Estrazione petrolifera in Italia: stesso impianto, sorte diversa

In Basilicata, nel giacimento petrolifero della Val d’Angri, il progetto pilota per il riutilizzo a scopi industriali delle acque di strato, risultato di una ricerca congiunta tra Syndial e ENI Esplorazione&Produzione, ha ricevuto un bel no!

O meglio, l’Ufficio Compatibilità Ambientale della Regione Basilicata ha richiesto l’Assoggettabilità a Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), il che (in Italia) vuol dire un iter lungo un paio d’anni almeno, un tempo incompatibile con la forma di test sperimentale/pilota.

 

Diversa sorte nelle Marche. Stesso impianto, stesse autorizzazioni richieste, ma questa volta ottenute (senza VIA). L’impianto è stato realizzato a Schieppe di Orciano in provincia di Pesaro-Urbino e il 20 novembre il test è partito con il trattamento delle acque provenienti dalla Val d’Angri. L’investimento richiesto è stato di circa un milione di euro, ben speso a quanto pare visto che l’impianto sta rispettando le attese.

 

La Val d’Angri è sede di un sito molto delicato: il sito industriale di Viggiano (Potenza), dove si trova il Centro Olio Val D’Angri (COVA) di Eni. Dal giacimento lucano, a oltre 3.000 metri di profondità, si estraggono idrocarburi (olio e gas) ed una elevata quantità di acqua. Tutto viene inviato al COVA, ove avviene la separazione dell’acqua dagli idrocarburi per mezzo di processi fisici. Quest’acqua è destinata alla reiniezione nel giacimento, secondo le raccomandazioni e seguendo le best practices dell’attività petrolifera, riconosciute dalle Autorità di Vigilanza e recepite dalla normativa italiana.

 

Tuttavia l’autorizzazione per questo ciclo dell’acqua è ferma in Regione e al Comune di Grumento Nova.

 

Al momento l’unica alternativa praticabile è l’invio delle acque di strato all’impianto di trattamento reflui di Tecnoparco (società partecipata dalla Regione Basilicata) a Pisticci (Val Basento). La scelta non è stata senza proteste, visto l’aumento del traffico veicolare (nonché l’impegno economico della Regione – 1,3 milioni di euro – per provvedere anche alla copertura delle vasche).

 

La centrale di Viggiano necessita di notevoli quantità d’acqua (vapore acqueo) pertanto trovare un sistema di depurazione delle acque estratte per poterle immettere nel ciclo produttivo, è stata la leva che ha mosso Syndial ed Eni a fare la ricerca che ha portato alla realizzazione dell’impianto pilota. Lo scopo è minimizzare l’impatto ambientale, favorire il riutilizzo della risorsa idrica e sviluppare una nuova opportunità industriale ed impiantistica.

 

L’impianto pilota è formato da 5 unità assemblabili, di piccole dimensioni e mobili. Può trattare 5 mc/ora e la sperimentazione si prefissava la campagna di un mese o comunque 1.000 mc trattati.

 

La sperimentazione dislocata in atto prevede il trasporto a mezzo 1-2 autobotti/giorno delle acque di strato da Viggiano a Schieppe di Orciano.

I risultati al momento sono positivi: la qualità delle acque alla fine del ciclo di trattamento e i parametri ambientali di funzionamento dell’impianto sono migliori del previsto.

 

Con questi risultati possono iniziare ora i ragionamenti e la progettazione su scala industriale di un impianto fisso di trattamento delle acque della capacità di 100 mc/ora, al fine di ridurre il traffico di autobotti sulle strade lucane e permettere in futuro l’autosufficienza idrica delle attività di Eni. L’investimento in questo caso sale a circa 50 milioni di euro, un impegno di circa 30 unità dirette e 35 indirette, con tempi di realizzazione di 24 mesi dall’autorizzazione.

 

L’obiettivo (ambizioso) è un impianto zero liquid discharge. Gli iter autorizzativi lo permetteranno?

 

Di Roberta Lazzari 

 

Fonti:
Ilsole24ore.com, Sviluppo bloccato. La Basilicata ferma la ricerca sulle acque – di Luigia Ierace 19 febbraio 2014 e  Ma le Marche dicono «sì» – di Luigia Ierace 19 febbraio 2014

 


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