Decontaminazione di trasformatori contenenti PCB

Con sentenza del 25 giugno 2014, n. 27478 la Sez. III Pen. della Cassazione si è pronunciata su una fattispecie riguardante lo sversamento sul suolo di fusti contenenti rifiuti pericolosi, ossia policlorodibenzodiossine, policlorodibenzofurani (PCB), clorofenoli, residuo oleoso e idrossido di potassio.

 

La società ricorrente contestava il fatto di considerare rifiuti le sostanze in parola, in quanto i fusti erano stati sottoposti a trattamento in vista di un successivo riutilizzo e, dunque, non potevano essere considerati come beni di cui ci si voleva disfare.

 

La Suprema Corte ha respinto tale assunto difensivo del ricorrente, basando la propria decisione sull’esame della normativa di settore. In particolare, ha ricordato la Cassazione, con d.lgs. 209/1999 è stata data attuazione in Italia alla direttiva 96/59/CE relativa allo smaltimento dei policlorodifenili e dei policlorotrifenili, con lo scopo di disciplinare lo smaltimento di PCB usati e la decontaminazione e lo smaltimento dei PCB e degli apparecchi contenenti PCB, ai fini della loro completa eliminazione.

 

Secondo le previsioni del decreto legislativo richiamato, costituisce obbligo per il detentore di PCB o di apparecchi contenenti PCB procedere ad una corretta decontaminazione/smaltimento degli stessi. In sostanza, operando un collegamento di tali disposizioni con la definizione di rifiuto contenuta oggi nel d.lgs. 152/2006 (e in precedenza nel d.lgs. 22/1997 vigente all’epoca dei fatti e richiamato dalla Cassazione nella pronuncia in esame), risulta evidente come tali sostanze/apparecchi debbano farsi rientrare tra i materiali di cui il produttore/detentore ha l’obbligo di disfarsi sulla base di specifica normativa.

 

Questo articolo di Paolo Costantino è pubblicato sul numero di settembre 2014 de L’Ufficio Tecnico, nella rubrica dedicata all’ambiente. Scopri i contenuti della rivista, richiedi una copia gratuita e abbonati.


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