Dagli Stati Uniti all'Europa: il cammino del Design for All

Dagli Stati Uniti all’Europa: il cammino del Design for All

Design for All

Ancora prima del Design for All, “Barrier free” un nome tanto semplice quanto rivoluzionario, nasce negli Stati Uniti negli anni Cinquanta del Novecento ed è una prima risposta alle richieste delle tante persone con poliomielite, ma anche dei tanti reduci tornati invalidi dal Vietnam.

È negli anni Sessanta che compare per la prima volta il termine Design for All, mutuato dal termine svedese Design for Alle, divenuto di uso comune nel periodo del massimo sviluppo dello stato sociale scandinavo.

Dunque, l’attenzione ai principi della progettazione accessibile e dell’eliminazione delle barriere architettoniche è una conquista piuttosto recente. In Italia fino agli anni Cinquanta del secolo scorso si parlava poco di handicap o di invalidità fisica – realtà relegate tra le mura domestiche – e dunque, giocoforza, anche il principio secondo cui ogni luogo fisico deve essere accessibile a tutti, senza discriminazioni, sembrava di là da venire.

Design for All e barriere architettoniche. Dall’approccio medico a quello sociale

Poi, nel 1965 anche nel nostro Paese qualcosa si muove: a dare l’input giusto è l’ANMIL – Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro – e l’AIAS – Associazione Italiana per l’Assistenza agli Spastici. Le due organizzazioni sociali lavorano insieme per organizzare nel mese di giugno 1965 la Conferenza internazionale di Stresa, che avrà al centro della discussione proprio le barriere architettoniche, ovvero gli innumerevoli ostacoli fisici che impediscono a disabili, anziani e persone con difficoltà motorie di muoversi liberamente in città, nei luoghi di lavoro, ma anche negli ambienti domestici dove si svolge la maggior parte della vita quotidiana.

L’evento ha storicamente dato l’avvio al dibattito culturale, ponendo le basi per l’evoluzione futura del concetto di accessibilità, da un approccio di tipo meramente medico a quello sociale, con una nuova visione del ruolo dell’ambiente nel determinare gli effetti della disabilità.

La conferenza di Stresa prima e quella di Arezzo l’anno dopo – il 1966 – hanno avuto il merito di avviare un processo di conoscenza del problema e la nascita di una coscienza collettiva sul tema.

È il 1967 quando per la prima volta in Italia viene riportata la definizione di “barriere architettoniche” in una circolare ministeriale, la numero 25 del Ministero dei Lavori Pubblici, del 20 gennaio 1967, all’articolo 6 (Standard Residenziali). Questo documento richiamava l’attenzione degli uffici competenti sulla necessità di eliminare le barriere nel settore dell’edilizia residenziale.

Ma si dovrà arrivare al 1971 per avere una prima legge, la numero 118 del 30 marzo sulle “nuove norme in favore dei mutilati ed invalidi civili”, con un intero articolo, il 27, dedicato alle barriere architettoniche e alla necessità, da parte delle amministrazioni centrali e periferiche, di predisporre nuovi piani di “urbanizzazione accessibile”.

Da questo momento in poi, tutta la legislazione italiana che fa riferimento alla disabilità si arricchisce e si aggiorna continuamente sui temi della piena fruibilità dei luoghi pubblici da parte delle persone disabili. Nel 1989, in particolare, il Decreto Ministeriale del Ministero dei Lavori Pubblici n. 236, definisce le “Prescrizioni tecniche necessarie a garantire l’accessibilità, l’adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata e agevolata, ai fini del superamento e dell’eliminazione delle barriere architettoniche.”

Accessibilità, visitabilità, adattabilità per gli ambienti domestici

Dunque, i tre innovativi concetti di accessibilità, visitabilità, adattabilità, sono intesi come tre livelli di qualità dello spazio fisico “da vivere”.

A partire dagli anni Novanta del Novecento si passa dal concetto di “progetti speciali” pensati per persone fragili, ad un concetto più globale, quasi “olistico”, che porta alla nascita dell’Inclusive Design o Universal Design o, infine, Design for All, ovvero, tradotto nella moderna pratica architettonica, design sostenibile: un principio che riveste un ruolo importante nei processi di inclusione sociale.

Il principio assoluto su cui si basa il Design for All si può così declinare: tutti gli ambienti, pubblici e privati, dovrebbero essere progettati avendo ben presente le diverse esigenze delle persone.

L’architettura di qualità non deve avere solo elevate caratteristiche estetiche, ma anche di fruibilità, sicurezza, autonomia e, non ultime, modalità alternative di utilizzo, in base a esigenze e condizioni che possono cambiare nel corso della vita.

Questi parametri dovrebbero essere prioritari soprattutto nella progettazione di ambienti urbani, ma possono essere applicati con ampi margini di efficacia anche negli ambienti domestici privati. Un esempio? Un miniascensore che, con un minimo ingombro e un investimento contenuto, rappresenta un’ottima soluzione per superare le barriere architettoniche di un’abitazione, ma anche di piccoli condomini, uffici o negozi. Barriere che non riguardano solo anziani o persone in carrozzina, ma anche mamme con passeggini o persone che hanno subito un infortunio e che, seppure temporaneamente, hanno una mobilità ridotta.

La metodologia della buona architettura sostenibile è ben spiegata nel volume “Design for All. Il progetto per l’individuo reale”. Il libro, curato da Avril Accolla – Vice Presidente dell’EIDD Design for All Europe e dell’IIDD Design for All Italia – con i contributi di Luigi Bandini Buti, Daniela Gilardelli e Finn Petrén, definisce per la prima volta contenuti e processi del Design for All, basati su un approccio sistemico e olistico e necessariamente multidisciplinare.

Come si legge nella prefazione al volume, “Il Design for All è partito dall’analisi della disabilità, per poi gestire le esigenze di tutti e cerca gli strumenti per promuovere gli interventi per l’adeguamento dell’ambiente a tutti. L’attualità risiede soprattutto nel fatto che non solo coinvolge nel progetto le discipline del progetto, ma anche tutte le discipline della filiera della decisione. Cerca di indirizzare all’obiettivo la decisione politica, la gestione economico-finanziaria, l’opportunità sociale, il progettista, la realizzazione del progetto e la sua gestione, secondo il principio che, se viene a mancare un elemento della filiera, soprattutto la volontà politica, non sarà certo solo il progettista, pur bravo, a poter realizzare progetti inclusivi”.

www.konemotus.it/miniascensori/armonico/

© RIPRODUZIONE RISERVATA


Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *