Il Clean Power Plan di Obama: così si combatte il cambiamento del clima

Il presidente USA Barack Obama annuncia il Clean Power Plan

Anche la Cina si è impegnata a ridurre le emissioni di sostanze clima alteranti: non possiamo stare fermi al palo. Potrebbe avere pensato più o meno così, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, annunciando lo storico Clean Power Plan, il primo piano emanato dalla Casa Bianca per la riduzione delle emissioni inquinanti negli USA.

Ormai il 70% delle nazioni sviluppate ha delineato una strategia per ridurre il rilascio nell’atmosfera di sostanze dannose per il clima, ma pericolose anche per la salute stessa, se è vero che, secondo le previsioni del Clean Power Plan, si potrebbero evitare il 90% delle morti premature e si taglierebbero di 90.000 i casi di asma giovanile … e questo togliendo letteralmente di mezzo qualcosa come 870 milioni di tonnellate di biossido presente nell’atmosfera.

“Siamo la prima generazione a subire gli effetti del riscaldamento globale”, ha ammonito Obama presentando alla nazione americana il programma della Casa Bianca, “ma siamo anche l’ultima che può fare qualcosa per fermarlo”. Un aut aut che lascia davanti a un bivio. A rinforzare le sue parole, Obama ha ripreso la recente enciclica di Papa Francesco, in cui il pontefice argentino ha ribadito come la cura della casa comune, la nostra Terra, sia un obbligo morale oltre che una necessità: posto che Kepler 452B sia abitabile, infatti, è ancora difficile pensare di poterlo raggiungere con i suoi 1.400 anni luce di distanza. Occorre quindi curare la vecchia Terra.

Ma in cosa consiste il Clean Power Plan di Obama? In termini semplicissimi esso prevede la diminuzione del 32% delle emissioni di biossido di carbonio, la maggior parte delle quali proviene dalle centrali elettriche alimentate a carbone.

Ma lasciando stare per un momento il clima, bruciare carbone oggi non è una buona idea: oltre alla anidride carbonica, all’anidride solforosa, agli NOX e alle polveri finissime, il minerale rilascia anche metalli velenosi per la salute dal mercurio al cadmio, dall’arsenico al cromo.

Le voci pro …

“Per gli italiani il problema del carbone è solo residuale”, commenta il Ministro dell’ambiente Galletti. In effetti nel nostro Paese il carbone viene bruciato solo in 12 centrali e ormai la politica del carbone pulito perseguita dall’ENEL del periodo 2007-2013 sembra ormai ferma a un binario morto.

Galletti plaude alla svolta green della Casa Bianca e ricorda come in Italia al carbone siano imputabili oggi solo il 7% delle emissioni nazionali di anidride carbonica. Dati che stridono con quelli degli ambientalisti, che invece parlano di un 30%.

“I nostri problemi sono ben altri”, taglia corto Galletti interpellato da La Stampa di Torino. “I trasporti e il settore civile pesano per il 66% delle emissioni e ha fatto bene Obama a imitare l’Europa, che ormai ha deciso di ridurre sempre più la sua dipendenza dal carbone”.

A livello internazionale, il primo a congratularsi con Obama per il suo storico Clean Power Plan è stato Ban Ki-moon, segretario generale dell’ONU che ha espressamente parlato di una scelta realmente lungimirante.

In effetti la decisione del presidente USA permette anche di dare un nuovo impulso alla ricerca, non solo di energie alternative e di sistemi di generazione sempre più efficienti, ma anche per il settore in crescita della smart energy, ossia di tutte le soluzioni tecnologiche e impiantistiche che partecipano al ciclo dell’energia.

E in questo settore l’Italia delle eccellenze non si è fatta trovare impreparata. A inizio agosto, infatti, è stato siglato un importante accordo di collaborazione tra il nostro Politecnico di Torino e il prestigioso Siebel Energy Institute che riunisce 7 tra i più prestigiosi centri di ricerca sui temi della smart energy: Carnegie Mellon University, École Polytechnique, Massachusetts Institute of Technology, Princeton University, University of California at Berkeley, University of Illinois at Urbana-Champaign, and University of Tokyo. “Abbiamo creato il Siebel Energy Institute per stimolare le migliori menti negli ambiti dell’ingegneria e della computer science a lavorare in modo collaborativo nel settore della smart energy”, ha dichiarato Thomas M. Siebel, fondatore e presidente del centro, finanziato con circa 10 milioni di dollari dalla Thomas and Stacey Siebel Foundation.

… e gli arrabbiati

Tra chi non ha stappato la bottiglia di spumante alle parole di Obama sul suo Clean Power Plan è stato, primi fra tutti, il sindacato americano dei minatori che ha addirittura parlato di un appello alla Corte suprema per bloccare il programma presidenziale. Sono una dozzina gli Stati americani sul sentiero di guerra, che promette di essere feroce.

Non stupisce neppure l’avversità alla proposta delle industrie del settore Oil: tra tutte, la Exxon che ha sempre negato o comunque sminuito l’impatto che il riscaldamento globale sta avendo e avrà sulla vita sulla Terra.

