Angelo Ciribini: al BIM non giova l’assenza di pensiero strategico nostrano

Angelo Ciribini, professore ordinario presso il Dipartimento di Ingegneria Civile, Architettura, Territorio e Ambiente dell’Università degli Studi di Brescia, è uno dei più autorevoli esperti nazionali di BIM, il Building Information Modeling. Come ben sanno i nostri lettori, quello del BIM è un tema a noi caro e tornato prepotentemente alla ribalta a seguito della recente approvazione da parte della UE del nuovo regolamento sugli appalti pubblici in Europa.

 

Abbiamo voluto incontrare il prof. Ciribini per porgli alcune domande sulle implicazioni di questa novità per il settore delle costruzioni e sul futuro del Building Information Modeling nel nostro Paese.

 

Mauro Ferrarini. Il BIM è insieme una rivoluzione e un’evoluzione per il settore delle costruzioni. Qual è a suo avviso il rischio più grande che il nostro Paese può correre nel non riconoscere in tempo questo cambiamento?

Angelo Ciribini. La questione è assai intricata, perché non è il BIM, inteso come metodo, a essere evolutivo o rivoluzionario, bensì è il mercato che deve decidere se veramente riconfigurarsi o meno, a partire da un orizzonte destinale in cui si rimettano in discussione alcune criticità annose: la frammentazione dimensionale, l’antagonismo tra gli attori e gli operatori, la articolazione della catena di fornitura.


Mauro Ferrarini. E invece …

Angelo Ciribini. E, invece, ci si concentra solo sugli aspetti contingenti o su quelli esogeni: il credito, la semplificazione, la fiscalità. I fattori negativi risiedono esclusivamente al di fuori del Settore. A fronte della consapevolezza della entità della crisi non vi è altrettanta sensibilità alle sue cause strutturali che si riassumono altrove nell’anelito a rendere il Comparto autenticamente industriale, culturalmente ancor prima che operativamente.

 

A mio avviso, il Paese non corre alcun altro rischio che il non riconoscere la necessità di un cambio di paradigma, allorché, al di là delle affermazioni nominali, la nostalgia e il desiderio per ripristinare le condizioni del mercato come è stato nel recente passato prevalgono persistenti e tenaci, per quanto tacite. Nulla di ciò che il BIM può comportare è applicabile se non si darà l’avvio a un processo di radicale trasformazione del Comparto.

 

In questa ottica, la tempestività nel riconoscere i lineamenti del cambiamento sono assai più presenti nella constatazione della crisi del Settore, delle attese di modesta ripresa tendenziale, che non nel progetto industriale. Pochi credono veramente alle reti di impresa, pochi pensano a dar vita a medie imprese, concorrenziali nei mercati internazionali, a eccezione di alcuni gruppi imprenditoriali che, per scelta o per necessità (di fronte all’elevato tasso di mortalità) hanno proceduto a processi aggregativi.

 

La stessa considerazione vale ovviamente per le strutture professionali, ancor più in difficoltà nel far fronte proattivamente agli andamenti congiunturali e alle cause strutturali: da cui il drastico calo delle iscrizioni negli istituti tecnici e delle immatricolazioni nelle università. Non diversa riflessione si propone per le strutture di committenza, laddove, peraltro, alcune delle più avanzate appaiono appesantite da cortomiranza (e sembra un ossimoro), da conflittualità e da aspirazioni innovative più nominali che altro.


Mauro Ferrarini. A partire dal 2016 28 Stati europei membri possono incoraggiare, specificare o imporre l’utilizzo del BIM per i progetti edili finanziati con fondi pubblici nell’Unione europea. Questa è una delle conseguenze dell’approvazione della direttiva sugli appalti pubblici nella UE votata a inizio anno. Gradiremmo avere un suo commento.

Angelo Ciribini. Si tratta di una clausola che può avere un profondo significato simbolico e operativo, ma la cui utilità dipende dalle strategie e dalle politiche industriali a medio e a lungo termine che ciascun Paese Comunitario (ma anche la Russia di Medvedev) intende adottare. Non credo che, contrariamente a quanto è avvenuto in passato per altri temi, l’incitazione europea possa essere l’alibi o il pretesto per procedere in una direzione che preferiremmo evitare in cuor nostro, stante anche l’anti europeismo diffuso.

