Ingegneri sì, ma solo con Laurea Quinquennale

Ingegneri sì, ma solo con Laurea Quinquennale

Conoscere per deliberare”, affermava Luigi Einaudi; si dovrebbe aggiungere: “valutare per validare o emendare”. In altre parole, se ogni norma, prima di essere emanata, deve (dovrebbe) essere supportata da un quadro di conoscenze esaustivo, i suoi effetti devono (dovrebbero) essere valutati nel tempo, per validare le scelte fatte oppure apportare gli opportuni cambiamenti.

Se questo principio tanto sbandierato (ma quasi mai applicato) fosse adottato per verificare gli effetti dell’introduzione nelle Facoltà di Ingegneria della laurea di ciclo breve (triennale) e, soprattutto, della sezione B nell’Albo degli ingegneri, non vi è dubbio che si dovrebbe convenire circa la necessità di ripristinare il ciclo quinquennale unico nell’Università e far diventare quest’ultimo come l’unico “lasciapassare” per la professione di ingegnere.

I dati sono ormai incontrovertibili e solo miopi interessi di parte, chiaramente riconoscibili, impediscono che di essi si prenda atto. Ad un anno dal conseguimento del titolo, quasi l’80% dei laureati di ciclo breve in Ingegneria nel 2008 ha proseguito gli studi e risulta iscritto ai corsi di laurea specialistica; nell’84% dei casi il percorso specialistico prescelto rappresenta, inoltre, il naturale proseguimento del corso di laurea di primo livello frequentato (leggi anche Domenico Perrini, presidente dell’Ordine di Bari: “Sì agli Ingegneri, No ai Super Specialisti”).

Nel 2009 più dei due terzi (67,4%) dei laureati triennali delle Facoltà di Ingegneria hanno conseguito il titolo oltre i tempi previsti. La quota dei “fuori corso” si attesta al 62,4% anche per i laureati di secondo livello del nuovo ordinamento. Un dato che conferma il mancato raggiungimento di uno degli obiettivi per i quali era stato istituito il percorso accademico del “3+2”.

Lo stesso sistema produttivo dimostra una crescente “freddezza” nell’assumere laureati di primo livello in Ingegneria. Secondo i dati del Sistema informativo Excelsior, negli ultimi tre anni cala sensibilmente la fetta di assunzioni riservate ai laureati triennali (solo il 9,6% quando nel 2008 la corrispondente quota era quasi doppia, paria al 18,5%).

La laurea triennale in Ingegneria continua a essere percepita dalla grande maggioranza degli studenti (e come si è visto dallo stesso sistema produttivo) come “tappa” di un percorso formativo più lungo e non come titolo da utilizzare per l’inserimento nel mercato del lavoro né tantomeno per l’accesso alla professione di ingegnere
Al 31 dicembre 2010, risultano iscritti all’Ordine 227.259 ingegneri, di cui 220.250 alla sezione A e 7.009 alla sezione B. Il numero di questi ultimi continua a essere modesto, come modesto appare l’interesse dei laureati triennali ad accedere alla professione di ingegnere iunior. Nel 2009 solo poco più dell’8% dei laureati triennali in ingegneria ha conseguito l’abilitazione alla professione contro oltre il 65% dei laureati di secondo livello.

Non dovrebbe essere difficile, allora, convenire sulla necessità di ripristinare il ciclo unico quinquennale nelle Facoltà di Ingegneria, come nello stesso modo, dovrebbe essere pacifico convenire sulla opportunità di far accedere alla professione di ingegnere solo i laureati quinquennali, magari predisponendo percorsi e processi di assorbimento per gli attuali iscritti alla sezione B dell’Albo.

D’altronde non si è ritenuto opportuno far esercitare sia pure in misura “ridotta”, ai laureati triennali professioni quali, ad esempio, il medico e l’avvocato, evidentemente reputate come particolarmente complesse. Complessità, con conseguente coinvolgimento degli interessi di tutela della sicurezza che, senza ombra di dubbio, se non in misura superiore, è propria anche della professione di ingegnere.

Articolo di Romeo La Pietra, tratto da L’Ingegnere Italiano

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