Amianto: una soluzione definitiva

La legge 257 del 1992 ha stabilito la messa al bando dell’amianto. Nonostante ciò sono ancora presenti in Italia circa 2 miliardi di mq di coperture in cemento amianto (eternit).
L’amianto è costituito da un insieme di fibre, che hanno la caratteristica di dividersi longitudinalmente, fino a dimensioni di pochi micron. Questo processo nel tempo avviene anche nelle coperture che rilasciano nell’aria queste fibre. L’unica via d’esposizione che può comportare un pericolo per l’uomo è l’inalazione. Infatti, se inalate, le fibre possono entrare in profondità negli alveoli polmonari e depositarvisi comportando malattie associate all’apparato respiratorio. L’amianto è stato riconosciuto essere un cancerogeno certo per l’uomo.

In presenza di materiali friabili con probabile presenza di amianto non bisogna mai intervenire direttamente, ma occorre rivolgersi a ditte autorizzate, dotate di personale specializzato, che provvedono alla bonifica. Gli elenchi delle ditte autorizzate sono disponibili presso la Camera di Commercio.
Le bonifiche possono essere effettuate mediante:
– incapsulamento superficiale con vernici speciali;
– confinamento;
– rimozione.

In quest’ultimo caso si pone il problema di dove conferire il materiale pericoloso rimosso. Le discariche controllate per rifiuti pericolosi incontrano difficoltà sia nell’apertura che nella gestione, in quanto esiste la prova che non sono un sistema completamente chiuso, ovvero solo nel medio termine.
Sono stati dunque intrapresi studi e sperimentazioni a scala di laboratorio per verificare l’efficienza della distruzione termica, chimica o meccanica dei rifiuti contenenti amianto e la loro trasformazione in prodotti inorganici apparentemente innocui per la salute dell’uomo e dell’ambiente, ovvero riciclabili come Materie prime secondarie (Mps) in conformità con quanto stabilito dalle normative europee e dal d.lgs. 152/2006 e ss.mm..
Tra le varie proposte recentemente la Zetadi srl di Ferno (Varese) in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia ha brevettato un sistema che si basa sulla conversione cristallochimica dei rifiuti contenenti amianto, ovvero la trasformazione termica diretta di lastre di cemento amianto, amianto friabile e lana di vetro/roccia sigillati in confezioni di materiale plastico.
Il processo avviene in un forno industriale continuo a tunnel, ove il materiale di amianto resta per tempi molto lunghi ad una temperatura compresa tra i 1.200 e 1.300 °C per le lastre, mentre per tempi più brevi e a temperature inferiori nel caso di amianto fioccato e lane. Il vantaggio di questo trattamento e’ quello di non prevedere alcuna manipolazione o macinazione delle confezioni sigillate di amianto prima della cottura. Il forno industriale garantisce il completo isolamento del materiale in cottura dall’ambiente esterno ed e’ dotato di un sistema di post-combustione a 1.100 °C, cui vengono sottoposti tutti i fumi derivanti dal processo di trasformazione dei materiali e delle confezioni. I fumi raffreddati vengono quindi trattati tramite filtri assoluti Hepa, prodotti in microfibra di vetro speciali che separano particelle ed aerosol da 0,3 µm.
Pertanto il rischio di dispersione di fibre durante il processo è nullo prima della combustione, in quanto le confezioni sigillate vengono introdotte nel forno tali e quali. Durante il trattamento termico non si hanno emissioni in atmosfera contenenti amianto, in quanto il processo è sigillato. Alla fine si ottiene un materiale completamente inertizzato e lavorabile.

Un ulteriore vantaggio del processo è l’assenza della produzione di fanghi, lavorando a secco. Pertanto si può assumere che le uniche emissioni siano quelle di anidride carbonica e vapor acqueo. Ma anche nel caso dell’anidride carbonica occorre tener presente che le emissioni prodotte sono circa 10.000 t/anno, contro le 500.000 t/anno prodotte da altri impianti industriali quali i cementifici.
Al fine di rendere il progetto eco-compatibile, il gruppo di studio ha proposto di applicare sulla copertura del capannone, che ospita l’impianto, un sistema di pannelli fotovoltaici per la produzione di corrente elettrica, in modo da sopperire al fabbisogno dell’impianto stesso. Inoltre si sta studiando la possibilità di integrare l’impianto con un sistema di cogenerazione che sfrutti il calore in uscita dal forno per produrre corrente elettrica.
Il prodotto della cristallizzazione, denominato KRI-AS, può essere considerato una Mps da utilizzare per la formulazione e lo sviluppo di diversi prodotti industriali, quali cementi e leganti cementizi, plastiche, laterizi, piastrelle e pigmenti ceramici o lana di vetro.

Dopo aver elencato una serie di vantaggi non resta che chiedersi perché il progetto non si stia ancora sviluppando a livello industriale. La risposta? È legata, come spesso accade, allo scetticismo in materia di trattamento dei rifiuti e energia che caratterizza il nostro Paese.

Articolo dell’Ing. Roberta Lazzari

Fonti:
www.arpat.toscana.it
Ingegneri, n.3 marzo 2009, Rimini, Maggioli


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