Albo dei CTU e cancellazione di un ingegnere. Vince l’ingegnere

Il Comitato presso il Tribunale per la Revisione dell’Albo dei Consulenti Tecnici d’Ufficio: dispone la cancellazione dall’albo di un ingegnere per mancanza del requisito della specchiata condotta morale in quanto condannato venti anni prima per il reato di abuso d’ufficio, avendo agevolato, nella qualità di componente della commissione edilizia del Comune e fratello dell’assessore del tempo, una delibera di approvazione di un progetto sicuramente illegittimo, redatto da un ingegnere del suo studio, in favore di una cooperativa edilizia di cui egli era anche socio.

 

Il professionista: si oppone alla cancellazione in quanto il reato era stato commesso molto tempo prima, in primo grado vi era stata una sentenza di assoluzione ed il Comitato non aveva preso in considerazione la regolare condotta svolta dall’ingegnere negli anni successivi quale consulente tecnico d’ufficio.

 

Chi ha ragione?

 

Ha ragione il professionista (sia pur con alcune precisazioni che andremo a breve a sviluppare) come affermato dalla sent. n. 386 del 24 maggio 2012 del T.A.R. Calabria, sez. Reggio Calabria.

 

Secondo i giudici, infatti, non è sufficiente il “mero riscontro formale dell’avvenuta condanna” del professionista ai fini della cancellazione, “trascurando così sia di operare una contestualizzazione attuale delle vicende accertate nel giudizio penale, comprensiva di quel necessario bilanciamento tra i fatti risalenti e la successiva condotta che il decorso del tempo impone, nonché di apprezzare il rilievo che possiede l’ininterrotta attività prestata dal ricorrente nella qualità di consulente dell’Autorità giudiziaria successivamente alla condanna medesima”.

 

Detto diversamente, una condanna penale risalente non può da sola determinare automaticamente un giudizio di inaffidabilità morale del professionista e, quindi, la successiva cancellazione.

 

Invece, alla fattispecie trova applicazione, per identità del contenuto afflittivo e natura discrezionale del potere esercitato, quanto elaborato dalla giurisprudenza in ordine al rapporto tra il procedimento sanzionatorio della pubblica amministrazione verso propri dipendenti o collaboratori ed il giudizio penale: in questo senso, è jus receptum il principio di indipendenza del procedimento disciplinare da quello penale, che “implica, nel primo, un autonomo accertamento dei fatti ascritti al dipendente ed un’autonoma valutazione dell’incidenza di questi sul rapporto di pubblico impiego in relazione alla loro gravità con la conseguenza che i fatti, anche quando risultino ammessi, non possono essere recepiti acriticamente, ma devono essere valutati e tale valutazione in rapporto alla sanzione comminata deve emergere da un’esaustiva motivazione del provvedimento sanzionatorio” (1).

 

Pertanto, nell’esercizio dell’attività discrezionale della PA, e quindi anche nel caso in cui si valuti la cancellazione di un professionista iscritto all’Albo dei CTU in occasione della sua revisione quadriennale ex art.18 e 19 delle disp. att. c.p.c., va ritenuto che l’Autorità amministrativa può prendere in considerazione una sentenza penale per trarne valutazioni attinenti al procedimento, purché svolga un autonomo giudizio di rilevanza dei dati di fatto che il giudizio penale ha accertato. In questi casi, l’Autorità amministrativa è infatti chiamata ad operare un apprezzamento specifico dell’interesse pubblico alla cui cura è preposta, che non coincide con l’oggetto del giudizio penale, e dunque è tenuta ad esaminare tutti gli elementi direttamente attinenti a tale interesse, inclusi il decorso del tempo ed i fatti successivi alla condanna.

 

A tale proposito, hanno osservato i giudici, nell’ordinamento giuridico il decorso del tempo assume una significativa rilevanza in vari istituti ed in tutte le materie, da quella civile a quella penale, essendovi riconnesse varie conseguenze, puntualmente disciplinate dal legislatore. Nel campo dell’amministrazione pubblica, non può non riconoscersene il valore di un autonomo oggetto di giudizio, ogni qual volta esso corrisponda al reiterarsi di fatti, atti e comportamenti univoci i quali, pur non attribuendo diritti o aspettative immutabili, costituiscano comunque elementi di fatto che necessitano di adeguata considerazione, specie quando l’Amministrazione si proponga di condurre un rinnovato giudizio sull’attualità e sulla vigenza degli interessi pubblici e di quelli correlati di natura privata, oppositivi o pretensivi che siano, così come risultanti dal loro succedersi negli anni.

 

In definitiva, perciò, deve esserci un apprezzamento amministrativo autonomo rispetto alla condanna penale, che deve essere aperto altresì, ove ne ricorra la necessità e l’opportunità, ad una libera rilettura critica del risultato cui è giunto il processo penale, fatti salvi i limiti del giudicato.

 

Note
(1) Cfr. ex multis, Consiglio Stato sez. V, 29 dicembre 2009, n. 8948.

 

L’articolo è tratto dalla rubrica “Chi ha ragione?” del sito Ediliziaurbanistica.it


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