Subito i Repubblicani, già agguerriti per la corsa alle presidenziali 2016 si sono affiancati alle proteste. Dal senatore Mark Rubio: “ci sarà un aumento della spesa delle bollette elettriche!” al capogruppo alla Camera John Boehner che ha parlato di “ennesimo provvedimento irresponsabile”, come se, invece, continuare a bruciare carbone fosse un atto avveduto e lungimirante.


Un commento su “Il Clean Power Plan di Obama: così si combatte il cambiamento del clima

  1. Ci sono diverse “forzature” in questo articolo, in particolare quando sembra associare i problemi di “asma” alla produzione elettrica da Carbone, come se le emissioni di CO2 ne fossero responsabili! Riguardo poi ai “microelementi”, questi sono contenuti nella matrice Carbone (che proviene dal mondo vegetale), in tracce ed i moderni apparati che fanno parte delle moderne centrali, provvedono a depurare drasticamente i fumi post-combustione.

    Vi è poi la solita sottovalutazione che riguarda le emissioni di CO2 dai vari combustibili, nella comparazione tra Gas Naturale e Carbone e suggerirei di considerare quanto segue:

    ” Si ripete spesso che occorre eliminare l’uso del Carbone (che, indubitabilmente, proviene dal mondo vegetale che ricopriva ampie aree del pianeta nel lontano passato), suggerendo di farlo tramite l’uso del Gas Naturale, perché, apparentemente, rilascerebbe circa la metà delle emissioni di CO2 in atmosfera rispetto al Carbone. Questo è vero, ma se ci si limita (come, stranamente, abitualmente viene fatto!) a considerare SOLO le emissioni “post-combustione”, vale a dire quando si bruciano i diversi combustibili.
    Ma se la teoria di ridurre le emissioni di CO2 (e GHG in generale) in atmosfera fosse davvero importante, logica vorrebbe che ci si preoccupasse di monitorare e conteggiare TUTTE le emissioni di CO2 (e GHG) nell’intero ciclo di vita dei vari combustibili, quindi andando a monitorare e debitamente conteggiare anche quelle che si definiscono le emissioni “pre-combustione”, vale a dire quanto viene emesso in atmosfera nella fase di estrazione dei combustibili dal sottosuolo e fino al loro trasferimento nei luoghi di combustione.

    Purtroppo, NON è così ed infatti anche gli organismi dell’ONU (IPCC) che si occupano dell’argomento fanno finta di NON sapere cosa avviene nella fase “pre-combustione”, soprattutto per quanto riguarda gli Idrocarburi: Petrolio ed ancor più Metano.

    In particolare suggerirei di leggere il Report del Dr. Robert W. Howarth della Cornell University (sia nella prima parte: dove tratta delle “Fugitive Methane Emissions”, ma soprattutto nella seconda parte: dove tratta del rapporto di equivalenza della molecola di CH4 (Metano) rispetto a quella della CO2 ai fini del GWP – Global Warming Potential), che certamente troverete di interesse.
    Se è davvero urgente intervenire per ridurre le emissioni di GHG (come invocano proprio i signori ONU-IPCC), allora sarà opportuno guardare alle emissioni di CH4 in un arco temporale ridotto: 20 ANNI, anziché 100 anni, quando, peraltro, il CH4 si sarà sostanzialmente dissolto in atmosfera, avendo una permanenza sensibilmente più breve in atmosfera!

    Lo Studio di Howarth et al. prende lo spunto da quello che è divenuto il “boom” dello Shale-Gas negli USA, ma che non deve limitare l’approfondimento solo alle “Methane Fugitive Emissions”, particolarmente importanti quantitativamente per tale Gas non convenzionale, ma anche quelle che sono le tecniche abituali da decenni nei principali giacimenti di estrazione del Gas Naturale e che in gergo vanno sotto la definizione di: “Venting” e “Flaring”.

    Il “Venting” consiste nel rilasciare in atmosfera i vari gas indesiderati: (H2S, CO2, N2O), naturalmente presenti in giacimento insieme a Metano, Butano, Propano, ecc. e che gli Operatori separano (catturano) a bocca di giacimento nella fase di estrazione, per poi semplicemente liberarli (Venting) in atmosfera, senza che gli stessi siano ne conteggiati ne attribuiti ad alcuno.
    La stessa EPA (solitamente così attenta ed attiva in altri contesti), dichiara che si basa per le sue statistiche e rilevazioni di queste attività ai dati prodotti dagli Operatori !!! Fantastico, vero?

    Ed allora scopriamo che tali aziende scrivono agli organizzatori ONU per suggerire di accelerare la sostituzione del Carbone con il Gas per la produzione elettrica, dicendo che questo permetterebbe di ridurre drasticamente le emissioni di GHG (e quindi anche di CO2) in atmosfera.

    Vorrei inoltre far osservare che negli ultimi 50-60 anni il pianeta sta vivendo un sensibile effetto di “greening” nel senso che la vegetazione sta sensibilmente aumentando (Italia compresa) ed è possibile che un parziale contributo a questo effetto naturale sia dovuto anche alla maggiore (per quanto estremamente piccola: 0,04% del totale dell’atmosfera terrestre) concentrazione di CO2 in atmosfera.

    La CO2 non è un inquinante e non produce alcun effetto negativo sulla salute degli esseri viventi. Considerarla un rifiuto, è davvero fuorviante ed una grossa contraddizione in termini.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

News dal Network Tecnico