Cambiamenti climatici: il verdetto del Germanwatch, tutti bocciati

Dal 1° al 12 dicembre 2014 si è tenuta a Lima (Perù) la 20° Conference of the Parties – COP alla Convention della Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

In tale sede è stato presentato il rapporto stilato dall’ONG Germanwatch, in collaborazione con Legambiente, sulle performance ambientali dei più grandi Paesi del mondo.

Gli Stati posti sotto esame sono 58 e rappresentano il 90% delle emissioni globali.

 

La performance di ogni Paese è misurata con il Climate Change Performance Index (CCPI), che è così costituito:

– 60% dovuto alle emissioni (suddivise equamente tra livello delle emissioni annue e trend nel corso degli anni);

– 20% dovuto allo sviluppo delle rinnovabili (10%) e dell’efficienza energetica (10%);

– 20% dovuto alla politica climatica nazionale (10%) e internazionale (10%).

 

Risultato? Se è vero che negli ultimi anni si è assistito ad un rallentamento della crescita delle emissioni globali di CO2 e una differenziazione rispetto all’andamento del PIL, dovuta in primis allo sviluppo delle energie rinnovabili, è anche vero che nessun paese è stato in grado di contrastare in maniera efficace i cambiamenti climatici in corso e a mantenere le emissioni globali al di sotto della soglia critica dei 2 gradi.


E quindi per il Germanwatch sono tutti bocciati.

 

Le prime tre posizioni, infatti, sono rimaste vuote, visto che nessun Paese è stato in grado di performance tanto virtuose da consentire un contrasto sensibile al climate change.

Al 4° e 5° posto si sono distinte Danimarca e Svezia, che, se confermassero il trend nei prossimi anni, potrebbero salire sul podio.

 

 

Nella top ten della classifica, fatta eccezione per il Marocco che conferma la performance positiva dello scorso anno, è chiara la predominanza di Stati europei: Regno Unito, Portogallo, Cipro e Irlanda.


La Germania, dopo anni di leadership, conferma il 22° posto, come lo scorso anno. La scelta di rilanciare l’uso del carbone ha pesato sulla valutazione, ha fatto salire le emissioni e sta mettendo a rischio il raggiungimento dell’obiettivo di riduzione entro il 2020 del 40% della CO2 rispetto al 1990. La Germania, con il trend attuale, si attesterebbe al 32%. Motivo per cui ha presentato un nuovo Piano Nazionale sul Clima, con nuove misure aggiuntive per ridurre le emissioni soprattutto nel settore elettrico.

 

E l’Italia? 17° posto, ma forse non perché più virtuosa della Germania ma perché più colpita dalla recessione economica, che di fatto implica meno emissioni.

 

Tuttavia se viene considerata esclusivamente la politica nazionale sul clima, il Bel Paese scende al 58° posto.

 

Questo è quanto attesta l’Agenzia Europea per l’Ambiente – AEA, che evidenzia come l’Italia senza nuove misure aggiuntive non sarà in grado di rispettare l’obiettivo di riduzione delle emissioni non-ETS (trasporti, residenziale, servizi e agricoltura) del 13% rispetto al 2005. Di fatto le misure aggiuntive proposte nel 2012 permetterebbero di raggiungere l’obiettivo, ma ad oggi non sono state messe in atto.

 

Da apprezzare invece l’impegno di Stati Uniti e Cina, che grazie a significativi investimenti nel settore delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, si sono risollevate dalle ultime posizioni, attestandosi rispettivamente al 44° e al 45° posto.

 

Resta inteso che la strada per tutti resta ancora in salita.

 

Roberta Lazzari

 

Fonti:

www.rinnovabili.it – 9/12/2014

www.legambiente.it – 8/12/2014


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