore delle costruzioni in generale e delle costruzioni edili in particolare.

 

L’aver studiato e vissuto gli ultimi anni del nostro mondo mi ha insegnato che quest’ultimo è refrattario ai cambiamenti tecnologici (quanto tempo ci abbiamo messo ad abbandonare il muro a cassa vuota? Forse lo useremmo ancora se la legge non avesse imposto standard di prestazione energetica più facilmente raggiungibili con i sistemi a cappotto, che ora spopolano nelle nuove costruzioni come nel recupero e riqualificazione dei vecchi edifici e, soprattutto in Italia).

 

E quanto abbiamo impiegato ad adattarci ai cambiamenti che comportano nuovi modi di lavorare? Noi tecnici ci abbiamo messo anni per lasciarci alle spalle il metodo delle tensioni ammissibili nella progettazione strutturale e abbiamo adottato i nuovi codici di calcolo agli stati limite con grave ritardo rispetto agli altri Stati europei, anche se ciò ha comportato una nostra minore capacità competitiva rispetto ai colleghi stranieri e quindi una contrazione del mercato dell’ingegneria per i professionisti italiani.

 

Stampare una casa assomiglia, a prima vista, a prefabbricarne una ed è ben nota la storia della prefabbricazione in edilizia e in Italia in particolare. Nata agli inizi dello scorso secolo, inizialmente come produzione di elementi particolari che poi venivano assemblati in cantieri per la realizzazione di opere pubbliche, ha poi iniziato a svilupparsi sia in Europa (in Francia le prime travi in calcestruzzo armato prefabbricato datano 1891!) sia negli Stati Uniti. In Italia, tra le prime realizzazioni, si contano anche opere di grande pregio quali l’aviorimessa progettata da Nervi nel 1939.

 

Tuttavia il grande sviluppo avvenne solo dopo il secondo conflitto mondiale quando, in Italia, la necessità non solo di ricostruire ma anche di urbanizzare nuove aree e di creare le infrastrutture necessarie per collegare il Paese diede un forte impulso alla prefabbricazione. Gli esiti di tale processo di industrializzazione del settore sono sotto gli occhi di tutti: se da un lato nel campo delle infrastrutture il successo è lampante, dall’altro, in edilizia, l’insuccesso è altrettanto evidente. A parte alcuni (pochi) esempi di insuccesso causate da patologie dovute all’uso inconsapevole di tecnologie importate da altri Paesi (famoso il caso di un’impresa italiana che, importando un brevetto francese lo ha modificando sigillando l’originario giunto aperto tra i pannelli di facciata e causando con ciò il ristagno di acqua all’interno dei giunti con la conseguente crescita di muffe negli appartamenti), il vero limite sono stati i vincoli tipologici dati dai limiti tecnologici delle soluzioni scelte, che hanno generato alloggi incapaci di soddisfare le esigenze degli utenti e, non ultimo, di adattarsi al mutare delle stesse.

 

Dopo essere passata di moda quella in calcestruzzo armato, recentemente la prefabbricazione è ritornata in auge con una nuova tecnologia, quella del legno. Anche se il materiale è molto differente (cross laminated timber) i principi sono gli stessi: l’uso di pannelli prefabbricati portanti che permettono la realizzazione di edifici pluripiano fortemente industrializzati ma ancora soggetti a vincoli sulla forma e distribuzione degli appartamenti dovuti alla tecnologia. Per contro, rispetto al calcestruzzo armato, i moderni pannelli in legno vantano un ottimo comportamento in caso di sisma e un impatto ambientale inferiore.

 

È presto per capire se questo secondo tentativo di industrializzare il settore attraverso l’uso della prefabbricazione avrà un destino migliore del primo basato sul calcestruzzo armato; ciononostante siamo già di fronte ad alcune provocazioni che però lasciano ben intuire il possibile futuro del nostro settore e tutte queste, nel bene o nel male, vengono dall’informatica.

 

Tra i possibili futuri scenari dell’industrializzazione nel nostro settore, ad esempio, si segnalano esperimenti sempre più concreti di uso in cantiere di componenti stampati e non più costruiti, l’ampia diffusione delle stampanti 3D ha causato infatti una diminuzione del loro prezzo e un incremento notevole nei tipi di materiali utilizzati per la stampa (oggi si stampa dal cioccolato alle resine, dalle leghe metalliche alle ceramiche) cosicché non è più impossibile e antieconomico, per esempio, stampare blocchi per muratura. Ma non sono questi gli esperimenti che sorprendono di più.

 

In Olanda prima e in Cina poi, siamo giunti alla stampa di interi edifici. La cinese WinSun Decoration Design Engineering Company è riuscita a stampare una villa di oltre mille metri quadrati e un condominio di cinque piani con una stampante 3D proprietaria che utilizza una miscela di sabbia, vetro e scarti di metallo, combinati con un legante cementizio a presa rapida. La stampante misura 6,6 x 10 x 40 metri ed è in grado di realizzare parti di muratura portante simili a casseri a perdere che vengono poi finiti in opera con armatura e getto di completamento.

 

Se questi ultimi esempi di industrializzazione avanzata del cantiere stupiscono, il tentativo di rivoluzionare l’intero processo che l’americana Blu Homes ha messo in atto ci riempie di meraviglia ma anche di preoccupazione.

 

La rivoluzione nasce da tre domande che il fondatore della Blu Homes pone ai suoi potenziali clienti: state costruendo la vostra casa, vi aspettate di finire secondo i tempi programmati? Vi aspettate di rispettare il budget che vi siete prefissati? Se uno o entrambe le cose non accadessero in un altro importante investimento della vostra vita lo tollerereste come sopportate la cosa quando state costruendo casa? Partendo da questo Blu Homes promette una rivoluzione a costi e tempi certi perché elimina il progettista e lo sostituisce con un software dove il proprietario del terreno assembla i pezzi della casa seguendo schemi tipo ottimizzati (secondo una ricerca del MIT nelle case americane dal 20% al 40% dello spazio nelle case americane è sprecato e uno dei vantaggi che Blu Homes propone è una migliore progettazione degli spazi).

 

Se questa iniziativa avrà successo dovremo cercarci un nuovo lavoro.

 

editoriale di Fulvio Re Cecconi, direttore della rivista Ingegneri (scopri i contenuti della rivista e abbonati per non perdere nemmeno un numero)

 

Fonte immagine yhbm.com


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