Contenzioso contratti costruzione, le rivendicazioni contrattuali

Proseguiamo la pubblicazione dell’analisi di Gianluca Di Castri dell’Associazione italiana di Ingegneria Economica sul contenzioso dei contratti di costruzione, originariamente pubblicato sul numero di aprile della rivista Ingegneri. In particolare, in questo articolo si tratta delle rivendicazioni contrattuali, che possono essere classificate come segue.

 

Rivendicazioni tecniche
– Lavori aggiuntivi richiesti dal Committente e non regolarizzati con un ordine di servizio o una variante formale al contratto (atto integrativo, addendum, ecc.), oppure richiesti in modo irregolare, o con accordo sul merito ma senza l’accordo sul prezzo. Anche in un contratto a corpo, se il Committente richiede lavori in aggiunta, deve corrisponderne il prezzo; l’unico caso in cui essi sono a carico del Appaltatore è se si tratta di aggiunte che si siano rese necessarie perché l’opera fosse eseguita a regola d’arte o in conformità alle specifiche contrattuali.
– Costi aggiuntivi, qualora sorgano difficoltà di esecuzione ignote all’atto della firma del contratto e non comprese nel rischio contrattuale; è il caso tipico di lavori sottomarini o in galleria.

 

Rivendicazioni economiche
– Ritardi, sospensioni e prolungamento del tempo contrattuale: in caso di ritardo, la prima cosa da definire è se si tratti di ritardo causato dall’Appaltatore, che è pertanto assoggettato a penale ed agli altri oneri previsti, di ritardo causato da forza maggiore, che da’ all’Appaltatore il diritto di prolungare il tempo contrattuale senza alcuna compensazione, o infine di ritardo dovuto a colpe o azioni illegittime del Committente, che deve essere compensato. Si tratta di una difficile questione, perché in genere le responsabilità sono miste, in una proporzione difficile da determinare.
– Penali, imposte dal Committente per un ritardo e rifiutate dall’Appaltatore.
– Accelerazione, allorché il Appaltatore, per recuperare un ritardo, abbia dovuto accelerare i lavori, ad esempio lavorando su turni o con una maggiore utilizzazione dello straordinario e sostenendo in tal modo costi addizionali.
– Onerosità diffusa: si tratta della rivendicazione in assoluto più difficile, allorché l’Appaltatore sostiene di non aver potuto lavorare con l’efficienza prevista per colpa del Committente, ad esempio per carenza di disegni o di istruzioni, per motivi legati alla disponibilità delle aree di lavoro, e così via.

 

Rivendicazioni finanziarie
– Interessi per ritardato pagamento o ritardata approvazione degli stati di avanzamento mensili; gli interessi, almeno nel caso di ritardato pagamento, sono comunque dovuti, anche se vi può essere discussione relativa al tasso da applicare ed alle modalità di calcolo, in particolare per quanto concerne gli anatocismi.
– Revisione prezzi: questa rivendicazione insorge allorché il contratto ha una durata superiore al previsto, e durante tale periodo si abbia un incremento di costi. Si tratta di un contenzioso difficile, a meno che il contratto non stipuli un criterio di calcolo ed un indice di riferimento, ed inoltre si devono considerare le responsabilità che hanno causato il ritardo stesso.
– Rapporti di cambio fra diverse valute non previste e non prevedibili all’atto della stipula del contratto.

 

La rivendicazione per prolungamento del tempo contrattuale
La rivendicazione dell’Appaltatore per il prolungamento dei tempi è basata sull’ipotesi che i ritardi siano dovuti a colpa del Committente o ad esso riconducibili. L’Appaltatore rivendica pertanto la compensazione dei costi indiretti relativi al periodo di prolungamento e del relativo mancato utile. Tali costi sono tutti quelli proporzionali al tempo, pertanto, oltre ai costi generali di azienda ed ai costi indiretti di commessa e di cantiere, tutti quelle quote di costi diretti dipendenti dal tempo e non dalle quantità installate.

