Trasformazioni urbane: vecchie fabbriche ed ex caserme

Le trasformazioni urbane derivanti dalla rifunzionalizzazione delle aree poste a ridosso degli ambiti storici consolidati, lasciate libere dai complessi industriali, insediati alla fine dell’Ottocento e oggi dismessi, e dalle aree militari in disuso, rappresentano un’occasione di forte rigenerazione e riqualificazione urbana attraverso le quali riequilibrare gli assetti fisici e funzionali della città esistente. Si tratta per lo più di veri e propri vuoti da restituire alla città, assegnando nuove funzioni, catalizzatrici di attività e generatrici di una consistente rendita immobiliare, e definendo nuovi spazi, di uso sia pubblico che privato, rivolti alla socialità e all’aggregazione collettiva.

I luoghi dell’industria abbandonata costituiscono il patrimonio della cosiddetta “archeologia industriale”: si tratta di una notevole quantità edilizia, spesso anche di qualità, in gran parte abbandonata o in via di abbandono per il continuo trasferimento delle strutture produttive lontano dalla città verso il territorio extraurbano, in zone autonome appositamente destinate. La fabbrica della prima rivoluzione industriale nasce nelle immediate vicinanze del nucleo urbano, generalmente rappresentato ancora dalla cerchia muraria che per secoli aveva espresso il segno unitario della città. A volte la fabbrica supera le mura e si colloca in aperta campagna per motivi solo in parte di carattere funzionale, quali la vicinanza delle fonti di energia e un più agevole scambio con le vie di comunicazione, ma principalmente per un’offerta di manodopera a minor costo e per criteri connessi alla speculazione del territorio agricolo. La fabbrica si colloca, dunque, a livello spaziale come elemento ordinatore della città per prepararne l’espansione futura, attraverso la creazione di infrastrutture di servizio che generano un indotto in termini di dotazioni territoriali per l’intera città. Tuttavia, l’immagine che sovrappone alle equilibrate, morbide forme della campagna è traumatica.

Allo stesso modo le aree destinate alle attività militari si insediano, subito dopo l’Unità d’Italia, in concomitanza dell’istituzione dell’Esercito italiano, in punti strategici della struttura urbana, in stretto rapporto con le sedi del potere civile, in ambiti chiaramente definiti e perimetrati. Esse rappresentano una sorta di città nella città: nate per ospitare una funzione specialistica, declinata in un complesso apparato di attività e di edifici, contengono spesso manufatti edilizi ai quali viene riconosciuto un valore storico-architettonico, testimonianza di una monumentalità o di una tecnologia costruttiva riferita alla fine dell’Ottocento o all’inizio del secolo scorso.

L’odierna necessità, storicista e culturale, della conservazione degli edifici ai quali viene assegnata un’attribuzione di valore, sia che si tratti di archeologia industriale che di edifici a uso militare, quale documenti e testimonianze architettoniche di un determinato periodo storico, ha fatto sì che lo studio dei resti materiali dell’industrializzazione e delle funzioni belliche, non vada inteso semplicemente in termini retrospettivi, ma come attività di identificazione e tutela della fisionomia di un determinato territorio, considerato come risultato di un processo storico tuttora in atto in cui il presente rappresenta il punto di equilibrio tra la registrazione del passato e la progettazione del futuro.

Luisa Bravo, Ingegnere, PhD, Università di Bologna

L’articolo di Luisa Bravo continua sulla e-zine n. 10 di Ingegneri, a breve online, interamente dedicata alle trasformazioni urbane e alla realizzazione di infrastrutture.

Sul numero 10 della e-zine:
– Traformazioni urbane
di Luisa Bravo
– Modelli di mobilità infrastrutturale urbana
di Simone Garagnani
– Appalto e realizzazione dell’Ospedale di Mestre
di Luca Gullì
– I progetti della Strada ferrata centrale italiana (1856-1864)
di Alberto Bortolotti
– Una torre orizzontale per le strutture direzionali di Fieramilano
a cura della redazione

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