Palancole: pro e contro

Il d.m. 21 gennaio 1981 ha stabilito che l’armatura (o palancolato), provvisoria o definitiva, è obbligatoria per qualsiasi trincea di profondità/altezza superiore a 2 metri, salvo i casi di comprovata stabilità e sicurezza dello scavo come in terreni coesivi non fessurati e molto consistenti.

La palancola può essere in calcestruzzo o metallica.
Nel secondo caso si tratta di un componente costruttivo in acciaio laminato, a caldo o a freddo, con incastri (gargami) maschio-femmina, che, connessi (ingargamati) tra loro durante l’infissione nel terreno, formano una parete continua (struttura di sostegno, detta palancolato-paratia-palancolate). La caratteristica principale del palancolato consiste nella resistenza alla spinta laterale e all’impermeabilità del gargame.
Tali caratteristiche meccaniche vengono decise al momento della fabbricazione.
La superficie della palancola può essere inoltre rivestita per motivi estetici o per migliorare la resistenza alla corrosione. Il gargame quindi può essere sigillato ermeticamente con resina tipo in poliuretano per ottenere un palancolato a tenuta.
Il palancolato può costituire opera provvisionale e/o definitiva, e tale decisione può essere presa in corso d’opera.

Una progettazione razionale ed economica può essere realizzata combinando la sezione e la lunghezza della palancola, secondo la stratigrafia del terreno con notevole risparmio sui costi.
I maggiori vantaggi del palancolato rispetto ad altre strutture di sostegno sono:
– fornitura delle palancole già pronte all’impiego;
– facilità di trasporto e di movimentazione in opera;
– rapido avanzamento dei lavori, con riduzione della durata e dei costi dell’opera;
– elevata resistenza alla corrosione;
– possibilità di rimozione, recupero e riutilizzo o riciclaggio come materia prima;
– basso impatto ambientale e lungo ciclo di vita;
– nessun intervento di manutenzione.

Il palancolato, come struttura di sostegno, trova impiego per la realizzazione di varie categorie di opere: armature di contenimento dei terreni, massicciate e scarpate; pareti di sostegno e contrafforti; scavi in terra e in acqua; demolizioni; fognature; viadotti; opere di viabilità (linee delle metropolitane, ponti, rilevati stradali e ferroviari; banchine portuali; consolidamento dei monumenti ecc.).
In ambito ambientale è sempre più diffuso il loro utilizzo per conterminazione e bonifiche di terreni inquinati, discariche di rifiuti civili e industriali; interventi d’emergenza di protezione civile, marginamento dei canali e fiumi.

Il palancolato è uno dei sistemi di arginamento adottato nel Sin (Sito di Interesse Nazionale) di Porto Marghera e della laguna di Venezia nel suo complesso. In quest’area l’inquinamento è strettamente correlato al rilascio di sostanze inquinanti lungo le sponde dei canali industriali, in quanto in atto processi di erosione per effetto del moto ondoso e delle oscillazioni della marea, nonché del dilavamento delle piogge dirette sui suoli contaminati. È necessario quindi apporre delle barriere fisiche tra i suoli contaminati e la Laguna.
Nel caso di Porto Marghera i palancolati, a oggi infissi, sono spinti fino alla profondità necessaria ad assicurare l’intercettazione delle acque di prima falda. La quota superiore del marginamento è compresa tra 2,1 m e 2,5 m s.l.m., mentre la profondità di infissione varia tra i 14 e i 28 metri dal livello del mare.
Tali interventi di marginamento fanno parte degli interventi di bonifica contenute nel cosiddetto Master Plan approvato a fine 2004, in applicazione dell’Accordo per la chimica del 1998, con il quale le parti sociali e le maggiori aziende presenti nell’area si impegnarono a promuovere la riduzione degli effetti inquinanti sulle matrici ambientali (suolo, sottosuolo e acque) della produzione industriale presente in sito.

