Sostenibilità del costruito: i rifiuti delle costruzioni o le costruzioni con i rifiuti

Il problema dello smaltimento dei rifiuti è sempre più presente nella nostra civiltà, e non solo i rifiuti solidi urbani cominciano a essere un problema ai primi posti nella gestione delle amministrazioni locali, ma anche i rifiuti derivanti da costruzione iniziano a essere visti con occhi preoccupati.
Le radici del problema sono probabilmente da ricercarsi a livello storico-culturale, siamo sempre stati abituati a pensare che le costruzioni fossero beni di lunghissima durata, tanto che tuttora la demolizione di edifici per costruirne nuovi più funzionali è un’operazione eccezionale in Italia (e tra queste eccezioni si segnala lo stadio della Juventus F.C.). Inoltre, per secoli le prestazioni richieste agli edifici erano talmente basse da rendere di fatto l’obsolescenza degli stessi un problema marginale. Infine, anche se i rifiuti prodotti da una singola demolizione sono molti, data la dispersione temporale delle demolizioni, i grandi volumi di macerie si presentavano in momenti temporali differenti.

La quantità dei rifiuti è cominciata a lievitare negli ultimi decenni a causa della sempre più sentita necessità di ammodernamento delle costruzioni, in particolare degli edifici, a causa della perdita di prestazioni e dell’obsolescenza.

A livello europeo nel 2002 è stato istituito un programma comunitario di azione con durata decennale, nel quale si definiscono obiettivi e traguardi da raggiungere durante tale periodo temporale in diversi settori di interesse ambientale, tra i quali viene citato quello delle risorse naturali e dei rifiuti. In particolare, la Comunità europea punta sulla prevenzione e sul riciclaggio, relegando lo smaltimento a fase residuale della gestione dei rifiuti. In Italia la gerarchia di gestione dei rifiuti è disciplinata dall’art. 179 del d.lgs 152/2006, che individua quali misure prioritarie la prevenzione e la riduzione della produzione e della nocività dei rifiuti, seguite da misure dirette come il recupero dei rifiuti mediante riciclo, il reimpiego o il riutilizzo o ogni altra azione intesa a ottenere materie prime secondarie, nonché all’uso di rifiuti come fonte di energia.

Per capire la portata quantitativa del problema in Italia, si può fare riferimento al rapporto annuale ISPRA la cui ultima emissione riporta i dati del 2006: i rifiuti da costruzione e demolizione nel 2005 superavano i 45 milioni di tonnellate e nel 2006 i 52 milioni, con un incremento percentuale a doppia cifra che porterebbe a superare gli 83 milioni di tonnellate già nel corso del 2011. Si consideri che in Italia la percentuale di materiale riciclato è tra le più basse d’Europa, molto lontana da quelle di paesi come l’Olanda o il Belgio dove il riciclo raggiunge quasi il 90% del totale.

Provenienza dei rifiuti da demolizione
Per far fronte al problema rifiuti, si posso individuare due strategie, una per l’immediato e una per il futuro. Nell’immediato, a fronte di uno status quo consolidato, occorre intervenire sul metodo di demolizione e sul trattamento dei rifiuti. La demolizione tradizionale ha due grandi punti di forza: ha una resa elevata (grandi volumi demoliti in poco tempo) e non necessita di manodopera qualificata. Per contro, presenta alcuni svantaggi: fa perdere gran parte dei materiali riutilizzabili (per deterioramento degli stessi o perché si “perdono” nel volume di materiale demolito) e ha un forte impatto sull’ambiente circostante (si pensi al problema delle vibrazioni o a quello delle polveri).
Vi sono però altri metodi di demolizione, che permettono un maggior riutilizzo e riciclo dei materiali: la demolizione selettiva e quella controllata. La scelta del metodo di demolizione da utilizzarsi dovrà, sin da ora, essere condotta non solo in base alla struttura da demolire ma anche considerando le possibilità di riciclaggio del materiale di demolizione e degli effetti sull’ambiente, tenendo presente il fatto che il metodo di demolizione può costituire un efficace strumento per migliorare la qualità dei rifiuti e aumentarne la frazione riciclabile, in primis controllando nel luogo di produzione la reale composizione dei rifiuti in modo tale da conferire agli impianti di trattamento materiale effettivamente inerte e scorporato da sostanze che possono inficiare il processo di recupero.

In particolare, nella demolizione selettiva il materiale di demolizione acquista valore in quanto è più selezionato, e questo si ottiene pianificando le differenti fasi della demolizione: recupero delle attrezzature e degli impianti necessari; rimozione di tutto ciò che è possibile smontare; demolizione a cascata della struttura. La buona riuscita delle operazioni di recupero e riciclo in questo caso è garantita se tutti i prodotti di demolizione smantellati vengono stoccati separatamente allo scopo di massimizzarne il recupero. Si osservi però che la demolizione selettiva ha costi superiori per una quota compresa tra il 10% e il 20% rispetto a una demolizione tradizionale.

In alternativa alla separazione all’origine dei rifiuti (demolizione selettiva), si può ricorrere al trattamento del rifiuto raccolto senza accortezze in impianti specifici (demolizione controllata).
Negli ultimi anni tali impianti si sono notevolmente evoluti fino a rendere possibile l’adduzione di rifiuti indifferenziati, ottenendo in uscita almeno tre categorie merceologiche differenti: inerti lapidei di caratteristiche granulometriche predefinite; materiale metallico; frazione leggera costituita in prevalenza da materiale ad elevato potere calorifico (carta, legno, plastica).
Per massimizzare le possibilità di riciclo e riuso dei materiali, la fase di demolizione deve diventare oggetto della progettazione dell’edificio come, per esempio, avviene in altri settori industriali quali quello automobilistico. In questo senso, oltre a strumenti ormai conosciuti come l’analisi LCA, è necessario adottare linee guida per la progettazione.

In questo senso noi ingegneri possiamo contribuire molto

Articolo di Fulvio Re Cecconi (tratto dal numero di febbraio del tabloid Ingegneri)

Si ringrazia Claudio Salvatore Mesiano per l’importante contributo alla stesura di questo articolo


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