Il crollo del Viadotto Polcevera non può cancellare anni di ingegneria

Il crollo del Viadotto Polcevera non può cancellare anni di ingegneria

crollo del Viadotto Polcevera

Pubblichiamo l’articolo che descrive il pensiero del tecnico, progettista, scaturito alla notizia, al clamore e alle conseguenze che il crollo del viadotto Polcevera ha generato. La stima verso la storia passata, la rabbia sugli errori ed i dubbi sulle scelte future, devono coesistere ed essere motivo di crescita nel rispetto della società.

L’autore, è l’Ing. Arturo Donadio, strutturista, co-titolare dello Studio S.P.S., progettista di numerose grandi opere, autore di svariati articoli scientifici e membro della Commissione strutture dell’Ordine degli Ingegneri di Milano.

Il crollo del Viadotto Polcevera e le domande senza risposta

Non si placa il dolore per il crollo del viadotto Polcevera che rappresenta anche un segno tangibile di inadeguatezza per l’ingegneria, lo Stato, il tentativo di progresso.

Ogni tecnico, progettista o docente che sia, sente nel proprio animo, il peso dell’errore o almeno così dovrebbe percepire. Anche se – purtroppo – non è mancata la ridda di voci, di scritti che, inopinatamente, hanno urlato al progetto fatto male, alla realizzazione mal concepita.

Ma quando questo ponte era ancora in vita, tutti questi saggi, questi saccenti dell’ingegneria e della morale, dove erano e cosa facevano?

Perché non hanno parlato prima?

Perché non hanno lottato per impedire che un’opera così pericolosa fosse utilizzata da migliaia e migliaia di persone?

Forse in questo Paese è comodo parlare dopo?

Dopo la tragedia, dopo i morti…

In realtà il ponte era avveniristica ed ardita opera d’arte, che, alla luce delle conoscenze maturate nel tempo, doveva essere studiata, compresa, ed infine difesa. Essa è nata prima dei regolamenti sul progetto dei ponti in Italia, quando non erano noti i problemi che hanno afflitto i calcestruzzi, dalla loro durata, alle loro deformazioni differite nel tempo.

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Sotto questi aspetti il ponte è stato poco adeguato, nè poteva esserlo.

Cosa ci resta di questa tragedia?

Dunque si sarebbe dovuto sopperire nel tempo, di pari passo con le conoscenze acquisite, e con un senso di servizio verso la collettività che certamente gli “urlatori” del post-crollo, non hanno saputo dimostrare. Invece occorre avere rispetto per gli slanci del passato, per la nostra storia, soprattutto in virtù del fatto che il viadotto è stato lasciato in funzione.

Probabilmente è scomodo dirlo, ma nessuno in realtà ci ha capito qualche cosa. Infatti nessuno ha potuto dire prima del crollo, “il ponte è pericoloso per queste ragioni, per cui va chiuso”.

Allora adesso è il momento di cercare serenamente le cause e concause (forse, ma in subordine anche eventuali colpevoli) e capire come migliorare la nostra ingegneria, le regole delle manutenzioni, i tempi delle nostre burocratiche procedure. Al dramma dell’avvenuto, non deve seguirne un altro connesso all’oblio, alla sterile polemica, allo scontro di interessi politici ed economici.

È necessario anche assumere coscienza nuova sul costruito e i dettami per la sua corretta valutazione ai fini conservativi, ma pure – al contrario – una nuova propensione per sostituire tutto ciò che rappresenti pericolo oppure costi troppo in termini di raggiungimento degli attuali standard di sicurezza.

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In ultima analisi occorre convincersi che in ingegneria, così come in medicina, il rischio nullo non esiste e non può esistere: la totale probabilità di successo è utopia, che non appartiene alle concrete umane cose. Con ciò non deve esistere rassegnazione, bensì un atteggiamento culturalmente e socialmente corretto dinnanzi a ciò che ogni giorno accompagna le nostre vite.

La tragedia avvenuta, del crollo del Viadotto Polcevera, resta tale, in tutta la sua atroce drammaticità, costata molte vite umane; è dunque d’obbligo che la comunità legislativa e quella scientifica si parlino, traendo linfa nuova da un confronto intellettualmente onesto e volitivo, a partire dall’impegno quotidiano di ciascuno di noi.

Lo dobbiamo alla collettività, lo dobbiamo alla nostra professionalità, ed alle nostre stesse aspettative di ingegneri, in grado di incidere positivamente nei confronti della sicurezza di tutti i giorni.

Non perdere Viadotto Genova, tutto pronto per la demolizione. Il cantiere partirà il 15 dicembre 2018

 

Immagine di copertina “Viadotto sul torrente Polcevera, a Genova dell’autostrada Savona – Genova: veduta generale” _ Prof. Ing. Riccardo Morandi

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4 commenti su “Il crollo del Viadotto Polcevera non può cancellare anni di ingegneria

  1. Non è l’ingegneria italiana e la propensione all’innovazione che sono messe sotto discussione, ma l’incapacità e la non attitudiìne direi “genetica” alla gestione e alla pianificazione delle opere , propria invece di altri popoli. D’altra parte lo stesso Cantone ha dichiarato che ” in Italia le opere non si fanno per le opere, ma per altri obiettivi”

    • Nel nostro caso l’ingegneria è intervenuta nella gestione, fallendo.
      Tralascerei altri commenti su chi non si occupa di ingegneria, perché fuorvianti. Ing. A. Donadio

  2. Mi scusi ma la caccia ai colpevoli ci deve essere. Perché le vittime reclamano giustizia e non si può cavarsela sempre mandando la palla in tribuna e sciogliendo le responsabilità nel mucchio. Se il ponte era soggetto a delle condizioni ambientali che ne hanno degradato i materiali e lo hanno portato al collasso strutturale ci sono precise responsabilità sia di chi ha progettato l’opera, sia di chi la ha realizzata, sia di chi la ha manutenuta. Il progettista doveva indicare un preciso piano di manutenzione volto a preservare le performance dell’opera e indicare delle metodologie di monitoraggio periodico (prove di carico o quant’altro) che ne assicurassero la stabiità. Chi la ha realizzata doveva indicare quali erano i punti critici da monitorare con maggiore attenzione. Chi aveva il compito di manutenerla doveva seguire le indicazioni precedenti, se c’erano, o sviluppare proprie tecniche volte a conoscere lo stato dell’opera e impedire che collassasse rovinosamente. Se la manutenzione degli ultimi vent’anni è consistita nel riverniciare il ponte in modo che non si vedesse la ruggine che veniva fuori, penso che ci sia un mucchio di gente che debba andare in galera e restarci per parecchi anni.

    • La ricerca dei colpevoli è di “legge”.
      Concettualmente è molto più importante l’analisi critica e l’insegnamento che questa immensa tragedia ci deve trasmettere e dobbiamo cercare.
      Con riguardo ai doveri di progettista ed impresa occorre tornare agli anni ’60 e facendolo seriamente scopriremmo che hanno agito molto bene entrambi.
      Il problema vero è stato non “capire” nel tempo l’opera. Ing. A. Donadio

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