Il futuro chiede Ingegneri “diversi”: ecco in che modo

L’unione fa la forza? Il futuro chiede ingegneri “diversi”

Prima della pausa estiva il Centro Studi del Consiglio nazionale degli Ingegneri ha pubblicato il consueto studio annuale in merito alla condizione occupazionale dei laureati in ingegneria in Italia e ci ha rassicurato un po’ sul futuro nostro e di chiunque si affacci al mercato del lavoro con una laurea in ingegneria: tra i 693mila laureati in ingegneria il tasso di disoccupazione è sceso al 4,4%, mentre l’anno precedente era balzato sin quasi al 6%.

Certo non è tutto oro quello che luccica, ad esempio esiste ancora un certo divario tra il tasso di occupazione al nord e quello al sud, tuttavia ci sono segnali di miglioramento anche per queste croniche patologie italiane (per esempio il miglioramento più consistente è stato registrato al centro e non nel nord Italia).

In un quadro generale della nostra economia che ha visto una riduzione del PIL nel 2014 pari allo 0,4 per cento rispetto al dato del 2013 questi dati, così come quelli OICE (l’associazione confindustriale di rappresentanza delle società di ingegneria e di architettura italiane) relativi all’aumento della produzione delle società di ingegneria (+2 per cento raggiungendo i 1.265 milioni di euro nel 2014, con una previsione di incremento per il 2015 pari al 3,9 per cento paria 1.313 milioni di euro), ci porterebbero a vedere il futuro prossimo con maggiore ottimismo.

Il condizionale non dovuto agli ostacoli cronici che chiunque voglia lavorare in Italia, e forse gli ingegneri più di tutti, incontrano come, ad esempio, il farraginoso quadro normativo (forse la filosofia soft law dell’annunciato nuovo Codice degli Appalti pubblici risolverà questo problema, si spera senza introdurne altri) ma agli ostacoli che noi stessi ci creiamo restando impassibili di fronte a un mondo professionale che cambia. Questo atteggiamento, che in un mondo darwiniano porta all’estinzione della specie, sembra oggi più forte che mai.

La considerazione, pessimistica, nasce dall’osservazione di quanto accaduto negli scorsi mesi e del relativo dibattito. I fatti: dopo l’approvazione in Commissione della nuova versione dell’art. 31 del DDL Concorrenza che sancisce che i contratti tra committenti privati e società di ingegneria continueranno a essere validi, ma a condizione che entro 6 mesi queste ultime si iscrivano agli ordini professionali territorialmente competenti, l’OICE sale sulle barricate e parla di “scempio giuridico in totale controtendenza rispetto alle discipline in vigore negli altri Paesi europei che non prevedono l’iscrizione agli ordini professionali”.

Contro questo da tempo si batte il nostro ordine professionale che a luglio, per parola del presidente ing. Zambrano plaudeva a un parere di Commissione contrario all’articolo citato (“Il parere della Commissione rende giustizia alle tesi che da tempo andiamo sostenendo con forza. Le professioni tecniche si sono organizzate per combattere contro queste norme che violano il principio secondo il quale la legge è uguale per tutti”). Sulle stesse note si è espresso anche uno strano alleato, Maurizio Savoncelli, presidente del Consiglio nazionale dei Geometri e Geometri laureati: “Qualunque soggetto privato, nei rapporti con una società di ingegneria che non è assoggettata a norme deontologiche che garantiscono tutti i principi sanciti dalla riforma delle professioni, si troverebbe ad operare senza tutela e garanzia. Solo le professioni ordinistiche consentono attualmente tutele e garanzie a favore del committente privato”.

La battaglia tra Ordine e Società di Ingegneria non è nuova e la posizione del nostro ordine professionale è forse anche figlia di una frammentazione del mercato che è caratteristica italiana (gli ultimi dati relativi alla professione di architetto pubblicati da ACE Architects’ Council of Europe dicono che più del 90% degli architetti italiani si dichiarano liberi professionisti, per gli ingegneri la cifra dovrebbe essere un po’ minore ma non troppo). Questa frammentazione si contrappone alla situazione nel resto d’Europa dove ci sono Stati, Inghilterra, Svizzera e Svezia tra questi, ma anche Turchia, Romania e Croazia, nei quali la maggior parte dei professionisti operano entro forme societarie equivalenti alle nostre società di ingegneria (fonte AEC). Purtroppo questa frammentazione è forse anche il nostro più grande problema.

Se è vero, come è vero, che il nostro settore ha vissuto e probabilmente sta ancora vivendo in Italia un periodo di grande crisi, è altresì vero che esso sta percorrendo la stessa strada già intrapresa da altri settori industriali, quella di una nuova rivoluzione. Il termine “Industria 4.0”, che nasce da un progetto del Governo tedesco per promuovere la digitalizzazione del settore manifatturiero, è comunemente adottato da tutti per descrivere gli epocali cambiamenti in atto in quel comparto e non nasconde il chiaro riferimento alla quarta Rivoluzione industriale.

Si profila una profonda integrazione delle tecnologie digitali nei processi industriali manifatturieri, cambiando pelle a prodotti e processi. Alla base di questo nuovo mondo produttivo si rintraccia una rottura tecnologica caratterizzata dalla fusione tra mondo reale degli impianti industriali e mondo virtuale della cosiddetta “Internet of Things”. Pur con quell’arretratezza che il settore delle costruzioni ha rispetto agli altri settori industriali (è forse il caso di interrogarsi e chiedersi se questo divario rispetto ai settori più evoluti sia congenito o patologico) anche il nostro mondo sente gli effetti dirompenti della rete e della sua permeazione negli oggetti più comuni.

Effetti che si misurano certamente sulle “cose” che stanno nelle costruzioni: dai termostati collegati in wifi a sensori e sistemi di controllo degli impianti sempre più evoluti alla casa intelligente dotata di sensori e attuatori basati su piattaforme open come Arduino (costruibili dall’utente, peraltro). Effetti che, però, si misurano anche sul modo di lavorare di noi progettisti. La nuova rivoluzione industriale richiede un nuovo modo di lavorare, si basa su nuove tecnologie e lancia sfide che saranno vinte solo da nuovi professionisti. Indipendentemente dalla forma giuridica (liberi professionisti o società di ingegneria), il futuro richiede progettisti diversi. Speriamo che l’Università e gli Ordini se ne accorgano.

di Fulvio Re Cecconi, direttore di Ingegneri


Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

News dal Network Tecnico