Rinnovabili tra sistemi di incentivazione e barriere non economiche

Dopo l’efficienza energetica, le rinnovabili rappresentano il secondo pilastro delle politiche contro il cambiamento climatico, che si stanno ridiscutendo a livello globale in questi giorni a Copenhagen.

Nel nostro Paese, l’avvio è stato senz’altro più lento e molto più frastagliato che in altri Paesi. Conseguenza di scelte politiche che si sono sedimentate nel tempo, in maniera spesso contraddittoria e con risultati paradossali (vedi il caso del CIP 6), e di un mancato coordinamento a livello nazionale di decisioni lasciate al libero arbitrio dei poteri locali. Dopo una partenza stentata, negli ultimi anni si è in parte invertito il trend negativo. L’Italia è oggi il terzo Paese europeo per capacità installata sia nell’eolico sia nel fotovoltaico, anche se guarda ancora da lontano i Paesi che la precedono, Germania e Spagna. Nel 2008, eolico e fotovoltaico hanno varcato per la prima volta la soglia di produzione dei 5 TWh, poca cosa rispetto ai 41,6 TWh della nostra fonte rinnovabile primaria, l’idroelettrico, ma sufficiente a includerli nella torta generale della generazione elettrica. Per aumentare considerevolmente la fetta di tutte le rinnovabili, condizione indispensabile per centrare l’obiettivo del 17% al 2020 sul totale dei consumi, occorrerà però da un lato mantenere un livello tariffario adeguato e dall’altro ridurre le barriere non economiche al loro sviluppo. Due raccomandazioni da ultimo arrivate dall’Agenzia internazionale dell’energia, che ha presentato lo scorso 10 dicembre a Roma un rapporto sui principi alla base di una governance efficiente ed efficace delle rinnovabili. In poche parole una strategia che assicuri il massimo risultato (l’efficacia) al minimo costo (l’efficienza). Una situazione che appare ancora una chimera in un Paese come il nostro, che oggi deve assolutamente cercare di recuperare il tempo perduto in passato.

Sul fronte delle tariffe incentivanti, l’appuntamento imminente riguarda la revisione del conto energia, che si applicherà a partire dal 1° gennaio 2011. Vista la vicinanza temporale del nuovo periodo di regolazione, che sta già influendo negativamente sui progetti non ancora autorizzati e presto potrebbe influire anche su quelli autorizzati, gli operatori sono in fibrillazione nella spasmodica attesa di un decreto del Ministero dello sviluppo economico che, trovata l’intesa con il Ministero dell’ambiente e sentiti anche i principali stakeholder, dovrebbe uscire nelle prossime settimane. Un atteggiamento di forte nervosismo ha portato alcune associazioni di categoria a sbandare clamorosamente, proponendo a distanza di poche settimane livelli di incentivazione radicalmente diversi tra loro. Non è dunque un caso che ci siano molti importanti soggetti che non si sentono adeguatamente rappresentati, facendo notare che se è vero che da una parte il crollo del costo dei pannelli potrebbe consigliare una diminuzione accentuata delle tariffe incentivanti, dall’altra occorre ricordare nel conteggio generale altre voci che, nel corso dell’attuale periodo di regolazione iniziato nel 2007, sono aumentate a volte significativamente (dall’Ici alle imposte di registro, dal costo dei terreni alle convenzioni con i comuni, per non parlare delle condizioni finanziarie, come spread bancari e leva finanziaria, significativamente peggiorate anche a causa della crisi e tuttora negative).
Questo ci porta a considerare l’altra faccia della medaglia, cioè le barriere non economiche. Che nel nostro Paese consistono soprattutto negli ostacoli frapposti all’autorizzazione e alla costruzione degli impianti. Su questo, l’attuale Governo sta cercando di porre rimedio al vuoto determinatosi a partire dalla legge n. 387/2003, che disponeva in capo all’allora Ministero delle attività produttive, insieme a Ministero dell’ambiente, Ministero dei beni culturali e Conferenza Stato regioni, la definizione delle linee guida nazionali per i procedimenti autorizzativi delle rinnovabili. Approfittando dell’inadempienza del Governo nazionale nei sei anni successivi, bloccato più volte dal veto del Ministero dei beni culturali, i Governi regionali si sono dati proprie linee guida, spesso molto divergenti da una regione all’altra. Finché una recente sentenza della Corte Costituzionale che bocciava le linee guida della Basilicata, in quanto lesive della potestà del Governo centrale in materia, ha dato nuova spinta al processo di definizione di linee guida nazionali. Una bozza, preparata dal Ministero dello sviluppo economico a giugno 2009, è ancora in attesa di ricevere il via libera finale. Così come va ancora definito il burden sharing che vincolerà le regioni al raggiungimento di target nelle rinnovabili coerenti con l’obiettivo nazionale al 2020.

Sugli altri due meccanismi incentivanti oggi esistenti, CIP 6 e certificati verdi, si stanno muovendo in questi mesi passi meno decisivi rispetto alla revisione del conto energia ma di notevole rilevanza.
Nel caso del CIP 6, stabilito che i diritti acquisiti non si toccano, si sta tentando la strada non facile delle risoluzioni volontarie delle convenzioni, previste dalla legge n. 99/2009, riconoscendo un indennizzo ai produttori, ma alleviando i costi per i consumatori e aumentando l’efficienza e la trasparenza del mercato. A questo proposito, è uscito lo scorso 2 dicembre il decreto del Ministero dello sviluppo economico, che regolamenta tempi, procedure e modalità delle risoluzioni anticipate facoltative nel caso degli impianti a fonte assimilata.

Sui certificati verdi, dopo il pasticcio creato dalla stessa legge n. 99/2009, che spostava l’obbligo dai produttori ai grossisti a partire dal 2011, creando possibile scompiglio sui contratti in chiusura in questi mesi per il 2010, è intervenuto a distanza di mesi un emendamento, approvato nell’ambito della legge n. 166/2009, che ha spostato in avanti di un anno l’entrata in vigore della modifica. Un sospiro di sollievo per consumatori e grossisti, meno forse per i produttori che, a partire dal 2011, non potranno più contare sull’obbligo del GSE di acquistare i certificati verdi invenduti. Un meccanismo che ha peraltro assicurato, soprattutto da ultimo, una certa stabilità al prezzo di mercato e la cui scadenza potrebbe generare un’inopportuna aleatorietà.

Se da un lato è innegabile che la strada per lo sviluppo delle rinnovabili appaia nel nostro Paese sempre più rosea, occorre tuttavia che l’insieme dei provvedimenti discussi, e soprattutto di quelli ancora in discussione, non solo rimuova gli ostacoli che tuttora permangono ma non ne crei di nuovi, magari sulla base di motivazioni ispirate ciascuna a buon senso e a buona fede ma al di fuori di una strategia unitaria, che è la sola garanzia di successo per raggiungere gli obiettivi al 2020 e quelli ancora più ambiziosi che seguiranno.

Il presente articolo è tratto dal sito AGI Energia (www.agienergia.it)


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