 

La questione fondamentale è se il Nostro Paese sia capace di dotarsi di una strategia industriale concertata tra istituzioni, parti sociali e accademia, in cui il BIM possa avere un ruolo centrale di stimolo e di veicolo. Non dimentichiamo, comunque, che occorre distinguere tra il Building Information Modelling e l’Infrastructure Information Modelling.

 

In ogni caso, con un certo disincanto, si potrebbe affermare che la differenza tra l’Italia e gli altri maggiori Member State Comunitari consista nel fatto che essi abbiano cercato ripetutamente, senza completamente riuscirvi, e tuttora cerchino di avviare una evoluzione industriale, mentre il Nostro Paese vi abbia, ironicamente e paradossalmente si potrebbe dire, programmaticamente rinunciato.

 

Credo poi, che occorra operare una distinzione tra gli obiettivi interni ai Sistemi Paesi (l’incremento della Produttività e il contenimento della Spesa Pubblica) e quelli internazionali (l’accrescimento della Competitività). Ciò che appare nelle esperienze europee, o meno, è probabilmente il privilegiare i dati geometrici rispetto a quelli alfanumerici, nell’investire sulla comunicazione più che sulla dimostrazione, ma certamente ciò che colpisce è il traguardare con approccio graduale il 2020, il 2025, il 2050.

 

Certo, si potrebbe ipotizzare che in tutto ciò vi sia molta retorica e molta apparenza, ma probabilmente vi è anche molta lungimiranza e molta pazienza. Il solo fatto di ricorrere alle esperienze seminali, alla loro disseminazione in qualità di Best Practice è, però, eloquente del desiderio e dell’ambizione di futuro che il Nostro Paese non mostra, non palesa, se non come impellente istanza di rilancio autoreferenziale.

 

Il fatto è che il Comparto è reduce da un periodo, precedente alla drammatica crisi del 2008, in cui la maggior fortuna del Comparto era in gran parte avulsa dall’innovazione di prodotto, di progetto e di processo.

 

In conclusione, l’Italia può giocare un ruolo non banale nelle sedi normative e associative internazionali e nazionali, che tendono, anzitutto, a dar vita a un Domanda Pubblica e Privata qualitativa sul BIM, ma l’assenza di un pensiero strategico non giova certo alla causa e progressioni volontaristiche dal basso appaiono inverosimili o poco efficaci.

 

Mauro Ferrarini. All’estero il processo di diffusione del BIM nel mondo delle costruzioni è avvenuto con maggiore rapidità rispetto al nostro Paese. Secondo il suo parere, qual è il motivo del nostro ritardo? Abbiamo speranze di colmare il divario con i nostri partner europei?

Angelo Ciribini. Bisogna premettere che, in molti Paesi e presso molti committenti, la diffusione è più nominale che effettiva, quantunque, a livello internazionale, si stiano effettivamente diffondendo il metodo e la prassi, anche se in termini difficilmente verificabili e quantificabili e, comunque, molto disomogenei.

 

Da questo punto di vista, il divario è in parte solo apparente nelle potenzialità, ma gli ostacoli che si frappongono a un recupero determinato sono molto radicati, specie perché non vi è interesse per i mutamenti strutturali di medio e lungo periodo. Sovente si scambia la gradualità per inerzia e l’improvvisazione per rapidità.

Il ritardo, a uno sguardo disincantato, non è particolarmente rilevante, specie in termini di utenza delle tecnologie, ma è grave in materia di adozione dei fondamentali sul Programme e sul Project Management, sui presupposti e sui fondamentali.

D’altra parte, ciò non è casuale poiché di rimandi e di rimozioni delle questioni strutturali è permeata tutta la storia unitaria del Paese, a cui si è sinora fatto fronte con l’individualismo e il familismo.

 

Mauro Ferrarini. E dunque come vede l’evoluzione della situazione?

Angelo Ciribini. Ciò non potrà che ulteriormente aggravarsi con la diffusione dei cosiddetti contratti relazionali (PPP) e prestazionali (Performance-Based Contracting, Energy Performance Contracting) poiché con essi cambia l’oggetto contrattuale e, di conseguenza, esso dal Prodotto si sposta al Servizio, dall’Input all’Output, dalla remunerazione diretta e immediata all’investimento dilatato e condizionato.

La denominazione di Industry of the Built Environment appare particolarmente evocativa di questa condizione e denota come peraltro, la digitalizzazione delle Costruzioni renda, nella Smart City, anche gli organismi edilizi parti di una infrastruttura digitale e analogica, puntuale e lineare, reticolare e sistemica, in cui gli scambi tra flussi informativi, energetici, sociali sono interconnessi.

