Cibo contro olio combustibile, relazione pericolosa

Il ventesimo secolo è stato il secolo del petrolio. Nel 1900 la produzione di barili si attestava a circa 150 milioni, nel 2000 a 28 bilioni. Tutto ciò ha comportato una crescita sbalorditiva in termini di produzione di cibo, crescita della popolazione, urbanizzazione e mobilità della popolazione stessa.

Nel 2006 la produzione di barili di petrolio è arrivata a 31 bilioni, ma solo nove di questi proveniva da nuovi giacimenti. Sempre nello stesso anno si stima che il 16% del grano negli Stati Uniti sia stato convertito in olio combustibile, e che nel 2008 la percentuale sia cresciuta al 30%.
È evidente che sottraendo una buona fetta del grano al mercato alimentare, il suo prezzo sia aumentato. È chiaro quindi come si stiano cercando nuove fonti dalle quali ricavare la materia prima per non far arrestare l’ingranaggio della macchina su cui tutti stiamo viaggiando.
Il settore dei biocarburanti è sempre più al centro degli accordi geopolitici internazionali, ma allo stesso tempo emergono anche altre questioni tra cui l’impatto della diffusione delle monocolture, cosidette agroenergetiche, sulla biodiversità e nei confronti delle altre produzioni alimentari. Il rischio cui si va incontro è che sempre più forza lavoro sia indirizzata in questo tipo di coltivazione sottraendo quindi gli operatori alla produzione alimentare. Tale rischio è particolarmente elevato nei paesi (poveri) del Terzo e del Quarto Mondo.

Come in molti altri casi, anche dietro alla corsa ai biocarburanti, ci sono scelte politiche. L’Unione europea ha ambiziosamente fissato di sostituire, entro il 2020, almeno il 10% della benzina e del gasolio che consumano le sue macchine.
In America il biocombustibile sponsorizzato da Bush è l’etanolo (ricavato dalla pannocchia). Il presidente uscente ha previsto di produrre 35 miliardi di galloni di etanolo l’anno entro il 2017, sei volte la produzione attuale, un quarto dei consumi totali di benzina. Tuttavia la massa di investimenti messi in moto, nell’agricoltura e nell’industria (si tenga presente che il numero di raffinerie di etanolo, negli Usa, sta già raddoppiando) ha senso solo agli attuali livelli di prezzo del petrolio.

Con le tecnologie ad oggi disponibili si può parlare di miraggio della ecobenzina, in quanto tutto questo biocarburante non si può produrre. Infatti per fare 35 miliardi di galloni di etanolo con le pannocchie, calcola la rivista Bioscience, bisognerebbe coltivare esclusivamente a granturco un quarto dell’intero territorio Usa (città escluse).
Con questo non si vuole dire che l’intera vicenda dei biocarburanti sia un’illusione. Miscelati con i carburanti fossili, etanolo e biodiesel consentono di ridurre i consumi di benzina e gasolio e di contenere le emissioni di anidride carbonica che determinano l’effetto serra. Ma non si deve credere che siano la ricetta-miracolo del dopo-petrolio.
Investire affinché si arrivi a produrre l’etanolo non dalla sola pannocchia, ma dall’intera pianta, o dagli scarti vegetali in genere, meglio ancora direttamente dalla cellulosa, consentirebbe di superare molti dubbi dell’attuale corsa ai biocarburanti, riducendo anche l’impatto sui prezzi. Tecnicamente, ricorrendo a speciali enzimi, è già possibile, ma risulta troppo costoso, sia rispetto alla benzina che all’attuale etanolo da pannocchia, e pertanto non appetibile.

Tra le varie culture di “nuova generazione” vi è la Jatropha Curcas. Si tratta di una pianta tropicale che riesce a crescere spontaneamente in terreni semi-aridi e in presenza di scarse precipitazioni (600 mm/anno), a patto che le temperature siano superiori ai 14 gradi Celsius.
Per le sue caratteristiche viene spesso impiegata in progetti di lotta alla desertificazione e all’erosione. I frutti della Jatropha non sono commestibili né per l’uomo né per gli animali, tant’é che nei villaggi la pianta è spesso coltivata intorno ai campi come siepi di difesa per proteggere le colture dagli animali. Utilizzare quindi i suoi frutti come come combustibile ha il vantaggio di non togliere cibo dal mercato alimentare.
La resa in frutti della Jatropha è fortemente variabile. Si va da meno di 100 kg per ettaro fino a 10 tonnellate. Il motivo principale di questa forte variazione è in parte dovuto al carattere ancora selvatico della pianta. Infatti nel passato la sua coltivazione non è mai stata oggetto di studio per il miglioramento del raccolto.
I semi ottenuti dal frutto sgusciato contengono un olio (intorno al 35% in peso) dalle caratteristiche tali da poter essere impiegato in generatori diesel piuttosto grezzi anche solamente dopo un processo di filtraggio, piuttosto che come olio per l’illuminazione nelle lampade al posto del petrolio, dato che non emette fumi. Un altro utilizzo è la produzione di sapone al cherosene. Le emissioni sono a basso contenuto di anidride carbonica e zero di andride solforosa. I residui della macinazione dei grani possono produrre metano o fertilizzante per i terreni. Insomma la pianta sembra produrre un frutto totalmente utilizzabile.
Inoltre l’olio di Jatropha può essere impiegato anche per la produzione di biodiesel attraverso un processo chimico di raffinazione.
Si resta in attesa di capire se la Jatropa potrà essere la chiave per accendere il nuovo motore del Mondo.

Fonte: internet, Plan B 3.0 Mobilizing to save civilization di Lester R. Brown
Per approfondire:
– Bartocci P., Cavalaglio G., Goretti M., Biocarburanti di seconda generazione in “Ambiente Territorio” aprile 2008, pagg. 16-23, Maggioli, Rimini.
– Ferrucci E.M., Bioenergie e allarme agroalimentare in “Ambiente Territorio” giugno 2008, pagg. 34-39, Maggioli, Rimini.
– Gragnoli L., Bartolini S., Standardi A., Bioenergie: opportunità e problematiche in “Ambiente Territorio” agosto 2008, pagg. 24-30, Maggioli, Rimini.
– Martella F., Sassinelli F., Le politiche per le agroenergie in “Ambiente Territorio” aprile 2008, pagg. 24-27, Maggioli, Rimini.

Articolo dell’ing. Roberta Lazzari


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