Formazione continua: Cosa dobbiamo sapere noi ingegneri oggi?

In un recente intervento sul tema delle competenze professionali degli ingegneri triennali il nostro ing. Pierpaolo Cicchiello ha espresso una verità tanto semplice da essere, purtroppo, spesso sottostimata. Il nostro collega dice: “l’ingegnere fa quello che sa”.

 

Lasciando da parte il sempre acceso dibattito sulle competenze, in particolare per quanto attiene alle strutture, di ingegneri triennali, geometri laureati, architetti, è forse interessante fare qualche ragionamento su una questione non marginale rispetto all’affermazione citata: cosa sa l’ingegnere? Cosa sappiamo noi oggi? Queste domande si uniscono ad altre a essa affini quali, ad esempio: cosa dovremmo sapere?

 

Prima di continuare, per correttezza è necessario evidenziare il fatto che quanto segue è una visione di parte (scrivo queste note seduto a una scrivania del Politecnico di Milano, dove lavoro) che spero risulti sufficientemente oggettiva e, soprattutto accenda un dibattito su un tema fondamentale per il futuro della categoria.

 

Le presenti considerazioni sulla formazione di noi ingegneri partono dal recente intervento del Governo (d.P.R. 137/2012 entrato in vigore il 15 agosto scorso) che ha emanato un’ambiziosa riforma degli ordinamenti professionali anche in seguito alle sollecitazioni del presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella. Lo scopo di garantire al cliente/consumatore che, ovunque vada, troverà un professionista serio e preparato è stato perseguito dal legislatore attraverso regole stringenti sul tirocinio e, soprattutto, sulla formazione professionale continua e permanente. In particolare, la riforma delle professioni agisce sul sistema di formazione nel tentativo di renderlo più incisivo e aperto alle sollecitazioni esterne. Il ruolo centrale nell’ecosistema della formazione professionale continua è stato attribuito agli Ordini professionali, e non poteva essere altrimenti.

 

Essi dovranno, entro il 15 agosto 2015, non solo precisare modalità e condizioni per l’assolvimento dell’obbligo di aggiornamento professionale da parte degli iscritti, ma anche specificare come essi stessi, e tutti i soggetti autorizzati, gestiranno e organizzeranno le attività di aggiornamento. Gli Ordini dovranno, inoltre, stabilire i requisiti minimi, ovviamente uniformi su tutto il territorio nazionale, dei corsi di aggiornamento. Il Governo ha, in particolare sui corsi di aggiornamento, messo in atto misure atte a favorire la collaborazione tra Ordini e Università che potranno firmare accordi per il mutuo riconoscimento di crediti formativi: da un lato gli ingegneri potranno assolvere al loro obbligo di formazione continua accedendo a selezionati corsi universitari, dall’altro gli studenti delle Lauree specialistiche avranno l’opportunità di acquisire i crediti loro necessari partecipando ad eventi formativi organizzati dagli Ordini.

 

Noi ingegneri siamo sempre stati spinti da una naturale curiosità che ci spinge, soprattutto i più giovani tra noi, a mantenerci informati sulle evoluzioni più recenti dei settori dove è concentrato maggiormente il nostro lavoro. Si pensi, ad esempio, al successo che hanno tutti gli interventi formativi e/o informativi sui temi della progettazione strutturale o dell’efficienza energetica in questi ultimi anni nei quali si sono concentrate molte novità legislative. La formazione professionale continua e obbligatoria non può quindi che essere ben vista, a patto che sia rispondente alle nostre esigenze, e questo è forse il punto critico dell’intero processo cui si agganciano le domande inizialmente esposte.   

 

Cosa sappiamo noi ingegneri oggi?
Così come ogni progettista che debba intervenire sul costruito come prima cosa si preoccupa di conoscere la consistenza qualitativa residua dell’opera sui cui andrà a operare, anche chi progetterà la formazione continua degli ingegneri dovrà primariamente conoscere quanto ora sanno e ciò è, probabilmente, molto differente a seconda dell’età professionale. Un ingegnere neolaureato, uno con quindici anni di esperienza lavorativa e uno verso la fine del proprio percorso professionale hanno, inevitabilmente, una formazione e una conoscenza profondamente differenti e sarà forse necessario intervenire con una formazione differenziata.

 

Il problema del “cosa sappiamo”, nonostante la sua complessità, è però probabilmente il minore da affrontare. Chi deve progettare la nostra formazione professionale continua dovrà primariamente rispondere alla domanda “cosa dobbiamo sapere?”.

 

Questo non è un interrogativo banale, al contrario sottintende una vision dell’ingegnere di oggi e di cosa dovrà diventare nei prossimi anni, e su questo è necessario soffermarsi un poco. Che la nostra professione, e di conseguenza, la nostra formazione, sia mutata negli ultimi anni è evidente, soprattutto nel settore delle costruzioni. L’ingegnere come unico soggetto del processo di progettazione di un intervento sul territorio, cosa naturale anche solo trent’anni or sono, è oggi probabilmente un’utopia anche per interventi edilizi relativamente semplici. E se una volta l’attività dell’ingegnere era, per sua natura, svolta nel proprio studio professionale oggigiorno la pluralità delle competenze richieste per la progettazione comporta la necessità di unire, pariteticamente, differenti specializzazioni.

 

Si passa così dal successo del libero professionista del passato all’odierna tendenza a riunirsi in società di ingegneria (siano esse effettive o di fatto), in grado di rispondere meglio al mutato contesto. Alcuni soggetti incaricati della formazione degli ingegneri sembrano essersi accorti con maggiore tempestività rispetto ad altri di questo cambiamento.

 

L’Università, ad esempio, forma oggi ingegneri con una specializzazione profonda, adatti a operare nel moderno contesto del lavoro, ma con una conoscenza meno ampia sulle problematiche non specifiche al proprio ambito di lavoro. Si confrontino, a conferma di ciò, i piani di studio di un ingegnere oggi e i corrispondenti di venti anni fa. Altri, al contrario, fanno più fatica a staccarsi dal vecchio modello di ingegnere rischiando così di compromettere l’utilità della formazione permanente voluta, giustamente, dall’attuale Governo.

 

Il presente articolo dell’ing. Fulvio Re Cecconi è tratto dal numero di ottobre 2012 rivista Ingegneri


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