Infortuni e temperatura: quanto incide il cambiamento climatico sul lavoro?

Infortuni e temperatura: quanto incide il cambiamento climatico sul lavoro?

Infortuni e temperatura

Degli effetti che il cambiamento climatico potrà avere nei prossimi decenni sulla popolazione, se n’è parlato molto e dappertutto, perché il dibattito non è più ristretto agli ambienti scientifici ma è diventato oggetto di riflessione politica e sociale.

Un problema vissuto con atteggiamenti differenti che vanno dal più preoccupante allarmismo alla cinica indifferenza. Quest’ultima sensazione è molto probabilmente dovuta alla poca empatia e all’apparente indiretto coinvolgimento che si vive per queste dinamiche ambientali.

Ma se invece, il cambiamento climatico stesse già incidendo sulla vita quotidiana e quindi sulla qualità del nostro lavoro? Idea remota?

Niente affatto. Perché da una ricerca condotta da Alessandro Marinaccio (INAIL), Matteo Scortichini (ASL Roma1), Claudio Gariazzo (INAIL), Antonio Leva (INAIL), Michela Bonafede (INAIL), Francesca K. De Donato (ASL Roma1), Massimo Stafoggia (ASL Roma1), Giovanni Viegi (CNR-IRIB), Paola Michelozzi (ASL Roma1), pubblicata su ScienceDirect, è emersa l’esistenza di una stretta correlazione tra infortuni e temperatura.

Per il periodo 2006-2010 l’INAIL ha raccolto i dati attraverso il satellite delle temperature giornaliere in tutti gli 8.090 comuni italiani con risoluzione 1×1 km correlandole agli infortuni a livello comunale. Dai dati raccolti, i rischi professionali di lesioni per caldo e freddo sono risultati essere rispettivamente aumentati del 17% e del 23%, per un numero assoluto di infortuni sul lavoro per estremi di caldo e freddo pari a 5.211 all’anno.

Il settore agricolo non è stato incluso nelle analisi, sebbene la rilevanza del rischio di infortuni sul lavoro per i lavoratori agricoli nella stagione calda sia stata rilevata sia per uomini sia per donne.

Infortuni e temperatura. In che modo il clima incide sul lavoro?

Con i cambiamenti climatici, negli ultimi decenni, le ondate di calore sono diventate più frequenti e intense.

Nello specifico la regione mediterranea è stata identificata come zona maggiormente vulnerabile ai cambiamenti climatici e l’aumento della temperatura, misurato nelle regioni costiere negli ultimi decenni, è risultato più elevato che su scala globale, con notevoli differenze stagionali e geografiche.

A tale proposito l’esposizione al calore durante l’attività lavorativa può comportare una riduzione della produttività ed effetti negativi sulla salute dei lavoratori, quali disidratazione, spasmi e crescente rischio di lesioni che potrebbero essere associate a palmi sudati, occhiali di protezione appannati e disturbi cognitivi (vale a dire confusione, giudizio compromesso e scarso coordinamento. Alla luce di tali effetti, il legame infortuni e temperatura rappresenta una problematica che si ripercuote sulla qualità del lavoro incidendo non solo sulla salute dei lavoratori ma che produce ricadute economiche.

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Infortuni e temperatura. Chi sono i lavoratori più a rischio?

I risultati ottenuti dalla ricerca rappresentano un modello identificato della correlazione infortuni e temperature che potrebbe aiutare istituti e governi a sviluppare misure di prevenzione. Gli scenari di cambiamento climatico suggeriscono di considerare prioritaria la prevenzione dell’esposizione professionale a temperature estreme.

Sono state escluse dalle analisi le cause di infortunio legate agli incidenti stradali che si verificano durante i viaggi da casa a casa-lavoro, agli studenti e a quelli non classificati dall’INAIL come infortuni sul lavoro. Ogni soggetto è stato assegnato geograficamente in base al comune in cui si è verificato un infortunio. I dati raccolti comprendono dati demografici (genere, età e infortunio), occupazionali (settore economico dell’attività, tipo di lavoro) e informazioni sulla gravità del danno, misurata come durata del congedo.

Tra gli obiettivi dell’analisi infortuni e temperatura, che ha preso in considerazione 2.277.432 infortuni sul lavoro, verificatisi in Italia nel periodo 2006-2010, quello di identificare le categorie di lavoratori maggiormente esposti a temperature estreme, i settori economici e i posti di lavoro più a rischio.

Un rischio più elevato di infortunio nelle giornate calde è stato riscontrato tra maschi e giovani lavoratori (di età compresa tra 15 e 34 anni) impiegati in piccole e medie imprese, mentre nei giorni freddi è stato osservato il contrario. Mentre le donne e i lavoratori anziani sembrano essere più suscettibili a un infortunio sul lavoro se esposti a basse temperature.

Nello specifico gli operai edili (muratori, fabbri, meccanici, installatori e posatori di asfalto) hanno mostrato il più alto rischio di infortuni nelle giornate calde, mentre per i lavoratori dei settori: pesca, trasporti, energia (elettricità e gas) e distribuzione dell’acqua, sono risultate sfavorevoli le giornate fredde.

Linadeguata consapevolezza del pericolo, in particolare per i giovani lavoratori di sesso maschile durante le giornate più calde, è alla base delle motivazioni. Tale aspetto risulta rilevante e d’aiuto nella prevenzione del rischio, quindi nella definizione di misure di formazione e organizzazione del lavoro.

I lavoratori delle grandi aziende (> 250 dipendenti) presentano un minor rischio di infortuni per calore rispetto ai lavoratori impiegati in piccole aziende, mentre a causa del freddo, il rischio di lesioni è risultato più alto nelle grandi aziende. Ciò è dovuto al fatto che i lavoratori delle piccole imprese hanno una più alta frequenza di infortuni sul lavoro e un livello più basso di prestazioni di sicurezza.

Quali sono i risultati dello studio infortuni e temperatura?

I risultati dello studio mostrano una riduzione del numero di infortuni avvenuta costantemente nel periodo 2006-2010 sia per gli uomini che per le donne. Più della metà degli infortuni inclusi sono riferiti a lavoratori di età compresa tra 35 e 60 anni (61% negli uomini e 69% nelle donne).

La durata del congedo, considerata un indice di gravità della lesione, è stata in media <15 giorni, senza differenze significative di genere. La maggior parte degli infortuni (37,9%) si è verificata nelle piccole imprese (<10 dipendenti) in base al contesto industriale italiano caratterizzato dalla prevalenza di piccole e medie imprese.

Per maggiori dettagli consulta il paper

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