 

Si tratta di una tipica rivendicazione per danni: a seconda dei diversi sistemi giuridici, il criterio da adottare può essere quello di ricondurre l’Appaltatore allo stato economico in cui si troverebbe qualora il lavoro fosse stato eseguito in totale conformità al contratto oppure quello di ricondurre l’Appaltatore allo stato in cui si troverebbe se il lavoro non fosse mai stato eseguito. Nel nostro sistema giuridico, questi criteri si identificano con i concetti giuridici di “danno emergente” e di “lucro cessante”, definiti già nel XIII secolo dai giuristi della scuola francescana.

 

Di norma è opportuno tenere distinta la rivendicazione per prolungamento del tempo contrattuale, determinata da sospensioni o da riduzione del carico di lavoro mensile, dalle rivendicazioni più complesse e di ancor più difficile dimostrazione, per scarsa efficienza del cantiere o onerosità diffusa. Una rivendicazione di questo tipo non può essere risolta col solo criterio giuridico, che si limita a dirci che l’Appaltatore ha diritto al riconoscimento degli extra-costi se e nella misura in cui tale danno non sia stato da lui causato né sia dovuto a causa di forza maggiore.

 

Il problema vero è:
– determinare l’effettiva responsabilità del danno o, nel caso generale, la ripartizione della responsabilità fra le parti interessate; se esiste una buona programmazione reticolare già in sede di contratto o comunque di inizio dei lavori, la determinazione di queste responsabilità può essere agevolata dall’applicazione di apposite tecniche (FRAGNET e simili);
– determinare la congruenza degli extra-costi richiesti con il danno subito dal Appaltatore; i costi indiretti possono essere determinati analiticamente o calcolati parametricamente con una delle tante formule esistenti (Manshul, ecc.). In Italia si possono usare i parametri fissati dalla legge 741/1981.
– analizzare eventuali richieste di danno oltre il riconoscimento dei costi indiretti, ad esempio oneri finanziari o valutari, eventuali mobilitazioni o smobilitazioni, differente incidenza delle clausole di revisione prezzi, perdita di ore dirette, diminuzione di produttività.

 

Si tratta in generale di una rivendicazione di media difficoltà, più facile nel caso di sospensioni dei lavori opportunamente motivate e verbalizzate.

 

Il percorso della rivendicazione
Una volta espressa la rivendicazione, essa è di norma soggetta ad una prima negoziazione diretta fra le parti, che dovrebbe avere luogo quanto prima. La tendenza a rinviare la trattativa a fine lavoro è controproducente per un’oggettiva definizione della trattativa, tuttavia essa è talora necessaria; la precedente legislazione sulle opere pubbliche, ad esempio, disponeva che tutte le riserve potessero essere prese in esame solo a collaudo avvenuto.

 

In caso di mancato accordo, si ricorre all’azione giudiziaria oppure alla procedura di risoluzione è definita dal contratto, comunemente alle revisioni continue (Dispute Review Board) nei contratti che le prevedono oppure all’arbitrato. Per quanto concerne quest’ultimo, è bene che il contratto faccia riferimento a procedure arbitrali consolidate, ad esempio alle Camere Arbitrali delle nostre Camere di Commercio oppure, per i contratti internazionali, a quelle dell’ ICC (International Chamber of Commerce).

 

Le procedure di risoluzione arbitrali o giudiziarie sono comunque lunghe: una procedura arbitrale non dura meno di uno o due anni, una procedura giudiziaria in Italia può superare i dieci anni. Questi tempi, aggiunti all’incertezza che è inevitabile allorché ci si affida al giudizio di terzi, suggeriscono di comporre le controversie sempre tramite una trattativa privata, eventualmente affidandosi al contributo di consulenti esterni che possano agire, anche in maniera non formale, come conciliatori.


Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

News dal Network Tecnico