 

Mauro Ferrarini. Lei ha dichiarato recentemente che i vantaggi che il BIM potrebbe arrecare al mercato domestico sono direttamente proporzionali alla possibilità che gli operatori dello stesso trovino un sistema reciproco di convenienze impostato sulla Trasparenza anziché sulla Opacità. Potrebbe chiarire la sua posizione in merito?

Angelo Ciribini. In effetti, le valenze del BIM sono distinte sui mercati internazionali, extraeuropei, su quelli comunitari e sul mercato domestico.

La cifra che caratterizza quest’ultimo è la parcellizzazione e l’eterogeneità degli attori, delle conoscenze, delle finalità, ed essa accomuna committenze, organismi professionali, organizzazioni imprenditoriali e istituzioni accademiche: in altre parole, ciò che genera criticità è essenzialmente l’incapacità di individuare masse critiche, economie di conoscenza, obiettivi unitari.

 

Di conseguenza, i flussi informativi sono spesso interrotti e deviati, la dualità conflittuale è sovente diffusa all’interno della stessa parte in causa (a cominciare dalle strutture di committenza per finire agli Special Purpose Vehicle). Vi sono, pertanto, contraddizioni intime che non vengono mai meno. Ciò rappresenta l’evidente negazione della metodologia del BIM che si fonda su Rigore, Trasparenza, Integrazione, Collaborazione, Completezza, ecc.

È la natura delle catene di fornitura a fare problema è lì che risiedono le maggiori criticità.

 

Ma saremmo ingenui se credessimo che le inefficienze e le diseconomie siano davvero intollerabili, che la ricerca del Lean Thinking ci possa accomunare agli Stati Uniti o alla Germania.

 

Mauro Ferrarini. Perché?

Angelo Ciribini. Il Nostro è un Sistema che grazie alle Opacità opera continui aggiustamenti, continue dislocazioni, che favoriscono una serie di entità e di soggetti che non hanno alcuna intenzione di o interesse a modificare lo stato delle cose e che è popolato da molti altri soggetti che, con atteggiamento inerziale, sperano sempre di poter, infine, scongiurare ed esorcizzare il cambiamento.

Il problema è che i sostenitori e i fautori ufficiali e istituzionali del cambiamento tendono, per ragioni comprensibili, ma estemporanee, a esaltare le virtù del localismo, del municipalesimo, a restituire versioni caricaturali delle amministrazioni territoriali intermedie, a indicare nella sovversione, ad esempio, degli organi centrali di tutela o di presidio (e dei loro distaccamenti territoriali) la via maestra alla semplificazione amministrativa, alla cosiddetta lotta alla macchina amministrativa e burocratica.

Niente di più lontano da un approccio sistematico e, se vogliamo, lento e progressivo che contraddistingue i Nostri Paesi limitrofi, liberali o statalisti, federalisti o centralisti.

 

Una cartina da tornasole emblematica è proposta tra le altre, dall’impostazione del programma governativo sull’Edilizia Scolastica, tutto incentrato sulla atomizzazione e sulla polverizzazione di interventi eterogenei, non codificati, non controllabili su base comparativa, non legata a un progetto industriale e, soprattutto, completamente disgiunta dalla valorizzazione dei Modelli Informativi degli edifici su cui intervenire il cui governo e la cui detenzione all’interno di un sistema anagrafico immobiliare centralizzato permetterebbe nella prospettiva del Ciclo di Vita di ottenere notevoli e differiti ritorni sull’investimento, riguardando la funzionalità e l’uso dei beni immobiliari strumentali nella prospettiva dei programmi educativi e formativi.

La focalizzazione, infatti, si posa sullo snellimento delle procedure appaltistiche e sulla canalizzazione delle risorse: non molto altro.

Senza contare che altrove le esperienze di finanziamento sono varie e sperimentali, dai licei alsaziani gestiti con l’Energy Performance Contract ai batch delle Priority School britanniche promossi con il PF2.

In un certo senso, occorrerebbe che la classe politica e la classe dirigente del Paese avesse il coraggio di professare la lentezza, anziché la rapidità. Ma i tempi e i modi non lo consentono per quanto riguarda la raccolta del consenso popolare e forse le sorti della Repubblica.

 

Ma la Trasparenza del BIM è forse per Noi insostenibile.


Intervista a cura di Mauro Ferrarini


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