Carrello della spesa a basso impatto CO2

Il Food Climate Research Network (FCNR) ha realizzato uno studio insieme al WWF UK nel quale stabilisce che il 30% delle emissioni del gas serra CO2 in Inghilterra sono dovute all’industria alimentare, intesa come produzione di cibo, a partire dalla deforestazione per creare nuovi spazi coltivabili e/o dove “costruire” le batterie d’allevamento di animali, che non necessariamente avviene in territorio nazionale.

Le due organizzazioni non si sono pertanto potute esimere dal lanciare un appello per un cambiamento radicale nel sistema alimentare, inteso a 360 gradi a partire dalle tecnologie con cui si produce il cibo, sino a variare e limitare i consumi di carne e di prodotti di origine animale. Obiettivo: ridurre del 70% le emissioni del settore entro il 2050, il tutto attraverso nuovi modelli di consumo.

In Italia l’industria alimentare è responsabile del 19% delle emissioni di CO2, considerando solo il processo produttivo che avviene in ambito nazionale. Diverse fasi incidono su questa percentuale: il 45% è dovuto alla produzione agricola, il 19% ai trasporti associati alle merci agricole, il 18% dagli allevamenti (fermentazione enterica e letame) e il 13% dal packaging. Solo il 5% è dovuto alla trasformazione industriale.

Ragionando quindi sulla dieta dal punto di vista della CO2 e non solo dal punto delle calorie che apporta, si capisce perché la piramide alimentare, progettata nel 1992 dall’US Department of Agricolture al fine di diffondere il concetto di alimentazione equilibrata, a oggi risulta incompleta. Occorre considerare il cibo sotto tre punti di vista:
– apporto nutrizionale (calorie, grassi, proteine e zuccheri)
– emissioni di CO2
– quantità d’acqua utilizzata nel ciclo di produzione del cibo

La Barilla Center for Food & Nutrition (BCFN) ha presentato a Milano una doppia piramide che considera sia la salute dell’uomo che l’impatto ambientale.
Dagli studi condotti è emerso che chi si nutre sulla base della dieta mediterranea ha ogni giorno un’impronta ecologica di 12,3 m2 e immette in atmosfera circa 2,2 kg di CO2. Mentre chi si nutre seguendo diete più ricche in carne (dieta nordamericana ad esempio) ha un’impronta ecologica quotidiana di 26,8 m2 e immette in atmosfera circa 5,4 kg di CO2.

L’impronta ecologica è un indice statistico che misura la richiesta umana nei confronti della natura, ovvero mette in relazione il consumo umano di risorse naturali e la capacità della terra (o area biologicamente produttiva di mare e di terra) di rigenerarle. Con l’impronta ecologica si riescono a stimare quanti “pianeta Terra” servirebbero per sostenere l’umanità se questa avesse uno stile di vita univoco.
Nella piramide doppia si vede che alimenti quali le verdure fresche, per le quali è consigliato un consumo frequente, sono quelli che determinano un impatto minore. E viceversa quelli di cui si raccomanda un’assunzione moderata.

Non da sottovalutare l’impatto che il regime alimentare ha sul risparmio idrico. Secondo un gruppo di studiosi occorre considerare il contenuto di acqua virtuale di ciascun elemento, ovvero l’acqua necessaria per la produzione di ciascun bene. Basti pensare che se in media un individuo nell’arco di una giornata assume dai 2 ai 5 litri di acqua, il consumo di acqua virtuale giornaliero per alimentarsi varia da circa 1.500-2.600 litri della dieta vegetariana a circa 4.000-5.400 litri di una dieta ricca di carne.

A questo punto non ci resta che sperare che nelle etichette dei cibi oltre a riportare ingredienti, valori nutrizionali e scadenza vi siano indicati anche gli indici di impatto che hanno sull’ambiente.

Articolo dell’Ing. Roberta Lazzari

Fonti:
www.terranatura.it
www.ansa.it


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