Centralità del progetto? Il punto è la centralità della Domanda

Centralità del progetto. Ma il punto è la centralità della domanda?

La riforma del Codice degli Appalti, atto dovuto in seguito a modifiche della legislazione europea in materia, sta arrivando a compimento. Dopo l’avvenuto passaggio in Senato il testo tornerà alla Camera per l’approvazione definitiva e sarà legge. Molte sono le novità (ampi poteri all’ANAC che guiderà il mercato con le “soft law”; ulteriore concentrazione delle stazioni appaltanti; nascita dell’albo nazionale dei commissari di gara; una stretta sull’appalto integrato; la rinascita dei costi standard; …) introdotte dal testo nato con l’obiettivo di arginare la corruzione nel settore e favorire il rilancio del comparto, oltre, ovviamente, a recepire le nuove direttive europee.

Senza entrare nel merito di ciascun cambiamento all’attuale legislazione, è forse interessante analizzarne le motivazioni e la filosofia che soggiace alla nascita del testo. In primis la revisione è stata un atto dovuto in seguito al cambiamento nelle leggi comunitarie; nelle nuove norme europee ciò che maggiormente ha fatto notizia è l’introduzione del BIM negli appalti pubblici. Agendo sotto la forte spinta dell’Inghilterra, dove dal 2016 gli appalti dovranno essere basati su progetti BIM, anche l’Europa si rinnova e introduce la possibilità di utilizzare questi nuovi strumenti. Lo fa timidamente anche il legislatore italiano, nonostante l’avversione degli operatori del settore che temono la novità. Come tutte le rivoluzioni, anche quella della digitalizzazione del comparto delle costruzioni è temuta da tanti e per motivi differenti: da un lato le imprese italiane temono che il BIM possa essere il cavallo di Troia per l’ingresso delle imprese straniere nel mercato delle opere pubbliche italiane, dall’altro i committenti dubitano di avere strutture tecniche adeguate per affrontare il cambiamento.

Questo ostracismo, condiviso anche da una parte del mondo dell’architettura e dell’ingegneria delle costruzioni, non appare del tutto condannabile, se si pensa alle difficoltà che i precursori d’oltremanica stanno incontrando: un recente sondaggio della Civil Engineering Contractors Association (CECA) rilevava che più di un terzo (36%) delle imprese ritiene di non essere in grado di operare con strumenti “collaborative BIM” entro il 2016 come da mandato governativo. Tuttavia, il risultato lascia un po’ la sensazione dell’occasione perduta, della potenzialità sprecata. Il timore è quello di non essere in grado di cogliere l’onda rivoluzionaria che, nata in Inghilterra, si sta ora propagando in tutt’Europa arrivando però in Italia senza l’energia necessaria per trasportare nel futuro il nostro settore delle costruzioni.

La malinconia che lascia la lettura del testo approvato in Senato, se letto con gli occhiali del sostenitore del BIM nelle costruzioni non è, peraltro, blandita o mitigata dalle altre novità e, soprattutto, dal postulato da cui sono nate. Chi è sufficientemente anziano da ricordare la nascita della Legge Merloni avrà memoria anche dello slogan che l’accompagnava: la centralità del progetto. Un paio di decenni dopo e a seguito del manifestarsi, reiterato, di fenomeni illeciti nell’aggiudicazione di lavori pubblici, queste tre parole ritornano con prepotenza sulla scena, con tanto di slogan corollari: #progettibelli e ben pagati; #bellascuola; … L’idea (nuova) è che la colpa degli orrori che si sono ripetuti nel settore delle opere pubbliche in questi ultimi vent’anni anni, da Tangentopoli al MOSE, siano dovuti alla carenza dei progetti e che la carenza dei progetti sia dovuta al fatto che questi non sono stati ben pagati. Quest’ultima convinzione spinta dai dati sempre peggiori che il CNAPPC diffonde sull’occupazione e il livello medio retributivo dei suoi iscritti.

A prescindere dall’assenza di una metrica per giudicare la bellezza di un progetto, assenza che per noi ingegneri sarebbe comunque sufficiente a farci rifiutare qualsiasi procedimento che pone le basi del suo successo sulla bellezza del progetto stesso, l’impressione è che il legislatore nel predisporre il nuovo testo abbia guardato agli accadimenti passati con occhiali appannati, non cogliendo le criticità dove sono.

È evidente che alcune anomalie, si pensi, ad esempio, alla quantità e alla rilevanza economica delle riserve e delle varianti nella realizzazione delle opere pubbliche, sono la causa primaria in una carenza progettuale, tuttavia questa carenza ha origini profonde. Occorre interrogarsi, oltre che sulla capacità dei tecnici italiani di progettare (un po’ di sana autocritica giova sempre!), sulla adeguatezza delle strutture di committenza che oggi appaltano i lavori pubblici e sull’efficacia della contrazione delle stesse pianificata nel testo del nuovo Codice. È opportuno rilevare come la maggior parte dei precedenti tentativi di accentramento delle funzioni di committenza si siano scontrate con politiche di reclutamento del personale non sempre efficaci o con un eccessivo ricorso a forme di esternalizzazione, la cui efficacia è stata minata da un problematico grado di integrazione con gli uffici interni alla struttura di committenza. L’esternalizzazione ha coinciso, in queste situazioni, con una condizione di relativa estraneità e, peraltro, non ha favorito processi di apprendimento per le risorse umane della committenza.

Inoltre, l’aggregazione delle competenze procedurali, che ha palesemente obiettivi di economia amministrativa e negoziale, stenta a conciliare fini quantitativi legati ai prezzi unitari e fini qualitativi inerenti agli oggetti contrattuali. Nel passato centrali di committenza ben attrezzate hanno dovuto perseguire un mandato antitetico, improntato all’abbattimento dei prezzi unitari, in presenza di patrimoni immobiliari fortemente differenziati.

Infine, ma non meno importante, la visione del committente pubblico, sospinta dalla gestione del consenso elettorale, è ancora tutta incentrata sul completamento effettivo o annunciato dell’Intervento, anziché sul ciclo di vita dell’opera.

Nella speranza che arrivi un giorno in cui alla centralità del progetto si sostituirà la centralità della domanda.

Articolo di Fulvio Re Cecconi


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