Cesare Rizzetto, presidente del Comitato Venezia per la Salvaguardia ambientale, tuttavia mostra le sue perplessità circa gli interventi effettuati ad oggi, specie nelle zone ove sono presenti complessi residenziali, quale può essere la zona di Malcontenta
Rizzetto sottolinea come l’infissione del palancolato è un’operazione molto delicata, un tempo ottenuta per battitura, con un maglio lasciato cadere dall’alto sull’estremità della palancola. Oggi invece, in quasi tutti i casi, essa si ottiene per mezzo di una testa vibrante sull’estremità della palancola, che si infigge, più o meno rapidamente, nel terreno.
La testa vibrante ha dimensioni e pesi diversi: essa consiste sostanzialmente in un insieme di rulli eccentrici che con la loro rotazione imprimono all’attrezzo delle vibrazioni. La frequenza delle vibrazioni è funzione della velocità di rotazione dei rulli. A parità di resistenza offerta dal terreno, l’aumentare della frequenza delle vibrazioni fa aumentare la velocità di infissione. Allo stesso modo, per superare un aumento di resistenza offerta dal terreno, si aumenta la frequenza delle vibrazioni.
Se da una parte il sistema è molto pratico, esso risulta anche molto pericoloso per i danni che può indurre su quanto sta all’intorno del punto di infissione. Infatti, le vibrazioni prodotte dalla testa della macchina si trasmettono nello spazio circostante, al pari delle onde sismiche, con velocità che è funzione di molte variabili, fra cui lo stato di addensamento e la consistenza dei terreni granulari e argillosi. Al variare perciò della consistenza e dello stato di addensamento dei terreni, varia la distanza alla quale queste vibrazioni si trasmettono.
L’azione vibrante, inoltre, in presenza di terreni costituiti da sabbie fini, limi sabbiosi quali sono le matrici prevalenti presenti sul fondo e lungo le rive dei canali della zona oggetto d’intervento, può determinare la liquefazione dei terreni stessi.
Rizzetto fa presente che questo fenomeno, determinato dalle vibrazioni della testa vibrante, si manifesta più frequentemente di quanto si possa credere e dà luogo, inizialmente, alla formazione di una o più fessure parallele sulla sommità della fondamenta, preludio dello scivolamento successivo verso il canale del cuneo di materiale posto a valle delle fessure.
Se a questo si aggiunge la mancata spinta dell’acqua per il prosciugamento del canale e lo smantellamento della muratura che ne costituisce la riva, risulta evidente che qualsiasi situazione statica in equilibrio incerto tende a mutare con conseguenze che possono essere anche gravi.
Non avendo dubbi che tale conseguenza, in particolare riguardo alla situazione statica delle fondazioni degli edifici, sia ben nota agli addetti ai lavori ci si chiede come la ricerca a priori di queste situazioni venga trascurata, o comunque le venga un’importanza piuttosto relativa.
A questo proposito si ricorda che esiste una legge dello Stato, il decreto del Ministero dei lavori pubblici 11 marzo 1988, che stabilisce che qualsiasi progetto, sia relativo ad opere pubbliche che private, deve essere accompagnato da indagini di tipo geognostico e geotecnico atte a definire il rapporto di stabilità opera – terreno.
Si fa quindi presente che, a fronte di interventi di manutenzione straordinari così diffusi e di tale mole, non sia assolutamente possibile escludere la possibilità di provocare danni a terzi. Cioè, se si ammette che determinate indagini non sono state eseguite, bisogna anche ammettere che a causa di questi lavori può anche capitare che qualche edificio venga danneggiato.
Viene proposta una esecutività più attenta, una manodopera più preparata e una scelta di materiali più accurata, in modo da evitare le frequenti critiche della cittadinanza.
Infine Rizzetto ricorda che questo grande sforzo di risanamento della città non è finalizzato unicamente alla riduzione del suo ulteriore degrado fisico, ma ha anche come scopo il recupero della sua vivibilità.

Articolo dell’ing. Roberta Lazzari

Per approfondire:
http://www.magisacque.it/
http://www.ccpv.it/
Ambiente Territorio, n. 4 agosto 2008, Maggioli


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