Estrazione CO2, non basta la VIA positiva per avviare l’operazione

Tra le assurdità del vivere moderno si potrebbe annoverare l’estrazione di anidride carbonica (CO2) per scopi alimentari. Specialmente nel settore delle bevande gassate, questo composto chimico naturale è di grande impiego; del resto, si tratta di una sostanza fondamentale nei processi vitali delle piante e degli animali. Tuttavia, essa rappresenta una delle principali cause dell’effetto serra e del buco dell’ozono.

 

Ad ogni modo, la sua esistenza in natura ed il suo impiego “naturale” non sono certo stati la causa dei danni ambientali derivanti dalla sua presenza in atmosfera. La necessità di “bollicine” nelle acque minerali (non naturali) e in altre bevande, quindi un suo impiego assai poco “naturale”, hanno sicuramente contribuito al disagio ambientale a cui ci riferiamo. Ciononostante, la sua estrazione dal sottosuolo è stata, anche di recente, oggetto del dibattito politico e sociale, prima, e di vertenze giuridiche, poi.

 

Con due pronunce, in verità riferite alla stessa vicenda (ma occasionate dall’impugnazione di atti diversi in tempi diversi), il Consiglio di Stato (sentenze n. 5294 e 5295 del 2012) ha sostanzialmente detto che se, da un lato, non basta una VIA positiva per portare all’automatico rilascio di un’autorizzazione allo scavo e all’estrazione di CO2 (sotto forma di concessione mineraria), dall’altro lato non si possono esprimere giudizi di ordine socio-politico in conferenza di servizi, specialmente se tali giudizi intendono supportare un motivato dissenso.

 

Né potrebbe sostenersi, come pure è stato fatto, che un simile dissenso da parte dell’ente locale sarebbe giustificato per il ruolo di amministrazione preposta alla tutela del paesaggio (riconosciuto a vocazione turistica e agricola): il dissenso, hanno chiarito i giudici seguendo le indicazioni degli artt. 14 ss. l. 241/1990, deve, in quella sede, essere riferito esclusivamente “alle sole questioni tecnico-amministrative trattate dalla conferenza di servizi”.

 

Alla fine, si genera un “doppio impatto” ambientale, dapprima, a livello locale, in sede di collocazione di un’industria che fa discutere, poi attraverso la dispersione in atmosfera di CO2 per ogni consumo di bevande addizionate.

 

Con buona pace dell’effetto serra.

 

Articolo di Paolo Costantino (tratto da L’Ufficio Tecnico, marzo 2013)


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