Il petrolio “difficile”: il progetto Goliat di ENI

La piattaforma Goliat di ENI (Foto © ENI Norge)

In Italia c’è stato da poco il referendum per decidere il da farsi sulle trivelle che estraggono petrolio al largo delle coste. Un tema che ancora oggi scatena polemiche, nonostante il referendum non abbia raggiunto il quorum.

Nel frattempo il colosso olandese Shell ha deciso di abbandonare lo stretto di Lancaster, nel mare dell’estremo nord canadese, ufficialmente per permettere la realizzazione del parco marino di fronte allo stato di Nunavut, terra degli eschimesi Inuit, che da anni lottano con gli ambientalisti contro le trivellazioni offshore nello stretto. Ufficiosamente la Shell ha abbandonato il progetto a causa dei bassi prezzi del petrolio, che non rendono più redditizie le trivellazioni offshore.

Motivazione ufficiale o ufficiosa non cambia il risultato: il fatto che non si vada a trivellare permette sicuramente di salvaguardare la biodiversità presente in quel luogo. Inoltre potrebbe essere uno stimolo aggiuntivo per investire nelle energie verdi, meno impattanti sull’ambiente.

Se però c’è chi fa dietrofront, nel mar di Barents pur di estrarre il petrolio difficile (come l’hanno chiamato), Eni vara Goliat. Dopo anni di ricerche e aver scandagliato il sottofondo marino fino a 400 metri di profondità, Eni ha dato il via all’estrazione di 180 milioni di barili di greggio.

ENI Goliat

Una panoramica in 3D della struttura della piattaforma ENI sul pozzo Goliat (Foto © ENI Norge)

Gli ingegneri italiani hanno commissionato alla Sevan Marine di costruire la più grande piattaforma cilindrica galleggiante: 115 metri di diametro per 100 metri di altezza. E questa è stata realizzata nei cantieri della Hyundai in Corea del Sud. Dopo un viaggio di 65 giorni è approdata ad un passo dal Polo Nord, quindi ancorata e collegata alla terraferma attraverso chilometri di cavi elettrici. La Norvegia ha dovuto potenziare la propria rete nazionale per permettere il funzionamento dei 22 pozzi sottomarini. Di questi 7 iniettano acqua, 3 gas e 12 estraggono petrolio. Il greggio viene stoccato all’interno di un grande serbatoio da cui caricheranno le petroliere destinate alle raffinerie del Nord Europa.

Il progetto di elettrificazione di Goliat

La piattaforma è collegata a terra da chilometri e chilometri di condotte elettrificate (Foto © ENI Norge)

In un certo modo la piattaforma galleggiante può essere vista come un grande calamaro: la parte emersa è la testa, mentre l’intricata rete di condutture sottomarine sono i suoi tentacoli.

La scoperta del giacimento di petrolio risale al 2000, ma solo quest’anno è stato dato il via ai lavori di estrazione attraverso questo enorme pozzo chiamato Goliat.

Costi e ricavi saranno ripartiti tra Eni e la norvegese Statoil.

Ovviamente non sono mancate le polemiche per quest’opera ciclopica. Greenpeace l’ha denominata inutile monumento. Le autorità di Oslo hanno imposto a Eni e Statoil di predisporre nuovi piani di emergenza. Sono stati utilizzati innovativi sistemi anti-spill (barriere che bloccano sul nascere fuoriuscite di petrolio in mare).

Eni e Statoil hanno dato avvio a 30 progetti di ricerca e sviluppo per tenere sotto controllo l’ambiente, con soluzioni e sperimentazioni da diversi milioni di euro. L’attenzione da parte delle due aziende è anche una questione di immagine: si vuole dimostrare che è possibile uno sfruttamento sostenibile e responsabile del giacimento.

E dal mondo petrolifero e dal governo norvegese, Goliat è considerato un progetto verde perché l’elettricità utilizzata è prodotta in terraferma e acqua e gas utilizzati vengono reiniettati nel sottosuolo. Quindi sotto il loro punto di vista è un impianto a zero emissioni di CO2.

Ma può essere eco friendly una piattaforma per l’estrazione del petrolio? Forse si, ma resta che una volta estratto quel petrolio verrà utilizzato e quindi le emissioni incriminate…. ci saranno.

Articolo di Roberta Lazzari


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