Alluvione Genova e Cinque Terre. Pioggia vs Siccità: emergenza acqua

Novembre 2010: città allagate nel Veneto, un’inondazione che ha interessato più di 500.000 persone e che ha colpito Vicenza e molti altri comuni. Alluvione avvenuta a poche settimane da quella di Genova e della provincia di Savona, quando per giorni la Liguria è rimasta paralizzata con strade, autostrade e linee ferroviarie interrotte.

 

A quasi un anno di distanza lo scenario si ripete, ma questa volta siamo nelle Cinque Terre, a Monterosso, Borghetto, Vara, Vernazza, Aulla. Per non parlare di Genova, capoluogo della Liguria, devastata da un’alluvione drammatica.

 

Il capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli afferma che: “In Italia c’è un problema di mancata prevenzione generale, in un territorio fin troppo antropizzato dove spesso non vengono fatti gli interventi per ridurre i rischi”.

 

Le cause di questi scenari disastrosi sono numerose: l’intensità delle piogge, i piani urbanistici non studiati adeguatamente, la mancata prevenzione del dissesto idrogeologico. Tuttavia esiste una ragione ben precisa: l’aumento smisurato dell’intensità delle precipitazioni è uno degli effetti più marcati del cambiamento climatico in atto.

 

È così che si hanno meno giorni di pioggia, ma con fenomeni molto più intensi.
Se i fenomeni più intensi li stiamo vivendo direttamente in questi giorni, non dobbiamo pensare che non sia vero che quantitativamente parlando, i giorni di pioggia sono drasticamente diminuiti. Lo conferma anche uno studio, pubblicato dal Journal of Climate, dell’Agenzia Usa per lo studio degli Oceani e l’Atmosfera (Nooa), secondo cui le precipitazioni (pioggia e neve) invernali nel Mediterraneo sono crollate ormai da 20 anni.

 

Sono stati esaminati i dati dal 1902 allo scorso anno. Si nota subito che dei 12 inverni più secchi dell’ultimo secolo ben 10 sono stati registrati a partire nell’ultimo ventennio. Grazie a diverse simulazioni i ricercatori sono pervenuti alla conclusione (amara) che i gas serra emessi artificialmente, ovvero prodotti dall’uomo, sono i maggiori responsabili. Sicuramente una piccola componete è dovuta anche alla variabilità naturale, ma lo stress idrico cui è sottoposto la regione mediterranea è troppo grave e difficilmente potrà essere superato solo grazie alla natura. Il fenomeno e’ preoccupante anche perché una percentuale tra il 60 e l’80% dell’acqua potabile viene usata per irrigare i campi.

 

Quando si parla di desertificazione, istintivamente si pensa ad Africa o Asia, tuttavia, anche in Italia si sta già assistendo a fenomeni di desertificazione.
Un’analisi pubblicata di recente dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) mette in evidenza come i fenomeni di vulnerabilità del suolo non si limitano alle cinque regioni ben note: Sicilia, Puglia, Calabria, Basilicata e Sardegna, ma anche ad altre non così intuitive come Piemonte, Liguria, Toscana e Abruzzo.

 

Il periodo analizzato è il decennio 1990-2000. Emerge chiaramente che circa il 70% della superficie della Sicilia ha un grado medio-alto di vulnerabilità ambientale, ma anche Molise (58%), Puglia (57%) e Basilicata (55%) sono zone fortemente a rischio.

 

Occorre precisare che la desertificazione è il risultato di una combinazioni di caratteristiche naturali intrinseche del terreno, con le attività dell’uomo, che di solito sono propense ad uno sfruttamento eccessivo del suolo. Se a questi si somma l’impatto dei cambiamenti climatici, che implica una diminuzione di apporto di acqua, una modifica delle temperature e della frequenza degli eventi estremi (ad esempio piogge dilavanti molto forti), si ha una vera e propria distruzione dello strato superficiale fertile dei suoli e un loro conseguente inaridimento.

 

Scontata è la direzione da seguire: se i cambiamenti naturali non si possono bloccare, si può ridurre l’apporto del contributo umano alla “disidratazione” dei terreni e ai cambiamenti climatici in genere.

 

Articolo di Roberta Lazzari

 

Fonte Ansa


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